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mercoledì 6 novembre 2019
mercoledì 23 gennaio 2019
IL TITOLO MPS SCENDE AL MINIMO STORICO (1,21 EURO) E ORA IL QUARTO GRUPPO CREDITIZIO ITALIANO VALE 1,38 MILIARDI
LA BANCA HA FATTO QUATTRO AUMENTI DI CAPITALE DAL 2008 AL 2017 PER UN TOTALE DI 18,4 MILIARDI
HA MANDATO A CASA 10 MILA PERSONE E ALTRI 5.500 USCIRANNO ENTRO IL 2021 E LO STATO HA INVESTITO 5,4 MILIARDI NEL 2017 MA LA SUA QUOTA DEL 68% VALE MENO DI 900 MILIONI…
Nino Sunseri per “Libero quotidiano”
L'incubo di una nuova crisi di Mps incombe sul governo guidato da Giuseppe Conte.
Ieri il titolo è sceso dello 0,7% al minimo storico di 1,21 euro. Tutta la banca vale appena 1,38 miliardi. La Juventus grazie ai gol di Ronaldo capitalizza 1,5 miliardi.
Secondo il mercato la nuova crisi potrebbe esplodere fra i piedi del governo com' era accaduto a Matteo Renzi (che in tv aveva consigliato l' acquisto di azioni Mps) e a Paolo Gentiloni. Prima ancora a Berlusconi e Monti. Perchè stupirsi? Sono dieci anni che il più antico istituto di credito del mondo scivola verso il baratro. Nel frattempo ha fatto quattro aumenti di capitale: 2008 (5 miliardi), 2014 (5 miliardi), 2015 (3 miliardi), 2017 (5,4 miliardi a carico dallo Stato).
Ha mandato a casa diecimila persone e altri 5.500 usciranno entro il 2021. Taglierà ancora 600 sportelli dopo aver pagato dieci anni fa quelli di Ambroveneta (un migliaio) nove milioni l' uno. Ha polverizzato i risparmi di migliaia di piccoli azionisti e ha azzerato i grandi soci: la Fondazione Mps si è liquefatta. Non ci sono più investitori dalle spalle larghe come Francesco Gaetano Caltagirone (era anche vice presidente), la Finamonte della famiglia Aleotti, Unicoop Firenze, Jp Morgan. Resiste Axa perproteggere il contratto di bancassurance.
Insomma una strage di ricchezza cui non si sottrarrà nemmeno lo Stato: ha investito 5,4 miliardi nel 2017 prendendo il 68% del capitale. La partecipazione vale meno di 900 milioni ed è chiaro che solo un miracolo potrebbe permettere al Tesoro di ripetere il successo ottenuto dai governi di Gran Bretagna e Stati Uniti che hanno rivenduto, con buoni guadagni, le banche salvate nel 2008. Nulla di tutto questo è prevedibile in Italia.
Ancora ieri a Davos l' amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri ha escluso qualunque interesse per Mps pur dovendo sistemare la partita di Unipol Banca. Neanche Bper, di cui Unipol è grande azionista, sembra intenzionata a seguire il dossier. Ci sarebbero i colossi stranieri. Ma è ben difficile che con i gialloverdi al potere ci sia qualcuno intenzionato a mettere un centesimo in Italia.
Nel frattempo si è aggiunta la crisi di Carige che essendo molto più piccola è più facile da sistemare. La Bce ha deciso di riaccendere fari molto potenti sul sistema bancario italiano. Il ministro Tria ha incontrato la commissaria Vestager. La vendita di Mps che dovrebbe essere annunciata entro giugno sembra finita nel limbo delle buone intenzioni. Più probabile a questo punto che Mps torni totalmente pubblica. Non sarà facile vista l'opposizione della Ue. Ma è l'unica strada a meno di non procedere a uno spezzatino selvaggio.
Fonte: qui
martedì 13 novembre 2018
SI AGGRAVA LA CRISI DI CARIGE: AL RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE SOLLECITATO DA LUGLIO DALLA BCE, NEGLI ULTIMI GIORNI SI E’ AGGIUNTA CARENZA DI LIQUIDITÀ
SERVONO IN TEMPI BREVI CIRCA 400 MILIONI, E NON RIUSCENDO I SOCI FORTI FARVI FRONTE PER INTERO, BANKITALIA HA LANCIATO NUOVAMENTE UNA CHIAMATA ALLE ARMI ALL' INTERO CETO BANCARIO PER UN SALVATAGGIO DI SISTEMA…
Rosario Dimito per “il Messaggero”
Stato di allerta massima a Genova ma non per il pericolo nubifragi. La crisi di Carige si sta aggravando. Oltre al rafforzamento patrimoniale sollecitato da luglio dalla Bce, negli ultimi giorni si sarebbe aggiunta una carenza di liquidità. Conseguenza anche dello spread a quota 300.
Servono in tempi brevi circa 400 milioni, e non riuscendo i soci forti farvi fronte per intero, Bankitalia ha lanciato nuovamente una chiamata alle armi all' intero ceto bancario per un salvataggio di sistema fai-da-te attraverso lo Schema Volontario, il braccio del Fondo Interbancario partecipato da tutti gli istituti.
Un modo anche di evitare l'intervento del governo con piani anti-spread non meglio definiti. Oggi alle 12 si riunisce a Roma il Consiglio del Volontario presieduto da Salvatore Maccarone. Ma il via libera alla ciambella da 400 milioni, come cintura di sicurezza rispetto all' apporto degli azionisti, è tutt' altro che scontato. Il Volontario potrebbe partecipare a condizione che i soci forti di Carige Malacalza, Volpi, Mincione, Spinelli facciano la loro parte sottoscrivendo un bond subordinato: ma Malacalza che pure era disponibile, nelle ultime ore, si sarebbe irrigidito per l'attendismo di Gabriele Volpi e a cascata di Raffaele Mincione.
Il board dello Schema Volontario si terrà in parallelo al cda della banca ligure che, oltre ad approvare i conti a settembre, dovrebbe lanciare il prestito subordinato ordinato dalla Bce a luglio scorso all' interno del «capital plan» entro il 30 novembre con possibilità di collocare il prestito entro fine dicembre in modo da osservare i requisiti patrimoniali. Ma la situazione di Carige è delicatissima e ieri ci sarebbe stata una riunione straordinaria del cda che ha smaltito i dossier ordinari per consentire al consiglio di oggi di discutere dei conti e del rafforzamento.
L'AUMENTO DI CAPITALE
Tra le opzioni oltre al bond, ci sarebbe il lancio di un aumento di capitale. Lo Schema Volontario, come recita lo statuto, può intervenire, secondo le regole del Testo unico bancario, in caso di dissesto e dopo che sono state esplorate soluzioni come la riduzione/conversione di strumenti di capitale di classe 1.
Inoltre le delibere richiedono una maggioranza qualificata del 90% dei depositi protetti dal Fondo e del 50% del numero di banche aderenti. Un percorso ad ostacoli che rende proibitivo il traguardo. Il presidente Pietro Modiano è in stretto contatto con la Bce, e anche ieri c' è stato un confronto.
L' intera manovra è quindi fortemente in dubbio: Francoforte ha chiesto entro fine novembre gli impegni dei sottoscrittori del bond. Moltissime banche, a partire da Intesa Sanpaolo e Unicredit che, per le dimensioni sono quelle chiamate a un contributo maggiore, nicchiano. Carlo Messina da maggio 2017, ha espresso contrarietà ad altre contribuzioni straordinarie che, aggiunte a quelle ordinarie, sono costate finora 11,9 miliardi.
In questi giorni sul tavolo degli istituti c' è un' operazione di finanziamento di 2,75 miliardi da erogare a favore del Fondo Interbancario, da cui a Natale del 2015 nacque lo Schema Volontario. Servirà di riserva per intervenire a tutela dei depositi fino a 100 mila euro, in caso di liquidazione di un istituto. Non è il caso di Carige che nonostante tutto, è ancora in bonis, sia pure a rischio dissesto.
Via Nazionale è in pressing sulle banche aderenti allo Schema Volontario. In campo, per scongiurare il default di Carige, c' è il governatore Ignazio Visco assieme alla sua squadra. Il timore è l' effetto contagio. I vertici di Bankitalia contano di sensibilizzare le banche su questo terreno. Ma non sarà semplice perché gli eventuali nuovi oneri andrebbero a pesare sui bilanci 2018 che devono già sopportare le conseguenze dello spread.
12 Novembre 2018
Fonte: qui
domenica 31 dicembre 2017
RENZI BLINDA IL “SUO” CDA IN FERROVIE DELLO STATO
MAZZONCINI E GLI ALTRI CONSIGLIERE SI FANNO RINOMINARE PER EVITARE DI SCADERE NEL 2018 CON UN NUOVO ESECUTIVO
L’ASSEMBLEA VARA UN AUMENTO DI CAPITALE DI 2,8 MILIARDI PER SOSTENERE L’INGLOBAMENTO DI ANAS NEL GRUPPO FS
Claudio Antonelli per “la Verità”
Anas entra nel gruppo Fs e nasce il moloch dei trasporti. L'operazione, renziana fino al midollo, dopo aver avuto la benedizione della manovrina di aprile è stata avviata alla vigilia di Natale, quando la maggior parte degli italiani era intenta a preparare il cenone. E ha visto il suo formale completamento con l' assemblea di ieri.
Ancora una volta le feste servono al governo - soprattutto alla compagine renziana - per portare a termine un mega progetto di unione tra rotaie e gomma. Che però non è altro che la creazione dell' Iri dei trasporti. L' assemblea di Fs ieri non si è limitata soltanto a varare un aumento di capitale da 2,86 miliardi necessario a sostenere l' inglobamento di Anas con il relativo debito, ma ha fatto un blitz nel più totale silenzio e, alla faccia della trasparenza politica, molto efficace. Ha infatti rinnovato il cda confermando praticamente tutti i nomi. Il dettaglio è diabolico.
Il presidente Gioia Ghezzi e l' amministratore Renato Mazzoncini sono stati confermati, con il risultato che non scadranno - come previsto - ad aprile, ma rimarranno in carica per altri tre anni e non rischieranno di dover finire sotto la lente del prossimo governo e la relativa tagliola dello spoils system. A breve dovrebbe succedere la stessa cosa anche per il consiglio d' amministrazione di Anas. Un rinnovo-conferma entro gennaio consentirebbe agli attuali vertici di permanere sulla poltrona fino al 2020 e chiudere il cerchio del progetto renziano, che vede in Mazzoncini il suo fiore all' occhiello.
Il manager e l' ex sindaco di Firenze si sono conosciuti in occasione della privatizzazione dell' Ataf, l' azienda tranviaria fiorentina. «Una privatizzazione molto pubblica, in realtà», come ha avuto modo di scrivere il Corriere, «perché l' Ataf passa da un Comune a un' azienda controllata dallo Stato».
L' operazione - seguita per il Comune di Firenze dall' allora avvocato Maria Elena Boschi - è del 1° dicembre 2012: da allora Busitalia-Sita Nord gestisce, con Cap e Autoguidovie, il trasporto pubblico nella città di Firenze.
Mazzoncini era stato chiamato pochi mesi prima da Fs alla guida della controllata Busitalia. Nei due anni successivi la società triplica le sue dimensioni acquisendo, tra l' altro, l' azienda regionale umbra e quella urbana di Padova. Dalla fine del 2014 la joint venture Busitalia-Autoguidovie (da cui proviene Mazzoncini) è riconosciuta come primo player italiano, gestisce oltre 120 milioni di chilometri percorsi all' anno. In tutto 5.000 dipendenti e oltre 2.000 mezzi di trasporto.
L' obiettivo è quello di servire l' intera penisola, da Nord a Sud. Ma questo è nulla. Il piano renziano è chiaramente molto di più: creare una sorta di monopolista in grado di infilare una serie di acquisizioni che sembrano mirare a rivoluzionare lo schema delle ex municipalizzate e a travolgere decine di Comuni italiani. Basti pensare al blitz milanese nella metropolitana 5, destinato a scardinare decenni di logiche politiche locali.
Adesso la strategia del moloch è pronta ad avviarsi alla conclusione. Se poi immaginiamo che il nuovo ente formato da Anas e Fs fatturerà 11 miliardi e avrà a disposizione almeno 10 miliardi all' anno di denaro pubblico da spendere lungo 44.000 chilometri di rete stradale e ferroviaria, è facile capire il potere di fuoco che avrà a disposizione.
Scelte, fornitori, nomine e progetti relativi al 90% dei trasporti italiani passeranno tutti dallo stesso imbuto, quello formato dai manager più renziani che ci siano in circolazione. Spoils system? Cambiare dopo il voto? Sembra troppo tardi. Tra un brindisi e l' altro, il blitz è fatto.
Fonte: qui
domenica 16 ottobre 2016
GUERRA SUL CADAVERE DEL MONTEPASCHI SU CHI GUADAGNA DI PIU’ TRA ATLANTE E JPMORGAN. UNICREDIT IN DIFFICOLTA'
BALLO LA GESTIONE DELLE SOFFERENZE CARTOLARIZZATE E LE GARANZIE IN CASO DI DEFAULT DELL'MPS
CREDITO FONDIARIO (ATLANTE) E ITALFONDIARIO (JPMORGAN) IN CONFLITTO D’INTERESSI
INTANTO UNICREDIT IN AFFANNO SVENDE IL 20% DI FINECO, MA CONSERVA IL 35%
Andrea Greco per la Repubblica
Atlante termina l’esame dei crediti inesigibili di Mps confermandone il valore stimato a luglio e dunque l’investimento di 1,6 miliardi per la sua quota. Ma il nodo delle sofferenze senesi non è sciolto, per le aspre discussioni su chi comanderà nel veicolo che cartolarizzerà quei crediti tra il fondo capitalizzato da banche e assicurazioni italiane e Jp Morgan, finanziatore del prestito ponte da 5 miliardi che lo sosterrà finché non saranno pronte le garanzie del Tesoro utili a vendere agli investitori istituzionali la tranche più sicura di quei crediti.
E’ uno scontro non solo di potere e culture, ma anche di commissioni, e di garanzie in caso i flussi di recupero di quei crediti malandati non bastassero a pagare le cedole dei futuri bond spacchettati. Senza un compromesso in pochi giorni rischia di saltare l’agenda del nuovo ad Mps Marco Morelli, che punta a convocare l’assemblea sull’aumento il 18 novembre e avviarlo sul mercato, con contestuale vendita delle sofferenze, il 5 dicembre (l’indomani del referendum costituzionale).
La buona notizia è che i valori stimati a luglio erano realistici. Così ieri Atlante ha reso noto di «avere concluso, tramite Credito Fondiario, la due diligence» sulle sofferenze Mps, e «confermare il proprio investimento di 1,6 miliardi nella tranche mezzanine (a rischio medio, ndr) alle condizioni concordate con Mps». Sempre ieri Italfondiario, che per Jp Morgan ha svolto simili perizie sugli stessi crediti, ha esposto i suoi dati a Londra alle tre banche che dovranno spartirsi i 5 miliardi di prestito ponte: Jp Morgan, Citi e Mediobanca (l’italiana per quote residuali).
Anche nella City si dice che i numeri originari, che valutavano le sofferenze Mps al 33% del nominale, erano giusti. I dissidi ora sono sul chi-fa-cosa. Negli accordi il ruolo di master servicer, che coordina e gestisce i flussi di cartolarizzazione, va a Credito Fondiario. C’è maretta sulla scelta degli altri servicer, che cureranno l’incasso dei recuperi creditizi. Italfondiario è nella rosa stretta dei candidati a gestire la piattaforma Juliet, quella che Mps sta vendendo e in futuro gestirà un terzo dei 9,2 miliardi più le nuove sofferenze di Siena.
Credito Fondiario e Italfondiario sono entrambe in conflitto d’interesse, perché con una mano valutano crediti che con l’altra, presto, dovranno recuperare. Altre divergenze riguardano l’escussione delle garanzie a fronte dei 9,2 miliardi di sofferenze Mps qualora il veicolo fallisse. Atlante e i suoi soci temono che Jp Morgan prenda troppo peso (è anche garante primo dell’aumento Mps), mentre gli americani chiedono garanzie per il rischioso maxi finanziamento: solo al suo rimborso, previsto prima di marzo, Atlante potrà comandare da sola nel veicolo.
Intanto l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier ha piazzato uno dei suoi contropiede cedendo sul mercato il 20% di Fineco. Pochi l’aspettavano - tra cui chi martedì ha venduto la banca online facendole perdere il 4% - perché Fineco era tra le pedine da vendere interamente per rafforzare Unicredit, che ne aveva già ceduto un 10% a luglio. Ora invece la capogruppo s’è impegnata «a non disporre di ulteriori azioni di Fineco per 360 giorni dal regolamento dell’operazione».
Tra l’altro la vendita di tutta Fineco era complicata dai 12 miliardi di euro che nelle sue gestioni sono investiti in bond Unicredit a tassi attorno al 2,5%, e ne sostengono i ricchi margini: i candidati compratori chiedevano uno sconto a riguardo. Mustier ha preferito vendere alla Borsa, con sconto del 6,4% sui 4,78 euro di ieri, tagliando il nodo. Unicredit incassa circa 542 milioni e resta al 35% di Fineco che «continuerà a controllare e consolidare».
Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/guerra-cadavere-montepaschi-chi-guadagna-piu-atlante-133819.htm
Unicredit: allo studio un maxi aumento di capitale?
Secondo un’analisi apparsa su La Repubblica, l’amministratore delegato di Unicredit, Mustier, sarebbe rimasto positivamente sorpreso dai buoni riscontri ottenuti dai sondaggi realizzati tra investitori in merito all’aumento di capitale della banca.
Mustier, alla luce di queste buone indicazioni, potrebbe ora pensare ad incrementare l’importo totale della ricapitalizzazione di Unicredit a 13 miliardi di euro. Una decisione di questo tipo sarebbe ispirata da quella che, secondo alcuni ambienti ben informati, sarebbe la strategia di azione dell’Ad di Unicredit. E’ la stessa La Repubblica a citare una frase che ben rappresenterebbe il modo di agire di Mustier: “quando c’è denaro in giro è meglio fare di più che fare di meno“.
Fonte: qui
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