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mercoledì 7 febbraio 2018

IL PARADISO DELLE MALDIVE? SOLO PER I TURISTI - PER CHI CI VIVE E’ UN DELIRIO: PRESUNTI COLPI DI STATO, ARRESTI ARBITRARI, FORZE SPECIALI NELLE STRADE, CAOS POLITICO, ISLAMISMO DIFFUSO

IL PRESIDENTE ABDULLA YAMEEN DENUNCIA UN TENTATIVO DI GOLPE AI SUOI DANNI E CON QUESTA SCUSA HA FATTO ARRESTARE DUE GIUDICI DELLA CORTE SUPREMA E L'EX PRESIDENTE GAYOOM

Roberto Fabbri per “il Giornale”

Stato di emergenza in Paradiso. Anche alle Maldive, l' arcipelago delle vacanze dei vip oggetto del desiderio dell' italiano medio, possono accadere cose che siamo abituati ad associare a Paesi dove la bellezza è una sconosciuta. Colpi di Stato, arresti arbitrari, forze speciali nelle strade, caos politico che consiglia di rinviare i viaggi per turismo.
ABDULLA YAMEENABDULLA YAMEEN

E ieri è accaduto. Era notte a Malè, la piccola capitale e unica vera città dell' arcipelago, quando la polizia ha fatto irruzione a casa di Maumoon Abdul Gayoom, ottantenne ex presidente e attuale leader dell' opposizione, per arrestarlo. Era la prima mossa seguita allo stato di emergenza proclamato dal presidente Abdulla Yameen, che all' alba ha fatto prelevare anche il presidente della Corte Suprema Abdulla Saeed e il giudice Ali Hamid e decretato la sospensione dell' ex presidente del Parlamento.

Yameen accusa gli arrestati di aver tentato un colpo di Stato ai suoi danni, ma in realtà pare che le cose stiano diversamente. Ordinando la scarcerazione di un gruppo di oppositori e il ritorno in Parlamento di 12 deputati che avevano disertato il partito del presidente, Saeed aveva infatti semplicemente tentato di ripristinare le condizioni di una normale democrazia, ma la sua ordinanza è stata considerata un attacco politico dal presidente Yameen, che si è rifiutato di obbedire.

Maumoon Abdul GayoomMAUMOON ABDUL GAYOOM
Da qui il rischio di disordini e la decisione di proclamare lo stato di emergenza. A cui l'ex presidente in esilio Mohamed Nasheed ha reagito chiedendo all'India di intervenire militarmente per sostenere la causa della democrazia. Il gigantesco vicino lo aveva già fatto trent'anni fa, per impedire un golpe proprio contro Gayoom.

Le Maldive, nonostante la loro immagine paradisiaca, non sono nuove all' instabilità politica. Anzi: dal 2008, quando si concluse il trentennio di sostanziale dittatura di Gayoom, nelle isole del turismo di lusso è stato un susseguirsi di disordini politici, che hanno molto infiammato gli animi dei maldiviani ma pochissimo toccato le vacanze dei fortunati stranieri dislocati nei villaggi che sorgono su atolli remoti e pacifici in mezzo all' Oceano Indiano.
Abdulla SaeedABDULLA SAEED

Ieri la Farnesina ha consigliato massima prudenza agli italiani che si trovino a Malè, ricordando che vi è stato imposto il coprifuoco e che è buona norma stare lontani da assembramenti anche quando sembrano pacifici.

Il presidente di Astoi Confindustria Viaggi, Nardo Filippetti, però tranquillizza: «Le vacanze dei turisti presenti nei resorts, ubicati negli atolli distanti dalla capitale, proseguono normalmente - afferma -, così come sono regolari le prossime partenze per le Maldive. Monitoriamo la situazione sia d' intesa con l' unità di crisi della Farnesina sia attraverso il nostro personale in loco».

ISLAM ALLE MALDIVEISLAM ALLE MALDIVE
Ogni anno sono circa 90mila gli italiani che raggiungono le Maldive e il trend turistico è in crescita. Non tutti questi connazionali sanno che l' arcipelago dei loro sogni è una Repubblica islamica, e che presso i circa 340mila abitanti le posizioni fondamentaliste sono molto diffuse. Tanto che sono stati ben 200 i giovani maldiviani partiti per combattere con l' Isis in Siria e in Irak, anche se a noi può sembrare incredibile. Dietro questa piaga non c' è tanto una povertà più diffusa di quanto sembri, ma una pervasiva propaganda islamista foraggiata dall' Arabia Saudita.

Fonte: qui

venerdì 20 gennaio 2017

Per la prima volta raid aerei congiunti di Russia e Turchia contro l'Isis

Centrate postazioni jihadiste ad al-Bab, cittadina a 20 km dal confine turco. Una collaborazione “inusuale” fra fronti un tempo contrapposti. Portavoce russo: Diversi mezzi coinvolti, operazioni “molto efficaci”. L’Iran contrario alla “ostile” presenza americana ai colloqui di pace di Astana. 
Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - Mosca e Ankara hanno compiuto per la prima volta raid aerei congiunti in Siria, contro obiettivi dello Stato islamico (SI). È quanto ha riferito ieri il ministero russo della Difesa, secondo cui i caccia dei due Paesi - un tempo su fronti contrapposti e ora in prima fila nei colloqui di pace  di Astana, il 23 gennaio - hanno colpito i sobborghi della cittadina di al-Bab, nella provincia di Aleppo. Anche l’esercito turco parla di operazione “in coordinamento” con la Russia. 
Al-Bab, a circa 20 km di distanza dal confine turco, negli ultimi cinque mesi è stata epicentro di una durissima battaglia fra ribelli siriani sostenuti da Ankara, milizie dello Stato islamico e forze curde. Ad inizio settimana anche gli Stati Uniti hanno effettuato degli attacchi aerei nella zona, in collaborazione con Ankara. 
Analisti ed esperti sottolineano la “inusuale” cooperazione sul piano militare fra la Russia e la Turchia, Stato membro della Nato. Mosca ha diffuso alcune informazioni relative ai mezzi militari coinvolti nell’operazione, mentre non vi sono finora dettagli particolari in merito alla collaborazione militare fra i due Paesi. 
Fonti locali parlano di pesanti attacchi sferrati dall’esercito turco contro le milizie jihadiste ad al-Bab e alla periferia della cittadina. I raid aerei russi potrebbero, in quest’ottica, favorire l’avanzata delle truppe di terra di Ankara. 
In questo contesto di nuove alleanze e collaborazioni fra fronti un tempo opposti, resta da vedere quale ruolo intendono giocare gli Stati Uniti, che domani inaugurano in via ufficiale la presidenza di Donald Trump.
Al momento resta in dubbio la presenza americana ai colloqui di pace di Astana; l’obiettivo dell’incontro nella capitale del Kazakhstan è stabilizzare su scala nazionale la “fragile” tregua in vigore dalla mezzanotte del 30 dicembre, e favorire il dialogo politico fra i fronti contrapposti. Contro la possibile presenza degli Stati Uniti ad Astana si è schierato l’Iran che non vuole ingerenze Usa nel processo di pace. “Siamo ostili in merito a una loro presenza - ha affermato il ministro degli Esteri Javad Zarif - e non li abbiamo invitati”.
Una posizione diversa rispetto a Mosca e Ankara, che nei giorni scorsi hanno aperto - se non insistito - per una presenza della nuova amministrazione americana agli incontri. “A questo punto, dobbiamo mantenere la formazione tripartito in atto” ha sottolineato Bahram Ghasemi, portavoce del ministero iraniano degli Esteri, secondo cui “qualsiasi allargamento potrebbe aumentare il rischio di fallimento”. 

sabato 7 gennaio 2017

Il grande gioco del 2017

"La Russia si sta preparando alla guerra". Questo è il mantra che tutti i comunicati militari ripetono in continuazione. Che equivale a dichiarare che la Nato si prepara sul serio a una guerra con la Russia. Qua e là emerge perfino il luogo dove ci si aspetta, o si pensa, di cominciare. Sarebbe da qualche parte al confine tra Lituania e Russia.


© SPUTNIK. OKSANA DZHADAN
Ministero della Difesa della Lituania: conto dei voli NATO che scortano gli aerei russi 

Un esercito intero si sta spostando sui confini baltici della Russia. Se i calcoli approssimativi, basati sui comunicati stampa tedeschi e statunitensi, oltre che estoni, lituani, lettoni, polacchi, sono realistici, si tratta all'incirca di 5000 uomini, e più di 2500 tra carri armati, jeep, autocarri, cannoni trainati, veicoli da combattimento diversi. Senza contare le navi da trasporto, l'organizzazione del movimenti via terra, tutta la logistica, le telecomunicazioni e l'aviazione. A parte il costo dei materiali (e si tratta di miliardi), si aggiungano i costi del personale e i trasporti. Un bottino splendido per i militari. E sarà una cosa lunga. Secondo il generale Volker Wieker, che si è fatto intervistare dal giornale dell'esercito Bundeswehr Aktuelle, bisognerà raggiungere la "piena capacità operativa" entro sei mesi.

A questo servirà anche l'operazione Nato intitolata "Atlantic Resolve".

Perché tutto questo?

Perché "la Russia si sta preparando alla guerra"?

Questo è il mantra che tutti i comunicati militari ripetono in continuazione. Che equivale a dichiarare che la Nato si prepara sul serio a una guerra con la Russia. Qua e là emerge perfino il luogo dove ci si aspetta, o si pensa, di cominciare. Sarebbe da qualche parte al confine tra Lituania e Russia. 

© SPUTNIK. MIKHAIL MARKIV La NATO promette di continuare a sostenere la difesa dell'Ucraina 

Ma non si può vedere l'operazione, che chiameremmo "fronte del Nord", separata dalle altre in corso. È una tela di vari colori, su cui si muovono gli stessi personaggi. Il senatore americano/repubblicano McCaine, per esempio, che, appena completato il giro dei paesi baltici e della Polonia — per "rassicurare" la parte dell'Europa più aggressiva nei confronti della Russia che Washington, volente o nolente, manterrà la pressione su Putin — si precipita in Ucraina a passare in rassegna le truppe ucraino-mercenarie che stazionano sulle due frontiere del Donbass e della Crimea. 

© SPUTNIK. MIKHAIL KLIMENTIEV USA cacciano 35 diplomatici russi fuori dal Paese 

È questo il "fronte ucraino", che si vuole tenere in caldo, in attesa che Donald Trump entri in azione. Magari per legargli le mani con qualche provocazione più o meno sanguinosa, che costringa la Russia a una qualche reazione meno fredda di quella che si voleva creare con l'espulsione dei 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti. Né si può dimenticare il "fronte siriano". Che è quello più scottante, dove la guerra rischia di essere fermata dall'intesa davvero inedita tra Russia, Iran e Turchia. I servizi segreti occidentali, com'è già evidente, sono in piena attività per rifinanziare, riorganizzare, e riportare al combattimento le truppe mercenarie che stanno invece cedendo di fronte alla pressione dell'esercito di Assad, dell'aviazione russa, degli apporti di Hezbollah e dell'Iran. Qui la distinzione tra tagliagole e tagliagole-moderati viene lasciata da parte, purché taglino gole. 

© AP PHOTO/ ADEL HANA FAZ: l'uscita della Turchia dalla NATO diventerà un enorme successo per la Russia 

La Cia, il Pentagono, la Nato, non possono accettare la sconfitta su questo fronte che, da militare, si è già trasformata in politico-diplomatica. Le sue ripercussioni si delineano come catastrofiche per la cosiddetta coalizione occidentale. Per molte ragioni. Che la pace si può fare anche senza l'occidente (anzi che si può fare proprio perché l'occidente è tagliato fuori); che la Turchia, paese Nato, se ne va per i fatti suoi in cerca di nuove alleanze; che il mondo arabo nel suo complesso si rende conto che la dominazione americana si sta sfaldando; che si crea un parziale fronte comune tra sunniti e sciiti. Così è possibile leggere con chiarezza una linea terrorista che sfacciatamente sembra provenire direttamente dalle centrali occidentali e che lega l'assassinio dell'ambasciatore russo ad Ankara (punizione contro la Russia) con la strage nel night club di Istanbul (punizione contro Erdogan). 

© AFP 2016/ KIRILL KUDRYAVTSEV WSJ riporta dettagli della relazione sull'"intervento russo" nelle elezioni americane 

Ed è il "fronte turco" che, a sua volta, scolora nel "fronte europeo". Tutto (e anche molto altro) "si tiene". 

Insieme al preannuncio di una possente campagna di allarme in preparazione in Europa, in vista delle elezioni di Francia e Germania, e forse Italia. 

Le colonne dell'Europa delle banche americane devono essere portate definitivamente all'isteria antirussa e anti-islamica. 

Per adesso con la minaccia dell'hackeraggio russo, poi si vedrà come intensificare le stragi terroristiche contro l'inerme popolazione civile. 

Il problema è che l'Europa — così come l'elettorato americano — sembra non reagire passivamente alla doccia di sangue e di paura cui è stata sottoposta in questi ultimi tre anni. Aumenta la diffidenza popolare nei confronti del mainstream, si allarga la sfiducia dei popoli nelle élites che li guidano. Incombe il fantasma del "populismo".
Ecco perché il gioco diventa sempre più trasparente, e si vedono meglio i giocatori, scoprendo che sono gli stessi, anche se usano bandiere diverse.


Giulietto Chiesa


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venerdì 2 dicembre 2016

La Francia sull’orlo del collasso totale


La Francia è in subbuglio. I “migranti” che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente seminano disordine e insicurezza in molte città.

L’enorme tendopoli comunemente conosciuta come la “giungla di Calais” è stata appena smantellata, ma altri accampamenti sorgono ogni giorno. Nella zona est di Parigi, le strade sono coperte di lamiere ondulate, tele cerate e assi di legno.


La violenza è all’ordine del giorno.

Le 572 “no-go zones”, definite ufficialmente “zone urbane sensibili”, continuano a crescere e gli agenti di polizia che si avvicinano ad esse spesso ne pagano le conseguenze.

Di recente, un’auto della polizia è caduta in un’imboscata ed è stata data alle fiamme, che hanno impedito agli agenti intrappolati dentro di uscire. I poliziotti hanno ricevuto ordine dai superiori che se vengono aggrediti devono fuggire anziché reagire. Molti agenti, furiosi per doversi comportare come codardi, hanno organizzato manifestazioni di protesta. Non ci sono più stati attacchi terroristici dopo l’uccisione di un prete a Saint-Étienne-du-Rouvray, il 26 agosto di quest’anno, ma secondo i servizi segreti molti jihadisti sono tornati dal Medio Oriente e sono pronti ad agire e disordini potrebbero scoppiare ovunque, in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo.
Sebbene sia sopraffatto da un situazione interna che riesce a controllare a malapena, il governo francese continua a intervenire negli affari mondiali, la creazione di uno “Stato palestinese” è ancora la sua causa preferita e Israele è il suo capro espiatorio preferito.
La scorsa primavera, anche se la Francia e i Territori palestinesi versavano in condizioni terribili, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che era “urgente” rilanciare il “processo di pace” e creare uno Stato palestinese. La Francia ha pertanto indetto il 3 giugno a Parigi una conferenza internazionale e non ha invitato né Israele né i palestinesi. La conferenza è stata un flop. Si è conclusa con una dichiarazione insulsa sulla “necessità imperativa” di andare “avanti”.
La Francia non si è fermata lì. Il governo ha poi deciso di organizzare una nuova conferenza a dicembre. Stavolta, con Israele e i palestinesi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sottolineando che Israele non ha bisogno di intermediari, ha declinato l’invito. I leader palestinesi hanno accettato. Saeb Erekat, portavoce dell’Autorità palestinese (Ap), si è congratulato con la Francia, aggiungendo, senza sorpresa, che l’Ap aveva “suggerito” l’idea ai francesi.
Ora, Donald Trump è il neo-presidente degli Stati Uniti e Newt Gingrich probabilmente svolgerà un ruolo decisivo nell’amministrazione Trump. Gingrich ha detto qualche anno fa che non esiste una cosa come il popolo palestinese e la settimana scorsa ha aggiunto che gli insediamenti non sono in alcun modo un ostacolo alla pace. Per questo, la conferenza di dicembre sembra essere un altro fallimento. Tuttavia, i diplomatici francesi stanno lavorando con i funzionari palestinesi a una risoluzione delle Nazioni Unite per riconoscere uno Stato palestinese dentro i “confini del 1967” (le linee armistiziali del 1949), ma senza alcun trattato di pace. Essi spererebbero che il presidente uscente degli Stati Uniti, Barack Obama, non usi il veto americano nel Consiglio di Sicurezza, consentendo l’approvazione della risoluzione. Non è affatto sicuro che Obama vorrà terminare la sua presidenza con un gesto così apertamente sovversivo. È quasi certo che la Francia fallirà anche in questo caso. Ancora una volta.
Da molti anni, la Francia sembra aver costruito la sua intera politica estera sulla decisione di allinearsi all’Organizzazione della Cooperazione islamica (Oci): 56 Paesi islamici più i palestinesi. Inizialmente, la Francia probabilmente sperava di scalzare l’America dal ruolo di potenza mondiale, accedere al petrolio a buon mercato e concludere accordi commerciali con i Paesi islamici ricchi di petrolio e di non subire attacchi terroristici interni. Tutti e quattro i sogni sono sfumati. È altrettanto ovvio che la Francia ha problemi più urgenti da risolvere. La Francia persevera perché sta disperatamente cercando di limitare i problemi che probabilmente non possono essere risolti. Negli anni Cinquanta, la Francia era diversa rispetto a com’è adesso. Era amica di Israele. La “causa palestinese” non esisteva. La guerra d’Algeria infuriava e la grande maggioranza dei politici francesi non avrebbe nemmeno stretto la mano a terroristi impenitenti. Tutto cambiò con la fine della guerra d’Algeria. Charles de Gaulle consegnò l’Algeria a un movimento terroristico chiamato Fronte di liberazione nazionale. Egli poi procedette a creare un riorientamento strategico della politica estera francese, inaugurando ciò che egli definì la “politica araba della Francia”.
La Francia firmò accordi commerciali e militari con varie dittature arabe. Per sedurre i suoi nuovi amici, adottò con entusiasmo una politica anti-israeliana. Quando, negli anni Settanta, il terrorismo sotto forma di dirottamenti aerei fu inventato dai palestinesi e con l’uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972 i “palestinesi” divennero all’improvviso una “causa sacra” e uno strumento utile per fare leva sul mondo arabo, la Francia, adottando la “causa” divenne rigorosamente filopalestinese. I palestinesi iniziarono a usare il terrorismo internazionale e la Francia decise di accettare questo terrorismo fino a quando essa stessa non è stata colpita. Allo stesso tempo, la Francia ha accolto l’immigrazione di massa proveniente dal mondo arabo-musulmano, che s’inscrive a quanto pare nell’ambito di un desiderio di espandere l’Islam. Da allora, la popolazione musulmana della Francia è aumentata senza però integrarsi.
Al momento, la Francia non lo ha percepito, ma si trova in una trappola, e la trappola sta per chiudersi. La popolazione islamica della Francia sembra essere antifrancese per quanto riguarda i valori giudaico-cristiani e dell’Illuminismo e filofrancese purché la Francia ceda alle pretese dell’Islam. Poiché i musulmani che vivono in Francia sono anche filopalestinesi, teoricamente non dovrebbero esserci problemi. Ma la Francia ha sottovalutato gli effetti dell’avvento dell’estremismo islamico nel mondo musulmano e non solo.
Sempre più musulmani francesi si considerano innanzitutto islamici. Molti ritengono che l’Occidente sia in guerra con l’Islam; considerano la Francia e Israele come parte dell’Occidente, pertanto, sono in guerra con entrambi. Sanno che la Francia è anti-israeliana e filopalestinese, ma vedono anche che diversi politici francesi mantengono legami con Israele, e quindi pensano probabilmente che la Francia non è abbastanza anti-israeliana e filopalestinese. Sanno che la Francia tollera il terrorismo palestinese e sembrano non capire perché essa combatta il terrorismo islamico in altri luoghi. Per compiacere i propri musulmani, il governo francese crede di non avere altra scelta se non quella di essere quanto più possibile filopalestinese e anti-israeliano, anche se pare proprio che questa politica sta fallendo miseramente nei sondaggi. Il governo francese si rende innegabilmente conto che non può impedire ciò che si profila sempre più come un disastro incombente. Questo disastro è già in corso. Forse l’attuale governo francese spera di poter ritardare un po’ il disastro ed evitare una guerra civile. Magari spera che non esplodano le “no-go zones”, almeno sotto i suoi occhi.
Oggi la Francia ha sei milioni di musulmani, il 10 per cento della sua popolazione, e la percentuale è in crescita. Secondo i sondaggi, un terzo dei musulmani francesi vuole la piena applicazione della legge islamica della sharia. Essi indicano anche che la stragrande maggioranza dei musulmani francesi appoggia il jihad, e soprattutto il jihad contro Israele, un Paese che vorrebbero vedere cancellato dalla faccia della terra. La principale organizzazione musulmana francese, l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, è un ramo dei Fratelli musulmani, un movimento che dovrebbe essere considerato un gruppo terroristico per il suo palese desiderio di rovesciare i governi occidentali. I Fratelli musulmani sono principalmente finanziati dal Qatar, un Paese che effettua ingenti investimenti in Francia e dispone della comodità di ospitare una base aerea americana. Gli ebrei stanno lasciando la Francia in numeri record e queste partenze non si fermano. Sammy Ghozlan, presidente dell’Ufficio nazionale francese di vigilanza contro l’antisemitismo, ha detto per anni che “è meglio lasciare il Paese che fuggire”. È stato vittima di un’aggressione. La sua auto è stata incendiata. Ha lasciato la Francia e ora vive in Israele.
Il resto della popolazione francese si rende assolutamente conto dell’estrema gravità di ciò che sta accadendo. Qualcuno è arrabbiato ed è in rivolta; altri sembrano rassegnati al peggio: una scalata islamista dell’Europa. Le prossime elezioni francesi avranno luogo nel maggio 2017. Il presidente francese François Hollande ha perso ogni credibilità e non ha alcuna possibilità di essere rieletto. Chi s’insedierà all’Eliseo avrà un compito difficile. I francesi sembrano aver perso la fiducia in Nicolas Sarkozy (e dopo la sconfitta di Alain Juppé alle primarie presidenziali del centrodestra di domenica 27 novembre, gli elettori, ndt) dovranno scegliere tra Marine Le Pen e François Fillon. Marine Le Pen è la candidata del Front National, partito di estrema destra. François Fillon è il candidato del centrodestra. Fillon di recente ha detto che “il comunitarismo islamico” crea “problemi in Francia”. Egli ha inoltre dichiarato che se non verrà creato quanto prima uno Stato palestinese, Israele costituirà “la principale minaccia alla pace mondiale”.
Tre anni fa, il filosofo francese Alain Finkielkraut ha pubblicato il libro “L’identità infelice”, che descrive i pericoli inerenti all’islamizzazione della Francia e le gravi tensioni che ne derivano. Alain Juppé ha scelto uno slogan elettorale volto a contraddire Finkielkraut che è quello della “identità felice”. Dopo l’uscita del volume di Alain Finkielkraut, sono stati pubblicati altri libri pessimistici che sono diventati dei best seller in Francia. Nell’ottobre 2014, l’editorialista Eric Zemmour ha pubblicato “Il suicidio francese”. L’ultima fatica editoriale di Zemmour è “Un quinquennat pour rien (Un quinquennio per niente)”. Egli descrive ciò che vede accadere in Francia: “Invasione, colonizzazione, esplosione”.
Zemmour definisce l’arrivo di milioni di musulmani in Francia nel corso degli ultimi cinquant’anni come un’invasione e il recente arrivo di orde di migranti come la continuazione di questa invasione. Egli descrive la creazione delle “no-go zones” come la creazione di territori islamici sul suolo francese e una parte integrante del processo di colonizzazione. Zemmour scrive che lo scoppio della violenza è segno di un’imminente esplosione, del fatto che prima o poi la rivolta guadagnerà terreno. Un altro libro, “Le campane suoneranno ancora domani?”, è stato di recente pubblicato da Philippe de Villiers, un ex membro del governo francese. Villiers rileva la scomparsa delle chiese in Francia, rimpiazzate dalle moschee. Menziona anche la presenza nelle “no-go zones” di migliaia di armi da guerra (fucili d’assalto Ak-47, pistole Tokarev, armi anti-carro M80 Zolja, ecc.). E aggiunge che le armi probabilmente non dovranno nemmeno essere usate, perché gli islamisti hanno già vinto. Il 13 novembre 2016, la Francia ha commemorato il primo anniversario delle stragi di Parigi. In tutti i luoghi che furono teatro degli attacchi sono state scoperte delle targhe commemorative in cui si legge: “In ricordo delle vittime degli attacchi”. Non è stata menzionata la barbarie jihadista. In serata, il Teatro Bataclan ha riaperto con un concerto di Sting. L’ultima canzone del concerto è stata “Inshallah” – “ad Allah piacendo”. La direzione del Bataclan ha impedito a due membri degli Eagles of Death Metal – la band che si stava esibendo sul palco al momento dell’attacco – di assistere al concerto. Qualche settimana dopo la strage, Jesse Hughes, leader del gruppo musicale, aveva osato criticare i musulmani coinvolti. Il direttore del Bataclan ha detto di Hughes: “Ci sono cose che non si possono perdonare”.
Traduzione a cura di Angelita La Spada
Fonte: qui

lunedì 26 settembre 2016

Obama, veto alla legge che rende imputabile l’Arabia Saudita per gli attentati dell’11 settembre

Il presidente Usa esprime “profonda solidarietà” ai familiari delle vittime. Tuttavia, conferma la contrarietà per una legge “lesiva degli interessi nazionali”. 

Riyadh aveva minacciato di strappare gli accordi economici con Washington. 

I promotori del testo annunciano battaglia: il veto può essere superato con i due terzi dei voti del Congresso. Favorevole la Clinton. 

Washington (AsiaNews/Agenzie) - Barack Obama ha posto il veto sulla controversa  legge approvata di recente dal Congresso Usa, che permette ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i Paesi sospettati di aver sostenuto gli attacchi. Fra questi vi è anche l’Arabia Saudita, alleato storico degli Stati Uniti nella regione mediorientale. In una nota la Casa Bianca sottolinea che il presidente degli Stati Uniti esprime “profonda solidarietà” con i familiari delle oltre 3mila persone uccise negli attentati; tuttavia, egli non può permettere il via libera a una norma [il  Justice Against Sponsors of Terrorism Act, ndr] che sarebbe “lesiva degli interessi nazionali”. 

L’Arabia Saudita è un alleato di lungo corso degli Usa. Dal regno wahhabita provengono 15 dei 19 attentatori che hanno compiuto gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, in cui sono morte circa 3mila persone; tuttavia, non sono mai emersi in questi anni legami diretti dei vertici di Riyadh negli attacchi. 

La legge, che ha ricevuto il via libera dalla Camera e dal Senato, è stato oggetto di critiche anche da parte delle monarchie del Golfo, perché “contraddice le fondamenta e i principi delle relazioni fra Stati” e, in particolare, va a colpire “l’immunità giurisdizionale”. 

Obama si è sempre detto contrario alla sua approvazione, perché potrebbe renderebbe imputabili gli Stati Uniti in procedimenti intentati da governi stranieri. Inoltre, la legge rischia di incrinare ancor più i già delicati rapporti con Riyadh che ha criticato con forza la scelta dell’amministrazione Usa di stringere un accordo sul nucleare con l’Iran, nemico storico dei sauditi. 

Nelle scorse settimane il ministero saudita degli Esteri aveva minacciato di ritirare gli investimenti e i contratti economico-commerciali fra Riyadh e Washington. L’Arabia Saudita ha investito 750 miliardi di dollari nelle banche degli Stati Uniti. 

Intanto fra i promotori - molti dei quali compagni di partito del presidente - regna malumore e disapprovazione per la scelta di Obama. Il senatore democratico Chuck Schumer, che ha promosso in prima persona il testo di legge - di dice “contrariato” e annuncia nuove azioni parlamentari per superare il veto. “Se i sauditi non hanno fatto nulla di male - ha aggiunto - non hanno nulla da temere riguardo alla norma. Ma se sono colpevoli, devono rispondere dei crimini commessi”. 

Il veto di Obama potrà essere superato da una votazione congiunta di entrambe le Camere, che abbia almeno i due terzi dei consensi fra deputati e senatori. 

E proprio sul provvedimento legato alle stragi dell’11 settembre si era consumato il primo strappo fra l’attuale amministrazione e la candidata democratica alle presidenziali di novembre. Poco prima dell’annuncio di Obama, infatti, Hillary Clinton aveva annunciato che, in caso di elezione, avrebbe dato il suo via libera alla norma.

Fonte: qui

lunedì 19 settembre 2016

ARCIVESCOVO DI VIENNA: SI RISCHIA UNA NUOVA CONQUISTA ISLAMICA DELL’EUROPA


L’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schoenborn, non ha fama di essere un conservatore e sono in molti gli osservatori che lo vedono come prossimo candidato al soglio di Pietro. Proprio per questo va ascoltato con molta attenzione il suo grido di allarme quando ha evocato il rischio di una nuova “conquista islamica dell’Europa”, nell’anniversario della battaglia che mise fine all’assedio dei turchi della capitale asburgica nel 1683.
Noi europei “siamo un po’ come il fratello minore” della parabola evangelica del figliol prodigo, ha detto il porporato nell’omelia che ha pronunciato l’11 settembre a Vienna per la ricorrenza del Santissimo Nome di Maria. 
Abbiamo sperperato l’eredità, abbiamo sperperato e sprecato l’eredità cristiana. E ora ci chiediamo a cosa assomiglia l’Europa. 
Ci accade come al figliol prodigo che sprecato il bene prezioso del Padre, la preziosa eredità cristiana. 
E ora ci scopriamo scoperti quando siamo in situazione di necessità. Non solo economicamente, anche questo avverrà – ha proseguito il porporato domenicano, allievo di Joseph Ratzinger e stimato da Papa Francesco – ma ancor più dal punto di vista umano, religioso e della fede. 
Che ne sarà dell’Europa?”. 
Parole che non mancheranno di far riflettere le coscienze in un momento in cui l’Austria deve tornare al voto a dicembre per ripetere il voto presidenziale annullato a maggio per irregolarità.
“Oggi, 333 anni fa, Vienna è stata salvata”, ha detto Schoenborn. 
“Ci sarà un terzo tentativo di conquista islamica dell’Europa? Molti musulmani lo pensano e lo desiderano e dicono: questa è l’Europa alla fine”. 
L’Europa che ha rifiutato di introdurre nella sua Costituzione (poi naufragata per il no al referendum dei francesi e degli olandesi) delle sue radici cristiane.
Già questa estate il cardinale Schoenborn, in un’intervista apparsa sul quotidiano economico finanziario austriaco Der Standard, si era lungamente espresso sulla questione dell’islam, pochi giorni dopo l’attentato terrorista di Nizza. “Che sia giusto o meno”, aveva detto il porporato del paese la cui presidenza è contesa dall’estrema destra di Norbert Hofer, i terroristi oggi rivendicano l’adesione all’islam, non ad altre religioni, e questo è “un grande problema per l’islam”. […]

lunedì 29 agosto 2016

BRZEZINSKI RINUNCIA ALL’IMPERO AMERICANO

Counterpunch commenta un recente articolo di Zbigniew Brzezinski, noto politologo e geostratega americano, consigliere sotto diverse amministrazioni, famoso per aver teorizzato nel 1997 la strategia (successivamente adottata) per consolidare la supremazia “imperiale” degli USA nella prima metà del XXI secolo – strategia di cui la Clinton è una delle principali promotrici.

In questo articolo, Brzezinski fa un’inversione a U: gli USA non sono più una superpotenza, sostiene, si sta formando una vasta coalizione anti-americana e perseguire il progetto originale nelle mutate condizioni potrebbe portare caos e guerra in tutto il globo. Meglio collaborare con Russia e Cina e cercare di preservare la leadership americana.

Una svolta letteralmente storica nell’indirizzo geostrategico di una parte dell’establishment americano, che prospetticamente lascia Hillary Clinton sola ad inseguire un progetto imperiale sconfessato dal suo stesso ideatore.

di Mike Whitney, 25 agosto 2016

L’architetto principale del piano di Washington per governare il mondo ha abbandonato il progetto e ha richiesto la creazione di legami con la Russia e la Cina.

Anche se l’articolo di Zbigniew Brzezinski su The American Interest dal titolo “Towards a Global Realignment” [“Verso un riallineamento globale”, ndT] è stato ampiamente ignorato dai media, esso dimostra che membri potenti dell’establishment decisionale non credono più che Washington prevarrà nel suo tentativo di estendere l’egemonia degli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente e in Asia. Brzezinski, che è stato il principale fautore di questa idea e che ha redatto il progetto per l’espansione imperiale nel suo libro del 1997 “La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici“, ha fatto dietro-front e ha richiesto una incredibile revisione strategica. Ecco un estratto dal l’articolo del AI:

“Mentre finisce la loro epoca di dominio globale, gli Stati Uniti devono prendere l’iniziativa per riallineare l’architettura del potere globale.

Cinque verità fondamentali per quanto riguarda l’emergente ridistribuzione del potere globale e il violento risveglio politico in Medio Oriente stanno segnalando l’arrivo di un nuovo riallineamento globale.

La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale.” (Towards a Global Realignment, Zbigniew Brzezinski, The American Interest)

Ripetete: gli Stati Uniti “non sono più la potenza imperiale globale”.

Confrontate questo giudizio con quello che Brzezinski ha dato anni prima, ne La Grande Scacchiera, quando affermava che gli Stati Uniti erano “il massimo potere a livello mondiale.”

“… L’ultimo decennio del ventesimo secolo è stato testimone di uno spostamento tettonico nelle relazioni internazionali. Per la prima volta in assoluto, una potenza non eurasiatica è emersa non solo come giudice chiave delle relazioni di potere eurasiatiche, ma anche come il massimo potere a livello mondiale. La sconfitta e il crollo dell’Unione Sovietica sono state il passo finale nella rapida ascesa di una potenza dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti, come l’unica e, in effetti, la prima potenza veramente globale” (“La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici”, Zbigniew Brzezinski, Il Saggiatore, 1997, p. xiii)

Qui altro ancora dall’articolo del AI:

“Il fatto è che non c’è mai stata una vera e propria potenza “dominante” globale fino alla comparsa dell’America sulla scena mondiale… La nuova, determinante realtà globale è stata la comparsa sulla scena mondiale dell’America come giocatore allo stesso tempo più ricco e militarmente più potente. Durante l’ultima parte del 20° secolo nessuna altra potenza gli si è nemmeno avvicinata. Quell’epoca sta ormai per finire.” (AI)

Ma perché “quell’epoca sta ormai per finire”?

Che cosa è cambiato dal 1997, quando Brzezinski si riferiva agli Stati Uniti come il “massimo potere a livello mondiale”?

Brzezinski indica l’ascesa della Russia e della Cina, la debolezza dell’Europa e il “violento risveglio politico tra i musulmani post-coloniali”, come le cause approssimative di questa improvvisa inversione. I suoi commenti sull’Islam sono particolarmente istruttivi in quanto egli fornisce una spiegazione razionale per il terrorismo, invece dell’aria fritta governativa sull'”odiare le nostre libertà”. A suo merito, Brzezinski vede lo scoppio del terrore come lo “sgorgare di lamentele storiche” (da un “senso di ingiustizia profondamente sentito”), non come la violenza cieca di psicopatici fanatici.

Naturalmente, in un breve articolo di 1.500 parole, Brzezniski non può coprire tutte le sfide (o minacce) che gli Stati Uniti potrebbero affrontare in futuro.
Ma è chiaro che quello che più lo preoccupa è il rafforzamento dei legami economici, politici e militari tra la Russia, la Cina, l’Iran, la Turchia e gli altri Stati dell’Asia centrale. Questa è la sua principale area di preoccupazione; infatti, ha anche anticipato questo problema nel 1997, quando scrisse La Grande Scacchiera. Ecco cosa disse:

“D’ora in poi, gli Stati Uniti potrebbero dover stabilire come far fronte a coalizioni regionali che cercano di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status degli Stati Uniti come potenza mondiale” (P.55)

“… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono di prevenire la collusione e mantenere la dipendenza sulla difesa tra i vassalli, tenere i tributari docili e protetti, e impedire che i barbari si uniscano”(p.40)

“… prevenire la collusione… tra i vassalli”. Questo dice tutto, non è vero?

La politica estera sconsiderata dell’amministrazione Obama, in particolare il rovesciamento dei governi in Libia e in Ucraina, ha notevolmente accelerato la velocità con cui si sono formate queste coalizioni anti-americane.

In altre parole, i nemici di Washington sono apparsi in risposta al comportamento di Washington. Obama può biasimare solo se stesso.

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha risposto alla crescente minaccia di instabilità regionale e al posizionamento delle forze NATO ai confini della Russia, rafforzando le alleanze con i paesi perimetrali della Russia e in tutto il Medio Oriente. Allo stesso tempo, Putin e i suoi colleghi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno istituito un sistema bancario alternativo (BRICS Bank e AIIB) che finirà per sfidare il sistema dominato dal dollaro, che è la fonte del potere globale degli Stati Uniti.

È per questo che Brzezinski ha fatto una rapida svolta a U e ha abbandonato il piano egemonico degli Stati Uniti; è perché egli è preoccupato per i pericoli di un sistema non basato sul dollaro che sta nascendo tra i paesi emergenti e i non allineati, che dovrebbe sostituire l’oligopolio della Banca Centrale occidentale.

Se ciò accadrà, allora gli Stati Uniti perderanno la loro morsa sull’economia globale e il sistema di estorsione nel quale biglietti verdi buoni per incartare il pesce vengono scambiati per beni e servizi di valore sarà giunto al termine.

Purtroppo, è improbabile che l’approccio più cauto di Brzezinski sarà seguito dal candidato presidenziale favorito Hillary Clinton, che è una convinta sostenitrice dell’espansione imperiale attraverso la forza delle armi.

E’ stata la Clinton che per prima ha introdotto la parola “pivot” [perno, ndT] nel lessico strategico in un discorso che ha tenuto nel 2010 dal titolo “America’s Pacific Century” [Il secolo pacifico dell’America, ndT]. Ecco un estratto dal discorso che è apparso sulla rivista Foreign Policy:

“Mentre la guerra in Iraq si esaurisce e l’America comincia a ritirare le sue forze dall’Afghanistan, gli Stati Uniti si trovano ad un punto di svolta. Negli ultimi 10 anni, abbiamo stanziato risorse immense in questi due teatri.

Nei prossimi 10 anni, dobbiamo essere intelligenti e sistematici su dove investiremo tempo ed energia, in modo da metterci nella posizione migliore per sostenere la nostra leadership, garantire i nostri interessi, e far avanzare i nostri valori. Uno dei compiti più importanti della politica americana nel prossimo decennio sarà quello di tenere al sicuro gli investimenti – diplomatici, economici, strategici, e di altro tipo – sostanzialmente aumentati nella regione Asia-Pacifico …

Sfruttare la crescita e il dinamismo dell’Asia è centrale per gli interessi economici e strategici americani ed è una delle principali priorità per il presidente Obama. L’apertura dei mercati in Asia fornisce agli Stati Uniti opportunità senza precedenti per gli investimenti, il commercio, e l’accesso alla tecnologia d’avanguardia… le aziende americane (devono) sfruttare la vasta e crescente base di consumatori dell’Asia…

La regione genera già oltre la metà della produzione mondiale e quasi la metà del commercio mondiale. Mentre ci sforziamo di soddisfare l’obiettivo del presidente Obama di raddoppiare le esportazioni entro il 2015, siamo alla ricerca di opportunità per fare ancora più affari in Asia … e delle nostre opportunità di investimento nei dinamici mercati dell’Asia. ”

(“America’s Pacific Century”, il segretario di Stato Hillary Clinton, Foreign Policy Magazine, 2011)
Confrontate il discorso della Clinton coi commenti fatti da Brzezinski ne “La Grande Scacchiera” 14 anni prima:

“Per l’America, il premio geopolitico principale è l’Eurasia … (p.30) … l’Eurasia è il più grande continente del globo ed è l’asse geopolitico. Una potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. … 

Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive nell’Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo sta lì, sia nelle sue imprese che sotto il suolo. L’Eurasia conta per il 60 per cento del PIL mondiale e circa tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. (p.31)

Gli obiettivi strategici sono identici, l’unica differenza è che Brzezinski ha fatto una correzione di rotta sulla base di circostanze mutevoli e della crescente resistenza al bullismo, al dominio e alle sanzioni statunitensi. Non abbiamo ancora raggiunto il punto di svolta per il primato degli Stati Uniti, ma quel giorno si sta avvicinando velocemente e Brzezinski lo sa.

Al contrario, la Clinton è ancora completamente impegnata ad ampliare l’egemonia degli Stati Uniti in tutta l’Asia. Non capisce i rischi che ciò comporta per il paese o per il mondo. E’ intenzionata a continuare con gli interventi fino a quando il titano combattente Stati Uniti si immobilizzerà di colpo, cosa che, a giudicare dalla sua retorica iperbolica, accadrà probabilmente dopo un po’ di tempo durante il suo primo mandato.

Brzezinski presenta un piano razionale ma opportunista per fare marcia indietro, ridurre al minimo i conflitti futuri, evitare una conflagrazione nucleare e mantenere l’ordine globale (cioè il “sistema del dollaro”).

Ma la sanguinaria Hillary seguirà il suo consiglio?
Fonte: qui

lunedì 13 giugno 2016

Il razzismo degli eurocrati

schauble1I VERI RAZZISTI SONO LORO

Wolfgang Schäuble, il potente Ministro delle Finanze tedesco, ha dichiarato al giornale Zeit che se l’Europa chiude all’immigrazione, fallisce. L’isolamento, ha detto, “ci farebbe degenerare nella consanguineità”; gli immigrati islamici, per esempio in Germania, “sono un arricchimento alla nostra diversità” e un “potenziale innovativo” per la società tedesca.

Mai un esponente dell’eurocrazia si era espresso in termini “biologici” a favore del processo immigratorio, e raramente è emerso in maniera così chiara il razzismo anti-europeo che domina il pensiero dell’élite mondialista che governa il continente.

L’Europa e i popoli europei sono già di per sé un insieme di diversità: etniche ma anche culturali, linguistiche.

Diversità che però hanno un comune denominatore dettato dalla memoria storica e da una stratificata identità che affonda nelle comuni radici cristiane, nel patrimonio dell’eredità greco-romana e nel percorso sofferto della modernità illuminista.

Al contrario, l’Islam, non è parte dell’Europa e quello che sta avvenendo è un esperimento di laboratorio sociale con cui si stanno soppiantando i popoli europei con masse di immigrati portatori d’identità altre e conflittuali rispetto a quelle ospitanti.
Le parole di Schäuble confermano quello che da tempo molti sospettano: l’esodo dei migranti in Europa non è un inciampo della storia, né una conseguenza di guerre o crisi internazionali (se non in minima parte e comunque per eventi che ha generato l’Occidente); lo dimostra anche il fatto che meno della metà di coloro che arrivano illegalmente in Europa, sono profughi.

L’immigrazione di massa è un piano prestabilito, voluto dall’élite mondiale con lo scopo di creare una sorta di Europa ibrida, priva di radici, d’identità, di storia, abitata da masse indifferenziate funzionali al progetto di dominio economico e finanziario.

MIGRAZIONE SOSTITUTIVA

Non serve scomodare le teorie complottiste su Kalergi, basta rifarsi ai documenti delle Nazioni Unite sulla “Migrazione Sostitutiva elaborati nel 2000, come strumento per compensare il calo demografico delle nazioni europee.
Ma il processo di disgregazione dell’identità europea, una volta avviato, è irreversibile. Lo spiegò chiaramente Ida Magli nel suo libro “Contro l’Europa”: il calo demografico aumenta e non diminuisce col sopraggiungere di persone delle quali si percepisce il pericolo del futuro predominio (…) I figli servono a tramandare il nome, la lingua, la religione, l’identità dei genitori e quindi del gruppo.

Ma togliendo tutto questo dal fondamento dell’identità europea, la conclusione è inevitabile: siamo senza futuro e quindi è inutile fare figli.

UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

Le parole razziste di Schäuble vanno di pari passo con le dichiarazioni di tanti esponenti dell’eurocrazia. Basti ricordare quelle di Laura Boldrini quando ha affermato: i migranti sono l’avanguardia della globalizzazione; sono l’avanguardia di uno stile di vita che presto sarà il nostro stile di vita. Queste parole non sono un’inconsistente teoria ma la cornice di preciso disegno pianificato.

La distruzione dell’identità dei popoli europei va considerata un crimine contro l’umanità.

Questi signori, esecutori di una dittatura spietata che sta cancellando tutto ciò che noi siamo, andrebbero trascinati di fronte al tribunale della storia.

Fonte: qui

mercoledì 16 marzo 2016

"Siamo alla fase finale, l’unica chance per l’ Unione Europea è disintegrarsi"


Torna a parlare Emmanuel Todd, il "profeta certificato" prospetta un epilogo tragico per l'UE: "L’unica chance è disintegrarci"

Il futuro dell' Unione Europea non è mai stato così incerto come negli ultimi tempi: l'idea originaria che voleva una comunità di Paesi liberi e uguali ha fatto un buco nell'acqua.

E se lo schieramento degli euroscettici ora si fa numeroso, c'è chi in tempi non sospetti faceva già notare come quel progetto era destinato al fallimento. Uno di questi è Emmanuel Todd, cassandra inascoltata che oggi può affermare: "Ve lo avevo detto".
Lo storico e demografo francese, intervistato da la Stampa, ricorda le sue posizioni da antieuropeista ante-litteram: "Scrissi subito contro l’Europa, era chiaro che non avrebbe mai funzionato".

"L’Europa è qualcosa di molto diverso dall’idea originaria di comunità di Paesi liberi e uguali. Oggi ci sono paesi più uguali di altri e la soluzione è debole per tutti. Siamo di fronte a un sistema gerarchico con la Germania alla guida, la Francia a fare il servitore e gli altri d’accordo o zitti: non si discute".

È questo il ritratto disincantato e realistico che Todd fa dell'Ue.
E rincara la dose quando parla a proposito della Francia, nei cui confronti mette in guardia l'Italia:

"Non conosco bene l’Italia, ma dovrebbe smettere di considerare la Francia una sorella: è una nemica invece, si finge amica ma gioca con la Germania al ruolo complementare di poliziotto buono e cattivo".

E dopo aver analizzato le criticità dell'attuale sistema, l'intellettuale francese propone una (drastica) via d'uscita:

"La soluzione è uscire dall’euro, almeno proviamo a muoverci. Di solito su questo tema si usano parole soft ma oltre a quello economico c’è un fallimento politico: a parte i partiti estremi, destra e sinistra si aggrappano all’euro perché sono incapaci di trovare soluzioni alla crescita ormai vicina allo zero, alla disoccupazione oltre il 10%, alla società che invecchia e avrebbe bisogno di invitare i migranti anziché di respingerli(??? NON E' QUESTA LA SOLUZIONE, MA L'AFFRONTARE IL PROBLEMA DEL "PERCHE' I NOSTRI GIOVANI NON SIANO IL FUTURO DELLA NOSTRA SOCIETA'"!!!)".

Ad affliggere l'Europa non sono soltanto una serie di fattori interni, ad essi si aggiunge anche un elemento contingente: il terrorismo di matrice islamica. Per Emmanuel Todd questo rappresenta un finto problema ma assicura di non essere "cieco":

"Le nostre élite ci tengono occupati con il terrorismo. Non nego che il terrorismo sia un tema importantissimo ma non è l’unico, mi sembra piuttosto un capro espiatorio cavalcato per evitare di affrontare le problematiche dinamiche interne, dall’invecchiamento all’aumento delle diseguaglianze: e trovo immorale pensare che sarà la nostra priorità per i prossimi 5 anni";

"L’islam è un problema, specialmente nelle periferie dove s’impone un certo sistema famigliare, non sono cieco su questo. Ma siamo una società complessa con dinamiche interne complesse. Io cerco di ragionare per capire e credo che il nodo non sia chiedersi perché l’islam radicale è così appetibile", ha poi aggiunto. In ogni caso, sostiene Todd, dobbiamo aspettarci un finale catastrofico:

"L’epilogo è tragico: se per salvare il sistema restiamo insieme affoghiamo tutti, l’unica chance è disintegrarci e poi ciascuno si prenda le sue responsabilità".

Fonte: qui