9 dicembre forconi: sofferenze
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domenica 24 febbraio 2019

NIENTE CREDITO A IMPRESE E FAMIGLIE: CHI VUOLE UN PO’ DI LIQUIDITÀ NON DEVE ANDARE IN BANCA

NEL 2018 GLI ISTITUTI HANNO TAGLIATO I PRESTITI ALLE AZIENDE PER OLTRE 47 MILIARDI DI EURO E PER QUASI 3 MILIARDI AI CITTADINI: IN TOTALE I FINANZIAMENTI AI PRIVATI SONO CROLLATI DI 50 MILIARDI

"UNIMPRESA" LANCIA L’ALLARME ROSSO: SENZA IL QUANTITATIVE EASING(ALTRA PAPPATA PER I SOLITI NOTI!) DI MARIO DRAGHI, ANDRÀ PEGGIO E SARÀ SEMPRE PIÙ DIFFICILE OTTENERE DENARO ALLO SPORTELLO ...

(AGI) - Strada sbarrata per le imprese italiane in banca nel 2018: i prestiti alle aziende, nel corso dell'ultimo anno, sono calati di quasi 50 miliardi di euro (-6,60% per una discesa di 47,9 miliardi). A pesare, in particolare, sul calo e' la diminuzione di 22 miliardi dei finanziamenti a breve e di 24 miliardi di quelli di lungo periodo. In discesa di 1,5 miliardi anche i prestiti alle famiglie, nonostante il credito al consumo (+7,5 miliardi) e dai mutui (+3,8 miliardi), comparti che hanno evitato il tracollo e compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (-14,1 miliardi). In totale, lo stock di impieghi al settore privato e' diminuito di oltre 50 miliardi, passando da 1.355 miliardi a 1.305 miliardi: in media oltre 4 miliardi al mese tagliati ad aziende e cittadini.

Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale negli ultimi 12 mesi, da dicembre 2017 a dicembre 2018, le rate non pagate (sofferenze) sono calate: nell'ultimo anno si e' registrata una diminuzione di oltre 67 miliardi (-40,17%) da 167 miliardi a 100 miliardi.

"Siamo preoccupati: dopo il quantitative easing di Mario Draghi, vediamo solo il buio. La situazione in banca, per le imprese italiane, e' gia' grave e potrebbe peggiorare ulteriormente, da gennaio, quando termineranno le misure straordinarie di politica monetaria attuate dalla Banca centrale europea. E poi ci sono le misure fiscali inserite nella legge di bilancio dal governo, contro gli stessi istituti bancari, che possono contribuire a creare problemi al motore del credito. Piu' tasse ai gruppi bancari, gia' alle prese con le tensioni sullo spread, si traducono gioco forza in una restrizione dei finanziamenti", commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.
CODE SPORTELLO BANCARIOCODE SPORTELLO BANCARIO

Secondo il rapporto dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, il totale dei prestiti al settore privato e' calato nell'arco dell'ultimo anno, da dicembre 2017 a dicembre 2018, di 50,6 miliardi (-3,73%) passando dai 1.355,9 miliardi di dicembre 2017 ai 1.305,3 miliardi di dicembre 2018. Nel dettaglio, e' calato di 47,9 miliardi (-6,60%) lo stock di finanziamenti alle imprese passati da 726,6 miliardi a 678,6 miliardi: in particolare, sono calati di 22,8 miliardi (-9,52%) da 239,9 miliardi a 217,08 miliardi i crediti a breve termine (fino a 1 anno); giu' di 24,6 miliardi (-7,62%) i prestiti di lunga durata (oltre 5 anni) scesi da 323,3 miliardi a 298,7 miliardi; sono invece rimasti stabili con un calo lieve di 515 milioni (-0,32%) i finanziamenti di medio periodo (fino a 5 anni) passati da 163,6 miliardi a 162,7 miliardi.

mario draghiMARIO DRAGHI
Risultano complessivamente in leggero calo di 2,6 miliardi (-0,42%) i prestiti alle famiglie, passati da 629,3 miliardi a 626,6 miliardi: in particolare, e' salito di 7,5 miliardi (+7,98%) il credito al consumo (denaro concesso per acquistare elettrodomestici, automobili, televisori e smartphone) passato da 94,9 miliardi a 102,5 miliardi; in aumento anche i mutui di 3,8 miliardi (+1,04%), saliti da 375,3 miliardi a 379,2 miliardi; in pesante calo, invece, i prestiti personali, scesi di 14,1 miliardi (-8,87%) da 158,9 miliardi a 144,8 miliardi.

Per quanto riguarda i prestiti non rimborsati, si registra un rilevante calo delle sofferenze lorde, diminuite in totale di 67,2 miliardi (-40,17%) dai 167,4 miliardi di dicembre 2017 ai 100,1 miliardi di dicembre 2018. Il rapporto tra sofferenze lorde e prestiti e' passato dal 12,35% al 7,68%. Sono calate di 49,6 miliardi (-42,45%) le rate non pagate dalle aziende, scese da 117,05 miliardi a 67,3 miliardi; in diminuzione di 10,8 miliardi (-32,74%) anche i crediti deteriorati riconducibili alle famiglie, passati da 33,2 miliardi a 22,3 miliardi e continuano a calare anche quelli legati alle imprese familiari, scesi da 13,7 miliardi a 8,2 miliardi, in contrazione di 5,3 miliardi (-40,24%); risultano in diminuzione di oltre 1 miliardo (-33,90%) anche le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni, dei fondi e delle onlus, passate da 3,3 miliardi a 2,2 miliardi. Il totale delle sofferenze nette, ovvero quelle non coperte direttamente da garanzie, e' diminuito di 34,5 miliardi (-53,89%) da 64,08 miliardi a 29,5 miliardi. Il rapporto tra sofferenze nette e prestiti e' passato dal 4,73% al 2,26%.

Fonte: qui

venerdì 10 febbraio 2017

UNICREDIT SULLA CESSIONE DELLE SOFFERENZE – POTEVA RECUPERARE 8 MILIARDI, NE INCASSERA’ SOLO 2,5 DAGLI AMERICANI FORTRESS

E CHI, IN ASSEMBLEA, CHIEDE SPIEGAZIONI, OTTIENE COME RISPOSTA: “LE CONDIZIONI SONO RISERVATE”

Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano - ESTRATTO

sportelli bancariSPORTELLI BANCARI
Una mente semplice fatica a capire il noioso garbuglio dei crediti deteriorati, in gergo Npl. E pur bisogna andare, perché sono 356 miliardi di euro. Le banche italiane li hanno prestati e non sanno se li rivedranno mai indietro. Una specie di setticemia che si diffonde nel sistema circolatorio dell' economia e potrebbe anche ucciderla. La partita è gestita dalle menti raffinatissime dei banchieri ma i soldi sono delle menti semplici…

....Unicredit detiene ben un quarto delle sofferenze lorde del sistema bancario italiano. I crediti deteriorati sono quelli sul cui recupero ci sono dubbi…Nel bilancio Unicredit al 30 giugno scorso le sofferenze lorde sono 51 miliardi, quelle nette 20. Mustier ha scritto nel bilancio che spera di recuperare 20 miliardi dei 51 che ha prestato agli insolventi. Quindi le sofferenze di Unicredit valgono il 38 per cento…
JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Mentre chiedeva al mercato 13 miliardi di denaro fresco per l' aumento di capitale con cui tappare i buchi scavati nei conti dalle sofferenze, Mustier ha annunciato la vendita di 17,7 miliardi di sofferenze lorde (circa un terzo del totale) a due grandi gruppi americani, Fortress e Pimco. Il prezzo è pari al 14 per cento, quindi 2,5 miliardi che Unicredit incassa subito. I compratori ottengono crediti per 17,7 miliardi nominali, che Unicredit ha in bilancio al 38 per cento, quindi 6,8 miliardi.

Nella cessione a 2,5 miliardi Mustier perde seccamente 4,3 miliardi. La valutazione del bilancio era ottimistica? Forse. Il manager francese, presentando la cura da cavallo, ha detto: "Stiamo attuando misure incisive per affrontare problemi ereditati dal passato". Da qui si entra nel mistero. All' assemblea del 12 gennaio scorso un azionista ha chiesto lumi e ha ottenuto questa risposta: "Le condizioni commerciali degli accordi quadro conclusi con Fortress e Pimco sono riservate". E più non dimandare.
PIMCOPIMCO

Se tutte le banche italiane prezzassero le sofferenze al 14 per cento anziché al 44 che risulta dai loro bilanci, si aprirebbe una voragine da 60 miliardi... Il 28 gennaio scorso, parlando a Modena, Ignazio Visco ha detto: "Gran parte delle sofferenze fa capo a banche in buone condizioni finanziarie, che non hanno, quindi, necessità di cederle immediatamente sul mercato".

LOGO FORTRESSLOGO FORTRESS
Negli ultimi due anni considerati, 2014-2015, il valore si è abbassato al 35 per cento perché è aumentato il ricorso alle vendite in blocco a operatori specializzati, ciò che sta facendo Unicredit, "per le quali nel decennio considerato il tasso medio di recupero è stato del 23 per cento". Nota lo stesso Visco che chi fa il recupero crediti in proprio realizza il 47 per cento. Siccome il 47 per cento di 17,7 miliardi è 8,3, Fortress e Pimco potrebbero recuperare almeno 8 miliardi da crediti che hanno pagato 2,5 miliardi.

NPLNPL
Un guadagno del 220 per cento, niente male, e per Unicredit 6 miliardi buttati. A questo punto gli interrogativi si affastellano numerosi. Che cosa farà Unicredit con gli altri 33 miliardi di sofferenze lorde? Questo lo sappiamo. Infatti nel novembre 2015, quando ancora regnava Federico Ghizzoni, quello che diceva che andava tutto bene e non c' era bisogno di aumenti di capitale, Unicredit ha venduto a Fortress una sua piccola banca controllata, chiamata Uccmb, con soli 600 dipendenti.
GHIZZONI PALENZONAGHIZZONI PALENZONA

Uccmb di mestiere fa il recupero crediti. Fortress l' ha pagata 300 milioni e nel pacchetto c' è anche un contratto con Unicredit per la gestione delle sue sofferenze per dieci anni. Quella vendita, secondo autorevoli indiscrezioni, fu molto contrastata all' interno del consiglio d' amministrazione. Certo qualche dubbio viene.

GIANNI CASTELLANETAGIANNI CASTELLANETA
Dentro Uccmb - che adesso ha cambiato nome in doBank, ed è presieduta da Gianni Castellaneta, passato agilmente dal ruolo di ambasciatore italiano a Washington a quello di ambasciatore di Fortress a Roma - ci sono 619 mila posizioni debitorie da lavorare attraverso una rete di 3400 professionisti esterni… Quindi Mustier non poteva fare altro che svendere le sofferenze a Fortress, dopo che le è stata consegnata la macchina per il recupero crediti.

Le menti semplici si chiedono perché vendere per 300 milioni un' azienda che avrebbe consentito di recuperare dalle sofferenze 8 miliardi anziché 2,5. Le menti complesse tacciono perché queste notizie sono "riservate".

Fonte: qui

domenica 16 ottobre 2016

GUERRA SUL CADAVERE DEL MONTEPASCHI SU CHI GUADAGNA DI PIU’ TRA ATLANTE E JPMORGAN. UNICREDIT IN DIFFICOLTA'

BALLO LA GESTIONE DELLE SOFFERENZE CARTOLARIZZATE E LE GARANZIE IN CASO DI DEFAULT DELL'MPS

CREDITO FONDIARIO (ATLANTE) E ITALFONDIARIO (JPMORGAN) IN CONFLITTO D’INTERESSI 

INTANTO UNICREDIT IN AFFANNO SVENDE IL 20% DI FINECO, MA CONSERVA IL 35%


Andrea Greco per la Repubblica

SEDE CENTRALE MONTE DEI PASCHI DI SIENASEDE CENTRALE MONTE DEI PASCHI DI SIENA
Atlante termina l’esame dei crediti inesigibili di Mps confermandone il valore stimato a luglio e dunque l’investimento di 1,6 miliardi per la sua quota. Ma il nodo delle sofferenze senesi non è sciolto, per le aspre discussioni su chi comanderà nel veicolo che cartolarizzerà quei crediti tra il fondo capitalizzato da banche e assicurazioni italiane e Jp Morgan, finanziatore del prestito ponte da 5 miliardi che lo sosterrà finché non saranno pronte le garanzie del Tesoro utili a vendere agli investitori istituzionali la tranche più sicura di quei crediti.

E’ uno scontro non solo di potere e culture, ma anche di commissioni, e di garanzie in caso i flussi di recupero di quei crediti malandati non bastassero a pagare le cedole dei futuri bond spacchettati. Senza un compromesso in pochi giorni rischia di saltare l’agenda del nuovo ad Mps Marco Morelli, che punta a convocare l’assemblea sull’aumento il 18 novembre e avviarlo sul mercato, con contestuale vendita delle sofferenze, il 5 dicembre (l’indomani del referendum costituzionale).
jpmorgan dimon renzi padoanJPMORGAN DIMON RENZI PADOAN

La buona notizia è che i valori stimati a luglio erano realistici. Così ieri Atlante ha reso noto di «avere concluso, tramite Credito Fondiario, la due diligence» sulle sofferenze Mps, e «confermare il proprio investimento di 1,6 miliardi nella tranche mezzanine (a rischio medio, ndr) alle condizioni concordate con Mps». Sempre ieri Italfondiario, che per Jp Morgan ha svolto simili perizie sugli stessi crediti, ha esposto i suoi dati a Londra alle tre banche che dovranno spartirsi i 5 miliardi di prestito ponte: Jp Morgan, Citi e Mediobanca (l’italiana per quote residuali).

MARCO MORELLIMARCO MORELLI
Anche nella City si dice che i numeri originari, che valutavano le sofferenze Mps al 33% del nominale, erano giusti. I dissidi ora sono sul chi-fa-cosa. Negli accordi il ruolo di master servicer, che coordina e gestisce i flussi di cartolarizzazione, va a Credito Fondiario. C’è maretta sulla scelta degli altri servicer, che cureranno l’incasso dei recuperi creditizi. Italfondiario è nella rosa stretta dei candidati a gestire la piattaforma Juliet, quella che Mps sta vendendo e in futuro gestirà un terzo dei 9,2 miliardi più le nuove sofferenze di Siena.

Credito Fondiario e Italfondiario sono entrambe in conflitto d’interesse, perché con una mano valutano crediti che con l’altra, presto, dovranno recuperare. Altre divergenze riguardano l’escussione delle garanzie a fronte dei 9,2 miliardi di sofferenze Mps qualora il veicolo fallisse. Atlante e i suoi soci temono che Jp Morgan prenda troppo peso (è anche garante primo dell’aumento Mps), mentre gli americani chiedono garanzie per il rischioso maxi finanziamento: solo al suo rimborso, previsto prima di marzo, Atlante potrà comandare da sola nel veicolo.
MUSTIERMUSTIER

Intanto l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier ha piazzato uno dei suoi contropiede cedendo sul mercato il 20% di Fineco. Pochi l’aspettavano - tra cui chi martedì ha venduto la banca online facendole perdere il 4% - perché Fineco era tra le pedine da vendere interamente per rafforzare Unicredit, che ne aveva già ceduto un 10% a luglio. Ora invece la capogruppo s’è impegnata «a non disporre di ulteriori azioni di Fineco per 360 giorni dal regolamento dell’operazione».

finecoFINECO
Tra l’altro la vendita di tutta Fineco era complicata dai 12 miliardi di euro che nelle sue gestioni sono investiti in bond Unicredit a tassi attorno al 2,5%, e ne sostengono i ricchi margini: i candidati compratori chiedevano uno sconto a riguardo. Mustier ha preferito vendere alla Borsa, con sconto del 6,4% sui 4,78 euro di ieri, tagliando il nodo. Unicredit incassa circa 542 milioni e resta al 35% di Fineco che «continuerà a controllare e consolidare».
Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/guerra-cadavere-montepaschi-chi-guadagna-piu-atlante-133819.htm

Unicredit: allo studio un maxi aumento di capitale? 

Secondo un’analisi apparsa su La Repubblica, l’amministratore delegato di Unicredit, Mustier, sarebbe rimasto positivamente sorpreso dai buoni riscontri ottenuti dai sondaggi realizzati tra investitori in merito all’aumento di capitale della banca. 
Mustier, alla luce di queste buone indicazioni, potrebbe ora pensare ad incrementare l’importo totale della ricapitalizzazione di Unicredit a 13 miliardi di euro. Una decisione di questo tipo sarebbe ispirata da quella che, secondo alcuni ambienti ben informati, sarebbe la strategia di azione dell’Ad di Unicredit. E’ la stessa La Repubblica a citare una frase che ben rappresenterebbe il modo di agire di Mustier: “quando c’è denaro in giro è meglio fare di più che fare di meno“.

Fonte: qui


giovedì 29 settembre 2016

BANCHE TEDESCHE in crisi: DB parte con le svendite, CB licenzia personale.

Pian pianino i tasselli vengono fuori e scopriamo (si fa per dire, visto che già lo sapevamo) che tutto il mondo è paese. E la Germania, che fa il pugno duro sopratutto in una fase dove la propaganda politica deve lasciare messaggi forti all’elettorato (vedi Merkel in Germania e anche Renzi in Italia) si ritrova con un mondo bancario che ha poco da invidiare a livello di problematiche, a quello italiano.
Su Deutsche Bank saprete già tutto, nel mio piccolo ho cercato di rilasciarvi qualche dettagli aggiuntivo che, spero, sia stato gradito dai lettori.
Ora però iniziano ad affiorare quelle che io definisco le necessità. E questo è un vero problema in quanto, fino ad oggi, i problemi sono stati messi in un cantuccio, cercando di minimizzare e di spostarli avanti nel tempo.
Ma quando un problema genera delle necessità, allora bisogna prendere coscienza che occorre agire. E Deutsche Bank lo fa.
Deutsche Bank ha dato il via libera per vendere la sua società di assicurazioni inglese Abbey Life Assurance Co. a Phoenix Group per 935 milioni di sterline, circa 1,09 miliardi di euro. (…) Deutsche Bank aveva acquistato Abbey Life, con sede a Bournemouth, nove anni fa per 1 miliardo di sterline. (…) La cessione di oggi era stata quindi già pianificata dal nuovo ceo di Deusche Bank, John Cryan, faceva parte del piano di ristrutturazione del colosso tedesco. Abbey Life, secondo quanto ha scritto il Financial Times lo scorso aprile, gestiva contratti nel 2000 (da allora la società non ha più pubblicato alcun bilancio) per 12 miliardi di sterline, per lo più in “closed life policyholder assets”. (MF) 
Il fatto però è che a conti fatti, questa non è una vendita ma una SVENDITA. Bisogna far cassa, racimolare tutto il possibile, per salvare capra e cavoli. Ed evitare che poi..,.siamo cavoli nostri (per induzione, visto il rischio sistemico che rappresenta Deutsche Bank).
Ma se Deutsche Bank fa acqua da tutte le parti e ricorre già ai saldi di “inizio stagione”, un altro colosso tedesco, Commerzbank, di certo non brilla per efficienza e qualità. A partire dal suo andamento in borsa.

Questo è il grafico sovrapposto di Commerzbank con Deutsche Bank da inizio 2015. Oggi CB vale circa la metà, DB il 40%. Inoltre fonti attendibili mi hanno fatto sapere che per CB il dividendo 2016 è stato cancellato. E c’è anche chi parla di fusione “monstre” tra i due elefanti. Al momento è solo un’ipotesi e secondo me resterà tale. Ma sintetizza lo stato di difficoltà e di necessità in cui si trovano i due istituti tedeschi.
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(…) Oltre ai timori per un maxi aumento di capitale da parte di Deutsche Bank, pesano le indiscrezioni, riportate dal quotidiano Handelsblatt che cita fonti anonime del settore finanziario, sul taglio di 9.000 posti di lavoro nei prossimi anni e nessun dividendo per il 2016 per Commerzbank (era atteso pari a 20 centesimi di euro), titolo anch’esso in calo del 2,85% alla borsa di Francoforte. Secondo gli analisti di Equinet, tale riduzione supererebbe le attese di circa 5.000 posti. (MF) 
Non saremo ai livelli di Deutsche Bank, ma questo ci fa capire che il problema non è solo DB, ma tutto il sistema bancario tedesco. Se poi ci aggiungiamo LB e SC (LEGGETE QUI) il quadro è fatto. Morale: è un problema anche di struttura e di qualità di sistema. Anche si tedeschi fanno tanto i fighi, devono sapere che hanno le banche MENO EFFICIENTI in Europa. Guardate questo grafico. Su 73 euro spesi, hanno un guadagno di 100. il peggior dato a livello europeo. 
O se preferite, rappresenta il più alto cost-to-income ratio. 
E per assurdo le nostre bistrattare banche italiane, hanno un cost-to-income ratio migliore.
cost-to-income-ratio-banche-eurozona
Se poi vogliamo farci del male fisico, prendiamo proprio Deutsche Bank e mettiamola a confronto coi “peers” (paritetici) europei. Ecco il risultato.

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Quindi se le banche tedesche vanno male è colpa dei derivati, della leva finanziaria, ma anche delle sofferenze e degli NPL. Ma sopratutto è colpa anche di una malagestione che, al momento non è stata ancora presa in considerazione, ma che dovrà obbligare il mondo bancario teutonico ad un cambiamento che sia di tipo strutturale.
La mossa di Commerzbank va in quella direzione, senza dubbio.
Fonte: qui

giovedì 23 giugno 2016

BLOOMBERG: ''IL VULCANO DELLE SOFFERENZE BANCARIE ITALIANE E' PROSSIMO ALL'ERUZIONE'' (DEFAULT ITALIA)

ar_image_4911_lNEW YORK - In Italia, il drammatico problema delle sofferenze bancarie (crediti non più rimborsati) italiane è continuamente rimosso dagli organi di informazione come se non esistesse, e ammesso anche esistesse, sarebbe comunque di poco conto, quindi inutile informare l'opinione pubblica. 

Invece, l'argomento per la sua gravità per la sua capacità di poter coinvolgere - nel caso di un disastro - l'intero sistema finanziario planetario, interessa eccome alla principale agenzia di notizie finanziarie del mondo: Bloomberg.

"Risolvere il problema del monte di crediti deteriorati accumulati dal sistema bancario italiano costerà alle banche italiane 30 centesimi per ogni euro dei 360 miliardi complessivi. Concretamente, si tratta di almeno 110 miliardi di euro di perdite da ripianare".
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"E' questa - scrive Bloomberg - la differenza tra il valore attribuito a questi crediti deteriorati dalle banche italiane e quanto gli investitori sono disposti a pagare per rilevarli. Riconciliare queste due valutazioni discordanti è la chiave per rimuovere il blocco che grava sulla quarta maggiore economia dell'Unione Europea".
E Bloomberg prosegue: "Srikanth Sankaran, di Morgan Stanley, spiega che i prezzi attuali dei crediti deteriorati italiani sostenuti da collaterali come gli immobili sono compresi tra i 20 e i 30 centesimi per ogni euro, mentre quelli non garantiti possono scendere sino a 5 centesimi per ogni euro di valore nominale. Le banche mettono in vendita questi crediti problematici a circa 50-65 centesimi. Gli investitori che guardano al possibile acquisto dei crediti deteriorati, come private equity e hedge fund, correggono però tali valutazioni in considerazione delle procedure di insolvenza notoriamente lunghe e macchinose in vigore nel paese".
"Ne consegue - sottolinea Bloomberg - che le banche italiane sono incentivate a non cedere le sofferenze, che se vendute procurerebbero perdite che andrebbero ripianate con aumenti di capitale.
La montagna di crediti problematici e deteriorati che grava sul sistema finanziario italiano equivale a circa un quarto del prodotto interno lordo nazionale.
Risolvere il problema è una priorità assoluta per il governo Renzi: iniziative come il fondo di garanzia Atlante possono aiutare, ma è necessario fare molto di piu' e piu' presto perchè il vulcano delle sofferenze bancarie italiane è prossimo all'eruzione". 

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Attenzione anche all'esposizione in titoli di stato italiani nelle banche italiane
Questa dura denuncia di Bloomberg, che raramente si spinge a segnalare che un intero sistema bancario nazionale è vicinissimo al tracollo, dà l'idea di come realmente venga considerata l'Italia dai "famosi" mercati.

mercoledì 22 giugno 2016
Fonte: ilnord.it

P.S. si continua a nascondere la natura del problema che la liquidità generata attraverso i prestiti bancari dal nulla, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria.

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lunedì 16 maggio 2016

Esplodono i Crediti Deteriorati in America, il 2008 sta tornando.

Bene, oltre agli student loan, i crediti di origine commerciale e industriale delle banche americane cominciano a puzzare di marcio.

Stanno esplodendo i Non Performing Loans (NPL), crediti deteriorati, legati al settore commercio e industria dello zio Sam.

Con un trend rapidissimo e mai visto:
nplGrowth
Non è tanto il valore percentuale assoluto dei crediti non esigibili del sistema bancario (settore commerciale e industriale) americano a fare paura quanto la velocità di esplosione del problema. Una velocità che testimonia una improvvisa sofferenza per i debitori, sofferenza che si associa ad un improvviso peggioramento dei redditi, in altre parole: recessione.

Ma questa volta una recessione alla quale nessuna banca centrale può mettere una pezza, i tassi sono già (sotto zero).

Il problema è che al solito una ondata di cattivi investimenti NON ha prodotto il reddito per ripagare i soldi presi a prestito per finanziarli.

Tra le altre cose, a mio parere, il bistrattato sistema bancario europeo è molto più forte di quello americano da questo punto vista. Per quanto il problema degli NPL sia comune in Europa (specie in Italia), nel tempo alcune nazione hanno fatto ciò che era necessario per ricapitalizzare le banche e soprattutto hanno applicato direttive per il controllo del credito (ecco in Italia il problema è ancora quello).
E dunque allacciate le cinture di sicurezza
p.s. per ora i crediti in sofferenza del settore immobiliare sono bassi…. ma per la prima volta in 5 anni si sono messi a salire
CRE
p.p.s ho il sospetto che il settore auto americano sia alla base dell’esplosione delle sofferenze di origine commerciale e industriale.
Fonte: qui