9 dicembre forconi: lavoro
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

mercoledì 25 dicembre 2019

Ecco perchè in VenezuItalia il Declino è Irreversibile....

Sostanzialmente Ricolfi nell'articolo che trovate più avanti ci racconta quello che vi descrivo ed anticipo da anni nel mio blog: non vi sto a linkare le decine e decine di post nei quali analizzo proprio le tendenze che sono descritte oggi dal sociologo.
Ma ormai in VenezuItalia da tempo il punto di non ritorno è stato superato:
il trend del Declino è Irreversibile proprio perchè è causato dalla maggioranza degli italiani in negazione della realtà e dunque - in democrazia a suffragio universale - non è possibile invertire il trend perchè la politica è specchio della maggioranza.
Dunque andrà molto peggio prima di NON andare meglio.

Ieri un caso esemplare: su facebook mi ritrovo a parlare con un pensionato siciliano ex-prof di filosofia alle scuole statali dunque ex-dipendente pubblico.
Gli dico che lui sostanzialmente è un MANTENUTO e lui naturalmente si picca rispondendo che ha versato anni di contributi INPS e persino due anni in più del dovuto.
Purtroppo la maggioranza è come lui: o se ne frega oppure è male informata&crede alle fole (non a caso è simpatizzante dei super-populisti a 5 stelle che urlano "le pensioni non si toccano" senza nemmeno sapere di che stiano parlando...ed hanno preso un ciulo di voti proprio al sud promettendo cose impossibili a nastro in totale dissociazione dalla realtà).

La realtà è che l'INPS è schema Ponzi sempre più insostenibile che si regge ancora grazie a 108mld di trasferimenti fiscali ed ogni anno sempre di più per semplice trend demografico da ospizio...dunque l'ex-prof può aver versato tutti i contributi che vuole ma in teoria dovrebbe essere consapevole che li avrebbe buttati nel cesso, non ci fossero una marea di tasse a copertura che affondano però l'economia del Paese + le nuove generazioni che non avranno la pensione a "mantenerlo" (oggi i contributi INPS sono esproprio forzoso a fondo perduto).
Però nessuno INFORMA realmente l'ex-prof ma tutti a raccontargli belle fole assistenzialiste e senza basi reali.

Allo stesso tempo - visto che vive a Palermo - è pure nella Regione col peggiore residuo fiscale negativo in Italia...traduzione = si fa mantenere una seconda volta perchè - senza i trasferimenti dalle regioni del Nord - domani mattina in Sicilia chiuderebbero ospedali, uffici pubblici, uffici postali, anagrafe, servizi comunali, mezzi pubblici etc etc etc
Però nessuno INFORMA realmente l'ex-prof ma tutti a raccontargli belle fole assistenzialiste e senza basi reali.

Ebbene, con questo piccolo caso reale - che purtroppo rappresenta la situazione maggioritaria di un Paese in totale dissociazione dalla realtà - capirete ancora meglio l'analisi di Ricolfi qui di seguito.
Che prima condizione per risolvere un Problema è risconoscere che Esiste:
mentre invece in VenezuItalia a livello maggioritario NON c'è alcuna consapevolezza
ed una politica populista assistenzialista che pensa solo al consenso di breve periodo, continua a cavalcare questa inconsapevolezza.
#BUONAPROSECUZIONEDIDECLINO
#NOHOPEFORTHISITALY

-------------------------------

SIGNORILI SI NASCE


Luca Ricolfi racconta l’Italia: un Paese diventato società signorile di massa e che vive al di sopra delle proprie possibilità.
Ma fino a quando?

Luca Ricolfi, sociologo, classe 1950, insegna Analisi dei dati nell’Università di Torino ed è Presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume.
È uno dei pochi che ci stanno capendo qualcosa e che sa anche dirlo numeri alla mano.
Il suo ultimo lavoro si intitola La società signorile di massa, in libreria con La Nave di Teseo.

Che cos’è la società signorile di massa? È l’Italia di oggi, un posto dove si produce poco ma si consuma moltissimo.
Un posto dove i cittadini che non lavorano hanno superato ampiamente il numero di cittadini che lavorano, dove larga parte della popolazione ha accesso a consumi opulenti e dove allo stesso tempo la produttività è ferma da vent’anni.


E malgrado tutto questo, si continua a vivere alla grande.
Com’è possibile?
Perché il conto qualcuno dovrà pur pagarlo.
Ricolfi proprio questo ha intuito..............................

chi, come e quando pagherà il conto.

Ricolfi, La società signorile di massa si regge su tre pilastri.
Il primo è la ricchezza accumulata dalle generazioni dei nonni e dei padri: come hanno fatto ad accumularla?

Le condizioni fondamentali che nel secondo dopoguerra hanno permesso di accumulare ricchezza sono essenzialmente tre.
La prima è la disponibilità della popolazione a fare sacrifici in vista di benefici futuri, un fattore che è venuto meno già verso la fine degli anni ‘70.
La seconda è la contenuta pressione fiscale, di cui abbiamo smesso definitivamente di beneficiare dalla metà degli anni ’80 in poi.
La terza è il cocktail di svalutazioni competitive e indebitamento pubblico, che ha drogato la crescita economica nel ventennio 1972-1992.
Quest’ultimo fattore è venuto meno con gli accordi di Maastricht (1992) e l’ingresso nell’euro (1999).

Le tre condizioni precedenti sono sostanzialmente irripetibili.
Salvo forse quella della pressione fiscale, che in teoria potrebbe scendere un po’, anche se difficilmente al livello dei primi anni ’80 (sotto il 35%, contro il 42% di oggi).

Secondo pilastro su cui regge la società signorile di massa è la distruzione della scuola, che in sostanza ha prodotto e produce incolpevoli velleitari totalmente impreparati al lavoro.
È un punto in cui ho rivisto un po’ de la Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura.
Cosa è andato storto? Si studia troppo o troppo poco? Ci si laurea “male”?

La Teoria della classe disagiata è probabilmente il testo più profondo, e libero da preconcetti ideologici, che io abbia letto sull’Italia di oggi, e sui giovani in particolare.
Su questo punto, quello della condizione giovanile, il quadro che dipinge Ventura ha molti punti di contatto con quello che ho provato a tracciare io, una prima volta in un capitolo de L’enigma della crescita (Mondadori 2014), poi ne La società signorile di massa (La Nave di Teseo 2019).
Lei mi chiede che cosa è andato storto, e dove si è sbagliato nella scuola.
A me pare che gli errori capitali siano due, uno antico e mai corretto, l’altro moderno e orgogliosamente rivendicato.

L’errore antico è la svalutazione della cultura scientifica e del sapere pratico, un errore che – più che uno sbaglio vero e proprio – è un aspetto della nostra mentalità e della nostra cultura, che è sempre rimasta fondamentalmente e romanticamente anti-industriale e anti-moderna.

L’errore più recente, invece, è la scelta di tutti – politici, insegnanti, genitori – di abbassare gli standard dell’istruzione, sia nel senso di diluire i programmi (più nell’università che nella scuola) sia, soprattutto, di abbassare l’asticella della sufficienza.

In concreto questo ha significato tre cose.
Primo, svalutare e disincentivare la formazione professionale.
Secondo, favorire gli studi più facili o ritenuti tale, a scapito delle materie scientifiche e delle materie umanistiche più impegnative come latino e greco.
Terzo, rilasciare titoli di studio fasulli, illudendo i giovani di essere pronti per mestieri che la maggior parte di loro non era preparato a svolgere.
Con una conseguenza drammatica: ai ceti subalterni è stata tolta l’unica risorsa – la cultura – che avrebbe loro permesso di competere sul mercato del lavoro con i ceti medi e alti.

Terzo pilastro è “l’immigrazione incontrollata, che ha favorito la formazione di un’infrastruttura para-schiavistica”.
Ma a questo punto non converrebbe gettare la maschera?
E accettare apertamente quanti più migranti possibile proprio per metterli in queste condizioni paraschiavistiche e proseguire nella nostra – infame, per carità – vita da rentier?
È quello che sta succedendo.
I ceti popolari non amano gli immigrati perché li vedono – realisticamente – come concorrenti nell’accesso ai servizi pubblici, come rivali nella conquista dei pochi posti di lavoro disponibili con conseguente dumping salariale, come minacce alla sicurezza nelle periferie e nei quartieri degradati.
I ricchi e i ceti medi, invece, li vedono un po’ cinicamente come candidati ideali ad occupare le posizioni più umili nella scala sociale: braccianti, muratori, magazzinieri, facchini, badanti, camerieri, lavapiatti, per non parlare dei servizi illegali, come lo spaccio di sostanze, la prostituzione, il gioco d’azzardo illegale.

Troppo spesso si dimentica che le differenze fra l’approccio ai problemi dell’immigrazione tipico dei “signori” e quello delle persone umili sono normalissime differenze di interessi materiali, e non differenze di cultura o di umanità.
Chi è sotto non vuole concorrenti, chi è sopra è ben felice di disporre di servizi a basso costo.
Questo punto, curiosamente, viene quasi sempre dimenticato dai mass media e dagli studiosi, che preferiscono pensare i ceti popolari come rozzi e sobillati dalla propaganda, e i “ceti medi riflessivi” come portatori di una superiore razionalità e coscienza morale.
Non arrivo a dire, come fa il giovane filosofo Diego Fusaro, che la macchina dell’accoglienza è un sistema per effettuare “deportazioni di massa” a beneficio di imprenditori e signori di varia specie, ma è vero che in una società signorile di massa l’apertura ai flussi migratori ha due facce.
Quella umanitaria di chi, come i radicali, sogna un mondo senza frontiere in cui a tutti siano garantiti alcuni diritti fondamentali, e quella più prosaica di quanti, come i datori di lavoro e i membri della “classe agiata”, hanno bisogno di forza lavoro e servitù.

Nella società signorile di massa i giovani – diciamo i trenta, quarantenni – sono sia privilegiati che vittime.
Privilegiati perché di certo non rischiano la vita: hanno un tetto, cibo, affetto genitoriale, meno spesso un lavoro.
In fondo però più che vivere, sopravvivono.

Si può arrivare così a cinquant’anni senza che si rompa qualcosa?
Sì e no.
Si può andare avanti così nei ceti alti e medio-alti, non si può nei ceti medio-bassi.
Tutto dipende da quanto è grande il patrimonio familiare, e quanto lunga è l’aspettativa di vita dei genitori.
Ma la conseguenza principale della dilazione delle scelte occupazionali, per cui si posticipa di 10 o 20 anni l’ingresso definitivo nel mercato del lavoro, è di tipo pensionistico: chi fino a 40 anni lavoricchia, e solo dopo i 50 ha un vero lavoro, inevitabilmente andrà in pensione con un reddito molto basso.

Ha detto che “Diventeremo come i nobili decaduti, nevroticamente impegnati a sostenere il nostro modo di vita facendo debiti, coscienti che tra un po’ il mondo dorato non esisterà più”.
Sarà una discesa lenta o ci saranno degli strappi?
Faremo la fine del conte Mascetti, “Non vi preoccupate: tra tre giorni mi ammazzo”?
Direi piuttosto, con Keynes: “nel lungo periodo saremo tutti morti”.
Il declino dell’Italia è sufficientemente lento da permetterci di autoingannarci, pensando che i problemi verranno al pettine solo “nel lungo periodo”, ovvero quando non ci saremo più. Il guaio è che, fra 20, 30 o 40 anni i nostri figli e nipoti ci saranno eccome: sono loro che pagheranno il prezzo del nostro ostinato rifiuto di riconoscere il piano inclinato su cui stiamo scivolando.
La “condizione signorile” degli italiani è caratterizzata da consumi opulenti e non è una condizione felice: i soldi non danno la felicità, e lo sappiamo da qualche millennio.
Quali sono le patologie e le dipendenze nella società signorile di massa?
Le dipendenze principali a mio parere sono quattro:
consumo patologico di alcol e droghe leggere;
consumo di cocaina e eroina;
gioco d’azzardo, legale e illegale;
ludopatia, sia su internet sia da giochi elettronici.
A queste quattro dipendenze occorre però aggiungere una forma di dipendenza più sottile e forse più grave.
La patologica dipendenza dal giudizio degli altri, che ci porta a diventare – attraverso internet e i social – patetici gestori della nostra reputazione e della nostra immagine.

La “condizione signorile” non porta quindi a una società felice, ma allora cosa serve per avere una società felice?
La felicità va distinta dalla soddisfazione o dalla contentezza, e infatti la maggior parte delle lingue – ma curiosamente non l’inglese – hanno due parole distinte.
Come ebbe una volta ad osservare Albert Hirschman la parola inglese “happiness” ha un significato molto più debole dei corrispondenti termini italiano (felicità), francese (bonheur), tedesco (glücklichkeit).
Se ci atteniamo alle analisi più profonde del concetto di felicità – ad esempio quella di Ortega y Gasset nel Discorso sulla caccia – alla felicità sono essenziali almeno tre cose:
l’attesa, qualche tipo di sforzo, un certo grado di incertezza del risultato.
Tutti elementi che una società signorile di massa tende a sopprimere.


Un portato abbastanza inevitabile in un Paese che consuma ma non produce è la decrescita: difficilmente quella sarà “felice”.
Come potrebbe decrescere l’Italia?
Io vedo una grande continuità fra governi di destra e di sinistra, fra governi europeisti e populisti.
E anche fra Conte 1 e Conte 2.
Nessuno dei governi degli ultimi dieci anni ha seriamente affrontato i due problemi cruciali dell’Italia, l’esplosione del debito e la produttività ferma da vent’anni,
tutti hanno preferito cercare consenso aumentando la spesa pubblica piuttosto che restituendo ossigeno all’economia.
La verità, temo, è che in Italia il “partito del Pil”, che vorrebbe far ripartire la crescita, è maggioranza nel Paese ma non nei palazzi della politica, dove a prevalere sono le spinte assistenziali.
In queste condizioni lo scenario più probabile mi sembra quello che ho chiamato “argentinizzazione lenta”: un indebolimento dell’economia e una disgregazione del tessuto sociale sufficientemente lenti da non provocare alcuna reazione.
Sempre che una crisi finanziaria internazionale, o una mossa avventata dei nostri politici, non faccia improvvisamente precipitare le cose, gettandoci in una situazione simile a quella della Grecia.

Ha detto che anche Francia e Belgio sono avviate sulla nostra stessa strada: che cosa abbiamo in comune con loro? E con la Grecia?
In comune con Belgio e Francia abbiamo consumi opulenti, poco tempo dedicato al lavoro, crescita asfittica.
Con la Grecia abbiamo in comune il tasso di occupazione più basso del mondo occidentale, ma divergiamo per il livello dei consumi e la crescita: noi siamo molto più ricchi dei greci, ma loro da un paio di anni sono tornati a crescere, mentre noi siamo in stagnazione, unico paese in Europa e più in generale nel mondo sviluppato.

Quando ci sveglieremo dal nostro sogno signorile?
Io credo che una parte minoritaria ma non trascurabile dei cittadini italiani già oggi si renda conto, più o meno confusamente, che viviamo in una società signorile, e che questa condizione non può durare.
Tuttavia penso anche che questa minoranza sia destinata a restare tale, perché la maggioranza non ha la minima intenzione di risvegliarsi dal sogno, e la lentezza del nostro declino le permette di nascondere la testa sotto la sabbia.
Fonte: qui

sabato 2 novembre 2019

QUANDO HJALMAR SCHACHT FU INVITATO IN INDONESIA..

Assolto a Norimberga  per volontà dei magistrati americano e britannico e  il francese (il   sovietico, generale Nikitshenko  aveva votato per lì esecuzione capitale), miracolato  per  evidente intervento di certe “istanze superiori”  che possiamo indovinare “illuminatissime e regolarissime”  (non ebraiche: anche  Ben Gurion lo voleva morto),   il banchiere dei Reich  Hjalmar Horace Greely Schacht cominciò  nel 1951, a 71 anni, una nuova vita come consulente estero  di successo; i paesi di  recente indipendenza  se  ne contendevano i servigi.
Hjalmar Schacht a Giakarta tra il ministro delle finanze Jusuf Wibisono (a destra) e Sumitro Djojohadikusumo, consigliere del ministro delle finanze.
Un articolo di un periodico indonesiano di storia, ricorda come una delegazione guidata dal ministro  delle finanze Jusuf Wibisono bussò alla casa di Bleckede, in Bassa Sassonia, dove l’ex banchiere centrale di Hitler abitava, per scongiurarlo di venire in Indonesia.
Anche il vasto ed arretrato paese asiatico aveva sofferto della guerra; infrastrutture e  mezzi di produzione danneggiati, inflazione galoppante, svalutazione della moneta, grave squilibrio della  bilancia dei pagamenti.   Ovviamente,  i settori strategici continuano ad essere controllati da aziende olandesi,  le ex colonialiste; il commercio al dettaglio è in mano alle minoranze cinesi ed arabe;  l’inesperienza  dei nuovi governanti ha aggravato  la situazione economica e monetaria.
Schacht dovette esitare. Chiarì che non aveva alcun desiderio di  lavorare a lungo in un paese così lontano. Però, alla fine rispose come ha  ricordato lui stesso nel suo libro di memorie “I miei primi 76 anni”
“Ho detto all’inviato che ero pronto, al momento designato, a fornire un parere di esperti al governo indonesiano, gratuitamente, per quanto riguarda le questioni economiche e finanziarie purché il governo fosse disposto a sostenere i costi di viaggio e hotel”.
Poco dopo, il 3 giugno 1951, Sumitro Djojohadikusumo (  esponente del Partito socialista indonesiano, PSI)  e consigliere del ministro delle finanze incaricato della bisogna,  venne a prenderlo.
Schacht  partì con la moglie  Manci. Come si può immaginare, in un mondo appena uscito dalla guerra, il viaggio fu lungo e  a tappe.  Dalla Germania, si diressero a Merano e poi a Roma. Lì incontrarono S. Pamontjak, l’ambasciatore indonesiano in Italia,  che fornì  i documenti necessari. Dopo essersi soffermati a Roma, volarono al  Cairo con la compagnia  olandese KLM.
Schacht atterra al Cairo, 1951.
Quello del Cairo doveva  essere  solo uno scalo: ma invece  Schacht  dovette cedere alla richiesta del governo egiziano (stava per  prendere il potere Nasser) che volle da lui che esaminasse la situazione economica del paese, e desse i suoi consigli. Il delegato  indonesiano Sumitro  dovette lasciare al Cairo il banchiere  per qualche settimana, e proseguì il viaggio, per  preparare la giusta accoglienza in Indonesia.
Il particolare mi sembra  commovente:  dice  l’ammirazione e  la speranza (sì, la speranza)  con cui  queste classi dirigenti di paesi appena usciti dal colonialismo, dall’Indonesia all’India all’Egitto, avevano guardato all’esperienza del Reich  come possibile modello di  liberazione dallo sfruttamento finanziario dei colonizzatori, e  avevano visto  nel miracolo economico hitleriano in piena Grande Depressione  – di cui Schacht  era il riconosciuto artefice – un’alternativa al modello capitalista liberista.  Per Nasser come per Sukarno  o Chandra Bose,  Schacht non era il criminale nazista scampato alla forca, ma il venerato autore di un sistema di successo di cui ci si poteva fidare, perché   era alternativo al capitalismo di rapina che le ex colonie conoscevano troppo bene. La fama di Schacht come maestro di un’economia nazionale nell’interesse del popolo, era stata diffusa in Asia da due economisti che sì’erano formati in Germania, Nobosuke Kishi e poi Takeo Fukuda, che prima della guerra  e poi anche dopo, come ministri, avevano promosso lo sviluppo economico del Giappone applicando le ricette di Schacht.
Ciascuno di questi nuovi dirigenti del cosiddetto Terzo Mondo poteva far proprie le parole  alla lettera  che Schacht disse  a  Leon Goldensohn, lo psichiatra ebbero americano che “studiò”  gli imputati di Norimberga:
“C’era solo la scelta tra comunismo e Hitler e le dirò perché Hitler vinse. Le persone non rinunciano alla religione, ai diritti, alla libertà della persona, all’opportunità di crescere con lo  sforzo individuale  – ciò  che include la proprietà privata.
“L’altra ragione per la vittoria di Hitler è che se un intero popolo viene trattato come lo sono stati i tedeschi, dirà: “Siamo persone peggiori di altre? Siamo di razza inferiore?” Proprio come ogni singolo individuo ha bisogno e deve avere rispetto di sé, proprio come ogni famiglia è orgogliosa di tradizioni dignitose, così ogni nazione vuole mantenere il suo modo individuale, la sua cultura, la sua lingua e i suoi costumi.
“Fu sotto questi aspetti che il comunismo è fallito. I comunisti affermarono che Dio era una sciocchezza e una stupidità e predicava l’internazionalismo senza riguardo per i naturali sentimenti nazionali di una nazione. “
A Schacht si riconosce il merito di aver frenato l’iper-inflazione nel 1923  con la geniale  invenzione del Rentenmark, moneta coperta da una quota dei beni reali di ogni tedesco possidente, che miracolosamente prese a circolare senza corso forzoso
di aver manovrato con gli Alleati in modo che la Germania non pagherà  i  danni di guerra e l’immane debito estero; di aver agevolato la ripresa industriale con l’afflusso di enormi capitali americani: questi,  sovrabbondanti (per gli arricchimenti bellici degli USA ) nel  primo dopoguerra  erano poco remunerati in patria per una politica deliberata di bassi tassi d’interesse  della Federal Reserve, si riversavano altrove.
Nel 1926, il denaro era remunerato in USA il 4%, in Germania l’8.  In questa prima globalizzazione, i bassi salari tedeschi  stimolarono gli investimenti industriali ; con questi capitali roventi impiegati in macchinari modernissimi, la Germania “era avviata a diventare il paese industriale più avanzato del mondo;  la sete di manodopera   risucchiò milioni di uomini nelle città; Berlino passò da 2 a 6,5 milioni di abitanti”,  scrisse il giornalista (ebreo) Bruno Heilig nel 1938. L’abbondanza di capitali produsse, come al solito, la febbre edilizia. A Berlino  i terreni rincararono del 700% .   La  “libera stampa” di Weimar cominciò a piangere sul fatto che essendo i fitti bloccati (durante la guerra 1914-18), i proprietari terrieri non potessero lucrare il  “giusto” profitto da quei rincari. I fitti furono  (ex  bloccati)  per legge aumentati del 125%: tutto sulle spalle dei lavoratori malpagati.  Non mancarono scandalose privatizzazioni, come quella del porto fluviale di Berlino sulla Sprea (il secondo dopo Amburgo, a cui arrivavano  tutti i rifornimenti alimentari per la popolazione operaia)  ceduta dal comune di Berlino per  – per la cifra ridicola  di  369 mila marchi in unica soluzione –  ad una ditta di rentier, la Schenker & Busch, a cui il comune  elargì addirittura il capitale operativo, un prestito di 5 milioni di marchi.
Il  grande boom a credito durò 7 anni.  Le imprese industriali sovraproducevano –  ma s’erano indebitate oltre ogni dire per l’acquisto dei terreni rincarati, degli impianti, degli immobili. Del  resto, i capitali roventi americani erano stati risucchiati in patria dal crack del ’29. Gli industriali tedeschi cominciarono a faticare a “servire il debito”, e i “costi incomprimibili” –   e cominciarono ad esigere dal governo che lasciasse loro “comprimere” la  sola spesa che ritengono a cuor leggero comprimibile: i salari.
Fu a questo punto –  nel 1930 –  che Schacht diede le dìmissioni dalla presidenza della  Reichsbank:  era evidentemente contrario ad applicare le ricette di deflazione ed austerità che  il governo del cancelliere Bruening intendeva imporre come “cura” della crisi.
Poiché la potente macchina industriale produceva “troppo” nel nuovo clima mondiale recessivo dove esportava di meno, e si profilò la deflazione, gli industriali nel 1931 vollero “sostenere i prezzi” dei beni che producevano, riducendone le quantità. Con ciò, nota Heilig, “gli interessi sul debito, le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti, fino a divorarli”.  La soluzione fu quella che prescriveva il liberismo: “I lavoratori furono licenziati in massa…con poco sollievo per i datori di lavoro: per ogni lavoratore licenziato, era  anche  un consumatore che spariva”.
La “benedizione” del capitale internazionale facile aveva prodotto, come sempre, questo esito: sovrapproduzione, disoccupazione, deflazione da debiti. Nel corso del 1931, per molti industriali, “i cosiddetti costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati”.  Ovviamente, con l’insolvenza dei creditori, cominciarono a fallire le banche.  Il cancelliere Bruening, allievo-modello del liberismo dottrinario, spese miliardi (dei contribuenti) per “salvare le banche”,  e concesse sussidi amplissimi alle imprese in difficoltà.
La somiglianza con quel che ha fatto oggi – da vent’anni – la UE a guida Merkel, non può che sgomentare. Anche lei (con i 60  miliardi anche italiani) ha “salvato le sue banche”  dall’insolvenza greca; anche lei  ha favorito con ogni mezzo discutibile  l’export colossale delle auto; anche  la Germania d’oggi gode di un sussidio sleale essendo l’euro per essa svalutato.
E’ quindi con orrore che leggiamo  le “riforme” che  Bruening applicò nella convinzione di risolvere il problema. “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”. Per legge, si  badi:  quando si profila la rovina del capitale, il libero mercato non si applica più, i capitalisti reclamano l’intervento della mano visibile e pesante dello Stato.
La convinzione di Bruening – che chiamò  il taglio  “politica anti-deflazionista”  – era che, a forza di ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi.
E’  l’equivalente del “fare i compiti a casa” per i paesi indebitati,  delle “riforme”  per diminuire il debito pubblico con avanzi primari sostenuti per decenni, che hanno fatto deperire Italia e Spagna, distrutto al Grecia. L’equivalente del malvagio programma  UE che Padoa Schipppa rivelò così,  nel 2003, sul Corriere: “Nell’ Europa, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora.  Che dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”
Il cancelliere Bruening e il suo tardo emulo .
Bruening avrebbe dovuto intervenire, se mai, nell’alleviare il peso del debito delle imprese  – spesso contratto per comprare suoli sopravvalutati. Non lo fece, ovviamente.  “Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupata; la classe media spazzata via: questa – scrive Bruno Heilig  –  la situazione ad un anno  dall’apice della prosperità”, quella prosperità indotta dai capitali esteri roventi.  In quell’anno, il numero dei deputati nazisti al REichstag passò da  8 a107.
Il 5 gennaio 1931 Schacht   aveva già preso i contatti   col partito, molto prima della salita al potere nel 1933 a casa di Goering, insieme a Goebbels ed Hitler. Gettò tutta la sua influenza e il suo prestigio presso Hindenburg e gli ambienti bancari e industrriali   – che era indiscusso  – per fare andare  al potere il NDSAP
Quando torna  al  vertice della banca centrale, trova le riserve monetarie e d’oro ridotte a zero, il debito commerciale con l’estero pauroso, i capitali esteri svaniti per sempre. La Germania insomma non ha denaro, ed  ha  perso i suoi mercati d’esportazione dalla recessione globale, il suo potente e moderno apparato industriale costretto  al mercato interno, chiuso nei suoi angusti confini. Eppure è il solo paese  ad avere quel successo che sfugge a New Deal di Roosevelt (la disoccupazione resta in Usa al 19%, il potere d’acquisto dei lavoratori ridotto a un terzo inferiore a quello che avevano prima del ’29) e l’Inghilterra nonostante lo sbocco del suo impero.
A gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono quasi 7 milioni. A gennaio 1934, sono calati a  3,7 milioni. A giugno, non  sono che 2,5 milioni. Nel 1936  sono ancora 1,6 milioni. Nel 1938 son solo 400 mila.
Durante la Grande Depressione, unico Pil a crescere.
E ad assorbire la manodopera  non è, come ha ripetuto troppe volte la propaganda occidentale, il riarmo e le  sue industrie.. Fra il 1933 e il ’36,  è l’edilizia ad occupare di più (più 209% rispetto a Bruening), seguita dall’industria dell’auto (+117%); il settore acciaio e metallurgia ne occupa relativamente meno (+83%) .
Come ha ottenuto Schacht  questo successo? Senza stampare banconote e iper-inflazione? Anzitutto, scavalcando le banche nella fornitura di capitali alle imprese.
Ricordiamo la definizione classica dell’Enciclopedia Britannica: “La banca lucra gli interessi su tutto il denaro che crea dal nulla”:  ossia aprendo fidi  – assegni a vuoto –  alle imprese, che poi riempiono quel nulla “servendo il debito, ossia pagano gli interessi”.
Nel sistema hitleriano, è la Banca centrale di Stato che fornisce agli industriali i capitali. Non lo fa  aprendo fidi, ma creando cambiali –  più precisamente tratte –garantite dallo Stato, emesse da una impresa  fittizia Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H, gli effetti  MeFo: “garantite” vuol dire che un detentore di effetti MefFo poteva chiederne lo sconto  – il rimborso  -alla REichsbank, che avrebbe dovuto stampare moneta creando inflazione, Di fatto, le imprese non chiederanno mai il rimborso, anche perché gli effetti MEFo rendono un interesse del 4%, e se li scambieranno come fossero moneta contante. Dei minibot  o  piuttosto mega-bot  a circolazione interna.
Lo Stato, dal canto suo, pagava con questi effetti le commesse pubbliche che ordinò con grande lena alle  imprese private : a cominciare dalla autostrade, impiego all’epoca  innovativo. Ciò mise in moto il circolo virtuoso:
“All’origine, gli ordinativi dello Stato forniscono domanda  di lavoro, nel momento in cui la domanda è quasi paralizzata e il risparmio inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MeFo]; l’investimento mette  al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie al quale il debito a breve precedentemente creato può essere finanziato(ci si possono pagare gli interessi) e in qualche misura  rimborsato
(Così  l’economista britannico C.W. Guillebaud, “The Economic Recovery of Germany, 1933-193  – Londra 1939)
Con questo denaro creato dal nulla a beneficio del popolo anziché dei banchieri, la Germania è il solo paese che prospera nel gelo della recessione mondiale. La massa salariale passa dai 32 miliardi di marchi nel 1932, a 48,5  nel 1937.  I consumi alimentari aumentano (dai 42  chili di carne a testa nel ’32 si passa a 45, 9 nel ’37)  E ciò senza inflazione: l’indice del costo della vita, pari a 120,6  nel ’32, è salito nel’37 a 125,1.  E senza tassazione: il prelievo fiscale complessivo  sul reddito nazionale del Reich è tale, da far gridare d’entusiasmo se lo realizzasse un governo liberale e democratico: 27,6%.
Ora, è evidente che gli Effetti MeFo furono un debito pubblico mascherato, che non appariva nei bilanci e dunque non cadeva sotto la damnatio del dogma liberista. Ma come ha fatto Schacht a far dare i salari a 7 milioni di operai, senza stampare moneta?
Schacht a Norimberga rispose: se la recessione mantiene inoccupate lavoro  e lavoratori, officine, materie prime disponibili, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato  nelle casse delle imprese. 
Col senno di poi, possiamo veder quanto aveva ragione: l’Italia deperisce sotto l’austerità europea,  mentre centinaia di miliardi dei risparmiatori restano nelle banche inutilizzati e retribuiti  a tasso negativo, (o sotto  i materassi) per mancanza di impieghi produttivi  in cui investirli.
Ora si capisce  meglio come i grandi  paesi di nuova indipendenza desiderassero i consigli e la visita di Schiacht  come fosse la fata turchina.. … ma questo articolo, già troppo  lungo, manca  ancora di  una parte importante.
Fra cui il tema: come mai i tedeschi, avendo sostanzialmente ragione, riescono sempre a passare dalla parte del torto.
Fonte: qui

L’ULTIMO CRIMINE DI SCHACHT (Olio di palma in Indonesia)

Negli anni ’30, il miracolo economico hitleriano non fu dovuto soltanto agli effetti MeFo. Schacht istituì un severo regime di controllo dei cambi per tenere sotto controllo il deficit commerciale.  Gli importatori tedeschi avevano bisogno dell’autorizzazione della Banca Centrale per poter ricevere la valuta (dollari, sterline) necessari; tutto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori che di quelle valute disponevano. Con ciò, fu tagliato fuori il “mercato” monetario internazionale, ossia il lucro che  banchieri globali estraevano vendendo i dollari secondo il valore che i “mercati” davano al marco.  Il gran gelo dell’import-export  creato dalla Grande Depressione, paradossalmente, aiutò: i creditori della Germania venivano pagati in marchi moneta di Stato, spendibili solo all’interno della Germania. Di fatto, ciò creò spontaneamente  un mercato di scambio per  baratto: per il suo grano, l’Argentina – paese amico –  poteva scegliere nell’immenso catalogo  dei beni industriali che la Germania  offriva, dai giocattoli agli strumenti musicali, dalle macchie utensili alle auto, ai motori navali.
La Germania non aveva più bisogno  di procurarsi dollari e sterline, non era più soggetta alla speculazione monetaria del potere anglosassone.
“…La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica;  l’economia di  Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato concesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata […] ma prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega”.
A scrivere questa frase è stato un nemico, che ha combattuto la Germania hitleriana in guerra, il  generale britannico J.F.C.  Fuller. Un nemico leale che riconobbe in quel successo una delle cause, forse la preminente, della  decisione del mondo angli-americano di debellare il Reich.
“Quella pistola fumante finanziaria –   aggiungeva infatti Fuller (A Military History of theWestern World, Londra 1956,  pagine 368 e seguenti) – era puntata alla tempia  in modo particolare  degli Stati Uniti, che avevano il grosso delle riserve d’oro mondiali, e il cui sistema di produzione di massa richiedeva l’esportazione del 10 per cento dei loro prodotti  per scongiurare la disoccupazione. Inoltre,  poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli ebrei avevano irritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo che Hitler divenne cancelliere, Samuel Untermeyer, ricco procuratore di New York,  […] proclamò una guerra santa contro il nazionalsocialismo e dichiarò il boicottaggio economico sui beni, trasporti e servizi tedeschi”.
Le sanzioni americane non bastarono  a  frenare  il sistema di scambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti valutari in dollari e sterline, messi in opera dal sistema germanico. Sicché nel settembre 1939, quando era stata già decisa l’entrata in guerra degli Stati Uniti,  il celebre finanziere Bernard Baruch, consigliere e finanziatore di tre presidenti – da Woodrow Wilson ad Eisenhower –  raccomandava al presidente Roosevelt di “tenere bassi i nostri prezzi per conservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In questo modo, il sistema di baratto tedesco sarà distrutto”.
Ancora una volta vediamo come i dogmatici del “libero mercato” siano rapidi a calpestare i principi della loro dogmatica, quando gli conviene. In realtà,  erano gravi le offese che il  sistema  instaurato da Schacht  stava infliggendo  al liberismo occidentale.  Il generale Fuller le elenca:
“Hitler [Schacht] decise di
  • Rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la moneta tedesca  sulla produzione [il lavoro] invece che sulle riserve auree.
  • Di procurarsi le merci da importare per scambio diretto o baratto.
  • Di porre termine alla cosiddetta “libertà dei cambi”, ossia alla licenza di speculare sulle fluttuazioni delle monete e di trasferire i capitali privati da un Paese all’altro secondo la situazione politica.
  • Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito.
Soprattutto il primo  punto –  la scoperta che è il lavoro produttivo a  riempire di valore una moneta, non “i mercati monetari internazionali” – e  il quarto: che si può creare moneta dal nulla quando ci sono braccia e risorse inutilizzate invece di chiederla  in  prestito –  furono praticamente imperdonabili, e da lavare col sangue.
E’ così che si spiega come, dal ’36 in poi,  Hjalmar Schacht consiglia ad Hitler di dedicare somme maggiori alle importazioni  – ossia a spendere in valute estere senza baratto  – “per migliorare  i nostri rapporti con l’estero”.  Meglio al corrente del Fueher  degli umori rabbiosi che si  stavano accumulando a Londra e Wall Street, proponeva insomma: indebitiamoci un po’, per acquietare gli usurai.  Col senno  di poi  – e avendo provato  in Europa  ciò di cui è capace il sistema pur di  stroncare i “sovranisti” –  dobbiamo riconoscere che aveva ragione ancora una volta lui.
Naturalmente Hitler non seguì il consiglio. Anzi cominciò  a diffidare del  suo banchiere.  Schacht fu allontanato dal potere,  e se ne allontanò lui stesso ritirandosi a  vita privata : ma senza mai partecipare a complotti contro Hitler. Solo che il 20 luglio del ’44, dopo l’attentato degli ufficiali, Himmler  con il placet di Hitler, e la scusa  di eliminare ogni opposizione ed ogni fronda, farà arrestare anche  Schacht.   Anzi lo si internerà  a Dachau, ricordandosi  improvvisamente della sua origine ebraica. Di lì lo tireranno fuori gli Alleati, per portarlo a Norimberga…
Sull’ebraismo di Schacht non si facevano illusioni, prima di tutti,  gli ebrei. Bastava guardarlo per vedere in lui, anche fisicamente, il nazionalista tedesco. Era l’uomo che non corresse mai ciò che disse  in un discorso a Koenigsberg il 18 agosto 1935:
“Gli ebrei devono rendersi conto che la loro influenza in Germania è scomparsa per sempre. Vogliamo mantenere il nostro popolo e la nostra cultura puri e distinti,  proprio come gli ebrei hanno sempre richiesto per se stessi”.
Nel  1954, quando nel pieno della sua nuova attività di consulente internazionale dei paesi non allineati, nel volo di ritorno da Calcutta  a Roma,  il volo di linea fa scalo a Tel Aviv invece che al Cairo, Schacht   si sente perduto: sa che gli ebrei sono alla sua caccia, come agli altri criminali nazisti.  Gli israeliani apprenderanno troppo tardi chi era il personaggio sul volo Calcutta-Roma.
Torniamo al  suo viaggio in Indonesia. Il primo di una serie, perché  “i grandi leader dei Paesi non allineati lo chiamano per consulenze, come Nasser, in Egitto, Sukarno in Indonesia e Nehru in India. Lavorerà indefessamente anche in Siria, in Iran, nelle Filippine, in Algeria, senza deviare dalla sua linea: sviluppo economico per tutti, pegno, a suo dire, di stabilità e di pace”  (Massimo Jacopi).
Quando atterra a Jakarta il 3 agosto  1951 con la moglie, il potente partito comunista indonesiano organizza un protesta. Di questa  resta memoria in Stella rossa , organo del Partito Comunista Indonesiano (PKI) Vol. 7 del 1951,  dove si legge una dichiarazione del Politburo del PKI CC secondo cui il consiglio di Schacht avrebbe giovato solo agli imperialisti e avrebbe trascinato l’economia indonesiana in preparazione alla nuova guerra mondiale”.  A  conferma che, in ogni parte del mondo, i comunisti non capiscono mai nulla.
A Norimberga
Schacht restò a Jakarta tre mesi, lavorando  molto bene con  gli esperti locali, e a ottobre  consegnò il suo rapporto al governo.  Vedo che tale rapporto è disponibile su Amazon:
General economic conditions in Indonesia: Report presented to the Indonesian Government  – 1951
E che è stato digitalizzato dalla Indiana University nel 2011.
Se qualcuno vuole leggerlo.  Io non lo farò, sono troppo vecchio per orientarmi in questo genere di studi  storici asiatici.
https://www.nytimes.com/1964/01/21/archives/hjalmar-schacht-planning-indonesia-palmoil-plant.html
Dirò solo che il 21 gennaio 1964, il New York Times riferiva in un trafiletto che  “Il dottor Hjalmar Schacht  e un banchiere di Amburgo stanno per costruire una ditta per  la produzione di olio di palma in Indonesia, del valore di 4,24 milioni di dollari  –  il capitale  è fornito dal socio d’affari Rudolf Muenemann”.   Olio di palma! Negli anni di Greta e dei gretini,  sarebbe abbastanza per una condanna postuma e definitiva  del criminale.
Il trafiletto non dice se Schacht era tornato di persona in Indonesia.  Possibile? Aveva allora 87 anni;  e poteva sfidare lo spaventoso clima   tropicale indonesiano?  Chissà.  Ma in fondo non mi stupirebbe. Dopotutto lui, a 71 anni, era rinato.
Fonte: qui

giovedì 24 ottobre 2019

PAGATI PER NON FARE NIENTE: REDDITO A 980MILA NULLAFACENTI, SOLO 5 SU 100 CERCANO LAVORO

ANCHE IL GOVERNO E' COSTRETTO A PARLARE DI "FALLIMENTO"

IL FLOP DEI CENTRI PER L'IMPIEGO: IN SETTE MESI COLLOQUI CON APPENA 49MILA PERSONE. GLI ALTRI PAGATI PER STARE A CASA...

Paolo Bracalini per “il Giornale”

Pagati per non far niente.

Le peggiori previsioni sul quel che sarebbe successo col reddito di cittadinanza si stanno puntualmente verificando. Propagandata da Di Maio come una misura per reinserire i disoccupati nel mercato del lavoro, il Rdc si sta invece rivelando come un sussidio puro e semplice, senza alcun vero meccanismo per far lavorare chi attualmente non ha una occupazione (o ne ha una in nero, in moltissimi casi, come sta scoprendo la Guardia di finanza). Dopo sette mesi dalla partenza del reddito, su 982mila percettori del benefit statale soltanto una misera percentuale, circa il 5%, ha infatti attivato un «patto per il lavoro».
Si tratta di una sorta di contratto che il beneficiario del reddito firma dopo aver definito il proprio «bilancio delle competenze» e essersi impegnato a rispettare gli obblighi previsti dalla legge, tra cui quello di accettare una proposta di lavoro congrua, la cosiddetta «fase 2» del reddito di cittadinanza. Ecco, questa procedura finora, a sette mesi dall' avvio del Rdc, l' hanno fatta soltanto 50mila beneficiari del reddito di cittadinanza, su quasi un milione.
di maio reddito di cittadinanza
In altre parole il 95% di coloro che ogni mese ricevono il sussidio non ha neppure lontanamente iniziato l' iter per essere poi inserito nelle «liste di collocamento» dei centri per l' impiego. I quali, nel romanzo di fantascienza partorito dai Cinque Stelle (e approvato anche da Salvini), dovrebbero poi offrire ben tre posti di lavoro ad ogni disoccupato. La realtà si sta rivelando completamente diversa dai sogni grillini. Finora l' unica cosa che funziona (e neanche bene) è il pagamento del reddito, ma tutta l' architrave che doveva traghettare gli assistiti verso il lavoro, attraverso l' intermediazione dei navigator assunti dalla Pa, con aggravio di spesa pubblica, si sta rivelando un drammatico bluff.
I dati parlano chiaro. «Secondo le prime verifiche parziali, ci sono 200mila convocazioni, 70mila colloqui e 50mila Patti per il lavoro sottoscritti» spiega la coordinatrice della Commissione lavoro della Conferenza delle Regioni Cristina Grieco.
di maio conte card reddito
Neanche 50mila, per la precisione 49.896. E questi non hanno trovato un lavoro, sono stati semplicemente schedati in vista del miraggio di un posto di lavoro. E gli altri 150mila convocati? Finora non si sono presentati nei centri per l' impiego, avevano altri impegni. Le Regioni protestano, chiedono una «data unica» per applicare le sanzioni verso chi non si presenta ai colloqui. Ma anche sul fronte dei lavori socialmente utili, previsti dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza come condizione per poterlo ricevere, siamo in enorme ritardo. Solo ieri il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha firmato il decreto per attivare i Comuni sulle modalità per far svolgere ai sussidiati dei servizi alla comunità, per qualche ora alla settimana. Cosa che, finora, non stanno assolutamente facendo.
luigi di maioLUIGI DI MAIO
Insomma, come scrive Italia Oggi, per ora si configura come «reddito di cittadinanza a sbafo». Anche il governo è costretto a parlare di «fallimento». «Dobbiamo concentrarci sulla fase due perché i navigator non diventino il capro espiatorio di un eventuale fallimento - dice al Sole24Ore la sottosegretaria Pd al Lavoro, Francesca Puglisi - I primi beneficiari profilati dai centri per l' impiego mostrano competenze molto basse, poco più della scuola secondaria di primo grado, e una storia di disoccupazione che dura da anni». Insomma profili che difficilmente incontreranno mai le esigenze di una datore di lavoro.
«Non solo. Gli operatori dei Centri per l' impiego e i navigator, da soli, difficilmente potranno gestire una ricollocazione così massiccia. Occorre intervenire, coinvolgendo meglio le agenzie per il lavoro private accreditate per favorire il più rapido inserimento». Quindi anche i navigator, sbandierati da Di Maio come una grande innovazione, sono inutili, serviranno consulenti esterni a pagamento. Nel frattempo, un milione di persone continua a ricevere l' assegno mensile, in media 482 euro al mese. Senza fare nulla e senza essere neppure candidabile ad un posto di lavoro. Il tutto per la modica cifra di 6 miliardi di euro.
luigi di maio e la card per il reddito di cittadinanza 2LUIGI DI MAIO E LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA 
Fonte: qui

A POMIGLIANO D’ARCO, PAESE NATALE DI LUIGI DI MAIO, SU 39MILA ABITANTI 12MILA RICEVONO IL SUSSIDIO. MA DOPO SEI MESI NESSUNO HA RICEVUTO UNA PROPOSTA DI LAVORO 
SONO STANCHI DI ESSERE PAGATI PER BIGHELLONARE, MA IL PROBLEMA È CHE MANCA LA NORMATIVA PER PROCEDERE ALLA FASE DUE 
IL SINDACO LELLO RUSSO: “QUI NON C’È LAVORO. IL REDDITO È UNA PRESA IN GIRO”
Niccolò Zancan per “la Stampa”
il centro per l'impiego di pomigliano d'arco 1IL CENTRO PER L'IMPIEGO DI POMIGLIANO D'ARCO 
Non lavorare stanca. Seppur con in tasca 620 euro di reddito di cittadinanza. «Mi sento depresso e inutile», dice il signor Agostino Fiorino. «Mi alzo alle 6 tutte le mattine e non so cosa fare». «Anche io voglio faticare», dice la signora Giuseppina Ricci. «A me interessa qualsiasi lavoro pur di finire il mese in modo giusto. Così, invece, i soldi non bastano e in più sono senza soddisfazione». «Ne parlavo l' altro giorno a tavola con mia moglie» dice il signor Ciro Demaria, che a marzo era stato il primo a mettersi in coda per la domanda.
di maio reddito di cittadinanzaDI MAIO REDDITO DI CITTADINANZA
«Per fortuna riceviamo questi soldi, per carità. Ringraziamo per il reddito. Ma quando scatta la fase 2?». In Italia sono 982.000 le persone che hanno diritto al reddito di cittadinanza. Con 100.416 domande accolte su 142.764 presentate, la provincia di Napoli è quella con più persone coinvolte. A Pomigliano d' Arco, il paese natale di Luigi Di Maio, l' ex ministro del lavoro che mise la firma su questa riforma, su 39 mila abitanti 12 mila hanno ottenuto il sostegno economico. Sono passato sei mesi e nessuno ha mai ricevuto una proposta di lavoro. Nemmeno è stato chiamato per un impiego socialmente utile dal Comune.
ciro demaria, il primo a richiedere il reddito di cittadinanza a pomiglianoCIRO DEMARIA, IL PRIMO A RICHIEDERE IL REDDITO DI CITTADINANZA A POMIGLIANOlello russo sindaco di pomigliano d'arco 1LELLO RUSSO SINDACO DI POMIGLIANO D'ARCO 
Lello Russo, sindaco di centrodestra al sesto mandato, spiega perché: «Ho parlato con l' Inail, non è ancora pronta la normativa. Non posso assumere. Ma il problema del reddito di cittadinanza è che hanno barattato un servizio di carattere caritatevole con uno strumento per trovare lavoro. Non c' è lavoro qui. Il reddito è una presa in giro. Se io mettessi un bando da 10 milioni per chi scova un solo posto di lavoro nel circondario quei soldi resterebbero al sicuro nelle casse del Comune». Dalla casa natale di Luigi Di Maio al centro per l' impiego di Pomigliano d' Arco ci vogliono dieci minuti a piedi.
Di Maio come il mago Silvan by GianBoyDI MAIO COME IL MAGO SILVAN BY GIANBOY
Oggi sono 55 le persone in coda per firmare il cosiddetto "patto per il lavoro". Agostino Fiorino: «Quando hanno chiamato il mio nome, mi sono seduto nella prima stanza a destra. Sono stato cinque minuti a parlare con un impiegato. Fra le mie competenze abbiamo scritto ausiliario specializzato nel settore sociosanitario perché ho lavorato 11 anni all' Anffas di Napoli, e poi imbianchino e muratore. Alla fine del colloquio ho chiesto: "C' è speranza?".
il centro per l'impiego di pomigliano d'arcoIL CENTRO PER L'IMPIEGO DI POMIGLIANO D'ARCO
L' impiegato ha risposto: "Non lo sappiamo"». Agostino Fiorino tiene fra le dita il foglio con scritto «Ricevuta Consegna Documento di stipula del Patto per il lavoro». Inizia con queste parole: «Il signor Agostino Fiorino ha stipulato in dato odierna». Su 12 mila «percettori» del reddito a Pomigliano d' Arco - li chiamano così - meno di mille sono stati chiamati a firmare quel documento. La fine prevista della coda è, nella migliore delle ipotesi, fra febbraio e marzo 2020. A tutti gli uffici dell' impiego della Campania è arrivata una lettera da parte della giunta regionale: «In riferimento alle attività propedeutiche per l' intervento statale detto reddito di cittadinanza, le SSVV sono invitate a organizzare lavoro straordinario, oltre l' orario di servizio, secondo il budget assegnato ai propri uffici».
lello russo sindaco di pomigliano d'arcoLELLO RUSSO SINDACO DI POMIGLIANO D'ARCODI MAIO E LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA BY LUGHINODI MAIO E LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA BY LUGHINO
Dalla trincea di Pomigliano D' Arco, la dirigente Maria Luisa Brillo cerca di mantenere il profilo più basso che può: «Siamo qui. Abbiamo organizzato due turni. Chiameremo tutti». Ma il lavoro?
«Quello è un problema strutturale».
pomigliano d'arcoPOMIGLIANO D'ARCO
Il lavoro non c' è. La situazione sta peggiorando. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia è intervenuto a Capri al convegno dei giovani imprenditori: «Il sud è in recessione. Lo dicono i dati».
C' è da sfangare la giornata ancora una volta. «Se mi fanno andare a pulire con lo straccio il pavimento di un ospedale, ci vado» dice Agostino Fiorino. «Voglio stare bene e sentirmi autonomo.
Prima facevo almeno qualche lavoretto in nero da imbianchino. Ora non posso.
il sito per il reddito di cittadinanza 4IL SITO PER IL REDDITO DI CITTADINANZA giuseppe conte e luigi di maio con la postepay per il reddito di cittadinanzaGIUSEPPE CONTE E LUIGI DI MAIO CON LA POSTEPAY PER IL REDDITO DI CITTADINANZA
La sera non arriva mai. Ho 52 anni e vivo appoggiato a casa dei miei genitori con mia figlia». Vanno in giro con la tessera gialla delle poste. Hanno l' obbligo di spendere tutto entro la fine del mese. «Si vede che sono persone in difficoltà» dice Anna Poli cassiera al supermercato Brava&Casa dietro piazza Giovanni Leone. «Dicono: menomale che ci sta la carta.
lello russo sindaco di pomigliano d'arco 2LELLO RUSSO SINDACO DI POMIGLIANO D'ARCO 
Comprano beni di prima necessità. Cancelleria scolastica. Mutande. I nostri incassi negli ultimi sei mesi sono aumentati del 15-20%». Dal verduriere: 5 fasci di friarielli a 2 euro. «Ma la cosa peggiore è che tutti vogliono il liquido», dice la signora Giuseppina Ricci. «Anche i pesciaiuli. Anche per un frigorifero. Anche per riparare i denti. O gli dai i contanti o saluti».
Paolo Nastasi il pusher di siracusa con il reddito di cittadinanza e la porschePAOLO NASTASI IL PUSHER DI SIRACUSA CON IL REDDITO DI CITTADINANZA E LA PORSCHE
Speculare alla situazione dei «percettori» del reddito di cittadinanza, c' è quella dei navigator: sono 471 quelli che hanno vinto il concorso per lavorare in questa regione. Ma il governatore Vincenzo De Luca finora non ha mai voluto assumerli per un motivo pratico. Nei centri per l' impiego della Campania ci sono già 654 precari che aspettano di essere regolarizzati: i navigator con il loro contratto a termine si aggiungeranno a questa situazione disastrata. Ma dopo mesi di proteste e scioperi della fame, l' accordo è stato trovato. Verranno messi sotto contratto. «Partiamo in ritardo, ma speriamo bene», dice la navigator in pectore Giulia Aimone. Sono tutti animati dalle migliori intenzioni, ma nessuno ha ancora trovato il modo di risolvere il problema: inventare il lavoro dove non c' è.
Fonte: qui