9 dicembre forconi: residenti
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mercoledì 3 aprile 2019

A TORRE MAURA, ALLA PERIFERIA EST DI ROMA, ESPLODE LA RIVOLTA DEI RESIDENTI CONTRO L’ARRIVO DEI ROM: “DEVONO MORIRE DI FAME”

“QUI GLI ZINGARI NON LI VOGLIAMO” 

CALPESTATI I PANINI A LORO DESTINATI, UN'AUTO E DIVERSI CASSONETTI DATI ALLE FIAMME 

MOMENTI DI GRANDE TENSIONE TRA INSULTI E URLA: "VIA I ROM, FATE VENIRE I TERREMOTATI CHE STANNO SOTTO LA NEVE" - VIDEO

Luca Monaco per repubblica.it
torre maura 7TORRE MAURA
"Qui abbiamo tanti problemi, gli zingari non li vogliamo". Monta la rabbiosa protesta dei residenti di Torre Maura, estrema periferia Est del VI Municipio, che oggi pomeriggio si sono riversati in strada, di fronte all'ingresso dell'ex centro di riabilitazione in via dei Codirossoni, dove sono stati trasferiti cento rom "fragili". Sul posto sono subito arrivati alcuni dirigenti di CasaPound, pronti a cavalcare la rivolta dei residenti. Un gruppo di cittadini ha rovesciato e incendiato alcuni cassonetti per evitare l'ingresso dei rom, ha preso fuoco anche un'auto. Sono stati calpestati e distrutti i pasti a loro destinati - panini - e c'è chi ha urlato: "Devono morire di fame".

 "Qui prima c'erano gli africani, ora i rom. Basta! L'unica cosa da fare per liberarci del problema è dare fuoco alla struttura, e lo faremo", hanno urlato dopo aver impedito la consegna dei pasti ai rom. I cittadini si sono ammassati davanti all'ingresso dell'edificio continuando a urlare frasi come "andate via, fate venire i terremotati che stanno sotto la neve".

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Forza Nuova annuncia: "Ci schieriamo con la gente di Torre Maura così come già fatto a Magliana, Montecucco, Massimina, Tiburtino III e Tor Bella Monaca. Siamo pronti a innalzare le bandiere nere e i tricolori dietro le barricate romane che resistono all'invasione e alla sostituzione etnica". Intanto in Campidoglio si valutano eventuali soluzioni alternative e mercoledi si dovrebbe svolgere un incontro con i residenti.

La polizia, che presidia il centro in assetto anti-sommossa, ha riportato la situazione alla calma solo parzialmente. Cento persone sono rimaste davanti all'ingresso principale. "Non ce ne andremo, noi qui non li vogliamo. Siamo pronti a qualunque cosa", si ascolta tra la rabbia generale.
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Non c'è stato nessun nuovo arrivò, tuttavia. Nonostante la propaganda dell'estrema destra, i numeri dei rom nel quadrante non sono affatto aumentati. Nel centro, un ex Sprar che ospitava migranti, ci sono 75 persone di cui 33 bambini, 22 donne delle quali tre in stato avanzato di gravidanza. Una di loro si sarebbe sentita male a causa dello stress provocato dalla manifestazione di protesta.

Si tratta di famiglie in stato di "fragilità sociale", che erano ospiti nel centro del Comune in via Toraldo a tre chilometri di distanza dalla struttura attuale. Sono stati spostati di soli tre chilometri perché il Comune ha dovuto restituire le mura dell'immobile in via Toraldo al proprietario e il centro in via dei Codirossoni è stato individuato in seguito a una gara europea indetta dal Campidoglio già nel 2015.

A fronte di un simile scenario, "capite bene che le proteste sono del tutto prive di fondamento", osserva la portavoce del Forum del Terzo settore del Lazio, Francesca Danese, "queste famiglie hanno gravi fragilità sociali. Sono integrate nel quartiere da anni e l'individuazione di quella struttura è utile a garantire la continuità dei cicli scolastici per i più piccoli. Gli uomini si rivolgono ai Caf di zona, insomma non c'è ragione alcuna per manifestare oggi: questi atti di intolleranza sono figli del clima di odio che certa cattiva politica sta alimentando nel Paese".
torre mauraTORRE MAURA

Maria Vittoria Molinari, dell'Unione sindacale di base (Asia-Usb), attacca il Campidoglio: "La vicenda è stata gestita male - dice -, il municipio non è stato affatto informato del trasferimento e non ha potuto interloquire con la cittadinanza, spiegare. Dal canto loro i cittadini protestano perché sono stufi delle decisioni dall'alto".

Davis, un libero professionista 41enne, è inferocito: "Urlo da oggi pomeriggio - esclama -, il nostro quartiere sta diventando una fogna con le carcasse delle macchine abbandonate, le strade piene di rifiuti e di buche. Le case popolari cadono a pezzi. Eravamo già pieni di rom, adesso i nostri non potranno più uscire di casa".

Angela Barone, la presidente del comitato inquilini Isveur Torre Maura, precisa: "Mi hanno contattata alle 15 , sono entrata nel centro a parlare con gli operatori c'erano solo poche persone in strada, poi con il tam tam la protesta è cresciuta. I residenti non sopportano che la zona venga trattata come la discarica di tutti i problemi cittadini". Fonte: qui

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TORRE MAURA IN RIVOLTA CONTRO I ROM, I PM INDAGANO PER “ODIO RAZZIALE” 
SUPPORTATI DA ALCUNI MILITANTI DI CASAPOUND, 200 ABITANTI SONO SCESI IN STRADA. ANCORA SPUTI E INSULTI CONTRO I NOMADI: “ANDATE VIA, LADRI” 
LA RAGGI: “SONO INTERVENUTA PER SALVARE I BIMBI CHE RISCHIAVANO LA VITA. C'ERA UN CLIMA MOLTO PESANTE, DI ODIO”



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Dopo i roghi e la guerriglia a Torre Maura, a Roma, ecco l'inchiesta. La procura della capitale ha aperto un fascicolo di indagine in relazione agli scontri avvenuti nella tarda serata di ieri nella zona, dove circa 200 abitanti della zona, supportati anche da militanti di Casapound, sono scesi in strada per protestare contro il trasferimento di alcuni rom in un centro di accoglienza. A piazzale Clodio sono in attesa di una informativa dalle forze dell'ordine intervenute. I reati ipotizzati, al momento, sono di danneggiamento e minacce aggravate dall'odio razziale.

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«Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse. C'era un clima molto pesante, di odio». Così la sindaca di Roma, Virginia Raggi, parlando delle proteste a Torre Maura contro l'arrivo di un gruppo di nomadi in un centro di accoglienza della zona. «Sono intervenuta per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini (del gruppo dei nomadi, ndr) che rischiavano la vita e l'incolumità personale. Dovere dell'amministrazione è quello di tutelare la vita e l'incolumità delle persone», aggiunge in riferimento alla decisione di ricollocarli in altre strutture.

virginia raggiVIRGINIA RAGGI
«Andate via. Da qui non ce ne andiamo fino al loro trasferimento». Sono alcune delle urla indirizzate agli ospiti nomadi nel centro di accoglienza, rivolte da alcuni abitanti della zona di Torre Maura, alla periferia di Roma, dove ieri si sono verificati disordini contro il trasferimento dei nomadi nel centro. Davanti alla struttura, dove c'è un assembramento di alcune decine di persone, c'è ancora l'auto di alcuni operatori del centro che era stata incendiata ieri durante le proteste. Ad essere parzialmente danneggiato è anche un camper parcheggiato vicino, diventato bersaglio degli sputi di alcuni giovani: «È di quei rom di m... è qui da qualche giorno», spiegano.

Una donna rom, che aveva in braccio il suo figlioletto, è stata accerchiata da alcuni residenti di Torre Maura, nella periferie di Roma, che si trovavano a protestare davanti alla struttura dove nelle ultime ore sono stati trasferiti alcuni nomadi. «Vai via ladra, ti sei portata tuo figlio per proteggerti», hanno urlato alcuni contro la donna, che non è un ospite del centro, giunta sul posto per verificare lo stato del suo camper rimasto parzialmente bruciato dopo i disordini di ieri.
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Gli scontri di ieri sera, per scongiurare l'ingresso dei rom nel centro di accoglienza «Savi» in via dei Codirossoni, sono - per chi vive lì - il culmine di una violenza dettata dalla esasperazione. I residenti di Torre Maura denunciano una situazione insostenibile, con 15 dei 49 Sprar su tutta Roma proprio nel VI municipio. Era il 16 gennaio scorso quando 118 e 112 intervennero al centro di accoglienza tra via Paolo Savi e via dei Codirossoni per una rissa tra extracomunitari all'interno del centro. Si picchiarono con tazze e bottiglie di vetro rotte e un uomo finì in ospedale con una ferita lacero contusa al cranio.
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«Qui non abbiamo mai avuto problemi. Sono gli zingari, la gente non li vuole». Così un gambiano racconta all'Adnkronos gli scontri di ieri sera. «Sono ancora qui, ieri non si dormiva - spiega un altro -. Hanno paura che vanno a rubare». «Ieri sono tornato alle 21 - spiega un altro - c'era il delirio. I rom non hanno dato problemi a noi, ma i residenti del quartiere li vogliono fuori».
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«La notte scorsa è venuto qui il capo di Gabinetto, Castiglione, spiegandoci che nella prima mattina di oggi avrebbero portato via i rom. Non abbiamo dormito, presidiamo». Così uno dei tanti residenti di Torre Maura ancora davanti all'ingresso del centro di accoglienza protetto dai poliziotti del Reparto Mobile. La guerriglia della notte ha tolto la voce ai più che stamattina sono tornati in via dei Codirossoni, chi in ciabatte, chi con tute infilate in tutta fretta. «Ai pochi extracomunitari che ancora sono nella struttura, un tempo polo fisioterapico funzionante, si sono aggiunti almeno 75 rom. Che stanno ancora qui, anzi li abbiamo visti a fare colazione».

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Noi restiamo qui - incalza Rita, una residente - ci siamo dati il cambio con chi ha fatto la notte. Finché non li mandano via non molliamo. Gli hanno dato 7 giorni di tempo per andarsene, aspettiamo». «Finché resta in piedi, questa struttura sarà per noi sempre un problema - spiega Carlotta -. Dentro è uno schifo adesso, e pensare che è stata una casa degli studenti e poi una struttura ospedaliera che aiutava chi aveva problemi. Adesso hanno trovato il modo di farci i soldi, mettendoci gli extracomunitari prima e i rom poi».

Fonte: qui

RICOLFI: "IL SENTIMENTO CHE ANIMA LA PROTESTA DI TORRE MAURA CONTRO I ROM NON È L’ODIO MA UN FORTISSIMO, DISPERATO SENSO DI INGIUSTIZIA. CHI FATICA A SBARCARE IL LUNARIO NON RIESCE A CAPIRE PERCHÉ AD ALCUNI GRUPPI E MINORANZE (ROM E MIGRANTI INNANZITUTTO) È ACCORDATA UNA SPECIALE PRECEDENZA E ATTENZIONE, IL TUTTO SENZA CHE ALCUN MERITO, O FRAGILITÀ ESTREMA, GIUSTIFICHI UNA TALE DIFFERENZA DI TRATTAMENTO"

DIETROFRONT DELLA RAGGI E LA STOCCATA DI SALVINI ALLA SINDACA: "METODO SBAGLIATO"


Luca Ricolfi per www.ilmessaggero.it

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Riassumiamo i fatti. L’altro ieri i residenti di Torre Maura (quartiere di Roma) hanno dato vita a una rivolta, con vari episodi di violenza e di intimidazione, quando si sono accorti che il Comune stava trasferendo 77 rom in un centro che, fino a poco prima, aveva ospitato alcune decine di migranti. Gli abitanti di Torre Maura, recentemente “liberati” della presenza dei migranti, non ci hanno visto più quando se li sono visti sostituire con i rom.

virginia raggiVIRGINIA RAGGI
L’operazione rientra nella cosiddetta “terza via” di Virginia Raggi: trovare un compromesso fra il buonismo “senza sé e senza ma” della sinistra e il cattivismo, anch’esso senza se e senza ma, della Lega e del suo leader Salvini. L’idea è (o meglio era) di sgomberare i campi rom, assicurando percorsi di reinserimento individuale (formazione, lavoro, alloggio, ritorno in Romania), ampiamente finanziati dalla mano pubblica. Una strategia già tentata senza grande successo l’estate scorsa con il campo rom di Prima Porta (Camping River). Oggi, forse scottata da quell’esperienza, la sindaca la riformula in modo un po’ più filosofeggiante: “Su migranti e campi rom sto portando avanti la ‘terza via’: inflessibili con i delinquenti, accoglienti con le persone fragili. Semplificare i temi complessi è sbagliato”.
SGOMBERO CAMPING RIVERSGOMBERO CAMPING RIVER

Giustissimo, ma più facile a dirsi che a farsi. Perché portare in blocco 70 rom in un quartiere degradato, che ha già enormi problemi, dallo stato penoso degli alloggi comunali ai roghi dei cassonetti, che cos’è se non un modo semplicistico di affrontare il problema? (e infatti l’Amministrazione comunale ha già fatto macchina indietro: i 70 rom, in massima parte donne e bambini, saranno portati tutti via entro una settimana).

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Semplicistico, soprattutto, è prendersela con l’ira popolare senza comprenderne le ragioni. Ragioni che non giustificano in alcun modo gli atti violenti e le manifestazioni di odio (su cui già indaga la Procura) ma che hanno una loro macroscopica consistenza. Proviamo a riassumerle, una ad una.
Prima ragione. La gente non capisce perché si continui a parlare di periferie degradate, della necessità di riqualificarle, dell’urgenza di un ritorno della politica nei quartieri, e poi non riesce né a tener pulite le strade (che è il minimo sindacale per un’amministrazione), né a garantire la sicurezza (che è il minimo sindacale per uno Stato), e come se questa assenza non fosse già abbastanza colpevole scarica su un territorio già stremato i problemi di specifici gruppi sociali (migranti e rom), peraltro noti per un tasso di criminalità superiore alla media.

RAGGI BERGOGLIORAGGI BERGOGLIO
Seconda ragioneLa gente non capisce perché un cittadino italiano ordinario, per vivere, debba sbattersi in cerca di un lavoro e di una casa, mentre alcuni gruppi sociali “speciali” paiono godere di una sorta di diritto a reddito e alloggio. E ancor meno capiscono che altre minoranze sventurate, questa volta costituite da cittadini italiani, non godano di altrettanti diritti e attenzioni (“andate via, fate venire i terremotati che stanno sotto la neve!” è una delle frasi che si sono ascoltate durante le proteste a Torre Maura).

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Terza ragione. La gente non capisce la “terza via” perché sa perfettamente come andrà a finire: il lato buonista premierà le persone fragili (o presunte tali), il lato cattivista resterà lettera morta. Perché è facilissimo spendere soldi dei contribuenti o dell’Europa per gestire l’accoglienza, è praticamente impossibile arginare i comportamenti illegali (le periferie non sono sufficientemente presidiate dalle forze dell’ordine, intere porzioni del territorio sono in mano alla criminalità, chi infrange le leggi può tranquillamente essere arrestato e liberato decine di volte).

SGOMBERO CAMPING RIVERSGOMBERO CAMPING RIVER
La realtà, temo, è che la Terza via, attuata con tanta improvvisazione (pare che dell’operazione di trasferimento a Torre Maura non fosse stato informato neppure il presidente grillino del VI Municipio, di cui Torre Maura fa parte), non possa che rafforzare la reazione cui pretende di porre un freno. Certo, se si pensa che le reazioni rabbiose al trasferimento dei rom siano dovute alla rozzezza del volgo romano, o all’estrema destra che soffia sul fuoco, aizzando i peggiori istinti popolari, allora non c’è niente da fare: fascismo e razzismo avanzano tenendosi per mano, e tocca ai sinceri democratici resuscitare antifascismo e antirazzismo, i due grandi anticorpi alla disumanizzazione trionfante.

C’è però anche un altro modo di mettere le cose. A giudicare dai resoconti della protesta, dalle frasi e dagli slogan che si sono sentiti, il sentimento centrale che pare animare la protesta non è l’odio ma, forse più semplicemente e umanamente, un forte, fortissimo, disperato senso di ingiustizia. Chi fatica a sbarcare il lunario in un quartiere degradato, non riesce a capire perché i migranti non siano inviati in altri quartieri delle città (già: perché?), soprattutto in quelli del politicamente corretto i cui abitanti manifestano orgogliosamente in favore dell’accoglienza. Ma soprattutto non capisce un’altra cosa: perché, nella distribuzione delle risorse pubbliche, la maggior parte dei cittadini siano lasciati soli, a giocare la loro difficilissima battaglia individuale per la sopravvivenza, mentre ad alcuni gruppi e minoranze (rom e migranti innanzitutto) è accordata una speciale precedenza e attenzione, il tutto senza che alcun merito, o fragilità estrema, giustifichi una tale differenza di trattamento.
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SALVINI PUNGE RAGGI: «METODO SBAGLIATO». LEI: «COLPA DEGLI UFFICI»
Simone Canettieri e Lorenzo De Cicco per www.ilmessaggero.it

In pubblico, da parte di Matteo Salvini, c'è una stoccata netta nei confronti della sindaca e la conferma della linea dura contro i nomadi che delinquono: «È sbagliato spostare dalla sera alla mattina decine di persone da palazzo a palazzo, quartiere a quartiere, di periferia in periferia. Le cose vanno fatte alla luce del sole, in maniera trasparente. Se ci sono rom che si vogliono integrare sono i benvenuti: quelli che pensano al furto non meritano niente». In privato, invece, c'è una telefonata «cordiale» e dai toni più confidenziali che istituzionali. Obiettivo, capire come «affrontare la rivolta». A metà giornata la sindaca Virginia Raggi riesce a mettersi in contatto con Salvini. Il ministro dell'Interno si fa spiegare per filo e per segno chi sono i residenti che protestano, perché lo fanno, chi c'è dietro ai disordini. Per la grillina è l'occasione di uno sfogo, che esce lentamente durante la conversazione, mentre gli illustra il quadro della situazione che si è sviluppata nelle ultime ore.
paola tavernaPAOLA TAVERNA


«Un'escalation di violenza e intolleranza», la definisce il Campidoglio. Da parte di Salvini c'è un atteggiamento belligerante a metà. Davanti alle telecamere il titolare del Viminale esprime sì una serie di perplessità sul modus operandi utilizzato dal Comune, ma preferisce non affondare più di tanto il colpo durante la telefonata. La cautela del «Capitano» si può spiegare in diverse modi. Gli preme non aprire un altro fronte con il M5S, visto il clima di guerra totale che si respira in parlamento. Una precauzione che si incastra in uno scenario molto più complicato. D'altronde Lega e M5S sull'inclusione di migranti e rom e, più in generale, sull'approccio a queste tematiche, sono diametralmente all'opposto.
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LE TELEFONATE
Nella catena di telefonate la prima a essere interpellata dal ministero dell'Interno è il prefetto della Capitale, Paola Basilone. Tocca a lei fare il punto a Salvini che vuole essere informato su una protesta che, da martedì sera, ha preso una piega pericolosa, con le auto incendiate, i tafferugli, i cassonetti scagliati in strada, a fare da argine alle forze dell'ordine. La rappresentante del governo chiama poi in Campidoglio, parla a lungo, per tutta la giornata, col delegato alla Sicurezza della sindaca, Marco Cardilli, l'unico rappresentante dell'amministrazione stellata a recarsi a Torre Maura, accolto dai fischi dei residenti. E così riparte il giro inverso, fino al contatto tra «Matteo» e «Virginia». I vertici M5S blindano la sindaca. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede le esprime «massimo sostegno» davanti a questi focolai di violenza e queste aggressioni di matrice estremista. Se si scava in profondità, in molti sono costretti anche tra i big pentastellati a barcamenarsi. Spiega Mattia Fantinati, sottosegretario alla Pubblica amministrazione: «La guerra fra poveri c'è perché la sinistra non poteva integrare altri soggetti fragili e ha scavato un gap ancora più grande fra ricchi e poveri. Oggi questa bomba sociale viene strumentalizzata dai neofascisti».
MATTEO SALVINI SELFIEMATTEO SALVINI SELFIE

Paola Taverna, vicepresidente del Senato in quota M5S, che nel VI Municipio di Roma ha anche una base elettorale forte, dice di «condividere l'esasperazione di chi, pur avendo sempre mostrato spirito di accoglienza, ritiene ingiusto sovraccaricare ulteriormente una piccola comunità». E se la prende con l'Ufficio Rom del Campidoglio, finito ora anche nel mirino di Raggi, con la rimozione della responsabile, Michela Micheli, e un'indagine interna. «La gestione degli uffici è stata inqualificabile», è convinta Raggi.

I LIMITI
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La sindaca condivide con Salvini l'obiettivo finale, quello cioè di arrivare allo smantellamento progressivo dei campi rom. Ma la strategia per arrivarci è diversa. Raggi non crede nella ruspa amata dal leader del Carroccio. Nell'ultimo anno ha parlato spesso - lo ha fatto anche l'altro ieri, appena scoppiata la protesta, in tv - della «terza via» del M5S, a metà, dicono in Campidoglio, tra il «buonismo di certa sinistra» e la linea dura del Viminale. Insomma, «inflessibili con i delinquenti, accoglienti con le persone fragili, come i bambini».
Facile dirsi, molto complicato da mettere in pratica. Il piano Rom varato dal Campidoglio ormai quasi due anni fa, numeri alla mano, arranca. Per ora è stato smantellato solo il Camping River, con l'appoggio del Ministero dell'Interno, per mettere fine a una situazione di abbandono che aveva prodotto un'«emergenza sanitaria», come scrisse Raggi nell'ordinanza di chiusura. I rimpatri volontari in Romania non decollano, anzi: fino a oggi sono tornate nel paese d'origine appena 6 famiglie. Una goccia nel mare. Anche il bonus affitto, cioè l'assegno del Comune, fino a 800 euro al mese, per permettere ai nomadi di prendere casa lontano dalle baracche, finora, è stato un fiasco. Fonte: qui


CAMPING RIVERCAMPING RIVER

martedì 4 dicembre 2018

DALLA PROTESTA ALLA VIOLENZA: LA MAREA DEI GILET GIALLI PUÒ TRAVOLGERE LA 'QUINTA REPUBBLICA'

ECCO CHI SONO QUELLI CHE STANNO METTENDO PARIGI E LA FRANCIA A FERRO E FUOCO: DISOCCUPATI, OPERAI, RESIDENTI DI AREE RURALI E PICCOLI CENTRI DIMENTICATI DAI SERVIZI PUBBLICI E ACCOMUNATI DALLA RABBIA VERSO MACRON 

E PER IL 2019 L’ANNUNCIATA RIFORMA SULLE PENSIONI PUO’ RIVELARSI UN’ALTRA BOMBA SOCIALE…

gilet gialli 2GILET GIALLI 
Fr.Pie. per il Messaggero
Dai 18 agli 80 anni, residenti nelle zone rurali (quelle dove non arrivano i treni, né le corriere, dove la macchina serve per vivere, fare la spesa e andare al lavoro) o abitanti dei paesi con al massimo 20 mila abitanti, residenti soprattutto lontano, lontanissimo da Parigi, operai, artigiani, piccoli imprenditori, infermieri, disoccupati, agricoltori, più donne che uomini, indifferenti alla politica, molti non hanno mai votato, magari una volta scheda bianca, e se hanno votato, hanno preferito scegliere ai margini, quasi sempre la destra estrema.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
È questo l' identikit del Gilet Jaune che da tre settimane mette sottosopra la Francia di Macron, un identikit che resta sfumato, difficile da disegnare per i sociologi e gli opinionisti che ammettono di essere stati presi alla sprovvista, un identikit però che corrisponde sempre alla stessa casella: quella della Francia del basso, degli ultimi, di chi sente escluso, non soltanto dalla società in alto ma anche dai servizi pubblici che pure restano il simbolo della République: le scuole, gli ospedali, gli uffici postali, sempre più lontani, perché nelle campagne e nei villaggi chiudono. Non rendono.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
LA MICCIA È l' identikit, soprattutto, della Francia che non ama la politica di Emmanuel Macron. I 19 centesimi in più sul prezzo del carburante sono stati soltanto la miccia di una protesta, di un sentimento di rabbia, che si estende ormai a una maggioranza enorme nel paese: il 70 per cento dei francesi, secondo un recente sondaggio, dice di sostenere o avere simpatia per il movimento dei giubbetti gialli.
I militanti, quelli che bloccano le strade e i caselli e che hanno passato gli ultimi sabato a Parigi, sono molto meno: secondo alcuni non supererebbero le decine di migliaia. Quelli che pur senza scendere per la strada si definiscono Gilets Jaunes, quelli che hanno messo il loro giubbetto giallo fosforescente sul cruscotto dell' auto, sarebbero molti di più, circa di 20 per cento dei francesi. Lo scontento dicono tutti gli osservatori è più forte delle violenze che ieri hanno portato le fiamme e la guerriglia nel cuore di Parigi. Lo scontento, potrebbe travolgere Emmanuel Macron e con lui la Quinta Repubblica.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
SENZA MEDIATORI Le istituzioni francesi per ora proteggono il presidente: nessuna protesta, nessun indice di impopolarità per quanto alle stelle, potranno costringerlo alle dimissioni. Per il momento lui non cede.
STATUA DELLA MARIANNA SFREGIOSTATUA DELLA MARIANNA SFREGIO
Secondo il suo entourage, l' esempio dei predecessori lo ha convinto: ogni volta che hanno ceduto alla piazza, da Chirac a Sarkozy a Hollande, hanno anche perso i pochi consensi che avevano. Non è detto però che le esperienze passate possano essergli utili nel nuovo mondo politico che lui stesso ha contribuito a creare: senza mediatori, senza sindacati, con gli enti locali ridotti a poca cosa, i partiti politici tradizionali all' agonia, il suo, la République en marche, che in questi tempi duri comincia a scontare la scarsa, scarsissima esperienza politica che era stata la sua grande forza.
parigi gilet gialli palazzo assaltatoPARIGI GILET GIALLI PALAZZO ASSALTATO
DAVANTI AL POPOLO Macron è solo davanti al popolo, cominciano a dire gli osservatori e gli analisti, anche quelli che fino a poco tempo fa esitavano a usare il termine peuple. Difficile che il presidente possa continuare come se niente fosse. Le elezioni europee rischiano di sancire nelle urne, e non soltanto sotto l' Arco di Trionfo, la debolezza della sua politica. Secondo il suo programma, all' inizio del 2019 dovrebbe affrontare l' annunciata riforma delle pensioni. Rischia di rivelarsi una miccia ancora più potente della benzina.
gilet gialli 8GILET GIALLI 
Fonte: qui


BUTTAFUOCO: “L’ITALIA PER VIA DI LEGA E M5S È UN PROBLEMA PER L’EUROPA, LA FRANCIA È INVECE UN SOLIDO PILASTRO DELL’UNIONE. PERÒ ECCO LA SITUAZIONE: UN PALAZZO È DATO ALLE FIAMME ALL’ARCO DI TRIONFO, A PARIGI; NEGLI ULTIMI DUE GIORNI SI AGGIUNGONO 400 PERSONE ALL’ELENCO DEGLI ARRESTI E ALTRI 130 A QUELLO DEI FERITI 

IN ITALIA NON SUCCEDE IL QUARANTOTTO PERCHÉ GLI ULTIMI HANNO TROVATO UN ESITO POLITICO...”

Pietrangelo Buttafuoco per “il Tempo”

Se la Francia piange con i lacrimogeni, l’Italia non ride. Ma almeno Roma non brucia come in queste ore Parigi con i gilet gialli perché la protesta qui, con i Gialloverdi – il M5S e la Lega – non è per strada. È al Governo. La gente, lì, non ha altra tribuna che la barricata. L’élite, infatti, è salda all’Eliseo mentre qui – l’establishment – orchestrando il remake di “Benvenuti al Sud” con casa Di Maio, sta solo sperando di tornare a palazzo Chigi.
conte salvini di maioCONTE SALVINI DI MAIO

L’Italia – si sa – per via dei Gialloverdi è un problema per l’Europa, la Francia è invece un solido pilastro dell’Unione. E però ecco la situazione: un palazzo è dato alle fiamme all’Arco di Trionfo, a Parigi; negli ultimi due giorni si aggiungono quattrocento persone all’elenco degli arresti e altri centotrenta – raccolti sui marciapiedi di Francia – a quello dei feriti.

macron alle antille con maschioni 1MACRON ALLE ANTILLE CON MASCHIONI
È la scena che si vede dalle vetrate di casa Macron: agenti in tenuta antisommossa sono dappertutto per fermare sul nascere ogni manifestazione contro il rincaro dei carburanti; i disordini degli Champs Elysees dilagano fino alle periferie. E non finisce. Quel che succede, lì – la scomparsa del ceto medio, proletarizzato – c’è anche in Italia.

Le famiglie monoreddito impossibilitate a cavarsela oltre la terza settimana del mese sono perfino di più che in Francia. E i poveri, qui – la maggior parte padri di famiglia, che comunque non incendiano auto, non frantumano le vetrine e non si fanno spaccare le teste – sono in gran numero rispetto a lì.

luigi di maio giuseppe conte matteo salvini giovanni triaLUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI GIOVANNI TRIA




E non succede il Quarantotto, qui, perché gli ultimi – quelli della nostra periferia, la grande provincia italiana – hanno trovato un esito politico. I cinque milioni di poveri stanno aspettando – magari saranno traditi, delusi – ma una forma, intanto, un qualcosa che diventi per loro una voce, un argomento e un progetto, in Italia c’è. Il 4 marzo scorso, invece di astenersi, qui – i precari, i disoccupati e gli esodati – hanno avuto qualcuno da votare alle politiche, e le hanno pure vinte le elezioni.

Ha perso la sinistra dell’élite in Italia e, il centrodestra, non ha vinto una beata mentula. Basti pensare – ed è fondamentale ricordarlo, prima di vagheggiare ribaltoni – al voto del Sud. L’intero Mezzogiorno, per la prima volta nella storia repubblicana, s’è sottratto alle clientele e ai padrinati politici.
SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIOSALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

E’ successo che le masse un tempo destinate ai granai elettorali del sistema, invece che incazzarsi a vuoto, si sono levate in una geometrica controffensiva di mobilitazione. Senza odio, senza violenza e senza strumentalizzazione. Senza destra, dunque, e senza sinistra manco a dirlo. A differenza che in Francia, infatti, l’Italia non offre pretesti.

La presenza di Marine Le Pen, per quanto sia prima nei sondaggi, assicura l’eternità allo status quo che potrà sempre contare sull’unità anti-fascista contro l’ex Front National, mentre in Italia, con il M5S – e con la Lega che non ha radice nelle ideologie – la favola bieca del radicalismo di destra fa cilecca. Neppure buona è per far vendere a La Repubblica due copie in più.

Fonte: qui

sabato 25 agosto 2018

ANCHE ROMA HA IL SUO "PONTE MORANDI": LA TANGENZIALE EST

LA STRUTTURA E' OBSOLETA, MOSTRA SEGNI DI USURA ED E' TRA GLI "OSSERVATI SPECIALI" DEL COMUNE 
DA ANNI PERDE  COSTANTEMENTE CALCINACCI, IL CAMPIDOGLIO HA ANNUNCIATO “NUOVE VERIFICHE” E I RESIDENTI NE CHIEDONO L'ABBATTIMENTO 
IN PASSATO SI ERA PENSATO DI SMONTARLA MA IL PROGETTO FU CASSATO DA…
Vincenzo Bisbiglia per "Il Fatto quotidiano"
tangenziale est roma 9TANGENZIALE EST ROMA
Calcinacci e altri detriti che periodicamente piovono sulle strade sottostanti. A volte mettendo a rischio l’incolumità dei passaggi. E oggi, dopo i tragici eventi di Genova, la vecchia Tangenziale Est di Roma è tornata fra gli “osservati speciali” del comune di Roma, nella lista delle infrastrutture (ponti e sopraelevate) ritenute ormai obsolete e dunque sostanzialmente a rischio.
Tanto che ora i residenti di quartieri storici e popolari come Pigneto, San Lorenzo e Prenestino-Labicano sono tornati a chiederne l’abbattimento, recuperando un mood andato avanti per tutti gli anni 2000 e sul quale da tempo erano calate speranza e convinzione.
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Anche perché nello stesso periodo la giunta guidata da Walter Veltroni mise a punto un progetto da circa 200 milioni per un tunnel sotterraneo di quasi 5 km che ne avrebbe dovuto sopperire i flussi di traffico. Piano che l’allora governo Berlusconi non volle finanziare, spedendolo nel dimenticatoio.
LA PIOGGIA DI CALCINACCI – Il “mostro” – come lo definisce chi vi abita a ridosso – completato nel 1971 e reso famoso dall’indimenticabile sketch di Paolo Villaggio nel film ‘Il Secondo Tragico Fantozzi’, è già rimasto chiuso per alcune settimane all’indomani del terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016 per verifiche strutturali e alcuni interventi di manutenzione, dopo che i vigili del fuoco rilevarono crepe sulla rampa di accesso di via Prenestina.
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Da allora si sono verificati alcuni episodi che hanno fatto crescere la preoccupazione dei residenti.
Nel febbraio 2017 un’infermiera e alcuni dipendenti Atac ritrovarono le proprie auto danneggiate dai pezzi di cemento che si sbriciolavano sopra a un parcheggio al Pigneto; il 18 ottobre 2017, alcuni calcinacci si sono staccati all’inizio di via dello Scalo San Lorenzo, danneggiando delle auto in sosta; stessa cosa è avvenuta il 15 giugno scorso, quando la Polizia Locale fu costretta a transennare il sottopasso all’altezza del parcheggio dietro il Cimitero del Verano. 
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La pioggia di detriti, seppur minima, sembra essere costante – avverte Gianluca Santilli, del comitato Pigneto-Tangenziale – per non parlare delle vistose infiltrazioni che si presentano lungo tutta l’infrastruttura”.
Nei giorni scorsi il Campidoglio ha annunciato “nuove verifiche” dopo quelle di due anni fa e una cospicua parte dei soldi che verranno stanziati per la verifica statica dei ponti romani sarà dedicata al monitoraggio della sopraelevata che, come detto, sfiora edifici ancora più antichi e sovrasta quartieri molto popolosi.
IL PROGETTO DELLA SOTTOVIA –È sul futuro del “mostro” che, però, si torna a dibattere. La Tangenziale Est è vicina a compiere il mezzo secolo (fra 3 anni), sebbene i pilastri in acciaio, solo rivestiti dal cemento, dovrebbero garantire una vita leggermente più lunga all’infrastruttura. “Questo non vuol dire che fra qualche anno non vi sia la necessità di agire con urgenza”, avverte ancora Santilli.
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A prevederne la demolizione, sulla spinta di comitati e associazioni, fu addirittura Francesco Rutelli, già nel 2000: i tecnici realizzarono lo studio di fattibilità di un tunnel di quasi 5 km che avrebbe dovuto collegare il quartiere Arco di Travertino alla Stazione Tiburtina.
Il progetto, del costo di circa 200 milioni di euro, fu però osteggiato da una parte dei comitati ambientalisti più radicali e, soprattutto, venne rispedito al mittente dall’allora ministro Pietro Lunardi,  cui Veltroni si rivolse per un co-finanziamento del Cipe e delle Ferrovie dello Stato (con le quali c’era già un accordo di valorizzazione di alcuni terreni intorno alle stazioni periferiche).
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“Questa storia rischia di diventare come quella della Gronda di Genova. La mancanza di visione strategica ci porterà ad agire in emergenza”, dice a ilfattoquotidiano.it il deputato Pd, Roberto Morassut, allora assessore all’Urbanistica delle giunte capitoline di centrosinistra.
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L’APPRODO IN COMMISSIONE – In realtà, il progetto della Sottovia è ancora all’attenzione del Campidoglio. Nel 2016 l’attuale amministrazione ha dato il via al progetto di abbattimento di un altro settore di Tangenziale indipendente da quello “storico”, in pratica un cavalcavia (più recente) di 460 metri davanti alla stazione Tiburtina, sostituito da tempo da un viadotto sotterraneo.
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Nel maggio 2017 lo studio di fattibilità – rivisto e corretto nel 2008 da Risorse per Roma – era anche arrivato in Commissione Mobilità, fra lo scetticismo del direttore del Dipartimento Lavori Pubblico, Roberto Botta, e del presidente di Commissione, Enrico Stefano.
Resta il fatto che la Tangenziale Est, ancora oggi, è un’arteria fondamentale tutta la viabilità romana e, come avverte ancora Santilli “qualora si verificasse la necessità di chiuderla o limitarla al traffico bisognerà farsi trovare pronti”.
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