9 dicembre forconi: Marcegaglia
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martedì 10 gennaio 2017

MONTEPASCHI: MARIO DRAGHI SAPEVA. E AUTORIZZO’.

(mb. La crisi del Montepaschi ha le sue origini nella acquisizione di Antonveneta nel 2008 ad un prezzo demenziale.  
L’avvocato italiano Paolo Emilio Falaschi, nell’interesse dei soci, ha prodotto la lettera con cui il governatore di Bankitalia – tale Mario Draghi – autorizzava e giustificava l’acquisto. 
Ben due procure,  pur avendo visto la lettera, hanno escluso “ogni responsabilità” di Bankitalia e di Draghi: prova di come le oligarchie inadempienti e le plutocrazie pubbliche in Italia si coprano l’un l’altra.
Però in Germania hanno letto l’articolo-rivelazione di Franco Bechis (uno dei migliori giornalisti economici) che qui sotto pubblichiamo, e ne hanno tratto una nuova arma nella loro guerra contro Mario Draghi alla BCE. Servirà a delegittimarlo  e a indebolirlo. Tipica storia italiana: tanto furbi da essere collettivamente scemi).

Di Franco Bechis

Mps, I Misteri Di Draghi E Il Giallo Sulla Commissione Jp Morgan
15 DIC , 2016

La lettera porta la data del 17 marzo 2008, e ha la firma dell’allora governatore della Banca di Italia, Mario Draghi. Oggetto: “banca Monte dei Paschi di Siena- Acquisizione della partecipazione di controllo nella Banca Popolare Antoniana Veneta”.

E’ l’origine di tutti i guai dell’istituto senese che ancora una volta è appeso per salvare se stesso e le migliaia e migliaia di depositanti e risparmiatori all’aiuto che il nuovo governo guidato da 
Paolo Gentiloni potrebbe dare per decreto legge nei prossimi giorni.
draghi-montepaschi
Ma anche il passaggio successivo di Draghi desta qualche sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza della Banca di Italia. Perché spiega come Mps avrebbe trovato quei 9 miliardi necessari all’operazione: “un aumento di capitale per 6 miliardi (di cui 1 miliardo con esclusione del diritto di opzione), l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi e il ricorso a un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare anche mediante cessione di assets non strategici”. Non solo Draghi descrive quel tipo di reperimento dei fondi, ma ne sposa la ratio, subordinando espressamente l’acquisto di Antonveneta “alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate, con specifico riguardo agli interventi di aumento di capitale e di emissione di strumenti ibridi e subordinati, in osservanza delle vigenti disposizioni normative in materia di patrimonio di vigilanza”.
Attenzione, siamo nel 2008. 
Quindi proprio nel momento dell’esplosione della crisi finanziaria in tutto il mondo legata proprio all’emissione di quegli “strumenti ibridi e subordinati” che vengono raccomandati da chi aveva istituzionalmente la tutela della “sana e prudente gestione” delle banche italiane.

Ed è proprio quel passaggio che fa insorgere Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che si chiede ora “ Perché Bankitalia e Draghi favorirono quella rischiosa operazione, nonostante conoscessero dalle ispezioni, che MPS non avesse i conti in ordine dopo l’acquisto di Banca 121 (ex Banca del Salento) ad un prezzo proibitivo, lo scandalo di May Way e For You?

Secondo Lannutti “Draghi non era uno sprovveduto: oltre che Governatore di Bankitalia, era presidente del Financial Stability Forum, un organismo internazionale nato nel 1999 su iniziativa dei Ministri finanziari e dei Governatori delle Banche centrali del G7, per promuovere la stabilità finanziaria internazionale e ridurre i rischi del sistema finanziario”. 
Il numero uno di Adusbef si fa una domanda maliziosa: “Draghi autorizzò quella rischiosissima operazione con Antonveneta per non pregiudicare gli appoggi politici del PD e di ambienti di Forza Italia (allora al governo) tutti legati a Mps nel groviglio armonioso del ‘sistema Siena’, visto che avrebbero potuto ostacolare le proprie ambizioni alla presidenza della Bce?

Fonte: qui


Bechis: noi diamo i soldi a Mps e loro proteggono chi li ha messi ko

L'unico atto di rilievo finora firmato dal governo di Paolo Gentiloni è la variazione di bilancio e il successivo decreto salva banche che autorizza lo Stato ad indebitarsi di 20 miliardi in più per quello scopo. Più di un terzo di quella somma- 8 miliardi- servirà al salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, l'istituto di credito messo peggio di tutti. Con i soldi dei contribuenti italiani verrà messa una toppa a una pessima gestione del credito che oggi conta 47 miliardi lordi di sofferenze.
In gran parte soldi prestati a grande imprese per amicizia o per storici legami, senza chiedere le adeguate garanzie. Quelle non hanno restituito il dovuto, e la banca oggi affoga nei suoi guai. Da cronache giornalistiche sappiamo che in quell'elenco c'è il gruppo Sorgenia che all'epoca apparteneva a Carlo De Benedetti, e - attraverso la controllata Bam- il gruppo Marcegaglia guidato da Emma Marcegaglia. Nè l'uno nè l'altra hanno chiesto scusa per i guai causati al sistema pubblico, anzi. Entrambi continuano pure a fornire prediche sui mali e guasti dell'Italia di cui proprio loro sono responsabili.
La Marcegaglia è stata pure premiata come manager e chiamata alla presidenza dell'Eni dal governo di Matteo Renzi. 

Ma chi sono gli altri che hanno preso i soldi da Mps e non li hanno mai restituiti? La domanda è stata fatta più volte invano in assemblea dai piccoli azionisti Mps, che hanno sempre trovato di fronte un muro di gomma. E' accaduto anche il 24 novembre scorso, quando a rispondere era il nuovo amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, il manager che avrebbe dovuto salvare con capitali privati la banca e che oggi invece bussa alla porta dello Stato per avere il salvagente. Morelli ha risposto così: "Faccio presente che ai sensi della disciplina vigente e precisamente per la legge sulla privacy, non è possibile fornire i nominativi dei soggetti cui si riferiscono i crediti in sofferenza, che riceverebbero un significativo danno reputazionale dalla diffusione di tali informazioni".


Capite? Il danno causato da quei signori lo pagano i contribuenti italiani, che nessuno protegge
Ma chi ha preso i soldi ed è scappato via è tutelato più di ogni altro, perché mai si sapesse in giro che è solito comportarsi così, si rovinerebbe la sua reputazione. Una tesi grottesca. Ancora di più se si pensa che in questi anni le banche hanno dato soldi solo a gente così.

Chiudendo la porta in faccia ai piccoli o ai giovani che cercavano finanziamenti per una buona idea con cui gli istituti di credito avrebbero sicuramente rischiato assai meno...

Fonte: qui


COME E' SPROFONDATA MPS: NON RESTITUISCI IL TUO DEBITO?

TRANQUILLO, ENTRO NEL CAPITALE, INIZIANDO UNA DISAVVENTURA CHE DI ANNO IN ANNO È DIVENTATA PIÙ DRAMMATICA 

IL CASO SORGENIA (ALL'EPOCA DI DE BENEDETTI) E MARCEGAGLIA 

LA DIRIGENZA MPS AI DIPENDENTI: GUAI A VOI SE RIVELATE I NOMI 

MA DENTRO CI SONO UN PO’ TUTTI, A PARTIRE DALLE AZIENDE MUNICIPALIZZATE DI SIENA E DI ROMA


Franco Bechis per Libero Quotidiano
MARCO MORELLIMARCO MORELLI

Per ora chi dovrebbe fare luce sui crediti facili concessi da Mps non ha alcuna intenzione di svelare chi non ha restituito il dovuto all' istituto senese, e continua a difendere la privacy dei bidonisti, come ha fatto anche il nuovo amministratore delegato della banca, Marco Morelli: «Non possiamo fare quei nomi, altrimenti rovineremmo la loro reputazione».

Di più: i vertici della banca hanno avvertito con una mail-circolare anche i propri dirigenti e dipendenti: se uscirà qualcuno di quei nomi, scatteranno inchieste interne e provvedimenti disciplinari.

Ma il pressing mediatico e politico-istituzionale per fare pubblicare la lista di chi ha preso i soldi e non li ha restituiti è così alto e continuo che difficilmente lo scudo di Morelli potrà resistere a lungo. Anche perché se Mps si trova in queste condizioni e ancora una volta bussa alla porta dello Stato chiedendo un salvataggio pagato dai contribuenti, non poco è dovuto a quei 47 miliardi di sofferenze lorde che si sono accumulate in modo esponenziale negli ultimi anni proprio per il credito facile concesso a medie e piccole aziende.

BANCHEBANCHE
Mentre il Monte si blinda, però qualche nome di quell' elenco Libero è in grado di farlo, grazie alla consultazione dei bilanci di alcuni clienti della banca senese e alle doverose comunicazioni alle autorità di vigilanza fatte in questi anni quando si è trattato di ristrutturare la posizione debitoria di alcuni di loro.

Si tratta sempre di imprese che non hanno restituito quello che avevano ricevuto dalla banca, che in molti casi ha dovuto condonare parte del debito e concedere nuove linee di credito nella speranza di non perdere proprio tutto. In altri casi ha escusso i pegni che aveva, non rientrando quasi mai però dell' esposizione. In altri ancora Mps è stata costretta a trasformare il credito vantato in capitale azionario, concedendo poi nuova finanza a quella che era divenuta una parte correlata e partecipando alla copertura annuale delle perdite quando la situazione non si raddrizzava.
sorgeniaSORGENIA

Casi simili, dunque, a due di quelli già emersi in questi giorni: quello di Sorgenia, in cui Mps fu costretto ad entrare dopo avere dato senza possibilità di riaverli indietro 650 milioni di euro al gruppo che all' epoca era di Carlo De Benedetti, e quello del gruppo Marcegaglia esposto per decine di milioni di euro con la Banca agricola mantovana, controllata da Mps.

SANSEDONISANSEDONI
Nelle stesse condizioni si trovano altri rilevanti gruppi pubblici e privati. Così in quell' elenco dei cattivi pagatori sono entrati una dopo l' altra negli anni le più importanti cooperative rosse del mondo delle costruzioni e in qualche caso anche nel settore del consumo.

Siccome non riuscivano a restituire più i soldi ricevuti essendo andato in crisi il loro mercato di riferimento, sia Mps che la omonima Fondazione sono entrate nel capitale di società di quei gruppi, iniziando una disavventura che di anno in anno è diventata più drammatica.

Palazzo Sansedoni SienaPALAZZO SANSEDONI SIENA
Uno dei casi più significativi è stato quello del gruppo Sansedoni Siena spa, nato all' interno di Unieco e oggi proprio per i soldi non restituiti divenuto parte correlata della banca senese. Mps ha trasformato il credito vantato (25,9 milioni) nei confronti della capogruppo nel 21,75% del capitale, e poi ha concesso altri prestiti. Anche perché la stessa cosa è accaduta con società controllate a valle: Marinella spa, che non era in grado di restituire 26,9 milioni. Stessa situazione nei confronti di altre due controllate dirette o indirette dalla Sansedoni Siena: la Sviluppo ed Interventi immobiliari spa e la Beatrice srl in liquidazione, per cui è stato congelato un debito di 48,4 milioni di euro.

emma marcegagliaEMMA MARCEGAGLIA
L' esposizione complessiva del gruppo Sansedoni Siena nei confronti di Mps ammontava a giugno 2016 a 104,7 milioni di euro. Per restare ai difficili rapporti finanziari con il cliente Unieco, un altro debito di 20 milioni è in ristrutturazione fra Mps e la società di Reggio Emilia Le Robinie spa, che all' 80% è controllata dalla coop di costruzioni e dove il restante 20% è diventato di proprietà di Mps proprio per la trasformazione dei crediti in azioni.

Altri 20 milioni di euro sono finiti nel calderone delle sofferenze non più recuperabili e riguardavano una società senese, la New Colle Srl, che è stata dichiarata fallita un anno fa dopo anni di tentativi di ristrutturazione da parte del gruppo Mps, che avevano anche portato a un ingresso nel capitale di Mps Capital services spa. Cifre inferiori, pari a 11,3 milioni di euro riguardano invece il gruppo Fenice della famiglia Fusi (quella della Baldini Tognozzi Pontello- Btp) e soprattutto le relative controllate immobiliari Una spa (hotel), Euro srl, Il Forte spa.

Lucia Aleotti Menarini e MpsLUCIA ALEOTTI MENARINI E MPS
Anche in questo caso prima di cercare di ristrutturare il debito Mps ha convertito parte dei prestiti non restituiti in quote di capitale, arrivando al 20,54% della Fenice holding spa sia attraverso la banca capogruppo (4,16%) che attraverso Mps Capital services (16,38%). Altri problemi con i privati sono arrivati dall' antico rapporto con il gruppo farmaceutico Menarini, ma in questo caso si è messa di mezzo anche una indagine della magistratura con il sequestro di beni e liquidità dell' azienda.

C' è poi il settore pubblico, che è una vera idrovora per Mps. Le società regionali o le municipalizzate toscane si sono rivelate un pozzo senza fondo, continuando a pompare risorse dalla banca, poi costretta ad entrare nel loro capitale quando i soldi non venivano restituiti. Così è accaduto con Fidi Toscana spa (27,46% del capitale in mano a Mps), per cui ancora il 31 agosto scorso è stato garantito un ulteriore affidamento di 98 milioni di euro. C' è una esposizione di poco inferiore ai 10 milioni di euro, già più volte ristrutturata e allungata con la concessione di nuova finanza, con le Terme di Chianciano, e analoghi problemi ci sono stati con l' Interporto Toscano A. Vespucci spa, dove è stato convertito in azioni un credito vantato e non pagato di 4,8 milioni di euro.
FIDI TOSCANAFIDI TOSCANA

Per restare al settore pubblico una delle maggiori spine di Mps viene dalla capitale: le municipalizzate del comune di Roma oggi guidato da Virginia Raggi (che c' entra poco però con quei debiti). Ci sono state rimodulazioni del debito con Acea e Metro C, ma i veri problemi vengono dall' Atac, la società di trasporto locale della capitale.

autobus atacAUTOBUS ATAC
Mps aveva partecipato con altre 3 banche a un finanziamento in pool nel 2013 per più di 200 milioni di euro, che è poi è stato rischedulato a 163 milioni di euro nell' autunno scorso, davanti alla evidente impossibilità di Atac di ripagare il dovuto. Il rischio per la banca senese in questo caso è intorno ai 30 milioni di euro. Ma i casi qui citati sono solo una piccola punta di quell' iceberg che sta per venire fuori.


Fonte: qui

giovedì 29 dicembre 2016

IL 70% DEI CATTIVI DEBITORI DI MPS NON SONO ARTIGIANI O COMMERCIANTI MA RICCHI IMPRENDITORI, COME LA FAMIGLIA DE BENEDETTI (CASO SORGENIA) O I MARCEGAGLIA


CHE A MARZO HANNO RICEVUTO(DA FALLITI) UN NUOVO FINANZIAMENTO DI QUASI MEZZO MILIARDO, NONOSTANTE ABBIANO GIÀ 1,5 MILIARDI DI DEBITI


Giuliano Zulin per ''Libero Quotidiano''

titolo mps in 12 mesiTITOLO MPS IN 12 MESI
Natale è passato, ma il governo (e la Bce) si apprestano a fare un bel regalo agli italiani: una tassa di 251 euro a famiglia. L'altro ieri abbiamo scoperto che l'aumento di capitale di Montepaschi non sarà più di 5 miliardi, bensì di 8,8. Dei quali ben 6,5 saranno a carico del contribuente. Il conto dunque è presto fatto.

Basta dividere 6,5 miliardi per quasi 26 milioni di famiglie e spunta fuori l' obolo per Siena: 251 euro, appunto. Le associazioni dei consumatori hanno dato altri numeri, prendendo a riferimento tutta la dote del cosiddetto decreto salva-risparmio, 20 miliardi, votato a tempo di record dal Parlamento (dieci minuti esatti): 330 euro a italiano, compresi neonati e ultracentenari, che fanno 774 euro a famiglia. Che sberla, eh...
RENZI MPSRENZI MPS

Però quello che fa più arrabbiare è il caso Mps. Innanzitutto per un motivo politico: fino a fine novembre la banca più antica del mondo teneva botta, ma dopo il referendum è scattata la fuga di correntisti e risparmiatori per timori di un crac. Da qui l' allargarsi del buco e la richiesta della Bce di iniettare più soldi nelle casse malandate di Siena.

Eppure l'idea di fare le pulizie finali dalle sofferenze nei bilanci è di fine luglio. Perché si sono sprecati cinque mesi? Lo capiamo il motivo: il governo Renzi non voleva usare denari pubblici per salvare l'istituto che fu del Pd. Va bene, ma quei 3,8 miliardi aggiuntivi? In fondo sono soldi nostri, no? È come aver buttato al vento il gettito della tassa sulla prima casa...

MPSMPS
Quello che però fa veramente incazzare è anche la gestione allegra di Siena nel concedere prestiti. Ci hanno spiegato che le banche sono in crisi perché da otto anni il Pil è agonizzante, per cui molti finanziamenti alle imprese si sono trasformati in sofferenze. Giusto, peccato che, a un'analisi sommaria, si scopra che il 70% dei cattivi debitori del Monte non siano l' artigiano o il commerciante travolti dalla crisi.

carlo de benedettiCARLO DE BENEDETTI
No, precisamente il 69,7% dei crediti in sofferenza erano prestiti a ricchi. Neanche 10mila clienti in tutto. In particolare le pratiche con importi compresi tra uno e tre milioni rappresentano il 24,3% delle sofferenze per un valore di quasi 2,5 miliardi, mentre quelle superiori ai tre milioni sono il 32,4%, per un valore di oltre 3 miliardi.

LA LISTA
Chi sono questi signori? Qui sta il vero mistero di Mps. Perché tutta questa fretta nello statalizzare la banca? Forse per non far vedere chi sono i signori che hanno tirato il pacco alla banca? La lista dei cattivi pagatori è il vero tesoro, forse ormai l'unico, dell'istituto. E chi la conserva tiene per le palle tutti i potenti d'Italia, perché è quasi inevitabile che imprenditori, politici e vip abbiano avuto rapporti con il terzo istituto del Paese...

sorgeniaSORGENIA
Noi sappiamo alcuni nomi, quelli che si possono ricostruire dai vecchi comunicati di Mps. E già ci bastano per farci salire la pressione. Tipo la famiglia De Benedetti. Ricordate Sorgenia? A un certo momento il gruppo energetico non stava più in piedi, oberato da 600 milioni di perdite. Le banche che avevano finanziato le attività della società chiedevano di rientrare dei loro prestiti, ma dalle parti dell'Ingegnere non ne hanno voluto sapere di metter mano al portafogli. Così Mps e le sue sorelle hanno dovuto convertire i crediti in azioni, mettendosi poi a gestire l'azienda.

emma marcegagliaEMMA MARCEGAGLIA
E poi c' è la storia del gruppo Marcegaglia. La società attiva nell' acciaio di proprietà di Antonio ed Emma Marcegaglia. A marzo hanno ricevuto un nuovo finanziamento di quasi mezzo miliardo, nonostante abbiano già 1,5 miliardi di debiti. Soldi che sulla carta serviranno ad agevolare i piani di sviluppo del gruppo. Anche qui, ci ha messo del suo Mps. Sette anni durerà il prestito. Quando la liquidità di Siena è appena di quattro mesi, come certificato dalla Bce.

IL CAVALLO DI TROIKA
Ecco il terzo motivo per non stare sereni, dopo il varo del decreto salva-risparmi. La Banca centrale europea, insieme all'Unione Europea, ormai decideranno il nostro futuro più di quanto non lo facciano già. La questione è semplice: la Ue è anche disponibile a concederci un aumento di 20 miliardi del debito pubblico per mettere in sicurezza le banche, anche se nei trattati dovremmo invece diminuirlo...

IL TITOLO MPS MONTEPASCHI DA LUGLIO 2015 A GENNAIO 2016IL TITOLO MPS MONTEPASCHI DA LUGLIO 2015 A GENNAIO 2016
Perché? Beh, ci penserà Bruxelles a far rispettare le regole del Fiscal Compact, cioè diminuire il debito un tot all' anno, nelle prossime leggi di bilancio. Come dire: aumenti il debito? Va bene, taglierai di più la spesa. Oppure aumenterai le tasse, tipo quella di successione che è troppo bassa rispetto alla media Ue (sostengono sempre gli eurocrati), o quella sulla casa (ricordate i mugugni dopo che Renzi cancellò la Tasi?). In ogni caso il conto arriverà a noi.

Tutti capiscono che non si possono far saltare le banche, perché non sono imprese come le altre, però è da incoscienti perdere tempo per poi farsi dettare gli interventi da Bruxelles o da Francoforte. 

Dopo non lamentiamoci se nel 2018 la gente voterà "Forconi". 

Il cosiddetto populismo non nasce sugli alberi(ma nasce dai ladri, corrotti ed usurpatori al potere!!!): è figlio del dilettantismo di chi ha gestito l' Italia fino ad ora.

Fonte: qui

sabato 11 giugno 2016

Lavoratori di tutto il mondo, sottomettetevi!


Il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo

Fino a 2 anni fa, a Milano, sorgeva in Viale Sarca uno stabilimento della Marcegaglia Buildtech, deputato alla produzione di profilati e manufatti in acciaio destinati al settore edile. Poi accade che l’area in cui ricade lo stabilimento, “Grande Milano Bicocca”, comincia ad apprezzarsi dal punto di vista fondiario, e la dirigenza di Marcegaglia decide di puntare sulla speculazione immobiliare delocalizzando la produzione e “negoziando” al ribasso con gli operai.
Ad Aprile del 2014 viene comunicata l’intenzione di chiudere lo stabilimento e delocalizzare la produzione a Pozzolo Formigaro, vincolando il destino dei 165 operai in produzione all’accettazione di un accordo interno. Tale accordo, siglato nel Giugno successivo, prevedeva per gli operai tre alternative.
La prima, accettare la delocalizzazione a Pozzolo, con trasporto aziendale da/per Milano e incentivo mensile lordo di 150€, che sale a 250€ lordi nel caso in cui lo spostamento avvenga con mezzi propri.
La seconda, accettare l’uscita volontaria a fronte di una compensazione di 30.000€ lordi.
La terza, entrare in CIGS e “Entro il termine di validità della CIGS l’azienda si impegna ad offrire a tutti i dipendenti eventualmente ancora in forza la ricollocazione presso altri stabilimenti del gruppo, in funzione delle esigenze tecnico produttive e a partire dagli stabilimenti più vicini all’area di residenza”
I nodi vengono al pettine, tuttavia, nel momento in cui sette di questi operai decidono di accettare la CIGS e attendere, come previsto dall’accordo, una ricollocazione nell’hinterland, non potendo per motivi di salute e familiari né spostarsi da Milano e tantomeno perdere il lavoro accettando l’esodo volontario.
Il loro problema è solo uno: il sindacato di cui fanno parte, la FIOM, non ha sottoscritto quell’accordo (firmato invece da FIM Cisl e UILM Uil), e dunque vanno colpiti con tutta la violenza possibile.
A Giugno 2015 viene loro comunicato che non si tenterà neanche di aprire il secondo anno di CIGS e che, se non vogliono essere licenziati, devono accettare il trasferimento a Pozzolo.
Dopo avere occupato il tetto dello stabilimento di Viale Sarca per sei giorni, ottengono un tavolo di confronto in Prefettura, a seguito del quale viene sbloccato il secondo dei due anni di CIGS e fatto presente all’azienda di rispettare il terzo punto dell’accordo, ricercando soluzioni di inserimento in uno dei quattro stabilimenti dell’area milanese. Nel frattempo, la Marcegaglia ci riprova, offrendo ai sette una compensazione di 29.000€ lordi per l’esodo volontario. Loro rifiutano nuovamente, e fanno rilevare come nei quattro stabilimenti di Lainate, Lomagna, Corsico e Boltiere si faccia ricorso a centinaia di ore di straordinario per sopperire alla evidente carenza di organico. Ma, ancora una volta, per i sette operai non arrivano soluzioni, se non quella di accettare lo spostamento a Pozzolo, stavolta senza alcuna agevolazione, o, in alternativa, licenziamento.
Siamo a Maggio 2016 e i sette, in un tentativo disperato e a pochi mesi dalla scadenza del secondo ed ultimo anno di CIGS, si incatenano ai cancelli della sede legale di Marcegaglia Buildtech, in via della Casa 12, a Milano. Ottengono un nuovo tavolo in Prefettura, il 7 Giugno 2016, il cui risultato è più grottesco che altro. In sostanza, ai sette operai viene detto, chiaramente, che ormai non hanno diritto a nulla. A questo punto, la loro ricollocazione o l’esodo volontario dietro compensazione sarebbero “un’offesa per quei lavoratori che precedentemente avevano accettato una delle due soluzioni alternative alla CIGS” (testuali parole pronunciate davanti al funzionario prefettizio) e nel loro futuro esiste solo una prospettiva: il licenziamento. Non viene neanche presa in considerazione la loro contro-proposta, ragionevole in un’ottica distensiva, ovvero il loro reintegro in produzione con contratti part-time invece che a tempo pieno, in maniera tale da “dividere” tre posti e mezzo di lavoro per sette persone.
Da tutta questa storia, una storiaccia come tante ne esistono in questo paese del capitalismo straccione, emerge una morale chiara: chi sfida il potere, semplicemente anteponendo la propria dignità al ragionamento puramente economicistico, costituisce un pericolo. Rivendicare il diritto al lavoro, rifiutando un accordo capestro, è un comportamento intollerabile da parte di una dirigenza che pretende dai propri sottoposti fedeltà, abnegazione e servilismo. Un po’ come ha predicato Starace in una sua “illuminata” (nel senso di massonica) lectio alla Luiss di Roma, riferendosi alla necessità di spargere il terrore tra i lavoratori per tenerli soggiogati. Il lavoratore, oggi più che mai, è uno strumento al servizio del capitale. Nel momento in cui si azzarda a comportarsi da essere umano, viene subito schiacciato con la testa nel fango, da uomini in colletto bianco che hanno imparato molto bene cosa sia la lotta di classe e come si eserciti. L’atteggiamento di Marcegaglia nei confronti di Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio dimostra chiaramente che ciò che si vuole ottenere non è l’efficienza dei rapporti di produzione, ma la trasformazione del lavoro in schiavitù dissimulata. L’atteggiamento di Marcegaglia svela una verità che troppo spesso si vuole nascondere, e cioè che il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo. 

Da questo punto di vista, sarebbe interessante chiedere al Governo Renzi quali prospettive si profilano per i 16.000 lavoratori dell’Ilva di Taranto, dal momento che la Marcegaglia, in cordata con Arcelor-Mittal, si è candidata a rilevare la gestione dello stabilimento. 
Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio un’idea ce l’hanno.
P.S.: Martedì 14 Giugno, alla Prefettura di Milano si svolgerà un altro incontro, durante il quale i vertici della Marcegaglia comunicheranno le loro decisioni finali. E’ convocato per le 14:00 un presidio in solidarietà.

Fonte: qui