9 dicembre forconi: 2016
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venerdì 6 gennaio 2017

1959, quando i prezzi fermi non spaventavano un Paese pronto al boom

A fine anni '50 il Pil saliva del 7%, la lira era da Oscar e il debito appena al 33% del Pil

C'è una bella differenza tra quella e questa deflazione. Di solito il «non succedeva da...» serve a dare ai dati statistici uno spin negativo.
Il senso del progresso che si è interrotto o, ancora meglio dal punto di vista giornalistico, di un regresso in piena regola. Oggi non si può più fare. La deflazione datata 1959 fu registrata alla vigilia del boom economico, in un'Italia con un potenziale enorme, lontana dai rigori del Dopoguerra e ancora immune dalla degenerazione - iniziata esattamente dieci anni dopo - che ha trasformato una tigre dell'economia e della cultura mondiale in un Paese periferico, famoso per la bassa competitività, il debito pubblico monstre e i giovani inoccupati.
Quella era una deflazione della speranza.

Il dato Istat del 2016 è deflazione della disperazione.


Specchio di una periferia europea: prezzi in discesa perché calano i consumi, il commercio è in crisi e le famiglie che adottano («negoziano», dicono i sociologi) uno stile di vita più povero.
Nel 1959 tutti si sentivano più ricchi, anche se in termini assoluti erano più poveri. I Blue Jeans facevano capolino con i primi Levi's importati e venivano sdoganati come abbigliamento urbano. Gli italiani compravano soprattutto cibo (eredità dei rigori della guerra), pochi beni e zero servizi, ma regalavano ai figli la speranza di uno Stato solido, con un debito pubblico che era appena il 33% del Pil, 100 punti percentuali in meno rispetto a oggi. 
La crescita economica viaggiava intorno al 7%, ritmi che oggi si registrano solo in Cina. 
Paragone infelice per noi contemporanei quello con il Paese di 58 anni fa perché tra gli anni Dieci del 2000 e i Cinquanta del Novecento c'è un abisso che è di sostanza, ma anche di immagine. Proprio nel 1959 un giornale britannico, il Daily Mail, coniò il termine «Miracolo economico» per descrivere l'effervescenza della nostra economia. 
Oggi siamo il grande malato d'Europa
Arranchiamo, nonostante l'ombrello della moneta unica, mentre un anno dopo il 1959, la nostra Lira vinse l'Oscar della divisa più solida del mondo. 
A Londra nascevano subculture giovanili che si ispiravano all'estetica e alla moda italiana (i Mod), il design italiano arrivava negli uffici e le nostre aziende pensavano a comprare marchi esteri, non a svenderli. È proprio nel 1959 che Olivetti acquisì la Underwood, storica marca di macchine da scrivere statunitense. Era l'era della Vespa e della Seicento (115 mila vendute nel solo 1959 su un totale di 250 mila immatricolazioni).
È anche l'anno del Nobel quasi monocolore italiano: quello della fisica a Emilio Segre per la scoperta dell'antiprotone, quello della letteratura a Salvatore Quasimodo. 
A Sanremo vinceva un altro campione dell'Italia da esportazione, Domenico Modugno con Piove. 
Evento di portata mondiale. In televisione andava in onda la prima edizione dello Zecchino d'Oro. Nelle sale del cinema c'erano pellicole di giganti del calibro di Mario Monicelli (La Grande Guerra) e Roberto Rossellini (Il Generale della Rovere). 
E già ci si lamentava delle tasse con I tartassati di Steno con Totò e Aldo Fabrizi. 
Le cronache rosa si occupavano di Maria Callas, che aveva rotto con il marito Giovanni Battista Meneghini e aveva scelto Aristotele Onassis. 
Tutto avveniva in Italia, o così sembrava. Forse, l'unica analogia con l'Italia di allora è la politica. Il Pci si leccava le ferite per gli orrori dell'era staliniana. 
Erano gli anni di Fanfani e il partito di governo, la Dc, era alle prese con le alchimie delle correnti interne. Nel 1959 nasce la corrente dei Dorotei. 
Era la reazione alla decisione del Presidente del consiglio Amintore Fanfani di avvicinarsi al Partito socialista italiano. 
Il politico aretino, che aveva concentrato su di sè la carica di capo del governo con quella di segretario della Dc, si dimise e a Palazzo Chigi andò Antonio Segni. 
La linea del centrosinistra si impose qualche anno più tardi e portò in dote al Paese più spesa pubblica, più tasse e, in definitiva, meno libertà. 
Le premesse per la triste deflazione datata 2016.

Fonte: qui

mercoledì 28 dicembre 2016

Il 2016 è stato l’anno della bugia

Anziché la bugia dell’anno, il 2016 è stato l’anno della bugia. Non si contano, infatti, la quantità di bugie, falsità, ipocrisie che sono riusciti a somministrarci quest’anno. Ci hanno riempiti quotidianamente di dati, indicatori, numeri sulla crescita, sul benessere, che non abbiamo né visti né sentiti. Ci hanno garantito la tutela e il ristoro del risparmio truffaldinamente sottratto dalla mala gestione delle banche e chiudiamo il 2016 con un decreto di salvataggio sul Monte dei Paschi di Siena per venti miliardi, che sarà altro debito sulle nostre spalle. Soldi che oltretutto non basteranno perché la dimensione del buco contabile del colosso senese è talmente oceanica da essere sconosciuta, come sono sconosciuti i misteri che avvolgono la storia dell’istituto toscano, ma che comunque in primis servono a salvare i parassiti finanziari e i grandi Usurai.
Ci hanno bombardato sull’utilità e sulla necessità dell’accoglienza e ci ritroviamo invasi da una massa di clandestini che nessuno è in grado di identificare e di gestire. Extracomunitari che sbarcano a fiumi dalle navi militari, che utilizziamo per andare a prenderli e salvarli e che poi, nella più parte, si sparpagliamo nel Paese per fare danni, malaffare, violenze, furti e lavoro nero. Parliamo di centinaia di migliaia di persone, per lo più islamiche, di cui nulla sappiamo e nulla possiamo sapere, tanto è vero che gli stessi paesi dai quali dichiarano di provenire nella quasi totalità dei casi li disconoscono. Eppure ci hanno fatto credere che sono una risorsa, una provvidenza, una garanzia per il welfare e per le nostre pensioni, come se senza di loro saremmo perduti. Tanto l’hanno detto e sbandierato da convincere specialmente gli immigrati che, appena sbarcano, protestano, alzano la voce, pretendono e battono cassa come fossero padroni dell’Italia. Hanno negato con sdegno ogni collegamento fra sbarchi e terrorismo, insultando chiunque li ammonisse dal continuare con la scellerata politica dell’accoglienza, eppure oggi si accorgono che un legame fra le cose c’è eccome.

Andrebbero aiutati a casa loro e non derubati delle loro risorse e sciacallati in ogni modo dalle multinazionali(che sono alla ricerca del profitto senza alcun limite).  

Ci hanno giurato un rimedio equo alle follie della Legge Fornero e hanno scodellato la vergogna dell’Ape (Anticipo pensionistico), fatta apposta perché non cambi nulla. Ci hanno dato la parola sulla revisione della spesa, ma le pensioni d’oro, i vitalizi, i super stipendi di Stato e i compensi da sceicco dei manager pubblici continuano a crescere e restare. Hanno sbagliato, mentito e disatteso così tanto da farsi bocciare tutto, dall’Europa, dalla Corte costituzionale e dagli italiani sul referendum.
Eppure stanno lì, hanno cambiato Matteo Renzi con il suo gemello in sedicesimi, ma tutti gli altri nonostante le promesse sono rimasti incollati alle poltrone, come se il quattro dicembre avessero vinto loro. Hanno cacciato solo la Giannini per mettere al suo posto una ministra, la Fedeli, che ha dichiarato una laurea fasulla pur di diventare capo della Pubblica istruzione, roba da matti. Insomma, in un anno sono riusciti a dire tante balle e bugie da inzeppare tutti i trecentosessantacinque giorni, come un barattolo di sardine.

Chiudiamo il 2016 con più debito, più clandestini, più povertà, più ingiustizia, più giovani disoccupati, un fallimento che spacciano per successo. Chiudiamo l’anno con la gente avvelenata dai disservizi, dall’insicurezza, dagli scandali e dal menefreghismo sull’esito del voto referendario, con le tasse alle stelle e con i salvataggi degli speculatori finanziari e degli Usurai, uno vero schifo insomma.
Chiudiamo così, con questo bilancio, con questo Governo, con questa maggioranza, chiudiamo con la matita in mano perché prima o poi torneremo a votare.

Elide Rossi e Alfredo Mosca

Fonte: qui

martedì 6 dicembre 2016

IL GRANDE SUCCESSO DI RENZI: DOVEVA “ROTTAMARE” PER FARE SPAZIO AI GIOVANI MA SONO STATI GLI UNDER 35 A BOCCIARE LA RIFORMA (E IL GOVERNO)


IL ‘JOBS ACT’ HA RESO I RAGAZZI PIU’ PRECARI E NON HA RIDOTTO LA DISOCCUPAZIONE 

I ‘SÌ’ ERANO AVANTI SOLTANTO TRA GLI OVER 55


Renato Benedetto per “il Corriere della Sera”

VOTO AL REFERENDUM PER FASCIA D ETAVOTO AL REFERENDUM PER FASCIA D ETA
Non è bastata l'immagine, utilizzata in campagna elettorale, dei volti di D' Alema, De Mita e altri over 65 in prima fila, a capo del fronte del No, contro di lui, Matteo Renzi, il premier più giovane di sempre. Né i richiami alla necessità di svecchiare il sistema: «Un derby tra Gattopardo e innovazione», così il leader dem aveva definito il referendum. I più giovani hanno detto No. Lo annunciavano i sondaggi, prima, e si è avverato nelle urne.

È tra gli under 35 che, domenica, si è registrato il maggior numero di No: il 68% di loro ha votato contro la riforma Renzi-Boschi, secondo i dati dell' Istituto Piepoli per la Rai, e la percentuale è più alta nei numeri di Quorum per Sky Tg24, 81%. Paradossalmente il leader che si è presentato sulla scena politica con l' intento di rottamare la classe dirigente di lungo corso del suo partito non ha convinto i più giovani, ma ha fatto breccia tra gli elettori con almeno 55 anni di età. Il Sì infatti in questo caso ha prevalso(dal 51% di Piepoli al 53% di Quorum).
RENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUMRENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUM

«Tra gli under 35 si è registrata maggiore astensione, intorno al 38%, più del dato complessivo del 32%», sottolinea Roberto Weber, presidente dell' istituto Ixè. Renzi ha mancato l' obiettivo di mobilitare i più giovani. In ogni caso, però, i suoi avversari non cantino vittoria: «La percentuale di giovani che ha votato Sì è praticamente tutta "renziana", mentre i No sono divisi tra 5 Stelle, Lega e sinistra», continua Weber.

REFERENDUM 1REFERENDUM 1
Alla base della scelta dei più giovani ci sono fattori diversi: «C' entra il merito della riforma, l' idea che potesse minacciare l' equilibrio costituzionale. Ma non solo. È un voto contro il governo in carica, perché il dato della sofferenza percepita, e di insofferenza, è marcato». E quella proposta da Renzi non è apparsa come una via d'uscita convincente dalla crisi.

Tendono a parlare più di un voto «sociale» che «politico» i ricercatori dell' Istituto Cattaneo. Perché non sono stati soltanto i più giovani a votare No, ma in generale le fasce di popolazione più in difficoltà. «Più in generale prevale dove c'è precarietà e incertezza», spiega Marco Valbruzzi, del Cattaneo. A livello geografico, innanzitutto: «Il No prevale al Sud e nelle Isole. Nelle province meridionali della Sardegna o in certe zone della Sicilia ha raggiunto le vette più alte. Ma non contro la riforma, contro qualcuno che è espressione del governo».

vignette anti renziRENZI e ILREFERENDUM 

Anche tra le fasce di reddito più basso, Renzi, e con lui il Pd, hanno perso presa. Lo dimostra un' analisi sui risultati nelle sezioni di Bologna, dove in generale ha prevalso il Sì (52,2%), divise per reddito: «Nelle sezioni più povere il No raggiunge il valore più elevato, nei seggi dove il reddito mediano supera i 25 mila euro il Sì guadagna anche sette punti». Lo ribadiscono i dati che arrivano da Milano, dove il Sì ha prevalso in tutta la città (51,1%), ma in centro ha raggiunto il 64,8%.

RENZI REFERENDUMPALLONARO DOPO IL VOTO REFERENDARIO
E Roma, dove lo zoccolo duro renziano rimane tra il centro storico (Sì in testa, al 50,54%) e nell' area tra Parioli, Salario e San Lorenzo (52,4%). Analisi che trova eco nelle parole dei frati di Assisi: «È stato il no delle famiglie povere che non arrivano a fine mese, stanche della politica. Il Paese bocciato dai paesi», per padre Enzo Fortunato, direttore della rivista Sanfrancesco.org .

Fonte: qui

lunedì 5 dicembre 2016

L’ITALIA DA’ LO SFRATTO A RENZI IL PALLONARO

MARIO GIORDANO:

“FINISCE IN UNA NOTTE DI DICEMBRE L’ERA DEL GRAN CAZZARO, LA STAGIONE DELLE BALLE ASSORTITE, DEL WANNAMARCHISMO ELETTO A METODO DI GOVERNO, DELL’ARROGANZA COME SISTEMA, DELL’OCCUPAZIONE DELL’ETERE. FINISCE L’ERA DELLE CONFERENZE STAMPA CON I PESCIOLINI, DEI TWEET SPREZZANTI, DELLE BANCHE AMICHE E DELLE PROMESSE MANCATE”

“A QUESTO PUNTO LA DOMANDA È: RESTERÀ SEGRETARIO PD? 

CERCHERÀ ORGANIZZARE LA SUA RIVINCITA? 

CHE FARANNO D’ALEMA E BERSANI? GLIELO PERMETTERANNO? 

O CHIEDERANNO LA SUA TESTA PER AVER GUIDATO IL PD A SCHIANTARSI CONTRO UNA SCONFITTA CLAMOROSA?”


Mario Giordano per “la Verità”

«Mi assumo la responsabilità della sconfitta». È mezzanotte e 20 quando Renzi compare davanti alle telecamere, con il volto segnato a lutto e un groppo in gola grande come la cupola del Brunelleschi. Ringrazia la moglie che è lì presente, i figli, tutti quelli che hanno lavorato per il sì. Poi annuncia: «La poltrona che salta è la mia. Domani pomeriggio salirò al Quirinale per rassegnare le dimissioni».
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Finisce così in una notte di dicembre nemmeno troppo fredda l’era del Gran Cazzaro. Finisce la stagione delle balle assortite, del wannamarchismo eletto a metodo di governo, dell’arroganza come sistema, dell’occupazione dell’etere, della montagna di bugie più fragili della difesa dell’Inter. Finisce l’era delle conferenze stampa con i pesciolini, dei tweet sprezzanti, delle banche amiche e delle promesse mancate. Un discorso sinceramente commosso, un sorriso in salsa fiorentina.
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«Bisogna scattare non galleggiare», dice il premier, ormai ex. E si sa, lui a galleggiare non ci riesce proprio. Infatti questa volta è andato proprio a fondo. Le voci di una possibile vittoria del No hanno cominciato a inseguirsi nel pomeriggio, spazzando via i dubbi dell’ultima settimana, che davano il sì in rimonta. L’alta affluenza alle urne è diventata così un’onda anomala che è montata via via, ora dopo ora, minuto dopo minuto, fino ad assumere l’aspetto di un gigantesco tsunami che si è abbattuto su Palazzo Chigi e ha travolto il suo inquilino in modo definitivo.
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«Nella politica italiana non perde mai nessuno, invece io ho perso», ha ammesso Renzi nella conferenza stampa notturna a Palazzo Chigi. «Lo dico a voce alta e con il nodo in gola». D’altra parte è sempre stato chiaro a tutti. Renzi ci ha messo la faccia più di tutti. Anche se negli ultimi mesi, forse su consiglio degli strapagati guru americani, ha sempre cercato di dribblare la domanda diretta, anche se ha sempre cercato di non dare risposte certe, lo spettro delle dimissioni è sempre stato lì, dietro le sue spalle, ha volteggiato sui comizi, ha fatto capolino dentro le sue reticenze o nelle dichiarazioni dei suoi uomini più fidati. Il premier ha percorso l’Italia, ha fatto mille comizi, si è speso in tv come non mai.
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Come se questa partita volesse giocarsela davvero tutta lui, in prima persona. O lo va o la spacca. O divento il dittatorello della Repubblica delle banane o me ne vado. Gli italiani la Repubblica delle banane non l’hanno voluta. Sono corsi alle urne, con una mobilitazione di massa che è difficile ricordare, e hanno spedito a Palazzo Chigi una lettera che non ha bisogno di ricevuta di ritorno. Renzi ha tanti difetti, ma è un ragazzo sveglio: ha capito subito.

Ancor prima che chiudessero le urne aveva convocato la conferenza stampa, lanciando il segno della sua resa. «Sono pronto a consegnare la campanella al mio successore», ha detto. Lasciando trasparire, dietro il sorriso amaro da fiorentino mazzolato, un filo evidente di veleno. Già: il successore. Ma chi sarà? La partita che si apre adesso, in effetti, è quanto mai interessante.
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L’unica cosa certa, a questo punto, è che oggi pomeriggio Renzi salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Non si può continuare a fare il leader contro la volontà degli italiani, si capisce. Ma che farà Mattarella? Il presidente è noto per i suoi silenzi, pare che anche nei soliloqui sia quello che sta più zitto. Però gli esegeti del mutismo quirinalizio, i ventriloqui del Colle, i corazzieri del giornalismo presidenziale si sono già espressi abbondantemente: il capo dello Stato molto probabilmente chiederà quello che in gergo si chiama «passaggio parlamentare ».

Cioè, in altre parole, riaccompagnerà Matteo all’uscio e lo inviterà a presentarsi in Parlamento per far maturare lì l’eventuale crisi. Nel frattempo le diplomazie dei partiti si metteranno al lavoro per trovare la via d’uscita, magari cercando di allontanare la cosa più temuta dal Palazzo: le elezioni. La cosa più naturale, infatti, sarebbe quella di mettersi rapidamente d’accordo per approvare una legge elettorale e portare finalmente gli italiani a scegliersi il governo, anziché prenderselo a scatola chiusa dai giochi di palazzo, come è stato nel caso di Renzi.

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Ma non è detto che la strada più naturale in politica sia quella più probabile. Anzi. Il discorso notturno di Renzi, a questo proposito, nella sua profonda dignità morale, era anche intriso di veleni: si faceva riferimento agli impegni futuri, alla legge di stabilità, al G7 di Taormina, e si lanciava quasi una sfida al fronte del No («Hanno vinto loro, ora devono fare la proposta sulla legge elettorale»). Sembravano messaggi in codice per dire a chi chiede elezioni in primavera: ne siete sicuri? E siete in grado di sostenerle? Lo dite voi a Mattarella?

Non è un mistero che sullo sfondo degli intrighi romani, nei bizantinismi della Capitale Puttana, già si profilino due soluzione ponte: il governicchio e il governissimo. Il governicchio sarebbe, sostanzialmente, una riedizione di Renzi ma senza Renzi: a guidarlo potrebbe essere l’attuale ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (con la scusa che bisogno tranquillizzare i mercati), oppure l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso detto Piero che non ha mai nascosto le sue ambizioni di carriera.

RENZI REFERENDUMRENZI REFERENDUM
Il governissimo, ovviamente, vedrebbe una riedizione del Nazareno, che potrebbe accordarsi per una legge elettorale proporzionale. In modo da escludere il «rischio 5 Stelle» e puntare al governissimo anche nella prossima legislatura. Sembra quest’ultima la strada più gettonata. E Renzi? Renzi ha annunciato le dimissioni da presidente del Consiglio.

Ma a questo punto la domanda è: resterà segretario Pd? Cercherà organizzare la sua rivincita? E che faranno D’Alema e Bersani? Glielo permetteranno? O chiederanno la sua testa anche per aver guidato il partito a schiantarsi contro una sconfitta clamorosa? Il paradosso è proprio questo: la vittoria del No è anche la rivincita della Ditta che Renzi che pensava di aver spazzato via per sempre.
referendum masai per il siREFERENDUM MASAI PER IL SI

E dunque, se l’ex sindaco di Firenze dovesse essere coerente, dovrebbe lasciare anche le cariche di partito, oltre a quelle istituzionali, tenendo fede alle promesse di cui ha intessuto la sua storytelling: non diceva forse di non essere attaccato alla poltrona? Non diceva forse che non era un politico buono per tutte le stagioni? Non diceva forse che non voleva rimanere contro la volontà degli italiani? La volontà degli italiani, con buona pace di Renzi, non è mai stata più chiara. Lo vogliono consegnare alla storia. Lo vogliono mandare a pescare in riva a un fiume. O a giocare a tresette nei bar di Pontassieve. Ma chissà se sarà davvero così.

2 - MATTEO HA LA SINDROME DEL MARCHESE DEL GRILLO
maria elena boschi referendum costituzionaleMARIA ELENA BOSCHI REFERENDUM COSTITUZIONALE

«Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un c...o». Matteo Renzi ha indubbiamente la sindrome del marchese Onofrio del Grillo. Ieri il presidente del Consiglio si è recato a votare nel seggio della scuola Edmondo De Amicis, a Pontassieve, insieme alla moglie Agnese Landini e ai figli. Giunto all’interno della sezione, Renzi si è diretto verso l’ufficiale di seggio competente per il rilascio delle schede elettorali e ha ammesso di non essersi portato dietro la carta di identità. Già, perché per votare al referendum su cui si gioca il proprio futuro politico, il premier come documento presenta il suo sorriso sempre un po’ sbruffone: «Io non ho il documento, ma spero di essere riconosciuto », ha detto, versione renziana del «lei sa chi sono io». O, meglio, «io so’ io»... E gli è stato permesso di votare.

renzi referendum costituzionaleRENZI REFERENDUM COSTITUZIONALE
Fonte: qui

Napolitano, il grande sconfitto che ha messo in ginocchio il Paese

Ieri mattina alle urne aveva detto: «Una giornata importante» Il vero ispiratore della riforma adesso ha la coda tra le gambe

Roma - L'ultima sortita è stata quella di ieri mattina quando il presidente emerito, Giorgio Napolitano, accompagnato dalla consorte Clio, ha votato per il referendum costituzionale al seggio in via Panisperna.
Una giornata «importante», s'è limitato a rispondere ai cronisti assiepati sottolineando vieppiù l'importanza della consultazione alla quale aveva sostanzialmente affidato il proprio testamento politico. È andata come i sondaggi prevedevano: King George, pertanto, è stato il grande sconfitto assieme a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi che alla riforma da lui ispirata avevano dato il proprio nome.
Oggi, a pochi giorni di distanza, risultano quasi profetiche quelle parole del premier dimissionario pronunciate durante un comizio. «Non sono attaccato alla poltrona come altri e sono stato chiamato da Napolitano per fare le riforme».

Insomma, alla fine s'è scoperto che, fosse stato per Renzi, la faccia su quella modifica costituzionale non l'avrebbe nemmeno messa se non gliel'avesse chiesto il Quirinale.

E altrimenti non si può spiegare quell'attacco frontale a Mario Monti e ai governi tecnici degli ultimi giorni di campagna, uno sgarbo bello e buono a Giorgio Napolitano che s'era abituato a trattare Palazzo Chigi come una propria dépendance, insediandovi l'uomo che ha messo in ginocchio il Paese a suon di tasse condannandolo a una recessione dalla quale ancor oggi fatica a tirarsi fuori nonostante la spesa in deficit di Renzi sotto forma di mance e mancette varie.
Non per niente Silvio Berlusconi tutte queste circostanze non ha mancato di ricordarle durante i suoi interventi a favore del No invitando l'ex capo dello Stato a «evitare esternazioni comunque ineleganti», visto che «per anni avrebbe dovuto essere il garante delle regole della democrazia, e invece ha fatto di tutto per creare, promuovere e sostenere una serie di governi, da Monti a Renzi, non scelti dagli italiani».

Non erano parole a casaccio quelle del Cavaliere perché fino all'ultimo minuto Napolitano aveva voluto far sapere urbi et orbi che quella era la sua partita, anche se la stava giocando da «allenatore».
«Sono convinto della necessità di questa riforma da oltre trenta anni», aveva dichiarato a Porta a porta denunciando il clima arroventato che aveva trasformato, a suo dire, la campagna elettorale in «una sfida aberrante». Perché, secondo il metro di giudizio di Napolitano, è da aborrire tutto ciò che incontra la sua personale riprovazione: un tempo Berlusconi, oggi Grillo, domani chissà. Vecchie coazioni a ripetere dei tempi di Botteghe Oscure.
Per denigrare M5S, la scorsa settimana Re Giorgio s'era spinto oltre le colonne d'Ercole. «Non esiste politica senza professionalità come non esiste mondo senza élite», aveva detto. Alla faccia della democrazia e della Costituzione.
Fonte: qui

LIBERAZIONE: NO AL 60%. POCO DOPO LA MEZZANOTTE UN AFFRANTO RENZI ANNUNCIA IN TV LE SUE DIMISSIONI: "HO PERSO IO, LA POLTRONA CHE SALTA È LA MIA"


DOMANI RIMETTERA' IL MANDATO NELLE MANI DI MATTARELLA

IL 4 DICEMBRE 2016 NON È UNA VITTORIA DELL'ANTI-POLITICA, MA DELLA SOVRANITA' POPOLARE. 

QUANDO, DOPO DUE ANNI E MEZZO, I CITTADINI SONO STATI CHIAMATI FINALMENTE A GIUDICARE RENZI VOLUTO A PALAZZO CHIGI PER VOLONTÀ DI GIORGIO NAPOLITANO, LA LORO RISPOSTA È UN NO SECCO E UN CONVINTO "VATTENE A CASA, CIALTRONE!"

IL PREMIER CAZZARO HA GIA' LA LISTA DEL GOVERNO PADOAN DA UNA SETTIMANA IN TASCA.
RENZI VUOLE UN TECNICO ADDOMESTICATO E IL MINISTRO DELL'ECONOMIA E' PERFETTO ...
... E NOI FORCONI TI STIAMO ASPETTANDO!!!



ECCO A COSA SERVONO I VOTI DEGLI "ITALIANI ALL'ESTERO!!!

DAGONOTA
renzi boschi referendumRENZI BOSCHI REFERENDUM

La caduta del Ducetto di Rignano sull'Arno è di quelle destinate a fare rumore
e a restare nella storia del Bel Paese che negli ultimi 70 anni ha guardato sempre con sospetto all'uomo solo al comando; al capo che si rivolge alla folla per chiedere un plebiscito su un testo, la riforma costituzionale, che insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) gli avrebbe consegnato i poter per fare il bello e il cattivo tempo al governo. 

matteo renzi maria elena boschiMATTEO RENZI MARIA ELENA BOSCHIrenzi e napolitano assistono all'elezione di mattarellaRENZI E NAPOLITANO ASSISTONO ALL'ELEZIONE DI MATTARELLA
Dunque, il 4 dicembre 2016 non è una vittoria dell'anti-politica. Quando, dopo due anni e mezzo, i cittadini sono stati chiamati finalmente a giudicare il premier cazzaro Matteo Renzi voluto a Palazzo Chigi per volontà di Giorgio Napolitano, la loro risposta è stato un No secco e convinto. 

Renzi ha già la lista del governo Padoan da una settimana in tasca. Il premier cazzaro vuole un tecnico addomesticato e il ministro dell'economia è perfetto.

RENZI ANNUNCIA LE DIMISSIONI

RENZI SCONFITTORENZI SCONFITTO



Il popolo italiano "ha parlato in modo inequivocabile chiaro e netto", ha detto il premier Matteo Renzi in conferenza stampa a Palazzo Chigi. "Questa riforma è stata quella che abbiamo portato al voto, non siamo stati convincenti, mi dispiace, ma andiamo via senza rimorsi. Come era chiaro sin dall'inizio l'esperienza del mio governo finisce qui", ha detto ancora Renzi. "Domani pomeriggio riunirò il consiglio dei ministri e poi salirò al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica le dimissioni".
RENZI PADOANRENZI PADOAN
E un'affluenza record ha caratterizzato la tornata referendaria. Gli italiani, probabilmente spinti da una campagna elettorale serratissima, tanto sul fronte del "no" quanto su quello del "sì", sono andati in massa a votare se è vero che ha votato quasi il 69% degli elettori (il dato non è definitivo) con percentuali bulgare al nord.
RENZI - timeRENZI - TIME
Intanto è breaking news in tutto il mondo la notizia della vittoria del 'No' all'uscita dei primi exit poll al referendum costituzionale in Italia. 


LE MOSSE DI RENZI E DEL PD

renzi grasso mattarellaRENZI GRASSO MATTARELLA
Prima di prendere la parola a Palazzo Chigi, il premier aveva affidato ad un tweet il suo primo pensiero: «Grazie a tutti, comunque». Annunciando l'imminente intervento in diretta, Renzi l'ha buttata sull'ironia, aggiungendo il commento «Arrivo, arrivo» con tanto di smile, un'autocitazione che rimanda al tweet da lui postato il giorno dell'insediamento al governo, poco prima di recarsi al Quirinale per il giuramento. E ora al Quirinale dovrà tornare. Il vicesegretario Lorenzo Guarini ha già annunciato la convocazione per martedì dei massimi organismi del partito al Nazareno per una valutazione politica del risultato e delle strategie da adottare per il prosieguo della legislatura.

Fonte: qui



P.S. STIAMO ASPETTANDO IL PROSSIMO GOVERNO TECNICO O DEI CIALTRONI, O DEI BANCHIERI, O DEGLI USURAI O DEI PARASSITI O DEI FALLITI O COME CAVOLO LO CHIAMERETE.

E' GIUNTA L'ORA DI CACCIARVI VIA TUTTI, DEFINITIVAMENTE, PER FALLIMENTO.

PRONTI PER UNA GRANDE MOBILITAZIONE PER RIPRENDERCI LA SOVRANITA' POPOLARE.

DOBBIAMO FARE PRESSIONE SULLA CONSULTA PER FAR DICHIARARE ILLEGITTIMO L'ITALICUM E PROCEDERE QUANTO PRIMA ALLE ELEZIONI CON IL PROPORZIONALE
.

9 DICEMBRE FORCONI


giovedì 27 ottobre 2016

PUTIN VUOLE PRENDERE ALEPPO PRIMA DELLE ELEZIONI USA

HILLARY, SE ELETTA, PRONTA AD ALZARE LO SCONTRO CON LA RUSSIA: HA LA CIA DALLA SUA PARTE, A PARTIRE DA JAMES CLAPPER 

L’UOMO FORTE DELL’AMBASCIATA USA A ROMA NON E' JOHN PHILLIPS, MA LA SUA VICE KELLY DEGNAN


PUTIN A DRESDA NEL 2006PUTIN A DRESDA NEL 2006
Vladimir Putin vuole conquistare Aleppo prima delle presidenziali americane. 

Sa che Aleppo vuol dire Siria, e Siria vuol dire estendere il potere della Russia nel Mediterraneo. 

Sa anche che può farlo finché alla Casa Bianca c’è Barak Obama: sta chiudendo il mandato e non si mette troppo di traverso.

Ben diversa sarebbe la situazione se vincesse Hillary la corsa presidenziale. 

La Clinton sarebbe pronta ad andare allo scontro con il Cremlino. 

E sa che potrebbe contare sul pieno appoggio dell’intelligence americana.

Hillary Clinton a bocca apertaHILLARY CLINTON A BOCCA APERTA
Indicative, in tal senso, le interviste concesse da James Clapper, direttore del National Intelligence. “Vladimir Putin sta tornando indietro ai tempi degli zar. Vuole la Grande Russia, e che sia trattata come una superpotenza globale”. E di fronte al rischio che Putin possa condizionare, con attacchi cyber, il voto americano ha risposto: “non credo. E comunque se risponderemo lo faremo al momento e nei modi che sceglieremo noi. Non sarò io a scoprire il nostro gioco”.

al smith dinner donald trump hillary clinton 16AL SMITH DINNER DONALD TRUMP HILLARY CLINTON 16
Ma è sulle presidenziali Usa che Clapper ha dato il meglio. “Se Dio vuole fra due settimane sarà finita: Paul Ryan (presidente della Camera dei Rappresentanti di Washington) ci ha chiesto non dire nulla alla Clinton, altri non volevano che parlassimo con Donald Trump”.

Ed ha aggiunto: “Per noi è un dovere istituzionale. Non una legge: una consuetudine consolidata da quando Truman, appena arrivato alla Casa Bianca senza nemmeno sapere cosa fosse il Progetto Manhattan, dovette decidere sull’uso dell’arma nucleare. Non parlo degli incontri coi candidati, non ne sa nulla nemmeno la Casa Bianca. Dico solo che se non credono nel nostro lavoro, è affar loro: noi riferiamo”.
james clapperJAMES CLAPPER

Trump, che in quanto candidato presidenziale ha avuto accesso a vertici top secret dell’intelligence, ha in queste settimane criticato le analisi della Difesa americana, perché troppo contrarie alla Russia. 

Hillary, invece, ha taciuto. Ma anche lei è a conoscenza di tutti i dossier top secret. E se sono vere le posizioni di Trump (la Difesa è troppo anti Mosca), vuol dire che le condivide e le sostiene. Da qui, il link con l’intelligence.
Kelly Degnan vice ambasciatore usa romaKELLY DEGNAN VICE AMBASCIATORE USA ROMA

A proposito di americani, sembra che la figura forte dell’ambasciata Usa non sia John Phillips, ma la sua vice Kelly Degnan. 

domenica 22 maggio 2016

"2016 nuovo anno da caldo record", la Nasa lancia l'allarme clima

OFC2LzcnQm7cNNrO"Con l'aggiornamento di aprile, c'è oltre il 99% di possibilità che il 2016 sia un nuovo anno da record". Il tweet d'allarme è di Gavin Schmidt, scienziato della Nasa, che lascia poco spazio all'immaginazione. Dopo un autunno e un inverno anomali, sembra che temperature più alte della media non siano in procinto di abbandonarci anzi. A ottobre, novembre e dicembre sono stati registrati oltre un grado in più (da 1,01 a 1,10), mentre nei primi 4 mesi del 2016 è stato toccato un +1,33 (febbraio), +1,29 (marzo) e 1,11 ad aprile, il più caldo aprile di sempre sulla media trentennale 1951-1980.
With Apr update, 2016 still > 99% likely to be a new record (assuming historical ytd/ann patterns valid).
L'aumento delle temperature, si legge sul 'Guardian', è dovuto in parte al fenomeno climatico del Nino che da solo non può però giustificare un tale aumento di temperatura. Il problema è la quantità di CO2 presente nell'atmosfera. E "i climatologi lanciano avvertimenti sin dagli anni Ottanta. Dal 2000 in poi è tutto scontato" commenta Andy Pitman, direttore dell'Arc Centre of Excellence for Climate System Science dell'università australiana del New South Wales.