9 dicembre forconi: Giorgio Napolitano
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domenica 21 ottobre 2018

QUANDO BEPPE GRILLO SI PREOCCUPAVA PER LO SPREAD (E OGGI INVECE TACE)


IL 29 LUGLIO 2011, QUANDO A PALAZZO CHIGI C’ERA BERLUSCONI, BEPPE SCRISSE A NAPOLITANO UNA LETTERA ALLARMATA DOPO CHE IL DIFFERENZIALE BTP-BUND ARRIVO’ A 339 PUNTI: “L’ITALIA E’ VICINA AL DEFAULT, I TITOLI DI STATO RICHIEDONO UN INTERESSE SEMPRE PIU’ ALTO PER ESSERE VENDUTI…” 

E SU MARIO MONTI DICEVA…

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

Spread a 313, e lui zitto. Spread a 320, e lui zitto. Ma quando schizza a 339, Beppe Grillo non si tiene più. E scrive un' allarmatissima lettera al Capo dello Stato: «L' Italia è vicina al default i titoli di Stato richiedono interessi sempre più alti le banche sono a rischio hanno 200 miliardi di euro di titoli pubblici e 85 miliardi di sofferenze non sono più in grado di salvare il Tesoro» «Ma se l' è? Matt?», chiederebbe Enzo Jannacci in «Ho visto un re».

il presidente emerito giorgio napolitano (3)IL PRESIDENTE EMERITO GIORGIO NAPOLITANO (3)
No. Il fatto è che a spaventare il profeta dei 5 Stelle non è l' impennata «gialloverde» dello spread di oggi. Ma quella dell' ultima estate «berlusconiana» prima della caduta. Impennata che venerdì 29 luglio 2011 tocca i 339 punti. Uno in meno del picco di 340 (poi un po' rientrato) di ieri. 

È in quel momento che Grillo decide di mandare a Giorgio Napolitano (che poi definirà «un uomo che ha violentato la Costituzione») la lettera che oggi val la pena di rileggere.

«Spettabile presidente, quasi tutto ci divide, tranne il fatto di essere italiani e la preoccupazione per il futuro della nostra Nazione. L'Italia è vicina al default, i titoli di Stato, l' ossigeno (meglio sarebbe dire l' anidride carbonica) che mantiene in vita la nostra economia, che permette di pagare pensioni e stipendi pubblici e di garantire i servizi essenziali, richiedono un interesse sempre più alto per essere venduti sui mercati. Interesse che non saremo in grado di pagare senza aumentare le tasse, già molto elevate, tagliare la spesa sociale falcidiata da anni e avviare nuove privatizzazioni.

BEPPE GRILLO TRA LA FOLLABEPPE GRILLO TRA LA FOLLA
Un' impresa impossibile senza una rivolta sociale. La Deutsche Bank ha venduto nel 2011 sette miliardi di euro dei nostri titoli. È più di un segnale: è una campana a martello che ha risvegliato persino Romano Prodi dal suo torpore».

Poi, l'attacco all'esecutivo di Berlusconi: «Il Governo è squalificato, ha perso ogni credibilità internazionale, non è in grado di affrontare la crisi che ha prima creato e poi negato fino alla prova dell' evidenza». Quindi l'allarme per le banche italiane che «sono a rischio, hanno 200 miliardi di euro di titoli pubblici e 85 miliardi di sofferenze, spesso crediti inesigibili. Non sono più in grado di salvare il Tesoro con l' acquisto di altri miliardi di titoli, a iniziare dalla prossima asta di fine agosto.

mario montiMARIO MONTI
Ora devono pensare a salvare se stesse». Fino all'«intimazione»: «In questa situazione lei non può restare inerte. Lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un l' unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi».

Non starà pensando a Mario Monti? Niente nomi, ma «gli italiani, io credo, sono pronti ad affrontare grandi sacrifici per uscire dal periodo che purtroppo li aspetta, ma solo a condizione che siano ripartiti con equità e che l' esempio sia dato per primi da coloro che li governano. Oggi non esiste purtroppo nessuna di queste due condizioni».

DI MAIO SPREADDI MAIO SPREAD
Indimenticabile il richiamo a «un altro mese di luglio, nel 1943» quando «i fascisti del Gran Consiglio, ebbero il coraggio di sfiduciare il cavaliere Benito Mussolini, l'attuale cavaliere nessuno lo sfiducerà in questo Parlamento trasformato in un suk, né i suoi sodali, né i suoi falsi oppositori. Credo che lei concordi con me che con questo governo l' Italia è avviata al fallimento economico e sociale e non può aspettare le elezioni del 2013» Insomma, «L'articolo 88 della Costituzione le consente di sciogliere le Camere. Lo usi se necessario per imporre le sue scelte prima che sia troppo tardi».

spreadSPREAD
Per carità, anni diversi, situazioni diverse, fronti politici diversi. Eravamo nel pieno della grande crisi deflagrata nel 2007/2008, il Fondo aiuti affitti alle famiglie povere era stato appena tagliato del 74%, i finanziamenti all' istruzione del 38%, quelli per il rischio idrogeologico (in quattro anni) addirittura all' 84,8%... Insomma, l'Italia era nei guai fino al collo. Prospettive nerissime. E bene fece Grillo a manifestare la sua preoccupazione per i destini del paese. Ma oggi?

spread btp bundSPREAD BTP BUND
Perché, salvo rare sortite scivolate via, ha preferito il silenzio a dispetto di notizie come quella che ad agosto «gli investitori esteri hanno venduto titoli del debito sovrano complessivamente per 8,7 miliardi» e che tra gennaio e agosto i non residenti «hanno ridotto le consistenze di titoli italiani di 42,8 miliardi» (l' ha appena ricordato Milano-Finanza) con disinvestimenti che «hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi)»?

spread btp bundSPREAD BTP BUND
Pochi mesi dopo quell' appello dai toni drammatici il fondatore nel M5S spiegava già a novembre sul suo blog che «la caduta del fascismo avvenne per una guerra mondiale persa. Quella del berlusconismo per un disastro economico di livello europeo. I liquidatori furono allora gli angloamericani, oggi i tedeschi e i francesi. Lo spread sopra i 500 punti ha cacciato queste caricature di governanti, di ministri e ministresse, non l' opposizione». Una settimana e rincarava: «Lo spread ha sostituito il corpo elettorale. Il colpo di spread al posto del vecchio colpo di Stato. Nessuno rimpiange Berlusconi, ma tutti dovremmo rimpiangere la democrazia».

spread btp bundSPREAD BTP BUND
È curioso, tuttavia, andare a rileggere oggi quanto Grillo pensava allora di Mario Monti chiamato non a fare nuovi debiti ma a «mettere una pezza» (copyright di Beppe) ai buchi di bilancio spalancati da altri: «Io credo che ora questo Paese abbia bisogno di persone credibili, come lo è Monti, per traghettare questo Paese alle elezioni del 2013, cambiando la legge elettorale, il conflitto di interessi e bloccare il debito. Non ha iniziato male, io non mi permetto di dare un giudizio negativo su di lui».

Era il 21 dicembre 2011, l'intervista era sulla rivista Oggi. L'ex commissario Ue aveva giurato da un mese e mezzo, aveva avuto la fiducia annunciando l'obbligo di tagli dolorosi, aveva presentato da due settimane l'ustionante riforma delle pensioni accanto a quella Elsa Fornero poi bombardata dai grillini e dai futuri alleati leghisti.

Fonte: qui

mercoledì 25 aprile 2018

GIORGIO NAPOLITANO OPERATO D'URGENZA AL CUORE

E’ STATO RICOVERATO IERI AL SAN CAMILLO DOPO IL MALORE ACCUSATO NEL POMERIGGIO ED E' STATO SOTTOPOSTO A UN INTERVENTO CHIRURGICO ALL’AORTA

Roma, 25 aprile 2018«L'intervento al quale Giorgio Napolitano è stato sottoposto all'ospedale San Camillo di Roma è riuscito perfettamente, il cuore ha ripreso le funzioni, le condizioni sono stabili. Siamo molto soddisfatti e ottimisti». Queste le prime parole del professor Francesco Musumeci, direttore del reparto cardiochirurgia, all'uscita dalla sala operatoria, dopo aver operato il presidente emerito per un aneurisma dissecante dell'aorta, una rottura della parete dell'arteria a pochi centimetri dal cuore. «Ora il paziente riposa e viene trasferito in terapia intensiva – ha precisato lo specialista - ovviamente l'età, 93 anni, incide sui tempi di recupero. È arrivato cosciente in sala operatoria, gli ho spiegato come si sarebbe svolto l'intervento, prima di addormentarlo. Era lucido e ci ha incoraggiati nel nostro lavoro. Ora aspetteremo la mattina per svegliarlo e vedere come evolve».
Napolitano attraversa ora una fase delicatissima del decorso postoperatorio, i parametri di emodinamica come la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca si devono stabilizzare, la sedazione viene tolta gradualmente. Ancora presto per pronunciarsi sui tempi di recupero. Tecnicamente Napolitano ha avuto una dissecazione dell'aorta ascendente, ha spiegato il cardiochirurgo, si è verificata cioè una improvvisa rottura all'interno dell'arteria aorta , con infiltrazione di sangue nello spessore della parete arteriosa, una situazione che può portare a un improvviso cedimento con conseguente emorragia. L'intervento iniziato alle 22 di ieri sera si è protratto per 4 ore. Eseguito in condizioni di estrema urgenza, consiste nel cambiare tutto il segmento, dalla valvola aortica al tratto iniziale dell'aorta ascendente. Musumeci ha spiegato che questa patologia si manifesta in maniera improvvisa in forma acuta, con dolore forte al torace che spesso viene scambiato per un infarto in atto. 
Fonte: qui

sabato 11 febbraio 2017

CIMICI E INTERCETTAZIONI INGUAIANO BAZOLI. E NON SOLO PER LE OPERAZIONI SU UBI BANCA

CONVINSE NAPOLITANO CHE ALL’ENI BISOGNAVA METTERE DESCALZI, SU CONSIGLIO DI SCARONI 

RENZI VOLEVA UNA DONNA, MA KING GEORGE LO DISSUASE
Maurizio Tortorella per la Verità

GIOVANNI BAZOLIGIOVANNI BAZOLI
Non ci sono soltanto gli incontri e i suggerimenti del presidente emerito Giorgio Napolitano, che nel marzo 2015 introduceva l' indagato Giovanni Bazoli presso il neoeletto capo dello Stato, Sergio Mattarella. Non c' è solo quello, nei brogliacci di migliaia di telefonate intercettate depositati dalla Procura di Bergamo lo scorso 17 novembre, alla conclusione delle indagini sui vertici di Ubi Banca. 

Gli inquirenti, che con Bazoli accusano 38 manager e azionisti di ostacolo alla vigilanza e d' illecita influenza sull' assemblea dei soci, dall' inizio del 2014 e per metà del 2015 hanno messo sotto controllo una serie di telefoni.

DE BORTOLI E BAZOLIDE BORTOLI E BAZOLI
Di certo il più «interessante» è il cellulare dello stesso Bazoli, nel 2007 fondatore di Ubi Banca, ma anche di Intesa-SanPaolo, il colosso creditizio di cui nel 2014 era ancora al vertice (si dimetterà il 27 aprile 2016). E proprio quel telefono conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l' ottuagenario banchiere è al centro di mille intrecci e di continue trattative: dalle nomine nel consiglio d' amministrazione della Scala di Milano, su su fino alla guerra per conservare il controllo del Corriere della Sera.

RENZI NAPOLITANORENZI NAPOLITANO
Il suo cellulare è in contatto diretto con alti prelati, direttori di giornali, sindaci, parlamentari, grand -commis di Stato, ministri, banchieri, e alcune delle più alte cariche della Repubblica. Ci sono addirittura cardinali che premono per conservare le consulenze di Intesa-SanPaolo a un loro protetto, uno che (così dice Bazoli, con un filo di cinico realismo) «deve avere fatto loro tutta una serie di piaceri...».

L' 11 aprile 2014 chiama anche Paolo Scaroni, amministratore delegato dell' Eni, colosso dell' energia controllato dal Tesoro, il quale rivela a Bazoli che «il nuovo amministratore delegato sarà Claudio Descalzi», o almeno questo è quello che lui vorrebbe fosse designato come suo successore, mentre il nuovo presidente del consiglio Matteo Renzi «vorrebbe che fosse una donna». Nel brogliaccio si legge che Scaroni aggiunge di «averne parlato con il presidente Giorgio Napolitano». Scaroni richiama allarmato due giorni dopo, il 13 aprile, per avvertire che «l' indomani Renzi andrà da Napolitano con la lista delle nomine, per cui se uno vuole poter dire qualcosa...». Insomma, Bazoli deve intervenire in fretta.
Descalzi ScaroniDESCALZI SCARONI

Il banchiere rivela di avere già chiesto un appuntamento al Colle per giovedì 17. I due si risentono il 18, e Bazoli riferisce dell' incontro con Napolitano: «Ho capito che alcune cose sono andate per il verso giusto», attacca Bazoli, poi aggiunge poche parole: «L' azienda rimane in mani fidate». Insomma, quattro importanti cariche all' interno del gruppo. La mattina del 14 maggio 2014, quando l' inchiesta viene svelata dalle prime perquisizioni tra Brescia e Bergamo, i telefoni di molti indagati diventano roventi. Alcuni, però, sono più accorti di altri.

Francesca, per esempio, parla dell' inchiesta con un notaio di Milano, il quale sostiene che l' accusa «che gli fa più paura» è quella che ipotizza che Bazoli abbia gestito tutte le nomine di comune accordo con Emilio Zanetti, il leader dell' Associazione amici di Ubi, la compagine azionaria bergamasca.
UBI BANCAUBI BANCA

È proprio la «cabina di regia» che ipotizzano i magistrati di Bergamo, Walter Mapelli e Fabio Pelosi. Il notaio aggiunge che l' Associazione banca lombarda e piemontese, la compagine azionaria bresciana di cui proprio Giovanni Bazoli è presidente, «si può considerare un patto parasociale che...». Ma Francesca lo interrompe bruscamente: «Meglio non parlare al telefono». La stessa preoccupazione traspare il 16 maggio, quando Francesca chiama un amico al dipartimento della pubblica sicurezza presso il ministero dell' Interno e gli confida, forse provocando qualche legittimo imbarazzo, che le «hanno detto che i telefoni sono sorvegliati».
victor massiahVICTOR MASSIAH

Francesca, comunque, non riesce sempre a trattenersi. Lo stesso 14 maggio 2014, alla fine della convulsa giornata delle perquisizioni, parla al cellulare con l' amministratore delegato di Ubi, Victor Massiah, a sua volta indagato. Costui si dice ottimista sull' inchiesta: «Ne usciremo», dice, «anche perché lo spessore di chi ci accusa non è...». E lei risponde: «La cosa più triste è che una Procura si presti a tutto ciò».

FRANCESCA BAZOLI













FRANCESCA BAZOLI
Mesi dopo, nel febbraio 2015, padre e figlia sembrano un poco più preoccupati dell' inchiesta che avanza. Il 13 di quel mese, Giovanni Bazoli per chiamare Francesca usa il telefono di un dipendente di Banca Intesa e fa mostra di grande pessimismo: contro di loro, dice, «c' è un piccolo oltretutto una mole di materiale immenso, non si fermano nel modo più assoluto».

Nelle carte depositate dalla Procura c' è infine il brevissimo capitolo della microspia piazzata nell' ufficio di Giovanni Bazoli. Verso le ore 13 di giovedì 15 maggio 2014, l' indagata Francesca Bazoli è a colloquio con suo padre Giovanni. La donna, che forse sospetta di essere stata intercettata per mesi e tra quelle mura si crede più al sicuro, cerca di consolare l' anziano banchiere e parla degli articoli appena usciti. Giovanni Bazoli le risponde con un implicito invito alla cautela: «Per i reati contestati c' è la possibilità di effettuare le intercettazioni».

BAZOLIBAZOLI
L' audio a quel punto si abbassa, forse la cimice comincia a funzionare male, o forse i due parlano più piano. Francesca si lascia andare: «Ma com' è possibile che un' indagine tanto delicata sia in mano a un pubblico ministero giovanissimo, inesperto? Queste notizie lasciano allibita la gente e l' opinione pubblica». A quel punto, la conversazione diventa per un breve tratto incomprensibile. Quindi Francesca sostiene che «in questo momento è impossibile tirarsi fuori da questi attacchi» e consiglia al padre di «lasciare perdere le relazioni con Ubi». Bazoli si lamenta dell' esposizione mediatica.

Un vero peccato che la «cimice» piazzata in quell' ufficio, da quel momento in poi, smetta di funzionare. Perché da quel momento, annotano i funzionari di polizia giudiziaria, si sentono praticamente solo rumori di fondo.

Fonte qui


venerdì 9 dicembre 2016

“NAPOLITANO E’ LA VERA ANOMALIA ITALIANA”

... UN PESANTE E SACROSANTO ATTACCO AL VECCHIO PARASSITA DEL QUIRINALE

“THE ITALIAN DISASTER” – L’ANOMALIA ITALIANA NON È BERLUSCONI, MA NAPOLITANO! UN SAGGIO INGLESE FA A PEZZI RE GIORGIO (IL TESTO INTEGRALE)

Lo storico britannico Perry Anderson analizza la crisi europea dalla parte dell’Italia, e si concentra su Napolitano, “studente fascista, poi il comunista favorito di Kissinger”, che mise la firma sul Lodo Alfano, entrò in guerra con la Libia violando leggi e trattati e tramò con Monti e Passera per sostituire Berlusconi…

22 Maggio 2014

1. IL SAGGIO INTEGRALE DI PERRY ANDERSON: “THE ITALIAN DISASTER”
Dalla "London Review of Books", leggi qui

2. THE LONDON REVIEW OF BOOKS: “NAPOLITANO, ANOMALIA ITALIANA”

Caterina Soffici per “il Fatto Quotidiano”

La vera anomalia italiana? Giorgio Napolitano. Sulla prestigiosa London Review of Books, lo storico britannico Perry Anderson analizza la crisi europea in un lungo saggio dal titolo: The Italian Disaster. Non c’è bisogno di traduzione ed è interessante che per parlare del futuro dell’Europa e delle falle nel sistema della democrazia del vecchio continente, si parli del disastro italiano, raccontato con la secchezza degli storici inglesi: una sequenza di fatti, date, pochi commenti e molti argomenti.

Quello che Denis Mack Smith ha fatto con i suoi saggi sul Risorgimento e la nascita del fascismo, Anderson, storico di formazione marxista, lo fa con gli anni recenti della storia patria. Secondo Anderson è il capo dello Stato la vera minaccia della democrazia italiana. Visto in patria come il salvatore, “la roccia su cui fondare la nuova Repubblica”, Napolitano è invece una vera pericolosa anomalia, un politico che ha costruito tutta la carriera su un principio: stare sempre dalla parte del vincitore.

Così da studente aderisce al Gruppo Universitario Fascista, poi diventa comunista tutto d’un pezzo: nel 1956 plaude l’intervento sovietico in Ungheria, nel 1964 si felicita per l’espulsione di Solgenitsyn, sostenendo che “solo i folli e i faziosi possono davvero credere allo spettro dello stalinismo”. Fedele alla linea del più forte, vota sì all’espulsione del Gruppo del Manifesto per i fatti di Cecoslovacchia e negli anni Settanta diventa “il comunista favorito di Kissinger”, perché il nuovo potere da coltivare sono ora gli Stati Uniti.

Gli Usa e Craxi sono i nuovi fari di Napolitano e dei miglioristi (la corrente era finanziata con i soldi della Fininvest) e nel 1996 il nostro diventa ministro degli Interni (per la prima volta uno di sinistra), garantendo agli avversari che “non avrebbe tirato fuori scheletri dall’armadio”.

Ma il meglio Napolitano lo dà da presidente della Repubblica: nel 2008 firma del lodo Alfano, che “garantisce a Berlusconi come primo ministro e a lui stesso come presidente l’immunità giudiziaria”, dichiarato poi incostituzionale e trasformato nel 2010 nel “legittimo impedimento”, anch’esso dichiarato incostituzionale nel 2011.

E poi una gragnuola di fatti: il mancato scioglimento delle Camere nel 2008, l’entrata in guerra contro la Libia del 2011 (scavalcando costituzione, senza voto parlamentare, violando un trattato di non aggressione), le trame con Monti e Passera per sostituire Berlusconi, modo – secondo Anderson – “completamente incostituzionale”.
Per non parlare della vicenda della ri-elezione al secondo mandato (“a 87 anni, battuto solo da Mugabe, Peres e dal moribondo re saudita”) e delle ultime vicende, con il siluramento del governo Letta. Napolitano, che dovrebbe essere “il guardiano imparziale dell’ordine parlamentare e non interferire con le sue decisione”, scrive lo storico britannico, rompe ogni regola. 

La corruzione negli affari, nella burocrazia e nella politica tipiche dell’Italia sono adesso aggravate dalla corruzione costituzionale”.

E poi il caso Mancino e la richiesta di impeachment contro il presidente da parte di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, e l’invocazione della totale immunità nella trattativa Stato-mafia, che Anderson definisce “Nixon-style”, termine che evoca scandali come il Watergate. Ma gli esiti italiani sono stati diversi, come ben sappiamo.


FONTE: qui

lunedì 5 dicembre 2016

Napolitano, il grande sconfitto che ha messo in ginocchio il Paese

Ieri mattina alle urne aveva detto: «Una giornata importante» Il vero ispiratore della riforma adesso ha la coda tra le gambe

Roma - L'ultima sortita è stata quella di ieri mattina quando il presidente emerito, Giorgio Napolitano, accompagnato dalla consorte Clio, ha votato per il referendum costituzionale al seggio in via Panisperna.
Una giornata «importante», s'è limitato a rispondere ai cronisti assiepati sottolineando vieppiù l'importanza della consultazione alla quale aveva sostanzialmente affidato il proprio testamento politico. È andata come i sondaggi prevedevano: King George, pertanto, è stato il grande sconfitto assieme a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi che alla riforma da lui ispirata avevano dato il proprio nome.
Oggi, a pochi giorni di distanza, risultano quasi profetiche quelle parole del premier dimissionario pronunciate durante un comizio. «Non sono attaccato alla poltrona come altri e sono stato chiamato da Napolitano per fare le riforme».

Insomma, alla fine s'è scoperto che, fosse stato per Renzi, la faccia su quella modifica costituzionale non l'avrebbe nemmeno messa se non gliel'avesse chiesto il Quirinale.

E altrimenti non si può spiegare quell'attacco frontale a Mario Monti e ai governi tecnici degli ultimi giorni di campagna, uno sgarbo bello e buono a Giorgio Napolitano che s'era abituato a trattare Palazzo Chigi come una propria dépendance, insediandovi l'uomo che ha messo in ginocchio il Paese a suon di tasse condannandolo a una recessione dalla quale ancor oggi fatica a tirarsi fuori nonostante la spesa in deficit di Renzi sotto forma di mance e mancette varie.
Non per niente Silvio Berlusconi tutte queste circostanze non ha mancato di ricordarle durante i suoi interventi a favore del No invitando l'ex capo dello Stato a «evitare esternazioni comunque ineleganti», visto che «per anni avrebbe dovuto essere il garante delle regole della democrazia, e invece ha fatto di tutto per creare, promuovere e sostenere una serie di governi, da Monti a Renzi, non scelti dagli italiani».

Non erano parole a casaccio quelle del Cavaliere perché fino all'ultimo minuto Napolitano aveva voluto far sapere urbi et orbi che quella era la sua partita, anche se la stava giocando da «allenatore».
«Sono convinto della necessità di questa riforma da oltre trenta anni», aveva dichiarato a Porta a porta denunciando il clima arroventato che aveva trasformato, a suo dire, la campagna elettorale in «una sfida aberrante». Perché, secondo il metro di giudizio di Napolitano, è da aborrire tutto ciò che incontra la sua personale riprovazione: un tempo Berlusconi, oggi Grillo, domani chissà. Vecchie coazioni a ripetere dei tempi di Botteghe Oscure.
Per denigrare M5S, la scorsa settimana Re Giorgio s'era spinto oltre le colonne d'Ercole. «Non esiste politica senza professionalità come non esiste mondo senza élite», aveva detto. Alla faccia della democrazia e della Costituzione.
Fonte: qui