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martedì 7 maggio 2019
martedì 12 marzo 2019
TERMINI IMERESE - ARRESTATI I VERTICI DI BLUTEC, CHE DOVEVANO RILANCIARE LA FABBRICA EX-FIAT E INVECE SONO ACCUSATI DI AVER PRESO I FONDI PUBBLICI SENZA INVESTIRLI. AI DOMICILIARI C'È ANCHE ROBERTO GINATTA, SOCIO DI ANDREA AGNELLI.
SEQUESTRATO ANCHE LO STABILIMENTO DI RIVOLI (TO)
FIOM: ''IL GRANDE BLUFF È STATO SVELATO''. MA L'AZIENDA PRECISA: ''RESTIAMO OPERATIVI''
DI MAIO: ''NON ABBANDONEREMO I LAVORATORI'', CHE SONO OLTRE MILLE
(ANSA) - Roberto Ginatta e Cosimo di Cursi, rispettivamente presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato della Blutec, la società che ha rilevato l'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, sono stati posti agli arresti domiciliari dalla Guardia di Finanza con l'accusa di malversazione ai danni dello Stato. Contestualmente, è stato emesso un decreto di sequestro preventivo dell'intero complesso aziendale e delle relative quote sociali, nonché delle disponibilità finanziarie, immobiliari e mobiliari riconducibili agli indagati fino all'importo di 16 milioni e 516 mila euro.
L'attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese e condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo, riguarderebbe i finanziamenti statali, attraverso Invitalia, per la riapertura dello stabilimento, dove Blutec avrebbe dovuto produrre auto elettriche. A Roberto Ginetta e Cosimo Di Cursi è stata notificata anche una misura interdittiva, per la durata di 12 mesi, che riguarda il divieto di esercitare imprese e uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.
(ANSA) - "Il grande bluff è stato svelato, il quadro si è chiuso". Così la Fiom siciliana commenta gli arresti del management di Blutec, proprietaria della fabbrica di Termini Imerese, accusato dalla Procura di malversazione ai danni dello Stato.
(ANSA) - Lo stabilimento di Rivoli (Torino) della Blutec è stato messo sotto sequestro dalla Guardia di Finanza. L'ambito è quello dell'inchiesta - coordinata dalla procura di Termini Imerese - che ha portato agli arresti domiciliari Roberto Ginatta e Cosimo di Cursi, rispettivamente presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato. L'intervento dei finanzieri è ancora in corso.
(ANSA) - "L'azienda è e continua ad essere operativa". Lo precisa una nota di Blutec, in amministrazione giudiziaria per effetto di un provvedimento di sequestro del Tribunale di Termini Imerese. "Sono attualmente in corso le attività di immissione in possesso della società e nelle prossime ore sarà cura dell'amministratore nominato prendere contatti con tutti gli stakeholders interessati, clienti, partner commerciali, fornitori, per garantire continuità del ciclo produttivo e tutela dei posti di lavoro".
(ANSA) - "Gli arresti del management della Blutec (rpt Blutec) di Termini Imerese confermano alcune perplessità delle parti sui piani d' investimento. Non abbandoniamo i lavoratori che sono le vittime di questa storia. Dobbiamo prima di tutto metterli in sicurezza. Ho già dato mandato agli uffici del Ministero di contattare l'amministratore giudiziario per salvaguardare i livelli occupazionali". Così il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, in una nota, ribadisce l'impegno del Ministero sulla vertenza Blutec.
(ANSA) - "L'arresto dei vertici di Blutec mette a rischio l'occupazione di oltre un migliaio di lavoratori complessivamente coinvolti negli stabilimenti, da Termini Imerese a quelli del Piemonte, dell'Abruzzo e della Basilicata. E' urgente la convocazione di un tavolo al Mise per trovare tutti gli strumenti utili a mettere in sicurezza le lavoratrici e i lavoratori". Lo afferma, in una nota, Michele De Palma, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile automotive.
"Era già fortissima - aggiunge - la preoccupazione in tutti gli stabilimenti, in particolare a Termini Imerese, visto che nell'ultimo incontro al Mise la proprietà ha presentato quello che abbiamo definito un piano industriale di 'carta'. Nelle prossime ore decideremo con le lavoratrici e lavoratori le iniziative da intraprendere utili a salvaguardare l'occupazione".
Nino Amadore per ''Il Sole 24 Ore'' del 19 ottobre 2018
La Blutec, l’azienda che ha rilevato lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese con l’obiettivo di rilanciarlo, finisce nel mirino della magistratura. La scorsa settimana, su disposizione della Procura di termini Imerese che ha aperto un’inchiesta, i finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria sono entrati in fabbrica nella zona industriale del palermitano e hanno sequestrato alcuni documenti e i file dei computer. L'indagine della Procura guidata da Ambrogio Cartosio ha l’obiettivo di fare luce sulla parte del finanziamento da 21 milioni incassata da Blutec per il rilancio dello stabilimento: i magistrati vogliono capire dove sono finiti quei soldi e come sono stati utilizzati.
Blutec, un altro anno per rilanciare Termini
Gli investigatori stanno ricostruendo i movimenti di denaro della società che per fare ripartire la produzione aveva ottenuto il finanziamento da Invitalia, l’agenzia per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa partecipata al 100% dal ministero dell'Economia. Per Invitalia, Blutec avrebbe utilizzato i fondi non rispettando il perimetro dell'accordo di programma. Ad aprile l’Agenzia che fa capo al Mise ha inviato all'azienda una contestazione sulla rendicontazione: alcune spese non sono state ritenute ammissibili perché fuori dal contesto progettuale e altre sarebbero risultate non documentate. L’agenzia ha anche avviato la procedura di recupero del finanziamento erogato. Tra le parti è stata definita una bozza di accordo per la restituzione del finanziamento ma non è ancora stata sottoscritta, come è emerso nell'ultimo vertice che si è tenuto al Mise, lo scorso 4 ottobre.
In questi anni un centinaio di metalmeccanici, sui 700 ex Fiat, è rientrato al lavoro da quando Blutec, due anni fa, ha riaperto lo stabilimento. Le aziende dell’indotto hanno chiuso, i dipendenti licenziati e rimasti senza sussidio. Erano due i progetti 'ipotizzati' da Blutec per l’area industriale: uno da 95 milioni di euro riguardava la produzione di componentistica per auto; l’altro da 190 mln di euro la produzione di auto ibride. Il primo aveva ricevuto il vaglio di Invitalia, il secondo no.
L'accordo di programma quadro, siglato quattro anni fa, destinava 360 milioni di euro tra fondi statali e regionali per la riqualificazione dell'area. Progetti sui quali i sindacati hanno manifestato tante perplessità al Mise. La Fiom e il sindaco di Termini Imerese hanno chiesto al governo di avviare la ricerca di nuovi investitori industriali e altre aziende che possano realizzare il piano di reindustrializzazione e rioccupazione dei lavoratori.
Termini, Blutec e poi il deserto
Preoccupato per l’evolversi della vicenda si dice il sindaco di Termini Imerese Francesco Giunta: «L'amministratore delegato di Blutec, in maniera molto trasparente e corretta, già nel corso del tavolo ministeriale del 4 ottobre al Mise, aveva spiegato che c'era stato in blitz della guardia di finanza nello stabilimento di Termini Imerese - racconta il primo cittadino -. Questa notizia non ha fatto altro che aggravare le nostre grandi preoccupazioni, visto che la Blutec dovrà restituire i 21 milioni di euro a Invitalia con sei rate trimestrali, dovrà contestualmente riproporre un piano industriale alternativo e dovrà battersi su altri fronti come la vicenda dell'inchiesta giudiziaria.
Tutto ciò crea fortissima preoccupazione a noi, ai sindacati e ai lavoratori. Ho chiesto al governo che vengano acquisite nuove manifestazioni di interesse per valutare altre opportunità rispetto a Blutec - aggiunge il sindaco - Riteniamo che Blutec non sia in questo momento in grado, almeno da sola, di sostenere la reindustrializzazione e il sostegno occupazionale che la nostra città merita».
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NEL 2015 ROBERTO GINATTA DICEVA: “NON MI SOGNO CERTO DI INVESTIRE TUTTI QUEI SOLDI NELLO STABILIMENTO DI TERMINI IMERESE”. PECCATO CHE LO STATO GLI DAVA TUTTI QUEI SOLDI, 21 MILIONI DI EURO, PROPRIO PER RILEVARE LO STABILIMENTO EX FIAT
INVECE I SOLDI SONO STATI INVESTITI IN FONDI E TITOLI E…
Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera”
«Non mi sogno certo di investire tutti quei soldi nello stabilimento di Termini Imerese»: così aveva detto a inizio 2015 Roberto Ginatta, presidente di Blutec, al suo consulente Giorgio Bocca. «Tutti quei soldi» erano i 21 milioni di euro che Blutec, una società neocostituita a fine dicembre 2014, stava per ricevere da Invitalia - l' agenzia del ministero dell' Economia - per rilevare lo stabilimento ex Fiat e iniziare a rilanciarlo con la produzione di auto ibride e la componentistica, assorbendo a regime circa 700 dipendenti.
Una volta arrivati, però, 16,5 milioni non sarebbero stati usati per l' impianto ma investiti in fondi e titoli e girati per almeno 8 milioni alla controllante Metec e, per 1,4 milioni, alla Due G Holding srl dei figli di Ginatta, Mario e Matteo, in gran parte senza giustificativi. Era stata la stessa Invitalia, mesi fa, a contestare il non rispetto del progetto e la mancata rendicontazione delle spese. Ieri Ginatta, 72 anni, torinese, costruttore di un gruppo di componentistica per auto cresciuto nell' ambito della Fiat e socio di Andrea Agnelli in una holding di investimenti, è stato posto agli arresti domiciliari, disposti dal gip Stefania Gallì.
Domiciliari anche per l' amministratore delegato di Blutec, Cosimo Di Cursi, 49 anni, che si trova però in Brasile. L' inchiesta, per l' ipotesi di malversazione (di evidenza «cristallina», per gli inquirenti), è condotta dal nucleo economico-finanziario della Guardia di Finanza di Palermo guidato dal colonnello Cosmo Virgilio, dal procuratore Ambrogio Cartosio e dal pm Guido Schininà. Disposti anche il sequestro di 16 milioni e delle quote Blutec e Metec e l' interdizione a incarichi in società.
Quei 21 milioni erano un acconto dei 97 milioni del «programma di sviluppo» siglato a fine 2014, quando stavano per scadere gli ammortizzatori sociali e i circa 800 dipendenti rimasti in capo a Fca rischiavano il licenziamento collettivo. Ginatta era intervenuto a sorpresa dopo che la precedente assegnataria Grifa, gestita da ex manager Fiat, si era eclissata insieme con i 100 milioni promessi dai suoi azionisti brasiliani.
Era l' ennesimo buco nell' acqua: negli anni precedenti si erano tentati i piani delle auto elettriche del finanziere Simone Cimino, delle serre di Ciccolella, delle auto della Dr di Massimo Di Risio, tutti attratti dai 250 milioni di finanziamenti pubblici. Ora gli operai temono di nuovo per il loro futuro, a otto anni dall' addio della Fiat di Sergio Marchionne. Ieri è dovuto intervenire lo stesso premier Giuseppe Conte: «Blutec è un problema serio, perché la situazione è già molto delicata: adesso bisognerà lavorare per mettere in sicurezza i lavoratori. Credo che il vicepresidente Luigi Di Maio (che un mese fa è stato a Termini, ndr ) lo abbia già anticipato: bisogna assolutamente intervenire per dare ai lavoratori un minimo di garanzia».
Intanto c' è ancora cassa integrazione, prolungata con la manovra 2019. Dal 1970 lo stabilimento SicilFiat è stato il motore dell' economia della zona, dando lavoro fino a 3.200 dipendenti. L' ultima Lancia Y prodotta risale al 24 novembre 2011; da allora Termini è un deserto industriale. Che tutti i ministri dello Sviluppo in questi anni hanno promesso di far rifiorire.
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giovedì 11 ottobre 2018
LA PROCURA DI AVELLINO CHIEDE 10 ANNI DI CARCERE PER L’AD DI "AUTOSTRADE PER L’ITALIA", GIOVANNI CASTELLUCCI, PER LA STRAGE DEL VIADOTTO ACQUALONGA IN CUI MORIRONO 40 PERSONE
CHIESTI DIECI ANNI IN CONCORSO ANCHE PER GLI ALTRI VERTICI DELLA. SOCIETÀ
SECONDO I PM, GLI ESPONENTI DI AUTOSTRADE SAREBBERO RESPONSABILI PER LA MANCATA MANUTENZIONE DEL VIADOTTO LE CUI BARRIERE CEDETTERO SOTTO L'IMPATTO DEL BUS
BUS IN SCARPATA: PM, 10 ANNI PER VERTICI AUTOSTRADE
(ANSA) - Dieci anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e disastro colposo: questa la condanna richiesta dal Procuratore capo di Avellino, Rosario Cantelmo, per Giovanni Castellucci, attuale amministratore delegato di Autostrade per l'Italia e altri undici dirigenti e dipendenti della società, imputati nel processo per la strage del bus in cui il 28 luglio del 2013 persero la vita 40 persone, precipitate dal viadotto "Acqualonga" dell'A16 Napoli-Canosa.
Secondo la procura di Avellino, gli esponenti di Autostrade sarebbero responsabili per la mancata manutenzione del viadotto le cui barriere cedettero sotto l'impatto del bus, facendo precipitare il veicolo nella scarpata sottostante. Le perizie depositate durante il processo - la cui attendibilità è stata contestata dai legali della società - hanno evidenziato la scarsa manutenzione delle barriere e dei "tirafondi" (i bulloni che bloccano i "New Jersey" alla sede stradale, ndr) che se non fossero risultati usurati avrebbero "derubricato al rango di grave incidente stradale" quello che ha invece causato la morte di 40 persone.
Il cedimento delle barriere è stata una concausa dell'incidente: l'accusa ha puntato anzitutto l'indice, nella prima parte della requisitoria svoltasi il 5 ottobre, pure sulle cattive condizioni del bus, immatricolato nel 1985 e con ben 800mila chilometri percorsi, non sottoposto a regolare revisione. Da qui la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione per Gennaro Lametta, il titolare della "Mondo Travel" e proprietario del bus, che nell'incidente ha perso il fratello Ciro che era alla guida del mezzo; 9 anni per Antonietta Ceriola, dipendente della Motorizzazione Civile di Napoli e 6 anni per Vittorio Saulino, anch'egli dipendente della Motorizzazione.
Secondo la Procura, Lametta, accusato di concorso in omicidio, lesioni e disastro colposo, è responsabile non soltanto delle pessime condizioni del bus, immatricolato nel 1985 e con 800 mila chilometri percorsi, ma in primo luogo per non aver sottoposto l'automezzo a revisione: se questo fosse avvenuto, ha sostenuto la pubblica accusa, l'automezzo non avrebbe ottenuto l'autorizzazione a circolare. I due funzionari della Motorizzazione Civile sono invece accusati di non aver assolto alle loro funzioni di controllo che avrebbero impedito la circolazione del bus.
BUS IN SCARPATA: AUTOSTRADE, RICHIESTE PM SCONCERTANTI
(ANSA) - "Le richieste di condanna appaiono a dir poco sconcertanti, perché non fondate su alcun dato scientifico oggettivo ed in contrasto con quanto emerso in dibattimento". Lo afferma l'avvocato difensore di Autostrade per l'Italia Giorgio Perroni, in relazione alle richieste avanzate oggi dal Procuratore di Avellino nei confronti degli imputati di Autostrade per l'Italia nel processo per l'incidente del bus precipitato dal viadotto Acqualonga.
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lunedì 14 maggio 2018
ALLE ACCIAIERIE VENETE DI PADOVA CEDE UN PERNO E UNA “SIVIERA” CON 100 TONNELLATE D’ACCIAIO INCANDESCENDE TRAVOLGE QUATTRO LAVORATORI: IL PIÙ GRAVE HA USTIONI SUL 100 PER CENTO DEL CORPO
I COLLEGHI AVEVANO GIÀ SEGNALATO PROBLEMI DI SICUREZZA: “ORA CONFIDIAMO IN UN MIRACOLO”
Andrea Zambenedetti per la Stampa
Le ustioni di terzo grado sul cento per cento del corpo non sono in queste ore l' unica preoccupazione dei medici. A condizionare la possibilità di sopravvivenza dei lavoratori travolti ieri mattina da una colata di acciaio incandescente è anche l' impossibilità di rimuovere completamente i residui di metallo dal corpo.
È di quattro feriti, tre in pericolo di vita, il bilancio del drammatico incidente sul lavoro avvenuto ieri a Padova. Mancano dieci minuti alle 8 di ieri quando alle Acciaierie Venete avviene l' incidente. Quattro operai, due interni e due di una cooperativa incaricata delle manutenzioni, si trovano a distanza ravvicinata da una «siviera».
Il contenitore, che trasporta 100 tonnellate di acciaio a 1600 gradi, si sposta a dieci metri d' altezza. All' improvviso il gancio che lo tiene in asse si rompe o semplicemente si sgancia (questo punto potrebbe essere determinante per l' inchiesta). Il cestello si inclina e la colata incandescente finisce al suolo travolgendo i lavoratori e proiettando gli schizzi nel raggio di qualche metro.
L' allarme è immediato. Sul posto arrivano i Vigili del fuoco che mettono in sicurezza l'area, spengono la colata e consentono agli operatori del 118 di prestare i primi soccorsi ai quattro lavoratori travolti. Il più grave, Marian Bratu, originario della Romania, ha ustioni su tutto il corpo. Immediatamente l' elicottero lo porta al centro Grandi ustionati di Cesena.
Le prossime ore saranno determinanti per l' evoluzione del suo quadro clinico. Fuori dai cancelli dello stabilimento, tra le lacrime, i colleghi non possono far altro che sperare: «Confidiamo in un miracolo». Ustioni altrettanto gravi, estese al settanta per cento del corpo, per altri due dipendenti di una ditta di manutenzioni.
Uno è ricoverato a Verona, l' altro a Padova, anche per loro la prognosi è riservata. Critiche, ma fortunatamente non sarebbe in pericolo di vita, le condizioni di un quarto lavoratore.
«Avevamo già segnalato che queste siviere si muovevano mentre c' erano delle persone al lavoro nelle vicinanze - spiega Loris Scarpa, segretario padovano della Fiom, che ha raggiunto personalmente l' azienda - nonostante questo siamo davanti a quattro lavoratori, giovanissimi ma al tempo stesso esperti, feriti in modo grave. Non è pensabile che ancora oggi qualcuno vada al lavoro e non sia sicuro di tornare a casa.
Le aziende non sono più strutturate per vedere la sicurezza come prioritaria. Non è più un problema che riguarda una singola azienda, ma ormai questa situazione riguarda l' intero Paese».
Acciaierie Venete è un gruppo che conta in totale mille dipendenti tra gli stabilimenti del Centro e Nord Italia e produce ogni anno un milione e 500 mila tonnellate di acciaio.
Oggi nello stabilimento padovano lo sciopero di 24 ore. I sindacati annunciano mobilitazioni anche negli altri stabilimenti del settore metalmeccanico. Nel frattempo tocca agli inquirenti: i tecnici dello Spisal hanno lavorato a lungo dentro lo stabilimento e i carabinieri hanno sequestrato l' area in cui è avvenuto l' incidente su ordine della magistratura che, come da prassi, ha provveduto ad aprire un fascicolo.
Il 2018 si conferma un anno nero sul fronte degli incidenti sul lavoro. Da Carrara a Lucca, passando per Siracusa, Gorizia, Reggio Calabria e Genova, solo per citare le ultime tragedie in ordine di tempo, la sicurezza sul lavoro rimane una delle emergenze che a quanto pare potrebbe rimanere tale ancora a lungo.
Fonte: qui
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Incidente alle Acciaierie Venete, indagati anche i vertici della Danieli
Una colata di acciaio fuso ha investito domenica mattina alle 7.50 quattro operai al lavoro nello stabilimento di via Francia a Padova
17 Maggio 2018 - Sono 7 gli indagati per l'incendio di domenica scorsa, 13 maggio, alle Acciaierie Venete di Padova, in cui sono rimasti gravemente ustionati quattro operai. Lo stabilimento resta sotto sequestro, ferma la produzione almeno fino a quando i consulenti della Procura della Repubblica di Padova non daranno il nulla osta. A darne notizia è il Mattino di Padova.
Tra i nomi degli indagati, compaiono anche Giampiero Benedetti, presidente della Danieli di Buttrio, Giacomo Mareschi Danieli, consigliere della Danieli, e Alessandro Trivillin, consigliere della Danieli. L'accusa è di lesioni personali colpose: l'azienda di Buttrio, infatti, ha fornito la traversa di sollevamento che ha ceduto durante lo spostamento del contenitore di acciaio fuso.
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Alle 7.50 di domenica mattina, 13 maggio, durante la fase di spostamento di un contenitore di acciaio fuso, si è rotto un perno da cui sono partiti schizzi di materiale a circa 1600 gradi che hanno investito i quattro operai. Due di loro sono in ospedale ricoverati in gravi condizioni.
Intanto salgono a 4 le ore di sciopero proclamate in provincia di Padova, con un presidio davanti alle Acciaierie Venete, rispetto alle 2 proclamate per il settore metalmeccanico in tutto il Veneto. «Siamo ormai in presenza - affermano oggi in una nota i sindacati di categoria - di una interminabile catena di morti sul lavoro che in questi mesi ha funestato il Veneto e il paese, che occorre fermare al più presto per garantire a tutti i lavoratori e in tutti i luoghi di lavoro il diritto alla salute e alla sicurezza».
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sabato 11 febbraio 2017
CIMICI E INTERCETTAZIONI INGUAIANO BAZOLI. E NON SOLO PER LE OPERAZIONI SU UBI BANCA
CONVINSE NAPOLITANO CHE ALL’ENI BISOGNAVA METTERE DESCALZI, SU CONSIGLIO DI SCARONI
RENZI VOLEVA UNA DONNA, MA KING GEORGE LO DISSUASE
Maurizio Tortorella per la Verità
Non ci sono soltanto gli incontri e i suggerimenti del presidente emerito Giorgio Napolitano, che nel marzo 2015 introduceva l' indagato Giovanni Bazoli presso il neoeletto capo dello Stato, Sergio Mattarella. Non c' è solo quello, nei brogliacci di migliaia di telefonate intercettate depositati dalla Procura di Bergamo lo scorso 17 novembre, alla conclusione delle indagini sui vertici di Ubi Banca.
Gli inquirenti, che con Bazoli accusano 38 manager e azionisti di ostacolo alla vigilanza e d' illecita influenza sull' assemblea dei soci, dall' inizio del 2014 e per metà del 2015 hanno messo sotto controllo una serie di telefoni.
Di certo il più «interessante» è il cellulare dello stesso Bazoli, nel 2007 fondatore di Ubi Banca, ma anche di Intesa-SanPaolo, il colosso creditizio di cui nel 2014 era ancora al vertice (si dimetterà il 27 aprile 2016). E proprio quel telefono conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l' ottuagenario banchiere è al centro di mille intrecci e di continue trattative: dalle nomine nel consiglio d' amministrazione della Scala di Milano, su su fino alla guerra per conservare il controllo del Corriere della Sera.
Il suo cellulare è in contatto diretto con alti prelati, direttori di giornali, sindaci, parlamentari, grand -commis di Stato, ministri, banchieri, e alcune delle più alte cariche della Repubblica. Ci sono addirittura cardinali che premono per conservare le consulenze di Intesa-SanPaolo a un loro protetto, uno che (così dice Bazoli, con un filo di cinico realismo) «deve avere fatto loro tutta una serie di piaceri...».
L' 11 aprile 2014 chiama anche Paolo Scaroni, amministratore delegato dell' Eni, colosso dell' energia controllato dal Tesoro, il quale rivela a Bazoli che «il nuovo amministratore delegato sarà Claudio Descalzi», o almeno questo è quello che lui vorrebbe fosse designato come suo successore, mentre il nuovo presidente del consiglio Matteo Renzi «vorrebbe che fosse una donna». Nel brogliaccio si legge che Scaroni aggiunge di «averne parlato con il presidente Giorgio Napolitano». Scaroni richiama allarmato due giorni dopo, il 13 aprile, per avvertire che «l' indomani Renzi andrà da Napolitano con la lista delle nomine, per cui se uno vuole poter dire qualcosa...». Insomma, Bazoli deve intervenire in fretta.
Il banchiere rivela di avere già chiesto un appuntamento al Colle per giovedì 17. I due si risentono il 18, e Bazoli riferisce dell' incontro con Napolitano: «Ho capito che alcune cose sono andate per il verso giusto», attacca Bazoli, poi aggiunge poche parole: «L' azienda rimane in mani fidate». Insomma, quattro importanti cariche all' interno del gruppo. La mattina del 14 maggio 2014, quando l' inchiesta viene svelata dalle prime perquisizioni tra Brescia e Bergamo, i telefoni di molti indagati diventano roventi. Alcuni, però, sono più accorti di altri.
Francesca, per esempio, parla dell' inchiesta con un notaio di Milano, il quale sostiene che l' accusa «che gli fa più paura» è quella che ipotizza che Bazoli abbia gestito tutte le nomine di comune accordo con Emilio Zanetti, il leader dell' Associazione amici di Ubi, la compagine azionaria bergamasca.
È proprio la «cabina di regia» che ipotizzano i magistrati di Bergamo, Walter Mapelli e Fabio Pelosi. Il notaio aggiunge che l' Associazione banca lombarda e piemontese, la compagine azionaria bresciana di cui proprio Giovanni Bazoli è presidente, «si può considerare un patto parasociale che...». Ma Francesca lo interrompe bruscamente: «Meglio non parlare al telefono». La stessa preoccupazione traspare il 16 maggio, quando Francesca chiama un amico al dipartimento della pubblica sicurezza presso il ministero dell' Interno e gli confida, forse provocando qualche legittimo imbarazzo, che le «hanno detto che i telefoni sono sorvegliati».
Francesca, comunque, non riesce sempre a trattenersi. Lo stesso 14 maggio 2014, alla fine della convulsa giornata delle perquisizioni, parla al cellulare con l' amministratore delegato di Ubi, Victor Massiah, a sua volta indagato. Costui si dice ottimista sull' inchiesta: «Ne usciremo», dice, «anche perché lo spessore di chi ci accusa non è...». E lei risponde: «La cosa più triste è che una Procura si presti a tutto ciò».
Mesi dopo, nel febbraio 2015, padre e figlia sembrano un poco più preoccupati dell' inchiesta che avanza. Il 13 di quel mese, Giovanni Bazoli per chiamare Francesca usa il telefono di un dipendente di Banca Intesa e fa mostra di grande pessimismo: contro di loro, dice, «c' è un piccolo oltretutto una mole di materiale immenso, non si fermano nel modo più assoluto».
Nelle carte depositate dalla Procura c' è infine il brevissimo capitolo della microspia piazzata nell' ufficio di Giovanni Bazoli. Verso le ore 13 di giovedì 15 maggio 2014, l' indagata Francesca Bazoli è a colloquio con suo padre Giovanni. La donna, che forse sospetta di essere stata intercettata per mesi e tra quelle mura si crede più al sicuro, cerca di consolare l' anziano banchiere e parla degli articoli appena usciti. Giovanni Bazoli le risponde con un implicito invito alla cautela: «Per i reati contestati c' è la possibilità di effettuare le intercettazioni».
L' audio a quel punto si abbassa, forse la cimice comincia a funzionare male, o forse i due parlano più piano. Francesca si lascia andare: «Ma com' è possibile che un' indagine tanto delicata sia in mano a un pubblico ministero giovanissimo, inesperto? Queste notizie lasciano allibita la gente e l' opinione pubblica». A quel punto, la conversazione diventa per un breve tratto incomprensibile. Quindi Francesca sostiene che «in questo momento è impossibile tirarsi fuori da questi attacchi» e consiglia al padre di «lasciare perdere le relazioni con Ubi». Bazoli si lamenta dell' esposizione mediatica.
Un vero peccato che la «cimice» piazzata in quell' ufficio, da quel momento in poi, smetta di funzionare. Perché da quel momento, annotano i funzionari di polizia giudiziaria, si sentono praticamente solo rumori di fondo.
Fonte qui
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