9 dicembre forconi: Giovanni Bazoli
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sabato 11 febbraio 2017

CIMICI E INTERCETTAZIONI INGUAIANO BAZOLI. E NON SOLO PER LE OPERAZIONI SU UBI BANCA

CONVINSE NAPOLITANO CHE ALL’ENI BISOGNAVA METTERE DESCALZI, SU CONSIGLIO DI SCARONI 

RENZI VOLEVA UNA DONNA, MA KING GEORGE LO DISSUASE
Maurizio Tortorella per la Verità

GIOVANNI BAZOLIGIOVANNI BAZOLI
Non ci sono soltanto gli incontri e i suggerimenti del presidente emerito Giorgio Napolitano, che nel marzo 2015 introduceva l' indagato Giovanni Bazoli presso il neoeletto capo dello Stato, Sergio Mattarella. Non c' è solo quello, nei brogliacci di migliaia di telefonate intercettate depositati dalla Procura di Bergamo lo scorso 17 novembre, alla conclusione delle indagini sui vertici di Ubi Banca. 

Gli inquirenti, che con Bazoli accusano 38 manager e azionisti di ostacolo alla vigilanza e d' illecita influenza sull' assemblea dei soci, dall' inizio del 2014 e per metà del 2015 hanno messo sotto controllo una serie di telefoni.

DE BORTOLI E BAZOLIDE BORTOLI E BAZOLI
Di certo il più «interessante» è il cellulare dello stesso Bazoli, nel 2007 fondatore di Ubi Banca, ma anche di Intesa-SanPaolo, il colosso creditizio di cui nel 2014 era ancora al vertice (si dimetterà il 27 aprile 2016). E proprio quel telefono conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l' ottuagenario banchiere è al centro di mille intrecci e di continue trattative: dalle nomine nel consiglio d' amministrazione della Scala di Milano, su su fino alla guerra per conservare il controllo del Corriere della Sera.

RENZI NAPOLITANORENZI NAPOLITANO
Il suo cellulare è in contatto diretto con alti prelati, direttori di giornali, sindaci, parlamentari, grand -commis di Stato, ministri, banchieri, e alcune delle più alte cariche della Repubblica. Ci sono addirittura cardinali che premono per conservare le consulenze di Intesa-SanPaolo a un loro protetto, uno che (così dice Bazoli, con un filo di cinico realismo) «deve avere fatto loro tutta una serie di piaceri...».

L' 11 aprile 2014 chiama anche Paolo Scaroni, amministratore delegato dell' Eni, colosso dell' energia controllato dal Tesoro, il quale rivela a Bazoli che «il nuovo amministratore delegato sarà Claudio Descalzi», o almeno questo è quello che lui vorrebbe fosse designato come suo successore, mentre il nuovo presidente del consiglio Matteo Renzi «vorrebbe che fosse una donna». Nel brogliaccio si legge che Scaroni aggiunge di «averne parlato con il presidente Giorgio Napolitano». Scaroni richiama allarmato due giorni dopo, il 13 aprile, per avvertire che «l' indomani Renzi andrà da Napolitano con la lista delle nomine, per cui se uno vuole poter dire qualcosa...». Insomma, Bazoli deve intervenire in fretta.
Descalzi ScaroniDESCALZI SCARONI

Il banchiere rivela di avere già chiesto un appuntamento al Colle per giovedì 17. I due si risentono il 18, e Bazoli riferisce dell' incontro con Napolitano: «Ho capito che alcune cose sono andate per il verso giusto», attacca Bazoli, poi aggiunge poche parole: «L' azienda rimane in mani fidate». Insomma, quattro importanti cariche all' interno del gruppo. La mattina del 14 maggio 2014, quando l' inchiesta viene svelata dalle prime perquisizioni tra Brescia e Bergamo, i telefoni di molti indagati diventano roventi. Alcuni, però, sono più accorti di altri.

Francesca, per esempio, parla dell' inchiesta con un notaio di Milano, il quale sostiene che l' accusa «che gli fa più paura» è quella che ipotizza che Bazoli abbia gestito tutte le nomine di comune accordo con Emilio Zanetti, il leader dell' Associazione amici di Ubi, la compagine azionaria bergamasca.
UBI BANCAUBI BANCA

È proprio la «cabina di regia» che ipotizzano i magistrati di Bergamo, Walter Mapelli e Fabio Pelosi. Il notaio aggiunge che l' Associazione banca lombarda e piemontese, la compagine azionaria bresciana di cui proprio Giovanni Bazoli è presidente, «si può considerare un patto parasociale che...». Ma Francesca lo interrompe bruscamente: «Meglio non parlare al telefono». La stessa preoccupazione traspare il 16 maggio, quando Francesca chiama un amico al dipartimento della pubblica sicurezza presso il ministero dell' Interno e gli confida, forse provocando qualche legittimo imbarazzo, che le «hanno detto che i telefoni sono sorvegliati».
victor massiahVICTOR MASSIAH

Francesca, comunque, non riesce sempre a trattenersi. Lo stesso 14 maggio 2014, alla fine della convulsa giornata delle perquisizioni, parla al cellulare con l' amministratore delegato di Ubi, Victor Massiah, a sua volta indagato. Costui si dice ottimista sull' inchiesta: «Ne usciremo», dice, «anche perché lo spessore di chi ci accusa non è...». E lei risponde: «La cosa più triste è che una Procura si presti a tutto ciò».

FRANCESCA BAZOLI













FRANCESCA BAZOLI
Mesi dopo, nel febbraio 2015, padre e figlia sembrano un poco più preoccupati dell' inchiesta che avanza. Il 13 di quel mese, Giovanni Bazoli per chiamare Francesca usa il telefono di un dipendente di Banca Intesa e fa mostra di grande pessimismo: contro di loro, dice, «c' è un piccolo oltretutto una mole di materiale immenso, non si fermano nel modo più assoluto».

Nelle carte depositate dalla Procura c' è infine il brevissimo capitolo della microspia piazzata nell' ufficio di Giovanni Bazoli. Verso le ore 13 di giovedì 15 maggio 2014, l' indagata Francesca Bazoli è a colloquio con suo padre Giovanni. La donna, che forse sospetta di essere stata intercettata per mesi e tra quelle mura si crede più al sicuro, cerca di consolare l' anziano banchiere e parla degli articoli appena usciti. Giovanni Bazoli le risponde con un implicito invito alla cautela: «Per i reati contestati c' è la possibilità di effettuare le intercettazioni».

BAZOLIBAZOLI
L' audio a quel punto si abbassa, forse la cimice comincia a funzionare male, o forse i due parlano più piano. Francesca si lascia andare: «Ma com' è possibile che un' indagine tanto delicata sia in mano a un pubblico ministero giovanissimo, inesperto? Queste notizie lasciano allibita la gente e l' opinione pubblica». A quel punto, la conversazione diventa per un breve tratto incomprensibile. Quindi Francesca sostiene che «in questo momento è impossibile tirarsi fuori da questi attacchi» e consiglia al padre di «lasciare perdere le relazioni con Ubi». Bazoli si lamenta dell' esposizione mediatica.

Un vero peccato che la «cimice» piazzata in quell' ufficio, da quel momento in poi, smetta di funzionare. Perché da quel momento, annotano i funzionari di polizia giudiziaria, si sentono praticamente solo rumori di fondo.

Fonte qui


venerdì 2 dicembre 2016

"PANORAMA": LA GUARDIA DI FINANZA VOLEVA ARRESTARE BAZOLI!

NELLE INFORMATIVE DELLE FIAMME GIALLE SI PARLA DI “INDOLE DELINQUENZIALE ACCENTUATA” E DELINEANO I CONTORNI DI UNA CRICCA, I VERTICI DI UBI BANCA 

E SI PARLA DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Giacomo Amadori e Ignazio Mangrano per La Verità

giovanni bazoliGIOVANNI BAZOLI
Ieri Panorama ha sganciato la bomba, rivelando la richiesta di arresto che la Guardia di finanza aveva presentato un anno fa ai pm di Bergamo nei confronti del banchiere Giovanni Bazoli, della figlia Francesca e di altri 14 dirigenti di primo piano del gruppo Ubi.

Panorama riferisce che la richiesta era a conclusione di un’informativa di 181 pagine inoltrata il 23 dicembre 2015 e firmata dal generale Giuseppe Bottillo, comandante del Nucleo speciale di polizia valutaria, e dal colonnello Gabriele Procucci, responsabile del 3° gruppo sezione tutela del risparmio. Nell’informativa riportata da Carmelo Abbate si leggeva questo severo giudizio, a proposito di (un) Bazoli (padre o figlia?): «Un’indole delinquenziale particolarmente accentuata».
francesca bazoliFRANCESCA BAZOLI

Ma non è solo questo il passaggio dell’inchiesta della Procura di Bergamo che sorprende. Leggendo la documentazione contenuta nel fascicolo sul quarto gruppo bancario italiano si scopre che le accuse vanno dall’ostacolo alle funzioni di vigilanza all’illecita influenza sull’assemblea, ma ciò che maggiormente colpisce oltre naturalmente alla gravità delle condotte contestate, sono i metodi e la terminologia alla base delle maggiori decisioni di un così grande istituto. Tanto che non sembra di leggere atti di un’inchiesta bancaria. Dai documenti emergono ricatti, pressioni, riunioni segrete e termini come «patti tra gentiluomini», «garante», «mafia cattolica».

GIOVANNI BAZOLI SI RIPOSA FOTO LAPRESSEGIOVANNI BAZOLI SI RIPOSA FOTO LAPRESSE
Emerge la storia di due famiglie, una bresciana con a capo indiscusso, secondo la Procura, Giovanni Bazoli, e una bergamasca guidata, fino al suo appannamento, da Emilio Zanetti. Giovanni Bazoli, intercettato, afferma: «Sono patti tra gentiluomini quelli su cui si fonda la nascita di Ubi Banca». Il quarto gruppo bancario italiano nasce quindi, secondo l’allora presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo, da un patto tra gentiluomini i cui «garanti» sono lui stesso per Brescia e Zanetti per Bergamo. In un’intercettazione tra il presidente del consiglio di gestione Franco Polotti e l’allora vicepresidente di sorveglianza Alberto Folonari ecco poi spuntare la parola «mafia ».
Emilio ZanettiEMILIO ZANETTI

Folonari: «Senti c’è uno che comincia a rompermi un po’ le palle, e l’ho detto anche a Nanni (Giovanni Bazoli, ndr), è Camadini (Pierpaolo, consigliere della banca, ndr) crede di… non lo so io!». Polotti: «Beh, Alberto allora…». Folonari: «Mafia cattolica!». È come un romanzo nel quale due famiglie con i rispettivi capi e garanti decidono vita e morte dell’intero gruppo. Sono spesso affidate ai familiari nomine, consulenze e crediti, su cui, secondo Panorama , ci sono indagini in corso e ispezioni da parte della Banca centrale europea. Tutto deve restare all’interno delle famiglie.

ANDREA MOLTRASIOANDREA MOLTRASIO
Non a caso la Guardia di finanza a conclusione dell’informativa che manda al pubblico ministero che si occupa dell’inchiesta annota: «(…) Le condotte illecite sopra descritte sono tali da configurare una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione di più delitti di ostacolo all’esercizio delle funzioni di pubblica vigilanza nonché del reato di illecita influenza sull’assemblea ()». I finanzieri elencano quelli che a loro parere sarebbero i componenti del sodalizio: Giovanni e Francesca Bazoli, Emilio Zanetti, Andrea Moltrasio, Franco Polotti, Victor Massiah, Mario Cera, Armando Santus, Giuseppe Calvi, Italo Lucchini, Mario Mazzoleni. I massimi vertici del gruppo più Giovanni Bazoli.
FRANCO POLOTTIFRANCO POLOTTI

I pm non hanno ritenuto di contestare questo gravissimo reato. Forse tenendo conto anche dell’impatto che una cosa del genere avrebbe avuto sui mercati. Associazione a delinquere o meno, quello che emerge dagli atti è che quando queste famiglie si sono sentite minacciate dalla segnalazione dell’autorità di vigilanza sulle modifiche al regolamento del comitato nomine o dalla presenza di liste concorrenti, non hanno esitato a mettere in piedi una vera e propria struttura volta ad annullare il pericolo. Disinteressandosi delle norme, anzi violandole apertamente.
victor massiahVICTOR MASSIAH

Ma nella storia di Ubi a colpire è anche altro. Per esempio la quasi inesistente presenza di investimenti personali da parte dei soggetti che di fatto controllano il gruppo. Soggetti che in nome di un ormai noto capitalismo di relazione o familiare acquisiscono e gestiscono il potere per i propri interessi. Le sorprese non finiscono qui. Nell’azionariato della banca ci sono rilevanti pacchetti azionari delle diocesi di riferimento. Stiamo parlando di circa 2.500.000 azioni Ubi della diocesi di Bergamo e di circa 10.000.000 in possesso della diocesi di Brescia (suddivise tra le varie fondazioni).

editrice la scuolaEDITRICE LA SCUOLA
C’è inoltre da chiedersi come sia possibile, ad esempio, che una società che nasce per diffondere cultura, come «Editrice la scuola», totalmente posseduta dall’Opera per l’educazione cristiana, sia in possesso di 5.068.047 azioni Ubi e che la sua controllante ne possegga altre 220.336. La risposta si trova forse nel fatto che il presidente dell’Opera è proprio Giovanni Bazoli e che lo stesso ha avuto ruoli anche all’interno dell’Editrice la scuola.

Fonte: qui