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mercoledì 20 novembre 2019
martedì 19 novembre 2019
ELISABETTA TRENTA VOLEVA DIVENTARE UNA 007 MA FU BOCCIATA AL TEST E RICONOSCIUTA NON IDONEA

FECE DOMANDA DI ASSUNZIONE NEI SERVIZI SEGRETI E NON PASSÒ I COLLOQUI PSICO-ATTITUDINALI
“IL GIORNALE”: “ERA PROPRIO UNA LOVE STORY, QUELLA TRA I SERVIZI SEGRETI E LA LINK CAMPUS…APPARE SINGOLARE CHE UN SOGGETTO CHE NON HA SUPERATO L'ESAME PSICHICO PER UNA POSIZIONE DI BASSO LIVELLO VENGA SCELTO COME MINISTRO DELLA DIFESA…”
Luca Fazzo per “il Giornale”
Era proprio una love story, quella tra i servizi segreti e la Link Campus, l' università romana fucina dei politici del Movimento 5 Stelle finita al centro dello scandalo del Russiagate. Dopo le rivelazioni sul ruolo nel complotto anti-Trump del professor Jospeh Mifsud, ormai irreperibile da tempo, ora salta fuori un dettaglio che riguarda la più nota tra gli esponenti grillini formatisi nell' ateneo fondato dall' ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti. Si tratta di Elisabetta Trenta, laureata alla Link e nominata ministro della Difesa nel governo Conte 1.
Che la Trenta avesse contatti nel mondo dell' intelligence per via familiare era noto: suo marito è un ufficiale dell' esercito che ha lavorato a lungo alle dipendente del generale Giovanni Caravelli, attualmente vicedirettore dell'Aise (l' ex Sismi). Ma evidentemente alla Trenta non bastava: voleva per se stessa un futuro da agente segreto in prima persona. Un atto interno all' Aise, che il Giornale ha a sua disposizione e di cui ha verificato l'autenticità, racconta che Elisabetta Trenta fece domanda di assunzione all' Aise all' epoca in cui gli 007 esteri erano guidati dal generale Alberto Manenti.
La Trenta riuscì a fare prendere in esame la sua candidatura, superò il primo scoglio e quando era a un passo dall' arruolamento si scontrò sull' ostacolo più banale, il colloquio psico-attitudinale. Si tratta dell' esame cui tutte le aspiranti spie devono sottoporsi anche nel caso (come quello della Trenta) che non siano destinate ad attività operative sul campo o a infiltrazioni. Si tratta di verificare parlando con psicologi e psichiatri se i candidati abbiano la solidità caratteriale per reggere una professione comunque complessa. E la Trenta viene bocciata.
I documenti dell' Aise dicono che alla dottoressa fu offerta a quel punto una sorta di premio di consolazione: l'assunzione come «articolo 7». L'articolo prevede una assunzione a tempo, per seguire progetti specifici alle dipendenze dirette del capo dell'agenzia.
Quando il direttore cambia, gli «articoli 7» cessano automaticamente il servizio. E questo spiega perché la Trenta declina l'offerta: il suo referente sarebbe stato Manenti, il cui mandato alla testa dell'Aise era in scadenza. Appena il tempo di cominciare, e sarebbe rimasta a casa.
L'esponente grillina, d'altronde, da lì a pochi mesi si consolò a livelli ben più alti, venendo designata a ministro della Difesa, e incamerando in questo modo rapporti con i servizi segreti ben più solidi di quelli che avrebbe avuto come semplice agente a tempo determinato. Certo, può apparire singolare che un soggetto che non ha superato l'esame psichico per una posizione di basso livello venga scelto come ministro della Difesa: ma per i membri del governo non sono previste visite attitudinali.
Da notare c' è che nella nuova veste, il ministro Trenta utilizza e rinsalda i rapporti che aveva già nella sua vita precedente: sia con Caravelli, l' ex superiore gerarchico di suo marito, sia con l' altro vicedirettore dell' Aise nominato dal premier Giuseppe Conte (prima versione, governo gialloverde) ovvero il generale della Finanza Giuseppe Caputo. I rapporti della Trenta con Caravelli e Caputo sono di pubblico dominio. E non si sfilacciano neanche quando nel maggio scorso l'Espresso accusa Caputo di essere tra i responsabili dell' acquisto di un software di spionaggio chiamato Exodus, che la Procura di Roma considera in realtà un pericoloso malware.
In estate il governo Conte 1 cade, e nel nuovo gabinetto la Trenta non viene confermata.
Ma la storia della sua domanda di assunzione all' Aise rinfocola inevitabilmente gli interrogativi sul ruolo effettivo giocato dalla Link Campus nelle attività di intelligence del nostro governo. A partire dal ruolo di Alberto Manenti, che era a capo del' Aise quando i servizi americani chiesero l' aiuto italiano per frenare la corsa alla presidenza di Donald Trump, e che nei giorni scorsi La Verità ha indicato come il suggeritore della scomparsa di Mifsud. E che, nonostante sia in pensione, ha incontrato il capo della Cia in occasione della sua ultima visita a Roma.
Fonte: qui

“ORMAI LA CASA È STATA ASSEGNATA A MIO MARITO E IN MANIERA REGOLARE. PER QUALE MOTIVO DOVREBBE LASCIARLA?” -
ELISABETTA TRENTA: “AVEVO BISOGNO DI UN POSTO DOVE INCONTRARE LE PERSONE, DI UN ALLOGGIO GRANDE
DUE GIORNI FA È STATO PUBBLICATO UN DOCUMENTO RISERVATO CON IL MIO TEST ATTITUDINALE PER L'AGENZIA DEI SERVIZI SEGRETI. POI È SALTATA FUORI LA STORIA DELLA CASA. È EVIDENTE CHE SONO SOTTO ATTACCO. È UN ATTACCO A CONTE? ALL'AISE, AL MOVIMENTO? ALLA LINK CAMPUS, DOVE SONO TORNATA A LAVORARE?”
Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera”
«Sono molto arrabbiata. Questa storia mi porterà dei danni. È evidente che ormai sono sotto attacco». Elisabetta Trenta risponde al cellulare alle 9.30 di domenica mattina mentre prepara il post da pubblicare su Facebook. «Devo chiarire, è tutto regolare».
Vuol dire che rimarrà nell' alloggio che aveva da ministra?
«Ormai la casa è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare. Per quale motivo dovrebbe lasciarla?».
E crede sia giusto tenerla?
«Mi faccia spiegare. Non ho chiesto subito l'alloggio pur avendone diritto, ma soltanto nell'aprile scorso. Ho resistito il più possibile nel mio. Un ministro durante la sua attività ha necessità di parlare con le persone in maniera riservata e dunque ha bisogno di un posto sicuro».
Lei ha una casa al quartiere Pigneto di Roma. Non poteva rimanere lì, sia pur con misure di protezione adeguate?
«No, c' erano problemi di controllo e di sicurezza. In quella zona si spaccia droga e la strada non ha vie d' uscita. E poi io avevo bisogno di un posto dove incontrare le persone, di un alloggio grande. Era necessaria riservatezza».
Ma ora non è più ministra.
«Ho l' atto di cessazione dell' esercito a me e ho tre mesi per andare via. Intanto mio marito ha fatto richiesta perché è aiutante di campo di un generale e per il suo ruolo può avere quell' appartamento».
Scusi ma se era così semplice e regolare, perché avete deciso di farlo solo adesso?
«Quando sono diventata ministra, mio marito è stato demansionato. Ora ha di nuovo i requisiti. E comunque noi prima facevamo una vita completamente diversa. Dopo la vita del marito ha seguito quella della moglie. Se vivevamo in due uno sull' altro poteva andare bene, poi le condizioni sono cambiate. E anche adesso continuo ad avere una vita diversa».
Che vuol dire?
«È una vita di relazioni, di incontri».
Però avete una casa di proprietà e questo vi impedisce di poter usufruire dell'alloggio di servizio.
«In realtà mio marito ha la residenza nella sua città dove ha una casa, ma ha diritto ad avere l' alloggio dove lavora. Invece l' appartamento di Roma al quartiere Pigneto è intestato soltanto a me. Finora è rimasto vuoto, non l'ho affittato. Continuo a pagare il mutuo e sono nella legalità e per questo non capisco gli attacchi. Crede davvero che se non fosse stato tutto in regola lo Stato maggiore avrebbe dato il via libera?».
Lei è stata ministra. Non ritiene che fosse difficile dire di no a suo marito?
«Potevano farlo. E comunque se avessi lasciato quell'alloggio di servizio per trasferirmi in un altro avrei dovuto fare un doppio trasloco visto che quello di mio marito era a carico dello Stato. Invece così lo Stato ha risparmiato».
Al momento della sua nomina lei aveva assicurato che suo marito sarebbe stato trasferito ad altro incarico. Come mai non è successo?
«L'avevo spostato e adesso è tornato a fare quello che faceva. Non è giusto che lui paghi le conseguenze del mio incarico. Posso assicurare che da questa mia nomina è stato solo svantaggiato: è andato in un altro ufficio per motivi di opportunità perché ero convinta fosse giusto. Quando ho cessato l'incarico è stato reintegrato».
Lei è stata nominata in quota 5 Stelle e il Movimento ha sempre dichiarato guerra ai privilegi.
«Non credo proprio che si tratti di un privilegio perché io l'appartamento lo pago e lo pago pure abbastanza».
Molti militari lamentano di non aver ottenuto l'alloggio pur avendo i requisiti.
«Durante il mio mandato io mi sono occupata delle esigenze di tutti i militari. E infatti è sempre stato detto e scritto che i generali mi osteggiavano e la base mi difendeva. Lasci stare, qui ci sono altre ragioni. Due giorni fa è stato pubblicato un documento riservato con il mio test attitudinale per l'Aise, l' agenzia dei servizi segreti. Poi è saltata fuori la storia della casa. È evidente che sono sotto attacco».
Da parte di chi?
«Non lo so. È un attacco al presidente Conte? All' Aise, al Movimento? Alla Link Campus, dove sono tornata a lavorare?».
Nel pomeriggio Luigi Di Maio le chiede pubblicamente di lasciare la casa. Vi siete parlati?
«Si, gli ho spiegato che tutto è stato fatto correttamente».
E quindi?
«Quando l' incarico di mio marito sarà terminato lasceremo la casa come dicono le regole».
Stefano Buffagni dice che lei non ha rispettato le regole del Movimento.
«Se mi avesse chiamato l'avrei spiegato anche a lui».
Quindi resterà nel M5S?
«Ho chiesto di essere una dei 12 facilitatori. Ci rimarrò di sicuro».
Fonte: qui
HA OTTENUTO L'ALLOGGIO “DI SERVIZIO” POCO DOPO ESSERE STATA NOMINATA MINISTRA DELLA DIFESA MA IN QUELL'APPARTAMENTO (IN UNO DEI LUOGHI PIÙ SUGGESTIVI DEL CENTRO DI ROMA), ELISABETTA TRENTA HA DECISO DI RIMANERCI ANCHE ADESSO CHE NON HA PIÙ ALCUN RUOLO PUBBLICO - COME CI È RIUSCITA? FACENDOLO ASSEGNARE AL MARITO, IL MAGGIORE DELL'ESERCITO CLAUDIO PASSARELLI
E ORA LA MAGISTRATURA CONTABILE POTREBBE VERIFICARE SE CI SONO DANNI ERARIALI...
Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera”
Ha ottenuto l' alloggio «di servizio» poco dopo essere stata nominata ministra della Difesa. Ma in quell' appartamento in uno dei luoghi più suggestivi del centro di Roma, Elisabetta Trenta ha deciso di rimanerci anche adesso che non ha più alcun ruolo pubblico. E ci è riuscita facendolo assegnare al marito, il maggiore dell' Esercito Claudio Passarelli. Una vicenda che imbarazza il dicastero ma soprattutto il Movimento 5 Stelle che l' aveva indicata per l' esecutivo come «esperta di questioni militari» e da sempre è schierato - almeno a parole - contro i privilegi.
Anche perché la concessione potrebbe essere avvenuta aggirando i regolamenti, visto che la coppia ha una casa di proprietà nella capitale e dunque non sembra avere necessità di usufruire dell' alloggio.
In ogni caso il «livello 1» di dimora attribuito al momento di scegliere la casa per la ministra, è molto superiore a quello previsto per l' incarico e il grado del suo consorte. E dunque non è escluso che la magistratura contabile sia chiamata a valutare eventuali danni erariali e quella ordinaria debba verificare la regolarità della procedura di assegnazione. Senza contare che potrebbe essere il Movimento, primo fra tutti il capo politico Luigi Di Maio, a chiedere conto all' ex ministra di quanto accaduto.
Si torna dunque al giugno 2018 quando Movimento 5 Stelle e Lega formano il governo guidato da Giuseppe Conte. Trenta viene scelta come responsabile della Difesa. In genere i ministri che risiedono a Roma o comunque hanno a disposizione un appartamento in città non ottengono l' alloggio di servizio. Si provvede a «blindare» la loro casa e a predisporre tutte le misure di sicurezza adeguate al ruolo mentre il trasferimento viene deciso soltanto in situazioni eccezionali di grave minaccia.
Lei ha una casa al quartiere Pigneto, non sembra ci siano rischi particolari, però chiede una «residenza» dove si trasferisce con il marito. Si trova in uno stabile del ministero a poche centinaia di metri da piazza San Giovanni in Laterano. L' appartamento è al 2° piano, molto ampio, chi lo ha visto parla di «casa di alta rappresentanza».
La procedura viene seguita dal V reparto della Stato Maggiore dell' esercito guidato dal generale Paolo Raudino. Ben prima che il governo gialloverde entri in crisi, la ministra decide di rendere definitiva l' assegnazione. E così si stabilisce che l' intestatario sia il marito. In realtà appena due giorni dopo l' arrivo alla Difesa il rapporto tra Trenta e il consorte era stato al centro delle polemiche su un possibile conflitto di interessi.
Passarelli era infatti «ufficiale addetto alla segreteria del vice direttore nazionale degli armamenti all' ufficio Affari generali» e questo aveva spinto l' opposizione a sollevare il problema di possibili incompatibilità. Con una nota ufficiale i collaboratori di Trenta avevano dunque comunicato che «la ministra ha chiesto il trasferimento del capitano maggiore Claudio Passarelli per questioni di opportunità all' ufficio Affari generali, retto da un dirigente civile, che sovrintende alle esigenze organizzative e logistiche del funzionamento del segretariato generale».
Lo spostamento in realtà non risulta avvenuto, ma evidentemente Trenta non ritiene che il suo legame familiare possa crearle problemi. Dunque va avanti la procedura relativa all' appartamento. E quando a fine agosto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte decreta la fine del governo gialloverde, Passarelli risulta intestatario dell' alloggio.
Secondo le regole del ministero della Difesa - pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale - gli alloggi «di servizio» vengono assegnati in base all' incarico ricoperto. E il grado di capitano maggiore di Passarelli non rientra tra quelli che possono ottenere un alloggio di primo livello, come è appunto quello occupato dalla ministra e ora rimasto nella disponibilità della coppia. E poi c' è da chiarire il problema della casa al quartiere Pigneto, visto che uno dei requisiti per entrare in graduatoria è dimostrare di non avere un' altra abitazione nel Comune di residenza. Circostanze sulle quali Trenta e suo marito dovranno fornire spiegazioni.
Fonte: qui
mercoledì 6 novembre 2019
IL GIORNO DOPO LA VITTORIA DEI GRILLINI LA LINK ASPETTAVA 9 MILIONI DA MALTA. SI TRATTAVA DI UN FUMOSO AUMENTO DI CAPITALE, POI NON ANDATO IN PORTO

UNA GOLA PROFONDA A ''LA VERITÀ'': ''ERANO IN ATTESA DI SOLDI RUSSI CHE DOVEVANO ARRIVARE DA MALTA. SI VOCIFERAVA CHE LO STESSO MIFSUD FOSSE COINVOLTO.
NON ERANO DELL'UNIVERSITÀ LOMONOSOV, CON CUI C' ERA UNA COLLABORAZIONE ACCADEMICA, MA DENARI DI QUALCHE GRUPPO IMPRENDITORIALE RUSSO''
Giacomo Amadori per “la Verità”
C' era molta fibrillazione, agli inizi del marzo 2018, nei corridoi della Link campus university. In quei giorni Luigi Di Maio aveva appena presentato la sua «proposta di governo» M5s con ministri in pectore provenienti dal corpo docente del piccolo ateneo romano (Elisabetta Trenta andrà effettivamente alla Difesa nel Conte 1, mentre nel Conte 2 diventerà sottosegretario Angelo Tofalo, studente del master di Intelligence).
Le elezioni del 4 marzo segnano la vittoria travolgente dei grillini e il tracollo del Pd. Si fa festa. E il giorno dopo, lunedì 5 marzo, Vanna Fadini, a capo della Global education management srl (Gem), la cassaforte della Link, corre in banca per comunicare l' imminente arrivo di un maxi-bonifico di 9 milioni di euro da Malta. Un accreditamento fantasma visto che non sarà mai registrato.
Questi soldi aleggiano sul Casale San Pio V, sede dell' ateneo nei giorni in cui sulla stampa italiana divampa il Russiagate e iniziano a girare sui media i nomi del misterioso avvocato Stephan Claus Roh e dell' introvabile «professore» maltese Joseph Mifsud, assurto agli onori delle cronache già nell' autunno 2017 per il presunto ruolo di complottardo contro Hillary Clinton e, successivamente, come cospiratore anti Donald Trump. Sia Roh che Mifsud erano legati alla Link campus university e adesso li ritroviamo nella nostra storia.
Torniamo a quel lunedì post elezioni. Superati i metal detector all' ingresso, la Fadini, amministratore e titolare del 77% della Gem (la signora detiene anche il 60% della Link consulting srl), si dirige con passo sicuro verso l' ufficio del direttore della banca.
Con sé ha due delibere assembleari per giustificare la transazione dall' estero. «È l' aumento di capitale della società», spiega la donna al direttore dell' istituto. E annuncia che una sigla maltese, la Suite Finance Scc Plc, è stata cooptata come socio nella compagine che si occupa di gestire i servizi dell' università. Come detto, però, quel denaro non passerà mai sui conti della società. Perché?
L' ACCORDO DAL FUTURO
Per saperne di più abbiamo provato a contattare la Fadini.
Ma la signora ha la stessa reperibilità di uno spettro. Nel tempo ha cambiato più volte il numero del telefono e non accetta di ricevere domande dalla viva voce dei cronisti. Solo quesiti scritti, filtrati dal cordone di sicurezza che protegge la sua privacy. Ma la Fadini non è un comune soggetto privato, bensì l' ad di una società che gestisce i servizi e fa da cassaforte di un' università che riceve diversi milioni di contributi pubblici per i suoi master.
Purtroppo la trasparenza non è di casa alla Link e così ci dobbiamo accontentare dei verbali di assemblea della Gem, per fortuna pubblici. Il 19 aprile 2018, un mese e due settimane più tardi dal suo passaggio in banca, l' imprenditrice annuncia ai soci di «aver individuato nella società di diritto maltese Suite Finance Scc Plc, con sede in Malta, il profilo idoneo cui proporre la sottoscrizione». In che modo e tramite chi abbia scelto proprio questa ditta, la donna non lo rivela. Almeno ufficialmente.
Nel corso della medesima riunione, specifica solo «che detta società (la Suite, ndr) ha già espresso, come oggi conferma, il proprio impegno a procedere in tal senso entro breve termine». E infatti, nell' ufficio romano di via Cesare Beccaria dove si sta svolgendo l' assemblea, entra un uomo.
La manager lo presenta: si chiama Gabriele Carratelli ed è lì «nella dichiarata qualità di amministratore e legale rappresentante» della società maltese. Dunque, in quel momento, tra la Gem e la Suite finance, esiste solo una dichiarazione d' intenti. Che però non verrà mai formalizzata, come spiega lo stesso Carratelli al nostro giornale: «L' operazione finanziaria non è andata in porto perché non era fattibile, non c' erano i presupposti».
E la sua presenza all' assemblea dei soci a Roma, allora? «Per me, era un incontro preliminare. Poi l' iniziativa non si è conclusa ed è decaduta». E sul bonifico annunciato dalla Fadini, l' uomo d' affari specifica: «Può aver detto quello che ha detto, la realtà è che non abbiamo concluso alcun accordo. Non c' era un contratto firmato, mi sembra». Insomma l' aumento di capitale che il 5 marzo la Fadini dava per fatto, per Carratelli, pur presente in assemblea, non era «finanziabile». È possibile una tale fraintendimento su un' operazione di questo calibro?
«Alla Link erano in attesa di soldi russi che dovevano arrivare da Malta», rammenta un ex docente della Link per anni molto addentro alle segrete cose. «Si vociferava che lo stesso Mifsud fosse coinvolto in questa storia. Non erano finanziamenti dell' Università Lomonosov, con cui c' era una collaborazione accademica, ma denari di qualche gruppo imprenditoriale russo» continua la nostra gola profonda.
PARADISI FISCALI
Lo snodo per l' operazione avrebbe dovuto essere Malta.
È utile, a questo punto, ritornare sulla figura di Carratelli.
È un immobiliarista toscano che si è fatto le ossa tra Siena e Roma. A Malta è socio nella Suite finance insieme con tal Simone Rossi, un mediatore creditizio umbro. La loro società maltese compare nei Paradise papers, l' elenco di investimenti offshore effettuati in paradisi fiscali e attenzionati da un consorzio internazionale di giornalisti investigativi.
L' azienda fa parte del Suite capital group, holding che «fornisce servizi finanziari alle imprese e una gestione degli investimenti su misura» con uffici nella Repubblica Ceca, in Svizzera e in Inghilterra, in pratica tutti Paesi a fiscalità agevolata.
Da che cosa potesse nascere il loro interesse per la formazione universitaria in Italia non è dato sapere. Carratelli, con La Verità, si è limitato a ribadire che si è trattato di «operazione finanziaria non possibile».
Il socio Rossi - da quanto risulta al nostro giornale - ha pregiudizi di conservatoria e fallimenti a proprio carico.
Strascichi giudiziari che lo accomunano proprio a colei che, dalla società maltese, attendeva con ansia i 9 milioni di euro di aumento di capitale per la Gem subito dopo l' exploit dei grillini alle Politiche. Una storia interessante, quella di Vanna Fadini.
La lady di ferro Originaria di Ferrara, 64 anni, inizia la scalata con una pellicceria di lusso a Roma.
Poi passa al settore della comunicazione e diventa esperta di promozione territoriale. Il passaggio agli ambienti della politica è naturale. Un contestato incarico a Ragusa da 70 milioni di lire, ratificato nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica, all' epoca guidato da Franco Frattini, le costa un' aspra citazione in una interrogazione parlamentare; nel 2008 i giornali la segnalano nei viaggi ufficiali della Farnesina insieme al sottosegretario Scotti.
Anni dopo, Frattini diventerà membro del Cda e professore straordinario della Link, e lei la manager che ha in pugno i destini finanziari dell' Ateneo di cui Scotti è rettore.
Nel 2015, la Fadini finisce indagata in una inchiesta della Procura di Roma, con relativo sequestro preventivo, per omesso versamento delle ritenute alla fonte dal 2007 al 2009 per circa 839.000 euro sulla base dell' art. 10bis del d.lgs 74/2000.
Ma ritorniamo ai verbali delle assemblee, gli unici documenti «certi» - nel senso che non spariscono come ha fatto Mifsud - di questa vicenda. L' aumento di capitale della Gem è un pensiero fisso della donna che già nella seduta del 4 agosto 2017 ne aveva parlato illustrando ai soci presenti il suo piano: passare da 18 milioni a 27 milioni e 652.000 euro, un allargamento da proporre «a terzi».
LO SCONTO ALL' AVVOCATO
Ad ascoltarla, quel giorno, c' è uno dei protagonisti del Russiagate, di cui la stampa italiana inizierà a occuparsi proprio nel marzo 2018: l' avvocato Roh. Attualmente è il legale di Mifsud (ha recentemente consegnato memoria e telefoni cellulari alle autorità Usa del suo assistito), ma in precedenza è stato ben altro. Natali tedeschi e residenza a Montecarlo con studi a Zurigo, Londra, Hong Kong e Berlino, fino al 2017 è stato consigliere della Link di cui è anche socio attraverso la londinese Drake global Ltd.
Nel 2016 l' avvocato tedesco, che si occupa prevalentemente di relazioni petrolifere con Mosca e che viene citato anche nei Panama papers, acquista il 5% della Gem da un dirigente della Link, Achille Patrizi, che ne deteneva il 23% (il restante 77 è saldamente nelle mani della Fadini) per 250.000 euro appena; un prezzo di almeno un terzo inferiore al valore nominale (900.000 euro). In cambio dello sconto - hanno spiegato dalla Link al Fatto quotidiano - il professionista avrebbe dovuto impegnarsi a trovare nuovi investitori interessati a rilevare il 44% della società per 20 milioni di euro.
Alla Link, Roh porta in dote le sue relazioni internazionali: promuove l' accordo tra l' ateneo romano con la prestigiosa università Lomonosov di Mosca, dove ha studiato Vladimir Putin, e predispone un ambizioso master di moda in collaborazione con la moglie, ex modella russa proprietaria di una catena di boutique.
CONCORDATO PREVENTIVO
Esattamente dodici mesi dopo la riunione a cui partecipa Roh (agosto 2017), i tentativi infruttuosi di trovare all' esterno nuovi soci e il naufragio del patto con la Suite finance costringono la Gem a trovare un' altra soluzione per l' aumento del capitale da 18 milioni a 27. Incremento che, da visura camerale attuale, sembrerebbe andato a buon fine.
Ma nella realtà è così. Come conferma l' ultimo bilancio societario, dove il capitale sociale è ancora fermo a 18 milioni, visto che l' aumento è sì stato deliberato, ma non è stato sottoscritto, né versato.
«Devono ancora trovare i soldi», conferma con La Verità Scotti. E, riferendosi alla trattativa tra la Gem e la società maltese, anche lui ribadisce che «non si sono messi d' accordo sulle condizioni». Quindi aggiunge: «Ma non chieda a me, la società è privata e non deve spiegare nulla». Grazie a tanta trasparenza, il mistero del bonifico post elettorale resta, per ora, irrisolto.
Fonte: qui
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