9 dicembre forconi: arresti
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mercoledì 10 luglio 2019

NELLA MAXI-OPERAZIONE CONTRO IL DOPING IN EUROPA, CON 1.300 ATLETI INDAGATI, 233 ARRESTI IN 33 NAZIONI, SI SCOPRONO GLI ORDINI IN CHAT, LE CONSEGNE VIA POSTA

COPERTO UN LABORATORIO CLANDESTINO A SALERNO 
“GLI ACQUIRENTI DI SOSTANZE DOPANTI FANNO PARTE DI OGNI FASCIA SOCIALE, OGNI LIVELLO ATLETICO ED ETÀ” (CULTURISTI, CICLISTI E MARATONETI DELLA DOMENICA E SEMI PROFESSIONISTI, TRIATLETI, NUOTATORI…)
Marco Bonarrigo per il “Corriere della sera”
DOPINGDOPING

Fare la spesa in farmacia - mettiamola così - non era troppo difficile. Si cominciava mettendo un «like» sul profilo Facebook giusto o entrando in una chat «aperta» su Telegram o WhatsApp. Profili tematici: culturisti, ciclisti e maratoneti (della domenica e semi professionisti), triatleti, nuotatori, frequentatori di palestre. Si proseguiva con qualche domanda ad hoc. Come faccio a migliorare in salita? Come posso sviluppare i muscoli, correre o pedalare più forte, recuperare più velocemente dopo un allenamento?

A quel punto - come per miracolo - si apriva la tendina della chat in cui qualcuno si affacciava per offrirti la soluzione: un link verso il dark web o un aiutino farmacologico esplicito. Che tanto «ino» non era: anabolizzanti (testosterone e nandrolone), ormoni stimolanti, ormone della crescita, Epo e simili, cortisonici steroidei, diuretici e perfino qualche «canna» potenziata.

sci di fondo dopingSCI DI FONDO DOPING
La differenza con quanto emerso dalle inchieste del passato, è la portata del fenomeno. L' Operazione Viribus resa nota ieri da Europol, l' agenzia delle polizie europee, è la più colossale azione di contrasto al doping della storia. Sono finite in carcere 233 persone appartenenti a 17 organizzazioni criminali di 33 diverse nazioni che in tempi recenti hanno rifornito di prodotti dopanti e stupefacenti non meno di 1.300 atleti o sedicenti tali.

Sequestrati farmaci (di produzione clandestina) per un valore di quasi quattro milioni di euro. Un lavoro di otto mesi, partito e diretto dall' Italia. «Come carabinieri della salute - spiega il colonnello Andrea Zapparoli, che guida l' unità antidoping dei Nas - monitoriamo costantemente il commercio clandestino online di sostanze dopanti. Quando ci siamo resi conto che il volume delle transazioni su Internet stava aumentando, lo scorso ottobre abbiamo chiesto alle polizie associate a Europol di lavorare congiuntamente e a fondo. Questo perché il mercato del doping parte da oriente e si ramifica in tutta Europa: solo tagliando tutti i rami si possono ottenere risultati importanti».
DOPINGDOPING

Il meccanismo era oliatissimo. «In nove nazioni - spiega Zappulli - c' erano centrali di "taglio" e confezionamento. Noi abbiamo scoperto quella di Salerno, un laboratorio farmaceutico clandestino, ci lavoravano una decina di persone, dove arrivavano i prodotti in polvere o sotto forma liquida e venivano confezionate compresse, fiale e pastiglie.

Abbiamo sequestrato macchinari specifici e anche soluzioni artigianali come forni a microonde con cui venivano asciugati i principi attivi. I responsabili avevano anche impiantato una coltivazione di cannabis ad alto contenuto del metabolita Thc con cui tagliavano i prodotti. Abbiamo arrestato 12 persone che si occupavano di produzione e spedizione. Chi gestiva il business risultava nullatenente e nullafacente».
DOPING LABORATORIODOPING LABORATORIO

Pasticche e fiale partivano in pacchi postali da Salerno per tutta Italia. Mittente fittizio, destinatario reale. «Gli acquirenti - spiega Zappulli - fanno parte di ogni fascia sociale, ogni livello atletico ed età. Per chiudere il cerchio, per alcuni di loro abbiamo chiesto al ministero della Salute controlli antidoping in competizione: abbiamo 19 positività a livello nazionale e 50 internazionali.

DOPINGDOPING
Gli acquirenti rischiano l' incriminazione per traffico di sostanze stupefacenti (lo è il nandrolone) o traffico internazionale se le quantità erano importanti e, in ogni caso, per ricettazione visto che i "farmaci" erano di provenienza illecita». Per i tesserati sono in arrivo anche pesanti sanzioni sportive. «Ma la cosa più grave - conclude Zappulli - sono i rischi per la salute derivati dall' uso di prodotti di provenienza incerta e lavorati in luoghi senza le minime garanzie igieniche. E colpisce la subcultura di chi li voleva a tutti i costi». 

Fonte: qui

mercoledì 26 giugno 2019

NUOVO COLPO ALLA 'NDRANGHETA IN EMILIA, ARRESTATO IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI PIACENZA GIUSEPPE CARUSO (FRATELLI D'ITALIA)

16 LE MISURE CAUTELARI EMESSE NEI CONFRONTI DI PRESUNTI APPARTENENTI ALLA FAMIGLIA GRANDE ARACRI DI CUTRO: SALVINI: "AVANTI TUTTA CONTRO I CLAN"
Da ansa.it

giuseppe carusoGIUSEPPE CARUSO
Nuovo colpo alla 'ndrangheta in Emilia Romagna: la polizia sta eseguendo una serie di misure cautelari nei confronti di presunti appartenenti alle cosche che da tempo operano nella regione e storicamente legate ai Grande Aracri di Cutro. Sono anche in corso un centinaio di perquisizione in tutta Italia nei confronti di soggetti che, pur non essendo destinatari della misura cautelare, sono comunque risultati collegati alla cosca. 
giuseppe carusoGIUSEPPE CARUSO
Le indagini nei confronti dei presunti appartenenti alle famiglie di 'ndrangheta sono state coordinate dal Servizio centrale operativo (Sco) della Polizia e condotte dalla Squadra mobile di Bologna in collaborazione con quelle di Parma, Reggio Emilia e Piacenza. Gli arrestati sono accusati di associazione di stampo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata. Per eseguire le misure cautelari sono impegnati oltre 300 agenti.
Tra i destinatari delle misure, anche il presidente del Consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso. Secondo gli investigatori della Polizia, sarebbe parte integrante dell'organizzazione criminale che operava tra le province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza e che aveva ai vertici soggetti considerati di primo piano come Salvatore Grande Aracri, Francesco Grande Aracri e Paolo Grande Aracri, anche'essi arrestati a Brescello, nel Reggiano. 

giovedì 28 febbraio 2019

DOPING -BLITZ AI MONDIALI DI SCI A SEEFELD: 9 ARRESTI.

TRA LORO 5 ATLETI DEL FONDO DI AUSTRIA, ESTONIA E KAZAKISTAN 

DUE DI QUESTI SAREBBERO STATI COLTI IN FRAGRANTE MENTRE SI “RIPULIVANO” IL SANGUE 

E’ LA PIÙ GRANDE OPERAZIONE ANTIDOPING DOPO I GIOCHI INVERNALI DEL 2006…


sci di fondoSCI DI FONDO
Scandalo ai Mondiali di sci nordico a Seefeld. A poche ore dalla 15 chilometri, una vasta operazione condotta dalle forze dell’ordine austriache e tedesche ha portato a un blitz con 9 arresti e a 16 perquisizioni non solo nella città che fa da quartier generale della rassegna iridata ma anche a Erfurt, in Germania, dove gli agenti hanno fatto irruzione nello studio di Mark Schmidt, ex medico della Gerolsteiner e coinvolto qualche anno fa in un caso di doping ematico.

Lo stesso Schmidt e un complice sono finiti in manette mentre a Seefeld, riporta l’emittente «Ard», sono stati arrestati cinque atleti appartenenti alle nazionali di Austria, Estonia e Kazakistan: tra i fermati il biolimpionico e bicampione del mondo Andrus Veerpalu, estone, e il kazako Alexis Poltoranin, 2 bronzi mondiali e più volte vincitore in Coppa del Mondo, che risultavano tra i partenti della gara. L’operazione sarebbe legata all’inchiesta nata dal documentario dell’emittente «ARD» sull’ex fondista Johannes Dürr, condannato per doping nel 2014.

Due fondisti sono stati colti in flagrante: la polizia austriaca federale penale e la procura di Monaco di Baviera sostiene di aver scoperto una rete di doping internazionale. “I coinvolti di Erfurt fanno parte di un’organizzazione criminale fortemente sospettata di svolgere pratiche doping sul sangue su atleti di elite di diversi Paesi”, si legge in un comunicato. Un enorme giro illecito di doping e business illecito è emerso mentre le indagini in corso da mesi è arrivato ad un clamoroso punto di svolta durante le gare iridate.
sci di fondo dopingSCI DI FONDO DOPING

Gli accusati dovranno rispondere di frode sportiva commerciale ed uso di farmaci dopanti. “Gli atleti tedeschi non sono stati colpiti, posso confermare che per noi, la situazione è tranquilla”, ha detto il portavoce del Dsv, Stefan Schwarzbach che ha escluso il bltiz nell'hotel dei tedesch. La squadra italiana non è stata coinvolta come ha fatto sapere la Federazione Italiana Sport Invernali. Secondo la televisione tedesca Ard, che al suo interno ha una redazione che si occupa di casi di doping. Si parlerebbe della più grande operazione antidoping nello sci nordico dopo le Olimpiadi di Torino 2006.

Fonte: qui


CI VEDIAMO DOPING! SCANDALO NELLO SCI DI FONDO, IL VIDEO-CHOC DELL’AUSTRIACO MAX HAUKE COLTO SUL FATTO DURANTE UNA TRASFUSIONE 
L’ATLETA CHE È GIÀ STATO RILASCIATO, ERA UNA DELLE CINQUE PERSONE ARRESTATE IERI NELL'AMBITO DELLO SCANDALO DOPING SCOPPIATO AI MONDIALI DI SCI DI SEEFELD: RISCHIA 4 ANNI DI SQUALIFICA E UNA CONDANNA A 3 ANNI DI CARCERE


max haukeMAX HAUKE
La testata austriaca Voralberg Online ha diffuso in esclusiva questo video choc, che ritrae il fondista austriaco Max Hauke colto sul fatto dagli agenti mentre era intento a farsi una trasfusione di sangue. Hauke, che è già stato rilasciato, era una delle cinque persone arrestate ieri nell'ambito dello scandalo doping scoppiato ai mondiali di sci nordico di Seefeld. Hauke e gli altri atleti coinvolti rischiano 4 anni di squalifica dalle competizioni e una condanna a 3 anni di carcere.

domenica 20 gennaio 2019

A BOLOGNA SGOMINATA UN'ASSOCIAZIONE A DELINQUERE CHE DETENEVA IL MONOPOLIO DELLE CAMERE MORTUARIE DEI DUE MAGGIORI OSPEDALI CITTADINI: 30 ARRESTI



AGLI INFERMIERI 200 EURO A MORTO 

DALLE INDAGINI SONO EMERSI SPREGIO DELLE SALME E FURTI...

agenzia funebreAGENZIA FUNEBRE
I carabinieri di Bologna hanno smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini e detenevano il monopolio dei servizi funebri. Sono 30 gli arresti e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari, che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. . Gli infermieri agganciavano i parenti dei defunti e venivano compensati con somme tra i 200 e 350 euro a "lavoro".

Le indagini hanno consentito di sgominare una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e riciclaggio. Gli inquirenti hanno scoperto che i due cartelli si spartivano i servizi nelle camere mortuarie dell'Ospedale Maggiore e del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi. Sono nove le persone finite in carcere e 18 quelle ai domiciliari, mentre per tre è scattata l'interdittiva all'esercizio di attività imprenditoriale.

Gli infermieri agganciavano i familiari dei defunti, mettendoli in contatto con i referenti delle varie agenzie di servizi, proponendo le soluzioni più economiche ed efficienti. Venivano poi forniti dettagli e istruzioni per le pratiche. Al vertice invece c'erano i rappresentanti di due consorzi, che dividevano i compiti e ridistribuivano le somme guadagnate. "Se dopo anni in camera mortuaria hai ancora dei mutui da pagare, significa che non hai capito come funziona". Sono le parole rivolte da un infermiere a un altro indagato, registrate negli atti dell'inchiesta.
agenzia funebreAGENZIA FUNEBRE

Spregio delle salme e furti - Gli inquirenti hanno accertato inoltre il trattamento di spregio riservato alle salme analizzando l'intercettazione di un indagato. "Ho un filmato dove lui mette una buccia di banana in mano ad un morto...". Affermazione alla quale segue la risposta di un altro coinvolto: "Il morto, aspettando la barella... ha avuto fame!". In un'altra conversazione intercettata, un'infermiera si definisce "la regina della camera mortuaria" e in un'altra ancora racconta al compagno dei beni presi a un defunto: "Amo' ho trovato due anelli (...), li ho messi già in borsa, però non so se è oro...".

17 Gennaio 2019

Fonte: qui

mercoledì 14 novembre 2018

LA GUARDIA DI FINANZA ARRESTA 24 PERSONE IN UN’OPERAZIONE CONTRO LA ‘NDRANGHETA.


TRA QUESTI C’È ANCHE L’EX DEPUTATO DI FORZA ITALIA GIUSEPPE GALATI (ORA AI DOMICILIARI) 

SECONDO L’ACCUSA AVREBBE ASSUNTO UN CONSIDEREVOLE NUMERO DI COLLABORATORI A SOLI “FINI CLIENTELARI” 

SOTTOSEGRETARIO CON BERLUSCONI, "WHY NOT" E IL PASSAGGIO CON "ALA"

'Ndrangheta: 24 persone arrestate, c'è anche l'ex deputato Giuseppe Galati

giuseppe galati 4GIUSEPPE GALATI 
L'ex deputato Giuseppe Galati, del centrodestra, è stato arrestato e posto ai domiciliari nell'ambito di un'operazione contro la 'ndrangheta condotta dalla Guardia di finanza. Insieme a Galati, nell'operazione denominata "Quinta bolgia", sono state arrestate altre 23 persone. Dodici sono state condotte in carcere, mentre per le altre 12, tra cui Galati, sono stati disposti i domiciliari. E' stato eseguito anche un sequestro di beni per dieci milioni di euro.

L'ex parlamentare Giuseppe (detto "Pino") Galati era stato eletto prima con l'Udc e poi passato con Forza Italia e, successivamente, con Ala. Alle ultime elezioni politiche del marzo scorso Galati si era candidato al Senato con la lista "Noi con l'Italia", ma non era stato eletto.

Nei confronti delle 24 persone coinvolte nell'operazione la Guardia di finanza ha eseguito ordinanze di custodia cautelare emesse da Gip distrettuale di Catanzaro su richiesta della Dda del capoluogo calabrese, diretta da Nicola Gratteri.
guardia di finanza 1GUARDIA DI FINANZA 

Giuseppe Galati nel 2016 era rimasto coinvolto in un'altra inchiesta sulla 'ndrangheta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. In quel caso la Procura distrettuale aveva chiesto l'arresto di Galati, all'epoca in carica, per corruzione aggravata dalle modalità mafiose, ma il gip non l'accolse perché non ritenne sussistesse un quadro indiziario grave. La posizione di Galati, a conclusione dell'inchiesta, denominata Alchemia, fu poi archiviata dal gup di Reggio Calabria su richiesta della stessa Procura.

L'ex parlamentare, in qualità di presidente della fondazione Calabresi nel mondo, ente in house della regione Calabria sottoposto a procedura di liquidazione, è attualmente indagato in un procedimento avviato dalla Procura della Repubblica di Catanzaro.

giuseppe galatiGIUSEPPE GALATI
Secondo l'accusa Galati avrebbe assunto un considerevole numero di collaboratori a soli "fini clientelari" come ha scritto il gip in un provvedimento di sequestro di beni per un valore di oltre 140 mila euro, "per mantenere ed incrementare il proprio bacino elettorale" simulando il loro impiego nella struttura operativa interna, la cui nomina era affidata alla scelta fiduciaria del presidente, ma impiegandoli in realtà in progetti finanziati con fondi comunitari.


Chi è Giuseppe Galati, l'ex deputato arrestato in Calabria

Più volte parlamentare e per due volte sottosegretario nel secondo e terzo governo Berlusconi, Giuseppe “Pino” Galati, classe 1961, è stato arrestato e messo ai domiciliari lunedì 12 novembre 2018 nell’ambito di una operazione contro la 'ndrangheta condotta dalla Dda di Catanzaro e ribattezzata “Quinta Bolgia”. In totale, sono state arrestate 24 persone ed è stato disposto un sequestro per beni del valore di 10 milioni di euro.

La carriera politica
giuseppe galati 3GIUSEPPE GALATI 
Avvocato e giornalista pubblicista originario di Catanzaro, l’esponente politico ha mosso i primi passi da giovanissimo nelle file della Democrazia Cristiana, ma dopo Tangentopoli è approdato nei centristi (Ccd-Udc), diventando deputato nel 1996. Galati è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi: nel 2001 è eletto con il cosiddetto Biancofiore, nel 2006 ancora con l’Udc, nel 2008 e nel 2013 con il Popolo delle Libertà. Nel secondo e terzo governo Berlusconi, è stato sottosegretario alle Attività produttive. Galati è passato poi ad Ala di Denis Verdini e a marzo 2018 si è candidato al Senato con Noi con l’Italia: non è stato rieletto per pochi voti.

I primi guai giudiziari

giuseppe galati 2GIUSEPPE GALATI 
I primi guai giudiziari per Galati sono arrivati nel 2011, con il processo per la presunta sottrazione delle inchieste "Why not" e "Poseidone" all'allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris. Nel 2016, il tribunale di Salerno ha assolto Galati, riconoscendo che "il fatto non sussiste" e respingendo quindi l'ipotesi di un complotto ai danni dell'attuale sindaco di Napoli. I pm avevano chiesto due anni e sei mesi di reclusione.

Archiviazione nell’indagine Alchemia

Sempre nel 2016, dopo un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria, gli inquirenti hanno chiesto l’arresto del politico catanzarese per corruzione aggravata dalle modalità mafiose, ma il gip non ha accolto la richiesta perché non ha ritenuto che sussistesse un quadro indiziario grave. L’indagine, denominata "Alchemia", è sfociata per lui in una archiviazione del giudice su richiesta della stessa procura.

Indagato nell’inchiesta sulla fondazione Calabresi nel mondo
giuseppe galati 1GIUSEPPE GALATI 
Un’altra inchiesta della procura di Catanzaro, nel 2018, lo vede tuttora indagato. Riguarda la fondazione Calabresi nel mondo, ente in house della regione Calabria da lui fondato e di cui è stato presidente, posto successivamente sotto liquidazione. Secondo l'accusa, Galati avrebbe assunto un considerevole numero di collaboratori a soli "fini clientelari" come ha scritto il gip in un provvedimento di sequestro di beni per un valore di oltre 140 mila euro, "per mantenere ed incrementare il proprio bacino elettorale" simulando il loro impiego nella struttura operativa interna, la cui nomina era affidata alla scelta fiduciaria del presidente, ma impiegandoli in realtà in progetti finanziati con fondi comunitari.

12 Novembre 2018

Fonte: qui


venerdì 2 novembre 2018

MOSE - A 15 ANNI DALL'AVVIO DEL CANTIERE, E 6 MILIARDI SPESI, LA DIGA MOBILE NON È ANCORA ATTIVA, E LA BASILICA DI SAN MARCO FINISCE SOMMERSA


L'INCHIESTA CON 35 ARRESTI E 100 INDAGATI NON HA PORTATO GRANDI RISULTATI SE NON RALLENTARE ANCORA IL CANTIERE.

UN PROGETTO CHE PIÙ VA AVANTI E PIÙ AUMENTANO I COSTI DI GESTIONE ANNUA…

Maurizio Tortorella per la Verità

Che non avrebbe salvato nulla e nessuno, di fronte all'«acqua alta» più alta di sempre, è stato chiaro fin da subito. E infatti i 156 centimetri di marea toccati a Venezia alle 15 di lunedì 29 ottobre hanno provocato danni immensi: a partire dai pavimenti della basilica di San Marco, sommersi da 70 centimetri di laguna, che i tecnici del restauro hanno dichiarato essere «invecchiati in poche ore di vent' anni». Per non parlare di case e negozi.
CANTIERE DEL MOSECANTIERE DEL MOSE

Sì, si sapeva fin dall' inizio che il Mose, il Modulo sperimentale elettromeccanico, anche stavolta non avrebbe funzionato. Ma certo continua a stupire (e fa sempre più rabbia) che il sistema delle grandi paratoie mobili alle tre bocche di porto della laguna non sia ancora attivo, a 15 anni abbondanti dall' avvio del cantiere.

È uno scandalo vergognoso, forse il peggiore dell' Italia repubblicana. Perché del sistema anti marea a Venezia si parla dalla terribile alluvione del 1966. Eppure, quando trent' anni fa uscirono i primi progetti, a vederla sulla carta l' opera pareva la classica genialata: 78 giganteschi cassoni di metallo vuoti, incernierati sul fondo marino e pronti per essere riempiti d' aria quando le alte maree avessero minacciato Venezia.

venezia progetto mose cantieri xVENEZIA PROGETTO MOSE CANTIERI X
Dopo decenni di chiacchiere, la diga mobile era stata avviata solo nel 2003, da uno dei governi guidati da Silvio Berlusconi. Costata almeno 5,5 miliardi nei 13 anni successivi, frenata da intoppi tecnici, finanziari e giudiziari, nell' estate 2016 pareva che l' operazione Mose fosse vicina alla conclusione. Poi, nell' ottobre di due anni fa, la Procura di Venezia aveva iscritto nel registro degli indagati cinque tra imprenditori e funzionari, accusati di avere gonfiato le fatture. Era solo l' ultima appendice della clamorosa inchiesta sul Mose, che nel giugno 2014 aveva prodotto 35 arresti e coinvolto oltre 100 indagati, costringendo alle dimissioni il sindaco del Partito democratico Giorgio Orsoni.

Ma già allora quel ritorno d' indagine aveva reso chiaro che se l' opera era naufragata era anche colpa dell' oscena mangiatoia allestita proprio sui suoi lavori senza fine.
Forse è anche per questa storia assurda che, lunedì sera, Carlo Alberto Tesserin, primo procuratore di San Marco, era fuori dalla grazia di Dio: «'Sto Mose doveva essere pronto da anni», sbuffava. «Che lo mettano in funzione, una buona volta; che ci dicano se funziona o no. La città non può più attendere».

Così inveiva l' ingegnere, che a capo di un ente che risale ai Dogi dirige la complessa conservazione della basilica. Ma come lui la pensano dieci veneziani su dieci, i superstiti che non ne possono davvero più dell' acqua e da oltre mezzo secolo si domandano che cosa sia accaduto alla solenne promessa: «Vi terremo all' asciutto».
mose veneziaMOSE VENEZIA

Sempre nel 2016, in realtà, era emerso che anche la funzionalità dell' opera era in bilico. Nel maggio di quell' anno era andato male il primo, grande collaudo delle prime 21 paratoie messe in opera, quelle piazzate alla bocca di porto di Lido Nord Treporti.
Perché, una volta riempite d' aria, le strutture di metallo si erano regolarmente sollevate. Ma poi, in poche ore, le correnti sul fondale avevano riempito di detriti i cassoni e bloccato due delle paratoie. Che non erano scese.

Era quasi ovvio che un sistema sommerso potesse porre problemi di quel tipo, e difatti due anni fa si indicava nella sua costosa manutenzione un nuovo punto critico. La soluzione che si era prospettata allora per svuotare dalla sabbia gli alloggiamenti in calcestruzzo, posti alla base dei cassoni semoventi, era un' idrovora che aspirasse i detriti per poi risputarli in mare. Si stimava allora un costo di 80 milioni l' anno.

giancarlo galanGIANCARLO GALAN
Oggi la cifra pare sia già lievitata a 100. Anni prima, le imprese del Consorzio Mose avevano progettato una «nave aspirante», con un costo sui 35 milioni. Ma quel progetto era stato poi scartato dopo lo scandalo giudiziario del 2014. Perché è fatta così, la storia del Mose: è una strana marea di paradossi, che sale e scende. Le cifre no: quelle salgono, e basta.

La cosa tutta da ridere (meglio, da piangere) era che nell' ottobre 2016 c' era anche chi metteva fretta: il problema dei detriti andava «risolto al più presto», dicevano i tecnici, «perché nel giugno 2018 è prevista l' entrata in funzione di tutte le paratoie».
Che fosse l' ennesima bufala, oggi è più che evidente. Al Gazzettino di Venezia, sconsolato, il provveditore alle opere pubbliche del Triveneto, Roberto Linetti, ha detto che «se il Mose fosse stato in funzione, dell' acqua alta non si sarebbe accorto nessuno».

Alla domanda su quando entrerà davvero in funzione, l' uomo che rappresenta il ministero dei Lavori pubblici ha risposto: «Spero dalla primavera, ma i cantieri vanno piano», e ha aggiunto che «lo stato d' avanzamento ormai è al 94%». Sarà.

Giorgio OrsoniGIORGIO ORSONI
Il suo ministro, il grillino Danilo Toninelli, rispondendo in luglio a un' interrogazione parlamentare, ha detto che da fine 2017 i cantieri sono «quasi fermi», che nel primo trimestre 2018 sono stati fatti lavori per appena 12 milioni e che molte delle criticità sulle opere già realizzate sono dovute «alla totale mancanza di cura, manutenzione e attenzione».

Mercoledì, mentre si svolgeva un vertice d' urgenza al ministero, è emerso che molte delle paratoie sarebbero state posate sul fondo senza prima completare gli impianti che servono a farle alzare e abbassare. Così le strutture sono costrette a restare per troppo tempo sul fondo, e finiscono per coprirsi di sabbia e di ruggine.
Ecco, sul Mose che doveva salvare Venezia dalle acque ci mancava soltanto la ruggine provocata dall' acqua. Che disastro.

Fonte: qui

venerdì 20 luglio 2018

NELLE INTERCETTAZIONI CHE HANNO PORTATO IN CARCERE 33 PERSONE, E’ EMERSO IL PIANO DEL CLAN CASAMONICA PER CONTROLLARE TUTTI I QUARTIERI DI ROMA

TROVATO IL REGISTRO CON I NOMI DELLE VITTIME DI USURA CHE PAGAVANO INTERESSI FINO AL 600 PER CENTO 

IL PATTO CON GLI ALBANESI

Valentina Errante per “il Messaggero”

casamonicaCASAMONICA
Un' organizzazione come la ndrangheta, capace di arruolare altri criminali, a cominciare dagli albanesi e controllare la città, anche i quartieri lontani dalla zona di egemonia. Le intercettazioni agli atti dell' inchiesta che ha portato in carcere 33 persone, tra esponenti e affiliati del clan Casamonica raccontano una spartizione di Roma, e come l' organizzazione riesca a garantire chi paghi anche negli altri quartieri.

Intanto le indagini dei carabinieri del comando provinciale, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pm Giovanni Musarò, vanno avanti. Durante le perquisizioni, avvenute a margine degli arresti, sono stati trovati elenchi con nomi e cifre: l' agenda dell' usura, secondo gli inquirenti.

casamonicaCASAMONICA
Sarà invece necessaria una perizia per valutare i chili di oro sequestrati martedì, i quindici orologi, tra Rolex e Cartier, per un valore che raggiunge almeno i 100mila euro, custoditi dai Casamonica insieme ad almeno 50mila euro in contanti. Intanto Angelo Guglielmi, il primo degli arrestati interrogati dal gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere, così come Domenico Strangio, figura di collegamento tra la ndrangheta calabrese e il clan romano.

ARRESTO DI ANTONIO CASAMONICAARRESTO DI ANTONIO CASAMONICA
IL REGISTRO
Appunti con nomi e cifre. Nel clima di omertà totale e di intimidazione che atterrisce le vittime del racket e dell'usura, il ritrovamento del registro, dove i Casamonica appuntavano le somme del business, potrebbe rappresentare un elemento fondamentale per le indagini.

Attualmente sono quindici le persone identificate dai pm attraverso le intercettazioni, persone che pagavano tassi usurari fino al 600 per cento o che erano costrette a pagare il pizzo per un' attività commerciale, ma agli inquirenti è chiaro che le vittime sono molte di più.
E quei fogli, che adesso saranno esaminati, potrebbero tracciare la mappa del racket.

ARRESTO DI ANTONIO CASAMONICAARRESTO DI ANTONIO CASAMONICA
GLI ALBANESI
È Massimiliano Fazzari, il pentito che ha lavorato per i Casamonica a raccontare come, all'occorrenza, anche altri criminali potessero essere arruolati dal clan. «Agli albanesi gli abbiamo spezzato le ossa e li abbiamo mandati via», dice in un'intercettazione Beppe Casamonica a un agente sotto copertura. Ma Fazzari racconta: «Quando è successo della figlia di Beppe si è riempito il vicolo, cose, si chiamavano, facevano, addirittura anche gli albanesi avevano chiamato, Besim, questa cosa me la raccontò anche Besim, prendi le armi per tutti gli albanesi che conosci».

nello trocchia e la troupe di nemo aggrediti dai casamonica durante l arresto 1NELLO TROCCHIA E LA TROUPE DI NEMO AGGREDITI DAI CASAMONICA DURANTE L'ARRESTO 
Besim Skarra è un albanese che, per conto dei Casamionica si occupava di spaccio, e la vicenda al quale il pentito si riferisce riguarda fatti dell' aprile 2014, quando per vendicare uno sgarro e la fuga d' amore della figlia di Giuseppe Casamonica gli uomini del clan si presentarono con le armi a casa dell'uomo. Ad aiutarli proprio gli albanesi.

«COPRIAMO TUTTA ROMA»
Il potere dei Casamonica non si limita all'Appio Tuscolano, quartiere d'influenza del ramo della famiglia, colpita martedì dalle misure cautelari. Ma si estende a tutta la città. Una circostanza che emerge dalle intercettazioni tra un ufficiale dei carabinieri sotto copertura e Beppe Casamonica. Il militare finge di essere un dirigente della società Tipico di Modena e spiega che vuole aprire in altre zone di Roma e di avere saputo «che c'erano problemi con gli albanesi. Casamonica gli risponde: «Puoi domandà in zona come stiamo noi e vedi».

casamonica - aggressione a una disabile in una bar in zona romaninaCASAMONICA - AGGRESSIONE A UNA DISABILE IN UNA BAR IN ZONA ROMANINA
Alla richiesta dell'uomo di sapere se i Casamonica possano coprire tutte le zone di Roma e se, rivolgendosi a loro, magari in qualche zona potevano crearsi problemi con altri e la società trovarsi invischiata «in una guerra», Giuseppe Casamonica rispondeva: «Noi copriamo pure tutta Roma». E il militare: «Se adesso dobbiamo aprire sulla Colombo?» E Giuseppe Casamonica: «Non ci sono problemi», noi siamo collegati da tutti i pizzi, all' Eur , alla Magliana la Colombo, Cinecittà, Quarticciolo, Boccea, Primavalle, Tor di valle...Siccome la gente fa lo stesso lavoro si conosce, non ci si va a mozzicare tra cani perché sarebbe inutile e controproducente per tutti».

casamonica - aggressione a una disabile in una bar in zona romaninaCASAMONICA - AGGRESSIONE A UNA DISABILE IN UNA BAR IN ZONA ROMANINA






COME LA NDRANGHETA
«La famiglia nostra è come da te in Calabria». Così Liliana Casamonica spiegava a Fazzari, figlio di un uomo delle ‘ndrine come fosse organizzato il clan. E il collaboratore di giustizia a verbale ha spiegato ai pm: «Loro si vantano di essere un vero clan, di essere i primi a Roma ad aver preso l'associazione di stampo mafioso, che loro sono organizzati su tutto, che hanno disponibilità di droga armi estorsioni , usura. Questi magari hanno il vicolo Di Porta Furba, su via Tuscolana ed hanno tutti i cugini, che ognuno ha il ruolo suo».

LA VILLA CONFISCATA AI CASAMONICALA VILLA CONFISCATA AI CASAMONICA
Nel senso che se io so che vado giù in Calabria, ecco, vado a Parghelia dove abitano i miei zii e sa che una volta avevano loro il locale di ndrangheta lì e so che magari tot persone fanno parte di quel locale di ndrangheta. Quindi io so che magari a Roma, da Centocelle fino a... Per ipotesi, ora non so bene la zona.. Corso Francia, c'è Michele Senese. Che poi, comunque sia, riforniva anche Massimiliano. Perché sono anche stati carcerati insieme». E aggiunge: «Se tu devi fare qualcosa nella loro zona devi chiedere a loro».

Fonte: qui

EMANUEL E GUERRINO, FIGLI DEL BOSS GIUSEPPE CASAMONICA, SONO STATI ARRESTATI A GROTTAFERRATA: SI ERANO NASCOSTI NELLA VILLA DI ALCUNI PARENTI 

SALE A 35 IL NUMERO DEGLI ARRESTI DELLA MAXI OPERAZIONE DELLA DDA CONTRO IL CLAN 

I DUE SONO ACCUSATI DI AVER COSTITUITO UN’ORGANIZZAZIONE PER IL TRAFFICO E LO SPACCIO DI DROGA

Camilla Mozzetti per “il Messaggero”

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Erano sicuri di averla fatta franca, nascosti da alcuni parenti in una villa a Grottaferrata. E invece, Emanuel e Guerrino Casamonica, figli di Giuseppe (considerato uno dei boss dell' associazione e operante nella zona della Tuscolana e Anagnina) sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati ieri mattina.

Sale così a 35 il numero degli arresti della maxi operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia che fino ad oggi ha portato dietro alle sbarre 33 persone della famiglia Casamonica e di altre figure ad essa collegate per vincoli di parentela.

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I due fratelli, di 21 e 26 anni, erano fuggiti lo scorso martedì alla maxi retata delle autorità e si erano nascosti da alcuni parenti. Entrambi erano destinatari della stessa ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip di Roma su richiesta della Direzione distrettuale Antimafia. Guerrino ed Emanuel ritenuti soggetti attivi dell' organizzazione criminale sono ritenuti responsabili, in concorso con gli altri arrestati di aver costituto un' organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, nonché di altri reati tutti commessi con l' aggravante del metodo mafioso che vanno dall' usura all' estorsione, dalla concessione illecita di finanziamenti.
blitz contro i casamonicaBLITZ CONTRO I CASAMONICA

I FRATELLI
I due ragazzi sono stati condotti nel carcere di Rebibbia e durante la perquisizione della villa in cui si nascondevano, i carabinieri hanno rinvenuto anche 6 mila euro in contanti. Dei due fratelli, Guerrino il maggiore garantiva, secondo quanto ricostruito dalle autorità durante le indagini, un ruolo attivo all' interno dell' organizzazione al padre Giuseppe durante la sua detenzione durata dieci anni per reati legati al traffico e alla detenzione di stupefacenti.
Nello specifico, recandosi ai colloqui con il padre lo aggiornava «sugli avvenimenti più recenti, comunicandogli messaggi e informazioni da parte di altri sodali».

E dal padre, dopo ogni aggiornamento sulle attività illecite del gruppo, riceveva istruzioni «da eseguire direttamente o da comunicare ad altri affiliati fuori dal carcere». La sua disponibilità all' associazione era totale e variegata: si occupava tanto del recupero crediti quanto delle estorsioni fino allo spaccio di stupefacenti con il fratello Emanuel e del procacciamento di altri clienti.
blitz contro i casamonicaBLITZ CONTRO I CASAMONICA

Si occupava della cessione al dettaglio delle sostanze custodendole nella casa che viveva con la famiglia e «nell' interesse dell' intera organizzazione», manteneva «i rapporti con alcuni fornitori della sostanza stupefacente del tipo cocaina, fra i quali Domenico Strangio, appartenente all' omonima famiglia di ndrangheta operante a San Luca».
Mentre il fratello Emanuel si occupava prevalentemente di supportare il fratello nelle varie attività illecite. Fonte: qui

“I CASAMONICA SONO MALATI DI POTERE” 

NEL PROFILO INSTAGRAM DI “CICCILLO SPADA” ROLEX, CHAMPAGNE E OGGETTI PREZIOSI PER INTIMIDIRE E ESTERNARE LA PROPRIA RICCHEZZA 

TRONI DORATI E TIGRI DI PORCELLANA CHE COZZANO CON L’INTONACO SGARRUPATO DEGLI ESTERNI IN PIENO STILE MIMETICO DA PERIFERIA ROMANA, LA PASSIONE PER I FIORI 

TUTTE LE OSSESSIONI DELL’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA ROM CHE HA COSTRUITO UN IMPERO

CASAMONICA, ROLEX E LUSSO OSTENTATI SU INSTAGRAM: “COSÌ MOSTRANO IL LORO POTERE”

Valerio Renzi per https://roma.fanpage.it/

ottavio spada 1OTTAVIO SPADA
Orologi, gioielli, fiumi di costoso champagne e tavoli in discoteca. Il lusso ostentato dai Casamonica, con le loro case sfarzose e kitsch, tra troni e stucchi dorati, mobilio leopardato e tigri di guardia, è già diventato un cliché ed è entrato nell'immaginario collettivo grazie alla serie Suburra e al film Suburra, e alle foto scattate dopo i sequestri di ville e beni. 

Ma secondo gli inquirenti che hanno condotto l‘indagine che ha portato a 37 arresti, l'ostentazione del lusso avrebbe anche un motivo preciso: quello di mostrare il potere e il senso dell'impunità del clan mafioso.

Una comunicazione che passa anche per i social network. Per spiegarlo nell'ordinanza viene preso ad esempio il profilo Instagram di ‘Ciccillo Spada', dove si vedono una serie di foto acquisite agli atti "nelle quali sono raffigurati diversi degli imputati odierni indagati (Casamonica Massimiliano, Casamonica Pasquali, Casamonica Guerrino, Casamonica Emanuel, Ottavio Spada), mentre sfoggiano orgogliosamente orologi Rolex e preziosi".

"I Casamonica sono malati di potere"
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Un tipo di comunicazione che avrebbe lo scopo di esternare "la propria ricchezza di provenienza illecita" ma anche a "intimidire la comunità stessa della struttura criminale che nonostante tutti i provvedimenti repressivi e sanzionatori afferma ancora la sua impunità".

Spiega la collaboratrice di giustizia Debora Cerreoni: "I Casamonica sono malati di potere, hanno necessità di dimostrare che sono potenti e questo, dal loro punto di vista, si dimostra mediante i rapporti con le altre organizzazioni criminali e mediante l'ostentazione di un lusso sfrenato".

I Rolex un "simbolo" per il clan Casamonica
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In particolare i Rolex diventano un "simbolo" per gli appartenenti al clan. Spiega ancora Cerreoni: "Come ho già riferito, i Casamonica amano ostentare la loro ricchezza, sono convinti che anche in questo modo dimostrano la loro potenza.

Hanno una vera fissazione per l'oro, le autovetture e gli orologi marca Rolex. In particolare Giuseppe, Enrico e Salvatore si vantavano di avere un modello di Rolex leopardato. Per loro il Rolex è una specie di simbolo, di segno distintivo".

Orologi e gioielli per "autoriciclare" i soldi sporchi
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Ma non c'è solo la voglia di farsi vedere, di affermare il proprio potere: orologi e preziosi rappresentano anche un investimento sicuro per i soldi sporchi e all'occorrenza un bene immediatamente spendibile. Sono insomma una sorta di autoriciclaggio. Spiega uno degli indagati Nicola Zaccaro: "Si… quando tu compri un orologio del genere, lo compri perché non puoi dichiarare, quindi investi in quel orologio, perché non perde valore".

IL REGNO DEI CASAMONICA- DROGA, USURA E IL BUSINESS DEI LOCALI IN CENTRO
Fulvio Fiano e Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera – Roma”

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Dietro i gonnelloni e le camicette attillate un clan dal sapore matriarcale, in costante «crescita operativa». Un' organizzazione mafiosa che ha potuto perseguire un forte consolidamento anche per la «risposta sanzionatoria incongrua» fornita in passato, scrive il gip Gaspare Sturzo.

Un' associazione capace di minacciare, intimidire e rivendicare il proprio prestigio criminale. Alleati degli Spada, altra potente family del complesso panorama laziale, i Casamonica hanno dimostrato di possedere un solido Dna criminale, difendendo i propri beni con il sistematico ricorso all' intestazione fittizia, facendo investimenti importanti e dando spazio alle nuove leve capaci di «far rispettare i voleri» dei padri.
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Per descrivere la varietà del gruppo gli investigatori parlano di «arcipelago Casamonica». Un sistema complesso di famiglie che interagiscono alla maniera di una federazione di stati.

«Un sistema complesso - spiegano i magistrati - costituito da più famiglie collegate tra loro ma autonome l' una rispetto all' altra, dedite a numerose attività criminali» fra cui lo spaccio, l' usura, l' estorsione, l' esercizio abusivo di attività finanziarie, la detenzione di armi, l' intestazione fittizia di beni.

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Partiamo dall' area monumentale del centro storico dove il clan sognava di entrare e dove, in effetti, a gennaio 2017 era riuscito ad acquisire un locale, lo «Snob fish restaurant music bar» di via delle Grotte, gestito dalla Luisa srl costituita otto giorni prima dell' arresto di Pasquale Casamonica.

Un elemento questo della presunta intestazione fittizia che, scrive il gip, «rafforza il dato che al momento della costituzione delle società Massimiliano Casamonica fosse già parte dell' intero disegno criminoso» in quanto alleato del fratello nel difendere i suoi beni da eventuali provvedimenti giudiziari.

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Il locale nei pressi di piazza Farnese non è l'unico. I Casamonica entrano nella nuova società che gestisce l'«Om club» ex «Marylin» in via di Libetta (incasso serale fra gli 8 e i 9mila euro: stime del clan) grazie al prestito a tassi d' usura ricevuto dal vecchio amministratore del locale, Juan Francisco Montenegro Bobadilla.

Così racconta la pentita Debora Cerreoni: «Con riferimento all' intestazione fittizia di attività commerciali posso riferire di essere a conoscenza del fatto che i Casamonica sono soci di fatto di locale in via di Libetta , il Marylin.

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Formalmente la proprietaria è una certa Pina che era l' amante di Giuseppe Casamonica ... circa tre anni fa quando Giuseppe era detenuto ho saputo dalla moglie e da Liliana Casamonica che Pina aveva richiesto la somma di 100mila euro per consentire ai Casamonica di diventare soci del locale».

Nel portafoglio commerciale del clan anche il centro estetico «Femme Fatale» e quote della «Vulcano Gym» che deve l' intestazione al soprannome di Domenico Spada alleato dei Casamonica.

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Liliana Casamonica, detta «Stefania», gioca un ruolo essenziale sia nell' organizzare lo spaccio che nell' assicurare gli equilibri dell' organizzazione. Ma non è la sola. Complessivamente «le donne del clan (sono, ndr) dedite a rendere possibile la continuità criminale del clan» si legge nell' ordinanza di misure cautelari.

L' inchiesta dell' aggiunto Michele Prestipino e del pm Giovanni Musarò ricostruisce che gli stupefacenti sono custoditi direttamente da «Stefania» e Antonietta Casamonica, ad esempio.

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«Liliana e Antonietta dormono nella stessa stanza e durante il giorno la sostanza stupefacente viene custodita proprio in quella stanza sul comò o nei cassetti». Alle donne della famiglia spetta un ruolo «anche gerarchicamente superiore» scrive il gip.

Questo non significa rinunciare ad antiche consuetudini, tipo un abbigliamento spesso folk. La comunità ha una sua sarta, Patrizia Scano, che, in seguito a un incidente nel proprio laboratorio (un corto circuito divampato in incendio) si vedrà costretta a prendere un prestito a tassi d' usura: «Ho continuato a fare questi piccoli lavori di sartoria...in questo modo ho conosciuto delle donne Casamonica che tutt' ora sono mie clienti. Tra queste cito Maria, Liliana, Stefania, Cristina, Mirella».
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I magistrati parlano di rapporti usurai «a grappolo, spesso inseribili in un certo ambiente comune alle stesse vittime che si conoscono tra loro e conoscono bene i Casamonica».

Una delle vittime, Simone Formica, sottoposta a intercettazioni da parte dei carabinieri, racconta meccanismi, vessazioni e capacità di coercizione del clan.

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La sua colpa? Aver ottenuto 800 euro in prestito da un Casamonica ai primi del Duemila. Da allora, racconta, ha pagato 50-60mila euro di interessi: «Sono quindici anni che ho paura di questa gente - dice al telefono con un amico Formica - So' quindici anni che, per periodi, gli dò i soldi e poi dopo mi trovo in difficoltà e non glieli dò.

E ti rivengono a cercare...perché uno ha paura...ci sono stati dei momenti che gli dovevi portare quattro o cinquemila euro e gli dici: guarda non ce li ho. Ti darò due o trecento euro fin che ti va a te cioè per cercare di non farti menare».

VIAGGIO NEL FEUDO DEL CLAN CHE AMA I FIORI ALLE FINESTRE

ELICOTTERO PETALI ROSA FUNERALE CASAMONICA 1ELICOTTERO PETALI ROSA FUNERALE CASAMONICA 
Dici elicottero e, sorridendo, ti rispondono: «Quello dei petali?». Il tempo non passa mai tra le viuzze del Quadraro, risalendo via del Mandrione fino al vicolo di Porta Furba, ovvero in quello spicchio di Roma spremuto ogni giorno dai Casamonica.

Il cronista chiede del blitz di ieri all' alba che ha portato all' arresto di oltre 30 esponenti del clan - enfatizzato nel silenzio di prima mattina all' Appio Tuscolano dal volo rado di un elicottero dei Carabinieri - e la prima risposta dell' interlocutore di turno va dritta all' agosto di tre anni fa.
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Cioè alla carrozza funebre, ai petali che scendono dal cielo galleggiando sull' aria de «Il Padrino» e al pandemonio di polemiche che ne è seguito. «Aridaje, ho pensato - racconta G.F., una settantina d' anni, mentre rassegnato passeggia per via Selinunte, cuore del Quadraro -. Certo che 'loro' hanno una vera fissazione per i fiori».
Perché qui, nel feudo dei Casamonica che dalla Tuscolana risale ad Anagnina fino a Marino, ogni giorno si celebra un trionfo di contraddizioni.

Convivono perfettamente serenità e tensione, ricchezza e povertà, arroganza e paura, omertà e ossequio, pistole e fiori. E infatti «ogni giorno di fiori ne comprano in grande quantità», dice il 'loro' fioraio di fiducia proprio mentre, alla Romanina - altra zona controllata dai Casamonica -, una troupe di giornalisti Rai rischia l' incolumità fisica sotto la minaccia di mazze di legno.

Nel tempo i fiori sono diventati quasi un vessillo per 'loro', nessuno dice Casamonica perché i Casamonica non vanno mai nominati.
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Ma anche il segnale alle giovani leve del clan che «in casa non si combinano casini», spiega una signora che poi si sfila a passo svelto per timore di essere avvistata da una delle tante vedette - scooter poggiato sul cavalletto e cellulare pronto all' uso -, mentre da vicolo di Porta Furba esce una Golf argento con due donne, sguardo d' intesa con la vedetta e di biasimo verso chi scrive.

Fatto sta che di solito i balconi del feudo sono pieni di colori, così come le finestre e i vialetti dei rifugi blindatissimi in cui «la famiglia» gestisce i suoi traffici - la droga, l' usura, l' estorsione -, garantendo una sorta di ordine parallelo a quello dello Stato.
BANCHETTO NUZIALE CASAMONICABANCHETTO NUZIALE CASAMONICA




«Io faccio l' idraulico - dice Gennaro -, tempo fa mi fecero fare dei lavoretti e mi pagarono, ma poi me ne hanno commissionati altri più grossi e hanno iniziato a non pagarmi più. Così ho cambiato cellulare...».

Lì, nelle case, il kitsch degli interni fra troni dorati e tigri di porcellana, cozza con l' intonaco sgarrupato degli esterni, in perfetto stile mimetico da periferia romana.

ARRESTO DI ANTONIO CASAMONICAARRESTO DI ANTONIO CASAMONICA
Le uniche deroghe all' anonimato sono per le auto - quasi tutte di lusso: dall' Audi coupé al suv Bmw fino alle Ferrari, parcheggiate sotto le palazzine o davanti alle ville clandestine oppure accanto alle baracche sorte nei pressi dell' acquedotto - e per i fiori posizionati in bella vista, ostentazione di un dominio incontrastato seppure, ma solo in teoria, sommerso.

Decine di vasi con lantane, plumbago, petunie, iris, calle e peonie. «Ma hanno sempre pagato tutto regolarmente», dice il fioraio che da trent' anni lavora su via del Quadraro, a pochi metri da un piccolo agglomerato di case e casupole coperte da «onduline» che pare un monumento alla miseria. In effetti, gli allacci abusivi alla cabina Acea lo confermerebbero se non fosse per una Mercedes madreperlata sistemata lì sotto. «Negli anni '80 'loro' erano pochi, giusto tre o quattro. Poi ne sono arrivati tantissimi».

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