9 dicembre forconi: Congresso
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lunedì 8 luglio 2019

L'unica motivazione strategica per il coinvolgimento dell'America in Siria è infine rivelata

"Washington manca di una chiara strategia in Siria"; quelle erano le ultime parole di Robert Ford, l'ultimo ambasciatore americano in Siria, che ha prestato servizio prima e durante i primi anni della rivolta siriana dal 2010 al 2014. Un uomo con la complessa conoscenza di Ford della dinamica politica siriana / americana è scontrosamente informato abbastanza per valutare la politica americana nei confronti della Siria. Continua dicendo: "È difficile spiegare la fondamentale missione americana in Siria ... Combattere Daesh? O è per aiutare a promuovere un distretto autonomo curdo nella Siria nord-orientale ... O è per resistere all'incoraggiamento iraniano? " Sono in parte tutti e tre; tuttavia, stranamente, Mr. Ford evita l'ovvia priorità e la logica strategica per il coinvolgimento dell'America in Siria: The Protection of Israel.
Per alleviare questo abbandono da parte del potere esecutivo per non aver presentato una chiara strategia in Siria, come afferma l'ex ambasciatore, il Congresso si è assunto l'incarico di identificare gli interessi strategici americani in Siria e formulare raccomandazioni a Trump.
Tuttavia, è legittimo chiedersi: cosa sanno i congressisti americani sulla Siria per qualificarli per determinare gli interessi strategici americani nel paese? È molto improbabile che i membri del Congresso americano sappiano molto sulla Siria; sono dettati dalla narrativa israeliana e questo è tutto ciò che hanno bisogno di sapere.
Indipendentemente da chi o cosa abbia motivato i membri del Congresso a cercare informazioni per sviluppare un quadro per gli interessi strategici americani in Siria e alla fine inviare una lettera firmata da quasi quattrocento membri del Congresso - circa il settantacinque per cento del numero totale di membri del Congresso provenienti da entrambe le camere- al presidente circa le loro scoperte e le loro raccomandazioni, i membri del Congresso hanno invitato l'United States Institute of Peace (USIP) a istituire un Syria Study Group (SSG) per fornire loro informazioni sulla Siria per comprendere la situazione e formulare raccomandazioni a Trump.
Il SSG è stato istituito nel febbraio 2019 e ha dato il suo rapporto intermedio al Congresso 1 maggio 2019; il rapporto consiste in sette pagine dattiloscritte a spaziatura singola dettagliate.
In seguito alla presentazione da parte del SSG del suo rapporto provvisorio al Congresso il 1 maggio, la lettera del quattrocento deputati fu inviata al presidente il 20 maggio.
Sarebbe naturale presumere che la lettera sia un riflesso sintetico di ciò che la relazione intermedia conteneva e raccomandava; non era il caso.
L'elaborato e dettagliato rapporto intermedio trattava una moltitudine di questioni incentrate sulla sicurezza nazionale americana. Ironia della sorte, la Lettera al Presidente si è concentrata sulle fonti di minacce alla sicurezza israeliana: terrorismo, Siria, Libano (Hezbollah), Iran, Turchia e Russia. Solo una nota riguardante la differenza di enfasi nei due documenti. Nel rapporto provvisorio a sette pagine, Israele è menzionato nove volte, è menzionato ventuno volte nella Lettera di due pagine.

Il primo paragrafo della lettera afferma "[...] raccomandiamo diversi passi specifici per far avanzare le nostre priorità di sicurezza regionale, incluso l'assistenza al nostro alleato, Israele, nella difesa di fronte alle crescenti minacce, anche al confine settentrionale".Il riferimento al confine settentrionale è la Siria e il Libano. Per quanto riguarda la Siria, è sufficiente notare che Israele occupò il Golan siriano per cinquantadue anni e lo annette recentemente con le benedizioni di Trump. La Siria non ha sparato contro Israele da decenni, mentre Israele ha sparato centinaia di colpi alla Siria di recente; non ci sono stivali siriani sul terreno in Israele, mentre ci sono stivali israeliani sul terreno in Siria. Questo per la minaccia che Israele emana dalla Siria. Per quanto riguarda lo scenario libanese, è simile a quello della Siria, anche se su scala minore, con un'aggiunta: Hezbollah che Israele considera una fonte di minaccia imminente. Tuttavia, è sufficiente notare che è Israele che è stata la fonte di violenti attacchi contro Hezbollah.La Lettera, nei paragrafi successivi, elabora ulteriormente l'acquisizione da parte della Siria e di Hezbollah di armi sofisticate di grandi dimensioni e più minacciose per minacciare la sicurezza della superpotenza regionale e nucleare: Israele.
Hai bisogno di sottolineare il ridicolo?
Nel terzo paragrafo, la Lettera afferma: "Mentre la nostra nazione ha incoraggiato sistemi politici più stabili e inclusivi in ​​Medio Oriente, il regime di Teheran ha diffuso la sua influenza e ha destabilizzato i suoi vicini per il proprio guadagno." Dire che è oltraggioso la distorsione della verità sarebbe un eufemismo. Non ci sono saggi iracheni, siriani, libici, yemeniti e musulmani che dovrebbero garantire una tale distorsione. Di fatto, a livello internazionale, gli Stati Uniti e Israele sono considerati fonti di minaccia per la pace e la sicurezza internazionali; entrambi hanno scarponi da terra straniera, ma non hanno stivali straniero per i loro motivi.
La Russia riceve un colpo al quarto paragrafo per il suo ruolo "[...] per assicurare la sopravvivenza del regime di Assad." Aggiunge "Inoltre, nel fornire a Damasco armi avanzate come l'anti-aereo S-300, Mosca sta complicando la capacità di Israele per difendersi da azioni ostili provenienti dalla Siria ".
L'ultima parte della Lettera contiene tre raccomandazioni che sono correlate e convergono sul nucleo della Lettera; la sicurezza di Israele.
Al di là di ogni dubbio possibile, la Lettera era dettata dagli israeliani o dai loro sostenitori a Washington, firmati e presentati dai 400 membri del Congresso a Trump; l'altezza dell'ipocrisia. La cosa sgomenta è che quasi nessuna delle voci di protesta è stata sollevata nella società americana in generale o nei segmenti politici o intellettuali sul fatto che quattrocento membri del Congresso, che sono eletti dagli americani per servire gli interessi americani, in un momento in cui gli Stati Uniti sono impantanati giù nella regione araba, firmare e inviare una lettera al presidente degli Stati Uniti preoccupato quasi esclusivamente con Israele Security.
Questi membri del Congresso hanno avuto l'opportunità di fare una raccomandazione coerente sulla politica degli Stati Uniti nella regione araba nell'interesse dell'interesse nazionale americano, ma hanno invece scelto di formulare raccomandazioni per salvaguardare il benessere e la sicurezza di uno stato straniero: Israele.

giovedì 16 novembre 2017

Corea del Nord, Trump: «Serve azione immediata»

«Dobbiamo denuclearizzare la Corea del Nord. Serve un'azione immediata»: lo ha detto il presidente americano Donald Trump spiegando che ha sostenuto con forza questa posizione col presidente cinese Xi Jinping. «Tutte le opzioni - ha ribadito Trump - restano sul tavolo». 
Il presidente americano Donald Trump torna a rivendicare i successi del suo viaggio in Asia. In un intervento dalla Casa Bianca, ha citato una per una le diverse tappe del suo viaggio e rivendicato i risultati soprattutto in campo economico ma anche sul fronte della crisi nordcoreana. «I giorni in cui si poteva trarre vantaggio dagli Stati Uniti sono finiti», ha affermato Trump parlando della sua presa di posizione con Xi Jinping.
«Trump potrebbe scatenare un Olocausto nucleare in cinque minuti»: il titolo provocatorio è del magazine Newsweek. 
Ma molti in Congresso hanno preso molto sul serio la questione, tanto che per la prima volta in oltre 40 anni è stato avviato un attento esame sulle prerogative del 'Commander in chief' in caso di conflitto. 
Prerogative che comprendono anche il potere di sferrare un attacco con armi atomiche. Basta aprire la valigetta con i codici segreti che segue sempre il presidente degli Stati Uniti, ovunque egli vada. 
L'ultima volta che le commissioni esteri di Camera e Senato si sono occupate di questa delicatissima materia risale al marzo del 1976: il presidente americano era Gerald Ford, subentrato a Richard Nixon travolto dal Watergate.
Ora il tema è tornato di strettissima attualità con la crisi della Corea del Nord, e dopo che Trump ha risposto più volte alle minacce del regime di Kim Jong-un evocando anche il ricorso al potentissimo arsenale nucleare americano. Il timore di molti è che il presidente possa decidere anche un attacco 'non provocato'. A lanciare l'allarme sono soprattutto i democratici, secondo i quali il presidente - che nel sistema Usa è l'unico ad avere l'autorità per ordinare un'offensiva con le armi atomiche, senza alcuna possibilità di revoca dell'ordine - sta dimostrando di avere «un carattere troppo instabile e impulsivo» per non destare preoccupazione quando si tratta di entrare nella stanza dei bottoni. Il timore è che possa davvero «ordinare irresponsabilmente» un bombardamento preventivo con armi atomiche sulla Corea del Nord. Del resto in agosto il presidente americano aveva minacciato sulla Corea del nord «fuoco e furia come il mondo non ha mai visto» se Pyongyang avesse continuato a sviluppare il suo programma nucleare militare.
All'assemblea generale dell'Onu in settembre, poi, il tycoon aveva parlato - scatenando una bufera - di «completa distruzione» della Corea del nord se fossero continuate le provocazioni del regime di Pyongyang. Il mese scorso fu lo stesso presidente repubblicano della della commissione esteri del Senato, Bob Corker, ad accusare Trump di portare gli Usa «sulla strada della terza guerra mondiale», un rischio alimentato dalla retorica incendiaria del tycoon. «Questa non è una discussione ipotetica», ha affermato il senatore democratico Ben Cardin dando il via alla discussione in Congresso.
«Siamo preoccupati che il presidente sia così instabile, così irascibile, che abbia un processo decisionale così 'donchisciottesco' che potrebbe ordinare un attacco nucleare, cosa ampiamente lontana dagli interessi di sicurezza nazionale degli Usa», ha osservato un altro senatore democratico, Chris Murphy. Per la maggior parte dei repubblicani, invece, nessun ostacolo dovrebbe essere posto alla capacità del presidente di difendere il Paese, anche usando i suoi poteri di ordinare il lancio di testate nucleari. 
«Il 'Commander in chief' deve sempre avere il potere di rispondere se finiamo sotto attacco», ha sostenuto il senatore ed ex candidato presidenziale Marco Rubio.
Fonte: qui

lunedì 31 ottobre 2016

Fbi sotto tiro per indagine su email Clinton a 10 giorni da voto

Direttore Comey scrive a dipendenti per spiegare sua decisione

Fbi sotto tiro per indagine su email Clinton a 10 giorni da voto
29 ott. 2016 (askanews) - E' bufera sul direttore dell'Fbi James Comey che ieri ha preso carta e penna e ha scritto al Congresso per annunciare la riapertura dell'indagine sulle email da segretario di Stato di Hillary Clinton, a dieci giorni dal voto presidenziale nella quale è candidata. 

Fonti vicine a Comey hanno spiegato ai media Usa che la scelta è stata dettata da due considerazioni: un senso di "obbligo" verso il parlamento e il timore che le indiscrezioni sulla scoperta di nuove email trapelassero sulla stampa scatenando accuse di insabbiamento.

Due considerazioni che hanno convinto Comey a rivelare l'indagine e a sconvolgere al corsa alla Casa Bianca all'ultima volata, ma non solo: il direttore dell'Fbi è tornato al centro di una polemica al calor bianco sulle presunte ingerenze indebite dell'agenzia governativa nella campagna elettorale. In una lettera ai dipendenti per spiegare la sua scelta Comey dice: "sentivo un obbligo in tal senso, dato che ho reso testimonianza più volte negli ultimi mesi che la nostra indagine era stata completata". 

"Naturalmente non siamo soliti comunicare al Congresso le indagini in corso, ma ho pensato che sarebbe stato fuorviante per il popolo americano se non avessimo completato la nostra informativa" aggiunge.

Comey era già stato al centro della battaglia elettorale a luglio, quando annunciò la chiusura senza esiti dell'indagine su un'eventuale scorretta gestione di informazioni confidenziali da parte di Clinton attraverso l'uso di un server di email privato quando era segretario di Stato. A gridare più forte allora furono i repubblicani, che accusarono il capo dell'Fbi di essere a favore della candidata democratica. All'interno dei ranghi tradizionalmente conservatori dello stesso Bureau ci fu chi accusò Comey di non aver fatto il possibile per incriminare Clinton.

Stavolta le critiche arrivano dal campo democratico, che stanotte ha accusato Comey di aver fornito informazioni insufficienti sulla natura della nuova linea d'indagine, consentendo ai repubblicani, in svantaggio nei sondaggi, di recuperare terreno. L'inchiesta si concentra sulle email di Clinton trovate su un computer in uso all'ex deputato di New York Anthony Weiner, indagato per aver scambiato messaggi espliciti con una quindicenne, e alla moglie Huma Abedin, la collaboratrice più stretta dell'ex segretario di Stato. I due oggi sono separati.

"E' straordinario che assistiamo a una cosa del genere a 11 giorni dalle elezioni presidenziali" ha detto il capo della campagna di Clinton John Podesta. "Il diretore deve al popolo americano l'immediata pubblicazione de i dettagli di ciò che sta esaminando. Abbiamo fiducia che ciò non produrrà conclusioni di diverse da quelle che l'Fbi raggiunse a luglio".

Al centro dell'inchiesta ci sarebbero oltre mille mail, molte delle quali potrebbero essere semplicemente duplicati di quelle già oggetto della prima inchiesta. Nelle lettera ai dipendenti Comey ammette di non poter valutare la portata dei messaggi appena scoperti. "Dato che non conosciamo il significato di questa collezione di mail appena scoperta, non voglio creare idee fuorvianti" ha scritto Comey.

La sua iniziativa è stata condannata da ex funzionario del Dipartimento di giustizia, da parlamentari democratici e da esponenti della campagna di Clinton. "senza sapere quate sono le email, qual è il loro contenuto, quando sono state scritte, è impossibile farsi un'opinione informata" ha detto la senatrice democratica Dianne Feinstein che ha definito "spaventosa" la scelta del direttore dell'Fbi. L'ex portavoce del dipartimento di Giustizia sotto l'ammministrazione Obama, Matthew Miller, ha aggiunto che l'fbi raramente pubblica informazioni su indagini penali in corso e non diffonde informazioni sulle sue indagini a pochi giorni dalle elezioni. "Il comportamento di Comey fin dal'inizio è stato studiato per proteggere la sua reputazione di indipendenza a scapito delle conseguenze per l'opinione pubblica, per gli indagati e per l'integrità dell'Fbi" ha detto Miller.

Nick Ackerman, ex procuratore federale a New York che collaborò all'inchiesta sul Watergate, ha detto che Comey "non aveva nessun diritto di scrivere al Congresso delle presunte nuove email che nè lui nè nessun altro all'Fbi aveva visto ed esaminato". Comey nella sua lettera ai dipendenti prevede gli attacchi. "In una breve lettera nel pieno di una stagione elettorale, c'è il rischio notevole di essere mal interpretati" .

lunedì 26 settembre 2016

Obama, veto alla legge che rende imputabile l’Arabia Saudita per gli attentati dell’11 settembre

Il presidente Usa esprime “profonda solidarietà” ai familiari delle vittime. Tuttavia, conferma la contrarietà per una legge “lesiva degli interessi nazionali”. 

Riyadh aveva minacciato di strappare gli accordi economici con Washington. 

I promotori del testo annunciano battaglia: il veto può essere superato con i due terzi dei voti del Congresso. Favorevole la Clinton. 

Washington (AsiaNews/Agenzie) - Barack Obama ha posto il veto sulla controversa  legge approvata di recente dal Congresso Usa, che permette ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i Paesi sospettati di aver sostenuto gli attacchi. Fra questi vi è anche l’Arabia Saudita, alleato storico degli Stati Uniti nella regione mediorientale. In una nota la Casa Bianca sottolinea che il presidente degli Stati Uniti esprime “profonda solidarietà” con i familiari delle oltre 3mila persone uccise negli attentati; tuttavia, egli non può permettere il via libera a una norma [il  Justice Against Sponsors of Terrorism Act, ndr] che sarebbe “lesiva degli interessi nazionali”. 

L’Arabia Saudita è un alleato di lungo corso degli Usa. Dal regno wahhabita provengono 15 dei 19 attentatori che hanno compiuto gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, in cui sono morte circa 3mila persone; tuttavia, non sono mai emersi in questi anni legami diretti dei vertici di Riyadh negli attacchi. 

La legge, che ha ricevuto il via libera dalla Camera e dal Senato, è stato oggetto di critiche anche da parte delle monarchie del Golfo, perché “contraddice le fondamenta e i principi delle relazioni fra Stati” e, in particolare, va a colpire “l’immunità giurisdizionale”. 

Obama si è sempre detto contrario alla sua approvazione, perché potrebbe renderebbe imputabili gli Stati Uniti in procedimenti intentati da governi stranieri. Inoltre, la legge rischia di incrinare ancor più i già delicati rapporti con Riyadh che ha criticato con forza la scelta dell’amministrazione Usa di stringere un accordo sul nucleare con l’Iran, nemico storico dei sauditi. 

Nelle scorse settimane il ministero saudita degli Esteri aveva minacciato di ritirare gli investimenti e i contratti economico-commerciali fra Riyadh e Washington. L’Arabia Saudita ha investito 750 miliardi di dollari nelle banche degli Stati Uniti. 

Intanto fra i promotori - molti dei quali compagni di partito del presidente - regna malumore e disapprovazione per la scelta di Obama. Il senatore democratico Chuck Schumer, che ha promosso in prima persona il testo di legge - di dice “contrariato” e annuncia nuove azioni parlamentari per superare il veto. “Se i sauditi non hanno fatto nulla di male - ha aggiunto - non hanno nulla da temere riguardo alla norma. Ma se sono colpevoli, devono rispondere dei crimini commessi”. 

Il veto di Obama potrà essere superato da una votazione congiunta di entrambe le Camere, che abbia almeno i due terzi dei consensi fra deputati e senatori. 

E proprio sul provvedimento legato alle stragi dell’11 settembre si era consumato il primo strappo fra l’attuale amministrazione e la candidata democratica alle presidenziali di novembre. Poco prima dell’annuncio di Obama, infatti, Hillary Clinton aveva annunciato che, in caso di elezione, avrebbe dato il suo via libera alla norma.

Fonte: qui