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sabato 9 marzo 2019
domenica 20 gennaio 2019
A BOLOGNA SGOMINATA UN'ASSOCIAZIONE A DELINQUERE CHE DETENEVA IL MONOPOLIO DELLE CAMERE MORTUARIE DEI DUE MAGGIORI OSPEDALI CITTADINI: 30 ARRESTI
AGLI INFERMIERI 200 EURO A MORTO
DALLE INDAGINI SONO EMERSI SPREGIO DELLE SALME E FURTI...
I carabinieri di Bologna hanno smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini e detenevano il monopolio dei servizi funebri. Sono 30 gli arresti e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari, che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. . Gli infermieri agganciavano i parenti dei defunti e venivano compensati con somme tra i 200 e 350 euro a "lavoro".
Le indagini hanno consentito di sgominare una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e riciclaggio. Gli inquirenti hanno scoperto che i due cartelli si spartivano i servizi nelle camere mortuarie dell'Ospedale Maggiore e del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi. Sono nove le persone finite in carcere e 18 quelle ai domiciliari, mentre per tre è scattata l'interdittiva all'esercizio di attività imprenditoriale.
Gli infermieri agganciavano i familiari dei defunti, mettendoli in contatto con i referenti delle varie agenzie di servizi, proponendo le soluzioni più economiche ed efficienti. Venivano poi forniti dettagli e istruzioni per le pratiche. Al vertice invece c'erano i rappresentanti di due consorzi, che dividevano i compiti e ridistribuivano le somme guadagnate. "Se dopo anni in camera mortuaria hai ancora dei mutui da pagare, significa che non hai capito come funziona". Sono le parole rivolte da un infermiere a un altro indagato, registrate negli atti dell'inchiesta.
Spregio delle salme e furti - Gli inquirenti hanno accertato inoltre il trattamento di spregio riservato alle salme analizzando l'intercettazione di un indagato. "Ho un filmato dove lui mette una buccia di banana in mano ad un morto...". Affermazione alla quale segue la risposta di un altro coinvolto: "Il morto, aspettando la barella... ha avuto fame!". In un'altra conversazione intercettata, un'infermiera si definisce "la regina della camera mortuaria" e in un'altra ancora racconta al compagno dei beni presi a un defunto: "Amo' ho trovato due anelli (...), li ho messi già in borsa, però non so se è oro...".
17 Gennaio 2019
Fonte: qui
martedì 4 dicembre 2018
DALLA PROTESTA ALLA VIOLENZA: LA MAREA DEI GILET GIALLI PUÒ TRAVOLGERE LA 'QUINTA REPUBBLICA'
ECCO CHI SONO QUELLI CHE STANNO METTENDO PARIGI E LA FRANCIA A FERRO E FUOCO: DISOCCUPATI, OPERAI, RESIDENTI DI AREE RURALI E PICCOLI CENTRI DIMENTICATI DAI SERVIZI PUBBLICI E ACCOMUNATI DALLA RABBIA VERSO MACRON
E PER IL 2019 L’ANNUNCIATA RIFORMA SULLE PENSIONI PUO’ RIVELARSI UN’ALTRA BOMBA SOCIALE…
GILET GIALLI
Fr.Pie. per il Messaggero
Dai 18 agli 80 anni, residenti nelle zone rurali (quelle dove non arrivano i treni, né le corriere, dove la macchina serve per vivere, fare la spesa e andare al lavoro) o abitanti dei paesi con al massimo 20 mila abitanti, residenti soprattutto lontano, lontanissimo da Parigi, operai, artigiani, piccoli imprenditori, infermieri, disoccupati, agricoltori, più donne che uomini, indifferenti alla politica, molti non hanno mai votato, magari una volta scheda bianca, e se hanno votato, hanno preferito scegliere ai margini, quasi sempre la destra estrema.
PARIGI GILET GIALLI
È questo l' identikit del Gilet Jaune che da tre settimane mette sottosopra la Francia di Macron, un identikit che resta sfumato, difficile da disegnare per i sociologi e gli opinionisti che ammettono di essere stati presi alla sprovvista, un identikit però che corrisponde sempre alla stessa casella: quella della Francia del basso, degli ultimi, di chi sente escluso, non soltanto dalla società in alto ma anche dai servizi pubblici che pure restano il simbolo della République: le scuole, gli ospedali, gli uffici postali, sempre più lontani, perché nelle campagne e nei villaggi chiudono. Non rendono.
PARIGI GILET GIALLI
LA MICCIA È l' identikit, soprattutto, della Francia che non ama la politica di Emmanuel Macron. I 19 centesimi in più sul prezzo del carburante sono stati soltanto la miccia di una protesta, di un sentimento di rabbia, che si estende ormai a una maggioranza enorme nel paese: il 70 per cento dei francesi, secondo un recente sondaggio, dice di sostenere o avere simpatia per il movimento dei giubbetti gialli.
I militanti, quelli che bloccano le strade e i caselli e che hanno passato gli ultimi sabato a Parigi, sono molto meno: secondo alcuni non supererebbero le decine di migliaia. Quelli che pur senza scendere per la strada si definiscono Gilets Jaunes, quelli che hanno messo il loro giubbetto giallo fosforescente sul cruscotto dell' auto, sarebbero molti di più, circa di 20 per cento dei francesi. Lo scontento dicono tutti gli osservatori è più forte delle violenze che ieri hanno portato le fiamme e la guerriglia nel cuore di Parigi. Lo scontento, potrebbe travolgere Emmanuel Macron e con lui la Quinta Repubblica.
PARIGI GILET GIALLI
SENZA MEDIATORI Le istituzioni francesi per ora proteggono il presidente: nessuna protesta, nessun indice di impopolarità per quanto alle stelle, potranno costringerlo alle dimissioni. Per il momento lui non cede.
STATUA DELLA MARIANNA SFREGIO
Secondo il suo entourage, l' esempio dei predecessori lo ha convinto: ogni volta che hanno ceduto alla piazza, da Chirac a Sarkozy a Hollande, hanno anche perso i pochi consensi che avevano. Non è detto però che le esperienze passate possano essergli utili nel nuovo mondo politico che lui stesso ha contribuito a creare: senza mediatori, senza sindacati, con gli enti locali ridotti a poca cosa, i partiti politici tradizionali all' agonia, il suo, la République en marche, che in questi tempi duri comincia a scontare la scarsa, scarsissima esperienza politica che era stata la sua grande forza.
PARIGI GILET GIALLI PALAZZO ASSALTATO
DAVANTI AL POPOLO Macron è solo davanti al popolo, cominciano a dire gli osservatori e gli analisti, anche quelli che fino a poco tempo fa esitavano a usare il termine peuple. Difficile che il presidente possa continuare come se niente fosse. Le elezioni europee rischiano di sancire nelle urne, e non soltanto sotto l' Arco di Trionfo, la debolezza della sua politica. Secondo il suo programma, all' inizio del 2019 dovrebbe affrontare l' annunciata riforma delle pensioni. Rischia di rivelarsi una miccia ancora più potente della benzina.
GILET GIALLI
Fonte: qui
BUTTAFUOCO: “L’ITALIA PER VIA DI LEGA E M5S È UN PROBLEMA PER L’EUROPA, LA FRANCIA È INVECE UN SOLIDO PILASTRO DELL’UNIONE. PERÒ ECCO LA SITUAZIONE: UN PALAZZO È DATO ALLE FIAMME ALL’ARCO DI TRIONFO, A PARIGI; NEGLI ULTIMI DUE GIORNI SI AGGIUNGONO 400 PERSONE ALL’ELENCO DEGLI ARRESTI E ALTRI 130 A QUELLO DEI FERITI
IN ITALIA NON SUCCEDE IL QUARANTOTTO PERCHÉ GLI ULTIMI HANNO TROVATO UN ESITO POLITICO...”
Pietrangelo Buttafuoco per “il Tempo”
Se la Francia piange con i lacrimogeni, l’Italia non ride. Ma almeno Roma non brucia come in queste ore Parigi con i gilet gialli perché la protesta qui, con i Gialloverdi – il M5S e la Lega – non è per strada. È al Governo. La gente, lì, non ha altra tribuna che la barricata. L’élite, infatti, è salda all’Eliseo mentre qui – l’establishment – orchestrando il remake di “Benvenuti al Sud” con casa Di Maio, sta solo sperando di tornare a palazzo Chigi.
L’Italia – si sa – per via dei Gialloverdi è un problema per l’Europa, la Francia è invece un solido pilastro dell’Unione. E però ecco la situazione: un palazzo è dato alle fiamme all’Arco di Trionfo, a Parigi; negli ultimi due giorni si aggiungono quattrocento persone all’elenco degli arresti e altri centotrenta – raccolti sui marciapiedi di Francia – a quello dei feriti.
È la scena che si vede dalle vetrate di casa Macron: agenti in tenuta antisommossa sono dappertutto per fermare sul nascere ogni manifestazione contro il rincaro dei carburanti; i disordini degli Champs Elysees dilagano fino alle periferie. E non finisce. Quel che succede, lì – la scomparsa del ceto medio, proletarizzato – c’è anche in Italia.
Le famiglie monoreddito impossibilitate a cavarsela oltre la terza settimana del mese sono perfino di più che in Francia. E i poveri, qui – la maggior parte padri di famiglia, che comunque non incendiano auto, non frantumano le vetrine e non si fanno spaccare le teste – sono in gran numero rispetto a lì.
E non succede il Quarantotto, qui, perché gli ultimi – quelli della nostra periferia, la grande provincia italiana – hanno trovato un esito politico. I cinque milioni di poveri stanno aspettando – magari saranno traditi, delusi – ma una forma, intanto, un qualcosa che diventi per loro una voce, un argomento e un progetto, in Italia c’è. Il 4 marzo scorso, invece di astenersi, qui – i precari, i disoccupati e gli esodati – hanno avuto qualcuno da votare alle politiche, e le hanno pure vinte le elezioni.
Ha perso la sinistra dell’élite in Italia e, il centrodestra, non ha vinto una beata mentula. Basti pensare – ed è fondamentale ricordarlo, prima di vagheggiare ribaltoni – al voto del Sud. L’intero Mezzogiorno, per la prima volta nella storia repubblicana, s’è sottratto alle clientele e ai padrinati politici.
E’ successo che le masse un tempo destinate ai granai elettorali del sistema, invece che incazzarsi a vuoto, si sono levate in una geometrica controffensiva di mobilitazione. Senza odio, senza violenza e senza strumentalizzazione. Senza destra, dunque, e senza sinistra manco a dirlo. A differenza che in Francia, infatti, l’Italia non offre pretesti.
La presenza di Marine Le Pen, per quanto sia prima nei sondaggi, assicura l’eternità allo status quo che potrà sempre contare sull’unità anti-fascista contro l’ex Front National, mentre in Italia, con il M5S – e con la Lega che non ha radice nelle ideologie – la favola bieca del radicalismo di destra fa cilecca. Neppure buona è per far vendere a La Repubblica due copie in più.
Fonte: qui
martedì 10 luglio 2018
NEGLI OSPEDALI ITALIANI MANCANO 14 MILA MEDICI E 60 MILA INFERMIERI
TRA BLOCCO DEL TURNOVER, RIDUZIONE DEI FINANZIAMENTI E ASSUNZIONI CHE PROCEDONO A RILENTO, CON LE FERIE ESTIVE SALTA IL 30% DELLE ATTIVITÀ DEI REPARTI
Veronica Passeri per “il Giorno”
Mancano complessivamente 14 mila medici negli ospedali italiani, di cui 4 mila anestesisti. E anche 60 mila infermieri. Sul banco degli imputati c' è soprattutto il blocco del turn over ma anche disorganizzazione e riduzione dei finanziamenti alla sanità. D' estate, poi, è il dramma.
All' ospedale pediatrico Gaslini di Genova per la scarsità di anestesisti e infermieri decine di interventi chirurgici programmati fra giugno e agosto saranno rinviati. Assicurati nello stesso periodo solo le operazioni d' urgenza e gli interventi ai pazienti oncologici. Gli ospedali del centro di Napoli sono con gli organici al collasso, non va meglio nel Lazio.
Garantire ai medici ospedalieri e al personale infermieristico il diritto alle ferie rischia di far saltare almeno il 30% dell' attività di diversi reparti. Insomma, ammalarsi d' estate, avere bisogno di un ricovero o di un intervento - al di là dell' emergenza - è caldamente sconsigliato.
Secondo le stime di alcuni sindacati dei medici a causa della carenza di anestesisti non potranno essere effettuati almeno quattromila interventi chirurgici al giorno, mentre il tempo che si aspetta tra la prenotazione e la prestazione aumenterà del 30 per cento nelle strutture più in sofferenza.
In pratica, al paziente sarà fissato un appuntamento dopo quattro mesi anziché tre o tredici mesi invece di dieci, ma il dato varia in ogni struttura, in base alle patologie e all' urgenza. A Genova è il direttore sanitario del Gaslini Silvio Del Buono a spiegare che «Siamo stati costretti a rinviare molti interventi programmati da giugno in poi e già tutti riprogrammati dopo il 24 settembre perché le procedure per assumere 8 anestesisti e 8 infermieri avviate da tempo stanno procedendo più lentamente di quanto previsto».
Secondo alcune mamme in un solo giorno «sono stati riprogrammati 25 interventi» e Sandro Alloisio, tecnico di laboratorio del Gaslini e responsabile Cgil Funzione pubblica dell' ospedale pediatrico, aggiunge che, oltre alle lentezze burocratiche, «molti infermieri pediatrici sono residenti al Sud e se possono non vengono al Gaslini», preferendo una sede più vicina a casa.
Gli anestesisti, poi, mancano da tempo. Nel Lazio non va meglio: senza assunzioni si rischia la chiusura o l' accorpamento di interi reparti. Del resto, secondo i dati della Cgil, negli ultimi tre anni, tra pensionamenti e mancate assunzioni, c' è stata una perdita di 2.500 unità, di cui 130 all' ospedale San Camillo.
«Le poche assunzioni programmate nel 2018 procedono lentamente. Troppo lentamente - denuncia la Fp-Cgil - per impedire che si verifichino le croniche emergenze nel periodo estivo dovute alla carenza di personale, chiedendo sacrifici ai lavoratori in servizio, la cui età media sfiora i 53 anni.
Nonostante le 1000 stabilizzazioni e l' annuncio della legge sul ricambio generazionale nel Ssr da parte del presidente Nicola Zingaretti e dall' assessore D' Amato, servono tempi più rapidi e un piano assunzionale che riesca a compensare la fuoriuscita di personale».
Insomma, nei prossimi 5 anni si prevedono almeno 7.500 pensionamenti, che arriveranno a 17.500 in 10 anni: secondo i sindacati servono almeno 10 mila assunzioni, il doppio di quanto annunciato dalla Regione.
Quadro a tinte ancora più fosche al Sud. Emblematico il caso il Napoli dove gli organici già molto risicati rischiano di essere ancora più sguarniti d' estate.
«Siamo molto preoccupati per le condizioni di tutti gli ospedali del centro storico di Napoli, già in questi giorni molti nostri pazienti si trovano spaesati - avvertono Luigi Sparano e Corrado Calamaro, rispettivamente segretario provinciale e segretario amministrativo della sezione partenopea della Fimmg, la Federazione medici di medicina generale - per l' assenza di servizi ambulatoriali e per il blocco di molte attività chirurgiche di elezione».
Ciliegina sulla torta: la riduzione del personale potrebbe trascinare una ulteriore riduzione dei posti letto - già oggi tra le più basse nel panorama europeo - fino a 40.000 posti letto portando il rapporto al di sotto del 2,5 per mille abitanti, che collocherebbe l' Italia all' ultimo posto in Europa. Fonte: qui
domenica 18 marzo 2018
CLAMOROSO IN CANADA – OLTRE 500 MEDICI PROTESTANO CONTRO GLI AUMENTI DI STIPENDIO
E CHIEDONO IN UNA LETTERA DI REDISTRIBUIRE MEGLIO LE RISORSE DEL SISTEMA SANITARIO
LA DENUNCIA SULLE CONDIZIONI LAVORATIVE DEGLI INFERMIERI…
Da www.tpi.it
In Canada, nella provincia del Quebec, oltre 500 medici e più di 150 studenti di medicina hanno firmato una lettera pubblica per protestare contro i loro aumenti di stipendio.
“Noi, medici del Quebec che credono in un sistema pubblico forte, siamo contrari ai recenti aumenti salariali negoziati dalle nostre federazioni mediche”, si legge nella lettera.
I firmatari della missiva, riuniti nel gruppo Médecins Québécois pour le Régime Public (MQRP), invocano una redistribuzione più equa delle risorse nel sistema sanitario del Quebec per promuovere la salute della popolazione e soddisfare i bisogni dei pazienti senza gravare troppo sui lavoratori del settore. Nella lettera i medici affermano di sentirsi offesi dal fatto che loro riceverebbero degli aumenti, mentre gli infermieri, gli impiegati e gli altri professionista della sanità affrontano quotidianamente condizioni di lavoro molto difficili e ai pazienti spesso è negato l’accesso ai servizi richiesti a causa dei drastici tagli negli ultimi anni.
“L’unica cosa che sembra essere immune ai tagli è la nostra remunerazione”, scrive il gruppo MQPR, a cui hanno aderito 213 medici di base, 184 specialisti, 149 medici e 162 studenti di medicina.
Il sito web del governo del Canada parla di un sistema di sanità pubblica che fornisce “copertura universale per i servizi di assistenza medica necessari medici sulla base delle necessità, piuttosto che la capacità di pagare”.
Secondo un rapporto del Canadian Institute for Health Information, pubblicato a settembre 2017, un medico in Canada è pagato in media oltre 260mila dollari all’anno dal ministero della Sanità.
Un medico di famiglia è pagato invece in media 211mila dollari all’anno, mentre uno specialista chirurgico incassa 354mila dollari.
Peraltro, il Canadian Institute for Health Information ha precisato alla CNBC che “si tratta di retribuzioni lorde totali, tuttavia, che non tengono conto delle spese generali che ogni medico paga per operare”.
Ad esempio, nel maggio 2016 un medico ha ricevuto circa 231mila dollari, ma, dopo aver sottratto le sue spese di lavoro, è rimasto con 136mila dollari, su cui ha dovuto pagare le tasse e i sussidi di lavoro previsti dal governo.
Il gruppo MQRP ha pubblicato anche un’altra lettera, il 17 febbraio 2018, contro gli aumenti di stipendi da 500 milioni di dollari per i medici specialisti. Il gruppo ha definito l’aumento salariale “indecente”.
Il primo febbraio 2018 lo stesso gruppo aveva scritto una lettera che denunciava le condizioni lavorative degli infermieri, secondo cui “le infermiere sono gravate da un carico di lavoro pesante e sostengono che la cronica mancanza di personale e la fatica causata da ripetuti straordinari, a volte obbligatori, per mancanza di sostituzione della squadra, hanno un impatto sulla sicurezza dell’assistenza ai pazienti”.
Fonte: qui
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