Cinque operai sono rimasti feriti a causa di un incendio scoppiato nella galleria Santa Lucia della linea ferroviaria Napoli-Salerno, nel tratto che va da Nocera Inferiore e il capoluogo salernitano. L'incendio, scoppiato la scorsa notte, sarebbe stato innescato dall'esplosione di una bombola, mentre erano in corso lavori di manutenzione. La circolazione dei treni è stata sospesa.
VIGILI DEL FUOCO
Sono intervenuti i vigili del fuoco. Le fiamme hanno coinvolto un mezzo della ditta Salcef che lavora per conto di Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) ferendo i 5 operai che sono stati soccorsi dal 118. Uno sarebbe grave. La circolazione dei treni tra Salerno e Bivio Santa Lucia è sospesa. I collegamenti regionali Salerno - Caserta sono garantiti da autobus che vengono impiegati anche tra Salerno e Nocera Inferiore, a integrazione del servizio metropolitano Salerno - Napoli Campi Flegrei. I treni Intercity percorrono l'itinerario alternativo via Cava de' Tirreni mentre i convogli ad Alra Velocità avranno origine o fine corsa a Napoli Centrale.
Due impiegati di 25 e 50 anni sono stati arrestati dalla Polizia a Gallarate con l'accusa di aver estorto denaro ad alcuni operai per garantirgli l'assunzione
Il caporalato è molto diffuso in agricoltura
''Se un'impresa
agricola non è onesta fa male all'intero Paese. Ci sono già in Australia
campagne di boicottaggio contro l'Italia che usa schiavi nei campi. Per
questo, potrebbero arrivare i bollini etici. Ma nei recenti episodi di
caporalato emersi nel foggiano occorre mandare l'esercito, altro che
bollini'', ha detto il ministro delle Politiche agricole, alimentari e
forestali Gian Marco Centinaio a margine della 22/a presentazione
Uiv-Ismea delle previsioni vendemmiali, al Mipaaft. ''Vogliamo anche la
Gdo, cioè la distribuzione moderna, al Tavolo sul caporalato - ha
aggiunto il ministro - in linea con quanto chiedono le aziende agricole
per parlare anche di aste al massimo ribasso''.
La nuova frontiera dello sfruttamento
L'allarme
di Centinaio è giunto proprio quando nel Varesotto si è scoperta la
nuova frontiera dello sfruttamento. "Vuoi lavorare? Paga. Fino a mille
euro per ottenere il posto di lavoro e quasi metà stipendio per tenersi
l’impiego, una volta tenuto il contratto" ha scritto il Giorno. Due
impiegati di 25 e 50 anni sono stati arrestati dalla Polizia a Gallarate
con l'accusa di aver estorto denaro ad alcuni operai per garantirgli
l'assunzione. Dipendenti di un'azienda che si occupa di manutenzione
della segnaletica e guardrail, secondo quanto ricostruito dalle indagini
del commissariato di Gallarate e coordinate dai pm di Busto Arsizio
Francesca Gentilini e Martina Melita, occupandosi della selezione del
personale, i due, entrambi del Bangladesh, avrebbero costretto aspiranti
operai, quasi tutti stranieri, a versare loro compensi dai 300 ai 1000
euro per essere assunti e fino al 40% del loro stipendio una volta
ottenuto il contratto.
Versavano da 300 a 1000 euro
Sono
almeno venti gli operai che avrebbero versato da 300 a 1000 euro per
ottenere il lavoro e fino al 40% dello stipendio, a due impiegati
bengalesi di un'azienda operante nel settore della manutenzione
autostradale, arrestati stamane dalla Polizia di Stato di Gallarate
(Varese), al termine di un'indagine coordinata dalla Procura di Busto
Arsizio (Varese). Le indagini però proseguono in tutto il Nord Italia,
con deleghe ai rispettivi uffici giudiziari di competenza, dato che la
società (estranea ai fatti) per cui i due lavoravano si occupa della
manutenzione stradale in diverse province, anche fuori dalla Lombardia. A
far scattare l'inchiesta è stata la denuncia di un operaio straniero
che, dopo essersi rifiutato di continuare a corrispondere quasi metà
stipendio ai due estorsori, responsabili della selezione del personale,
sarebbe stato licenziato.
Le ustioni di terzo grado sul cento per cento del corpo non sono in queste ore l' unica preoccupazione dei medici. A condizionare la possibilità di sopravvivenza dei lavoratori travolti ieri mattina da una colata di acciaio incandescente è anche l' impossibilità di rimuovere completamente i residui di metallo dal corpo.
È di quattro feriti, tre in pericolo di vita, il bilancio del drammatico incidente sul lavoro avvenuto ieri a Padova. Mancano dieci minuti alle 8 di ieri quando alle Acciaierie Venete avviene l' incidente. Quattro operai, due interni e due di una cooperativa incaricata delle manutenzioni, si trovano a distanza ravvicinata da una «siviera».
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
Il contenitore, che trasporta 100 tonnellate di acciaio a 1600 gradi, si sposta a dieci metri d' altezza. All' improvviso il gancio che lo tiene in asse si rompe o semplicemente si sgancia (questo punto potrebbe essere determinante per l' inchiesta). Il cestello si inclina e la colata incandescente finisce al suolo travolgendo i lavoratori e proiettando gli schizzi nel raggio di qualche metro.
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
L' allarme è immediato. Sul posto arrivano i Vigili del fuoco che mettono in sicurezza l'area, spengono la colata e consentono agli operatori del 118 di prestare i primi soccorsi ai quattro lavoratori travolti. Il più grave, Marian Bratu, originario della Romania, ha ustioni su tutto il corpo. Immediatamente l' elicottero lo porta al centro Grandi ustionati di Cesena.
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
Le prossime ore saranno determinanti per l' evoluzione del suo quadro clinico. Fuori dai cancelli dello stabilimento, tra le lacrime, i colleghi non possono far altro che sperare: «Confidiamo in un miracolo». Ustioni altrettanto gravi, estese al settanta per cento del corpo, per altri due dipendenti di una ditta di manutenzioni.
Uno è ricoverato a Verona, l' altro a Padova, anche per loro la prognosi è riservata. Critiche, ma fortunatamente non sarebbe in pericolo di vita, le condizioni di un quarto lavoratore.
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
«Avevamo già segnalato che queste siviere si muovevano mentre c' erano delle persone al lavoro nelle vicinanze - spiega Loris Scarpa, segretario padovano della Fiom, che ha raggiunto personalmente l' azienda - nonostante questo siamo davanti a quattro lavoratori, giovanissimi ma al tempo stesso esperti, feriti in modo grave. Non è pensabile che ancora oggi qualcuno vada al lavoro e non sia sicuro di tornare a casa.
Le aziende non sono più strutturate per vedere la sicurezza come prioritaria. Non è più un problema che riguarda una singola azienda, ma ormai questa situazione riguarda l' intero Paese».
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
Acciaierie Venete è un gruppo che conta in totale mille dipendenti tra gli stabilimenti del Centro e Nord Italia e produce ogni anno un milione e 500 mila tonnellate di acciaio.
Oggi nello stabilimento padovano lo sciopero di 24 ore. I sindacati annunciano mobilitazioni anche negli altri stabilimenti del settore metalmeccanico. Nel frattempo tocca agli inquirenti: i tecnici dello Spisal hanno lavorato a lungo dentro lo stabilimento e i carabinieri hanno sequestrato l' area in cui è avvenuto l' incidente su ordine della magistratura che, come da prassi, ha provveduto ad aprire un fascicolo.
INCIDENTE ACCIAIERIE VENETE
Il 2018 si conferma un anno nero sul fronte degli incidenti sul lavoro. Da Carrara a Lucca, passando per Siracusa, Gorizia, Reggio Calabria e Genova, solo per citare le ultime tragedie in ordine di tempo, la sicurezza sul lavoro rimane una delle emergenze che a quanto pare potrebbe rimanere tale ancora a lungo. Fonte: qui
Incidente alle Acciaierie Venete, indagati anche i vertici della Danieli
Una colata di acciaio fuso ha investito domenica mattina alle 7.50 quattro operai al lavoro nello stabilimento di via Francia a Padova
17 Maggio 2018 - Sono 7 gli indagati per l'incendio di domenica scorsa, 13 maggio, alle Acciaierie Venete di Padova, in cui sono rimasti gravemente ustionati quattro operai. Lo stabilimento resta sotto sequestro, ferma la produzione almeno fino a quando i consulenti della Procura della Repubblica di Padova non daranno il nulla osta. A darne notizia è il Mattino di Padova.
Tra i nomi degli indagati, compaiono anche Giampiero Benedetti, presidente della Danieli di Buttrio, Giacomo Mareschi Danieli, consigliere della Danieli, e Alessandro Trivillin, consigliere della Danieli. L'accusa è di lesioni personali colpose: l'azienda di Buttrio, infatti, ha fornito la traversa di sollevamento che ha ceduto durante lo spostamento del contenitore di acciaio fuso.
Crolla una siviera con materiale fuso a 1.350 gradi. David Di Natale e Simone Vivian prestano la loro opera per un'azienda di Fagagna
Alle 7.50 di domenica mattina, 13 maggio, durante la fase di spostamento di un contenitore di acciaio fuso, si è rotto un perno da cui sono partiti schizzi di materiale a circa 1600 gradi che hanno investito i quattro operai. Due di loro sono in ospedale ricoverati in gravi condizioni.
Intanto salgono a 4 le ore di sciopero proclamate in provincia di Padova, con un presidio davanti alle Acciaierie Venete, rispetto alle 2 proclamate per il settore metalmeccanico in tutto il Veneto. «Siamo ormai in presenza - affermano oggi in una nota i sindacati di categoria - di una interminabile catena di morti sul lavoro che in questi mesi ha funestato il Veneto e il paese, che occorre fermare al più presto per garantire a tutti i lavoratori e in tutti i luoghi di lavoro il diritto alla salute e alla sicurezza». Fonte: qui
Grave incidente sul lavoro in un'azienda che produce lamine in acciaio e titanio a Milano, in via Rho, zona Greco. Sei gli operai coinvolti: tre hanno perso la vita e altri tre sono ricoverati in ospedale - uno di loro è gravissimo. In quattro erano stati trovati dal 118 a terra privi di sensi.
Tre decessi dopo il ricovero
Tre dei 4 operai sono morti dopo il ricovero in ospedale. Gravissimo un quarto dipendente. Le vittime sono italiane. Erano rimasti intossicati da esalazioni tossiche - forse di azoto - durante le operazioni di pulizia di un forno. All'arrivo del 118 le loro condizioni erano già disperate, sono morti in arresto cardiaco poco dopo il trasporto all'ospedale di Monza e al Sacco di Milano.
Ad essere coinvolti sicuramente un operaio di 34 anni e uno di 47, mentre degli altri non si conosce ancora l'età, secondo le informazioni riportate al momento dall'Areu. Sul posto anche carabinieri, polizia locale e vigili del fuoco che stanno controllando la zona.
È rimasto intossicato anche il Capo Squadra dei Vigili del fuoco, tra i primi giunti a prestare soccorso. Per il pompiere una lieve intossicazione.
Causa intossicazione ancora sconosciuta
Non è stata ancora individuata con certezza l'origine dell'intossicazione che ha ucciso due operai a Milano. Da quanto si apprende infatti, i primi controlli effettuati dalle due squadre dei vigili del fuoco (tra cui quella degli specialisti del Nucleo Nbcr) al lavoro alla Lamina Spa in via Rho, non avrebbero evidenziato tracce tangibili di vapori o gas tossici che potrebbero essersi sprigionati per varie ragioni durante i lavori per la pulizia del forno.
I pompieri proseguono dunque il loro lavoro, mentre si apprende che il loro collega caposquadra rimasto leggermente intossicato non è stato ricoverato ma semplicemente "valutato" sul posto dai sanitari del 118.
Nella sede dell'azienda sono intanto giunti per un sopralluogo il Pm Gaetano Ruta e il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano.
Per giorni, quella singolare immagine ha girato sui social, con gli utenti a chiedersi se non si fosse trattato di un fotomontaggio: quattro persone che armeggiano attorno a un barbecue fumante tra i loculi di un cimitero.
BARBECUE NEL CIMITERO IN PROVINCIA DI SIRACUSA
Ora si scopre che non si trattava di una foto falsa perchè i carabineri di Priolo Gargallo, comune a nord di Siracusa nel cuore di uno dei poli petrolchimici più grandi d’Europa, hanno denunciato i quattro «campeggiatori» del locale cimitero, con l’ipotesi di reato di violazione di sepolcro.
Sono quattro dipendenti di una ditta privata che cura la manutenzione delle tombe e l’incisione delle lapidi. Il più anziano ha 61 anni, il più giovane 27. Sono tutti originari di Siracusa e incensurati. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i quattro hanno acceso il barbecue lo scorso 28 novembre, durante la pausa pranzo, grigliando bistecche e salsicce.
Nel cimitero di Priolo non c’erano dipendenti comunali in quel momento, perchè la direttrice era anche lei in pausa pranzo e il custode era assente per malattia. Nessuno si sarebbe accorto di nulla se non fosse saltata fuori quella foto divenuta rapidamente virale sui social, con commenti tra lo sbalordito, l’ironico e l’indignato.
L’amministrazione comunale ha avviato una indagine interna e anche i carabinieri si sono messi al lavoro, arrivando in poco tempo a individuare i quattro operai «grigliatori» che, al momento della denuncia, cadevano dalle nuvole: «Non pensavamo di fare nulla di male».
Il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo
Fino a 2 anni fa, a Milano, sorgeva in Viale Sarca uno stabilimento della Marcegaglia Buildtech, deputato alla produzione di profilati e manufatti in acciaio destinati al settore edile. Poi accade che l’area in cui ricade lo stabilimento, “Grande Milano Bicocca”, comincia ad apprezzarsi dal punto di vista fondiario, e la dirigenza di Marcegaglia decide di puntare sulla speculazione immobiliare delocalizzando la produzione e “negoziando” al ribasso con gli operai.
Ad Aprile del 2014 viene comunicata l’intenzione di chiudere lo stabilimento e delocalizzare la produzione a Pozzolo Formigaro, vincolando il destino dei 165 operai in produzione all’accettazione di un accordo interno. Tale accordo, siglato nel Giugno successivo, prevedeva per gli operai tre alternative.
La prima, accettare la delocalizzazione a Pozzolo, con trasporto aziendale da/per Milano e incentivo mensile lordo di 150€, che sale a 250€ lordi nel caso in cui lo spostamento avvenga con mezzi propri.
La seconda, accettare l’uscita volontaria a fronte di una compensazione di 30.000€ lordi.
La terza, entrare in CIGS e “Entro il termine di validità della CIGS l’azienda si impegna ad offrire a tutti i dipendenti eventualmente ancora in forza la ricollocazione presso altri stabilimenti del gruppo, in funzione delle esigenze tecnico produttive e a partire dagli stabilimenti più vicini all’area di residenza”
I nodi vengono al pettine, tuttavia, nel momento in cui sette di questi operai decidono di accettare la CIGS e attendere, come previsto dall’accordo, una ricollocazione nell’hinterland, non potendo per motivi di salute e familiari né spostarsi da Milano e tantomeno perdere il lavoro accettando l’esodo volontario.
Il loro problema è solo uno: il sindacato di cui fanno parte, la FIOM, non ha sottoscritto quell’accordo (firmato invece da FIM Cisl e UILM Uil), e dunque vanno colpiti con tutta la violenza possibile.
A Giugno 2015 viene loro comunicato che non si tenterà neanche di aprire il secondo anno di CIGS e che, se non vogliono essere licenziati, devono accettare il trasferimento a Pozzolo.
Dopo avere occupato il tetto dello stabilimento di Viale Sarca per sei giorni, ottengono un tavolo di confronto in Prefettura, a seguito del quale viene sbloccato il secondo dei due anni di CIGS e fatto presente all’azienda di rispettare il terzo punto dell’accordo, ricercando soluzioni di inserimento in uno dei quattro stabilimenti dell’area milanese. Nel frattempo, la Marcegaglia ci riprova, offrendo ai sette una compensazione di 29.000€ lordi per l’esodo volontario. Loro rifiutano nuovamente, e fanno rilevare come nei quattro stabilimenti di Lainate, Lomagna, Corsico e Boltiere si faccia ricorso a centinaia di ore di straordinario per sopperire alla evidente carenza di organico. Ma, ancora una volta, per i sette operai non arrivano soluzioni, se non quella di accettare lo spostamento a Pozzolo, stavolta senza alcuna agevolazione, o, in alternativa, licenziamento.
Siamo a Maggio 2016 e i sette, in un tentativo disperato e a pochi mesi dalla scadenza del secondo ed ultimo anno di CIGS, si incatenano ai cancelli della sede legale di Marcegaglia Buildtech, in via della Casa 12, a Milano. Ottengono un nuovo tavolo in Prefettura, il 7 Giugno 2016, il cui risultato è più grottesco che altro. In sostanza, ai sette operai viene detto, chiaramente, che ormai non hanno diritto a nulla. A questo punto, la loro ricollocazione o l’esodo volontario dietro compensazione sarebbero “un’offesa per quei lavoratori che precedentemente avevano accettato una delle due soluzioni alternative alla CIGS” (testuali parole pronunciate davanti al funzionario prefettizio) e nel loro futuro esiste solo una prospettiva: il licenziamento. Non viene neanche presa in considerazione la loro contro-proposta, ragionevole in un’ottica distensiva, ovvero il loro reintegro in produzione con contratti part-time invece che a tempo pieno, in maniera tale da “dividere” tre posti e mezzo di lavoro per sette persone.
Da tutta questa storia, una storiaccia come tante ne esistono in questo paese del capitalismo straccione, emerge una morale chiara: chi sfida il potere, semplicemente anteponendo la propria dignità al ragionamento puramente economicistico, costituisce un pericolo. Rivendicare il diritto al lavoro, rifiutando un accordo capestro, è un comportamento intollerabile da parte di una dirigenza che pretende dai propri sottoposti fedeltà, abnegazione e servilismo. Un po’ come ha predicato Starace in una sua “illuminata” (nel senso di massonica) lectio alla Luiss di Roma, riferendosi alla necessità di spargere il terrore tra i lavoratori per tenerli soggiogati. Il lavoratore, oggi più che mai, è uno strumento al servizio del capitale. Nel momento in cui si azzarda a comportarsi da essere umano, viene subito schiacciato con la testa nel fango, da uomini in colletto bianco che hanno imparato molto bene cosa sia la lotta di classe e come si eserciti. L’atteggiamento di Marcegaglia nei confronti di Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio dimostra chiaramente che ciò che si vuole ottenere non è l’efficienza dei rapporti di produzione, ma la trasformazione del lavoro in schiavitù dissimulata. L’atteggiamento di Marcegaglia svela una verità che troppo spesso si vuole nascondere, e cioè che il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo.
Da questo punto di vista, sarebbe interessante chiedere al Governo Renzi quali prospettive si profilano per i 16.000 lavoratori dell’Ilva di Taranto, dal momento che la Marcegaglia, in cordata con Arcelor-Mittal, si è candidata a rilevare la gestione dello stabilimento.
Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio un’idea ce l’hanno.
P.S.: Martedì 14 Giugno, alla Prefettura di Milano si svolgerà un altro incontro, durante il quale i vertici della Marcegaglia comunicheranno le loro decisioni finali. E’ convocato per le 14:00 un presidio in solidarietà.