9 dicembre forconi: Corte d'Appello
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giovedì 20 giugno 2019

CONDANNATO IN APPELLO A 7 ANNI MAURO MORETTI EX AD DI FS E DI RFI AL PROCESSO PER LA STRAGE DI VIAREGGIO

LA PROCURA GENERALE AVEVA CHIESTO 15 ANNI E 6 MESI: ANCHE IN PRIMO GRADO MORETTI VENNE CONDANNATO A 7 ANNI 
IL MANAGER, CHE NON ERA IN AULA, ERA IMPUTATO DI DISASTRO, OMICIDIO PLURIMO COLPOSO, LESIONI COLPOSE, INCENDIO...
In secondo grado confermata pena a 7 anni carcere
(ANSA) - La corte di appello di Firenze ha condannato a 7 anni Mauro Moretti al processo per la strage di Viareggio. La procura generale aveva chiesto 15 anni e 6 mesi: anche in primo grado Moretti venne condannato a 7 anni in qualità di ex ad di Rfi. Moretti, che non era in aula, era imputato di disastro, omicidio plurimo colposo, lesioni colpose, incendio. L'11 febbraio Moretti disse in udienza di rinunciare alla prescrizione. La pg poi ha detto che c'è prescrizione da maggio 2018 per incendio e lesioni colpose.
Sono stati condannati anche i vertici Rfi Michele Mario Elia (ex ad) e Vincenzo Soprano (ex ad Trenitalia) a 6 anni: sono accusati a vario titolo, di omicidio plurimo colposo e disastro ferroviario. Il tribunale di Lucca li aveva tutti condannati il 31 gennaio 2017.


I SETTE ANNI INFLITTI IN APPELLO A MAURO MORETTI PER LA STRAGE DI VIAREGGIO SONO ARRIVATI CON DUE NOVITÀ RISPETTO AL PRIMO GRADO: IL MANAGER È STATO CONDANNATO NON SOLO COME EX AD DI RFI, LA CONTROLLATA CHE GESTISCE I BINARI, MA ANCHE COME EX AD DI FS, CIOÈ LA CAPOGRUPPO CHE CONTROLLA RFI E TRENITALIA (LA SOCIETÀ CHE FA CIRCOLARE I TRENI). 
DALL'ALTRA PARTE, LA CORTE HA ASSOLTO IL GRUPPO DI DIREZIONE TECNICA DI RFI CHE IN PRIMO GRADO AVEVA RIPORTATO MOLTE CONDANNE…
Antonella Baccaro per il “Corriere della sera”

mauro moretti foto mezzelani gmt 40MAURO MORETTI FOTO MEZZELANI
«Amareggiato». «Scosso». Mauro Moretti, 65 anni, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e prima di Rete ferroviaria italiana (infine di Leonardo fino al 2017), ha saputo dal suo avvocato Armando D'Apote della conferma della sua condanna a sette anni da parte della Corte di appello di Firenze nel processo sulla strage ferroviaria di Viareggio.

Quell' aula in cui i parenti delle vittime hanno coperto 32 sedie con altrettante magliette, ciascuna con l'effigie di ognuno dei congiunti scomparsi il 29 giugno di dieci anni fa; quell'aula in cui pure si è seduto durante il dibattimento per protestare la propria innocenza e «per questo» rinunciare alla prescrizione, ieri Moretti non l'ha voluta vedere. Così non ha assistito neppure ai pianti e agli abbracci dei parenti delle vittime quando il verdetto è stato pronunciato.

Sette anni per Mauro Moretti, imputato per disastro, omicidio plurimo colposo, lesioni colpose e incendio. Con due novità rispetto alla sentenza di primo grado del Tribunale di Lucca: da una parte il manager è stato condannato non solo come ex amministratore delegato di Rfi, la controllata che gestisce i binari, ma ora anche come ex ad di Fs, cioè la capogruppo che controlla Rfi e Trenitalia (la società che fa circolare i treni). Dall' altra parte, la Corte d'appello ha assolto il gruppo di direzione tecnica di Rfi che in primo grado aveva riportato molte condanne.

Così, nei primissimi ragionamenti fatti con i suoi collaboratori, seguiti allo choc iniziale, dopo aver messo da parte l'irritazione per certi commenti sulla sentenza, come quelli trionfalistici di alcuni membri del M5S, si sono cominciate a fare strada alcune perplessità. La domanda che circolava fra il manager e le persone a lui più vicine è come sia possibile «condannare il vertice di un'azienda che ha preso delle decisioni organizzative di carattere generale» e assolvere invece i tecnici, cioè chi materialmente ha agito, decidendo di volta in volta come applicare al caso specifico tali decisioni necessariamente generiche?
MAURO MORETTIMAURO MORETTI

E ancora: se questi tecnici invece sono stati assolti perché quel carrello maledetto che provocò l'esplosione era stato fornito fallato da una ditta straniera, che aveva presentato un certificato di revisione truffaldino, cosa avrebbe potuto fare di più il vertice dell'azienda?

strage viareggio9STRAGE VIAREGGIO
Domande che reggeranno probabilmente il prossimo e ultimo ricorso, quello in Cassazione. Intanto qualcuno ieri, nell'entourage vicino a Moretti, si sarebbe spinto fino al punto di definire «politica» la sentenza. Politica perché non tecnica, in quanto prescinderebbe dal fatto in sé, basandosi invece su «una sorta di automatismo», previsto da una norma del 2001, per cui, se avviene un disastro in un'azienda, questo va riportato per forza a una «responsabilità oggettiva» dei suoi vertici apicali. A meno che i vertici non dimostrino di aver assunto «modelli organizzativi» idonei a evitare quel danno. Una norma che garantisce a chi la applica l'individuazione certa di un «capro espiatorio».
strage viareggio7STRAGE VIAREGGIO

Il manager non avrebbe fatto propria questa definizione ma ne avrebbe sottoscritto in qualche modo il ragionamento sottostante sulla responsabilità oggettiva, su «quella norma così perfetta per un Paese di don Abbondio», un riferimento a quelli che non si assumono le proprie precise e dirette responsabilità.

La stessa norma, del resto, era stata esplicitamente richiamata nella condanna di primo grado in base alla quale Moretti aveva appreso che la sua responsabilità di amministratore di Rfi, cessata tre anni prima del disastro, per i giudici poteva estendersi fino alla data dello stesso. Al manager ora non resta che attendere. E parare i colpi. Il M5S ieri ha chiesto che Moretti rimetta il Cavalierato conferitogli dall' ex presidente Giorgio Napolitano. Fonte: qui

lunedì 11 marzo 2019

L’INCREDIBILE SENTENZA DELLE TRE GIUDICI IN UN CASO DI VIOLENZA SESSUALE AD ANCONA

Maria Elena Vincenzi per “la Repubblica”

stuproSTUPRO
Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto. È un ragionamento che già indignerebbe se ascoltato in un bar, ma che letto in una sentenza fa un effetto ancora peggiore. Per di più se a firmarla sono tre giudici donne. Che scelgono, così, di assolvere in appello due giovani condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale.

E nelle motivazioni scrivono che all' imputato principale «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo "Vikingo" con allusione a una personalità tutt' altro che femminile quanto piuttosto mascolina». Poi la chiosa: « Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare».

Il verdetto è stato annullato con rinvio dalla Cassazione come richiesto dal procuratore generale che ne ha evidenziate alcune incongruenze e vizi di legittimità. Per cui il processo di appello dovrà ora essere rifatto. Ma intanto la sentenza bocciata ha fatto saltare sulla sedia più di magistrato della Suprema Corte. Perché leggendone il testo sembra che a influire sulla decisione delle tre magistrate sia stato proprio l'aspetto fisico della donna.
ancona stuproANCONA STUPRO

Un passo indietro. Ancona, marzo 2015. Una ragazza di origini peruviane, 22 anni (la chiameremo Nina, nome di fantasia) si presenta in ospedale con la madre dicendo di avere subito una violenza sessuale alcuni giorni prima da parte di un coetaneo, mentre un amico di lui faceva da palo. Il gruppetto frequentava la scuola serale, dopo le lezioni i tre avevano deciso di bere una birra insieme. Le birre diventano parecchie, la giovane e uno dei due compagni si appartano più volte, hanno rapporti sessuali.

Per gli imputati erano consensuali, per la parte offesa a un certo punto hanno smesso di esserlo, sia per l' eccesso di alcol sia per una esplicita manifestazione di dissenso. I medici riscontrano lesioni, compatibili con una violenza sessuale, e un' elevata quantità di benzodiazepine nel sangue che la vittima non ricorda di aver mai assunto. Dopo le indagini, si apre il processo di primo grado che il 6 luglio 2016 condanna uno dei due, quello che ha avuto i rapporti con Nina, a cinque anni, e il suo amico che ha fatto da palo a tre.
Gli imputati ricorrono e il 23 novembre 2017 la Corte d' Appello dà loro ragione. Li assolve perché non ritiene credibile la ricostruzione della parte offesa. Fino a qui, nulla di strano: normale dinamica processuale. Quello che non fa parte della dinamica processuale, prima anomalia, è che la parte offesa venga definita dalle giudici della Corte d' Appello di Ancona, nelle motivazioni, come «la scaltra peruviana».

Non bastasse questo, le tre componenti del collegio si lasciano andare a commenti e valutazioni fisiche forse dimenticando che il loro ruolo è sì quello del giudice, ma penale, e non di un concorso di bellezza.

Tanto da arrivare a scrivere nelle conclusioni della sentenza che « in definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata " goliardica", trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di " Nina Vikingo", con allusione a una personalità tutt' altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida». Insomma, gli imputati devono essere assolti, così avevano stabilito le tre giudici marchigiane. Perché Nina, secondo loro, non poteva essere desiderata: sembrava un maschio.

Fonte: qui

lunedì 28 gennaio 2019

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO HA DISPOSTO IL NON LUOGO A PROCEDERE PER UMBERTO BOSSI E IL FIGLIO RENZO


ERANO IMPUTATI PER APPROPRIAZIONE INDEBITA CON L’EX TESORIERE DELLA LEGA BELSITO, CHE INVECE È STATO CONDANNATO A UN ANNO E 8 MESI

(ANSA) - La Corte d'Appello di Milano ha disposto il non luogo a procedere per Umberto Bossi e il figlio Renzo imputati per appropriazione indebita con l'ex tesoriere Francesco Belsito. Per quest'ultimo ha rideterminato la condanna a un anno e 8 mesi e 750 euro di multa pena sospesa. La Lega aveva presentato querela nei confronti di Belsito ma non dei Bossi. 

23 Gennaio 2019

Fonte: qui

martedì 11 dicembre 2018

IL MONDO DI MEZZO: ECCO PERCHE’ ERA MAFIA


QUELLO DI CARMINATI E BUZZI FU “UN COLLAUDATO SISTEMA DI CORRUTTELA E PREVARICAZIONE” 
AI FINI DELLA SUSSISTENZA DELLA ASSOCIAZIONE MAFIOSA, NON È RILEVANTE NÉ IL NUMERO MODESTO DELLE VITTIME NÉ IL LIMITATO CONTESTO RELAZIONALE E TERRITORIALE MA..."
(ANSA) "Ai fini della sussistenza della associazione mafiosa, non è rilevante né il numero modesto delle vittime né il limitato contesto relazionale e territoriale. Non può escludersi il carattere mafioso perché non sono elementi costitutivi né il controllo generale del territorio né una generalizzata condizione di assoggettamento e omertà della collettività. Carminati conferì forza di intimidazione e Buzzi conferì il collaudato sistema di corruttela e prevaricazione".

MAFIA CAPITALE - MONDO DI MEZZOMAFIA CAPITALE - MONDO DI MEZZO
Così i giudici della Corte d'Appello nelle motivazioni della sentenza con cui hanno riconosciuto il 416 bis. Nel documento di 590 pagine i giudici della terza sezione della corte d'Appello scrivono che "elementi di fatto a conferma del carattere mafioso dell'associazione possono trarsi anche dalla protezione garantita ad imprenditori e dal successivo inserimento nella loro attività con un rapporto caratterizzato dalla gestione di affari in comune".

buzzi carminatiBUZZI CARMINATI
Per quanto riguarda il carattere dell'omertà i giudici affermano che "nel settore della pubblica amministrazione nessuno, e nemmeno gli imprenditori che avevano rinunciato a gare di appalti, presentò atti di denuncia o manifestò dissenso. Questa condizione di assoggettamento e di omertà derivante dalla forza intimidatrice espressa dall'associazione emerse soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche", scrivono i giudici.

Fonte: qui

giovedì 11 ottobre 2018

I giudici di secondo grado hanno emessa una condanna a 9 anni e due mesi di carcere per Carmelo Cipriano

Paolo Cittadini per “il Giorno”

MAESTRO KARATE BRESCIA 2MAESTRO KARATE BRESCIA 
Sconto di quattro mesi in appello per Carmelo Cipriano il maestro di karate di Lonato del Garda in carcere da un anno con l’accusa di avere costretto dal 2008 al 2017 alcune sue giovani allieve a consumare rapporti sessuali con lui e altri adulti.

Il 44enne in primo grado, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, era stato condannato a 9 anni e mezzo di reclusione. I giudici di secondo grado, al termine di una camera di consiglio durata quasi due ore, sono usciti con una sentenza di condanna a 9 anni e due mesi di carcere.

La corte ha accolto la richiesta della Procura generale, che aveva chiesto uno sconto di sei mesi sulla pena inflitta in primo grado, di riqualificare uno dei capi di imputazione attenuandolo.

MAESTRO KARATE BRESCIA 3MAESTRO KARATE BRESCIA 
Violenza sessuale di gruppo, atti sessuali con minori, prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico i reati contestati al 44enne di origine siciliana che ieri non ha voluto partecipare al processo di secondo grado iniziato nel primo pomeriggio e conclusosi poco dopo le 19.

MAESTRO KARATE BRESCIAMAESTRO KARATE BRESCIA




Secondo l’accusa Cipriano, già a partire dal 2003 avrebbe iniziato a cacciare le sue prede. Per i magistrati che un anno fa hanno chiesto e ottenuto il suo arresto la condotta del 44enne karateka denotava «una totale assenza di freni inibitori e un totale sprezzo delle regole di civile convivenza e di rispetto per la vita altrui, dimostrando infine di essere avvezzo all’uso della violenza e della prepotenza e di farvi ricorso con assoluta disinvoltura».

Non meno tenera era stata il giudice Anna Di Martino nelle motivazioni della sentenza di primo grado: «Al Cipriano non va riconosciuta nessuna attenuante. Il quadro che emerge, alla stregua della pluralità/serialità degli abusi commessi, è quello di un uomo del tutto incapace di reprimere i propri impulsi, ciò che, si badi, non è certo indice di patologia ma solo di sfrenato libertinaggio», la valutazione fatta dal magistrato in sede di condanna.

MAESTRO KARATE BRESCIAMAESTRO KARATE BRESCIA
«Siamo soddisfatti perché l’impianto della sentenza di primo grado – sottolinea all’uscita dall’aula l’avvocato Riccardo Caramello, il difensore di Giada una delle ragazze vittima delle morbose attenzioni di Cipriano – è stato confermato.

La riqualificazione chiesta dalla Procura generale ci sta perché per quell’episodio sarebbe stato esagerato configurare il reato di violenza sessuale». Soddisfatta, ma molto provata, è anche Giada: «Per i prossimi 9 anni Cipriano non potrà fare del male – osserva la ragazza che dai 12 ai 17 anni ha dovuto subire le attenzioni del maestro di karate – Alla luce di questa nuova sentenza mi auguro che l'ex moglie di Cipriano capisca finalmente quello che l’uomo con cui viveva ci ha fatto.

Un pensiero va anche a tutti i compagni di karate che non hanno mai creduto alle mie parole dicendo che mi ero inventata tutto. Il loro comportamento è ciò che mi ha dato la forza in questa lunga vicenda processuale».

Fonte: qui

sabato 6 ottobre 2018

CONFERMATE IN APPELLO LE CONDANNE AD ANGELO (8 ANNI) E DOMENICO SPADA (7) PER USURA ED ESTORSIONE


LE DENUNCE DI UN COMMERCIANTE E UN IMPRENDITORE CHE AVEVANO RICEVUTO UN PRESTITO DAL CLAN E POI ERANO STATI COSTRETTI DALL’EX CAMPIONE DEL MONDO DI PUGILATO E DAL PADRE A…


MALAGO DELRIO E DOMENICO SPADAMALAGO DELRIO E DOMENICO SPADA
Condanne confermate in appello per Angelo e Domenico Spada, padre e figlio sotto processo per l'accusa di usura ed estorsione. La II Corte d'appello di Roma, presieduta da Mario Frigenti, ha inflitto 8 anni di reclusione ad Angelo Spada e 7 anni al figlio Domenico, conosciuto come Vulcano ed ex campione del mondo di pugilato nella categoria Silver Wbc, confermando così la sentenza emessa nell'ottobre 2016 dal tribunale penale.

Condanne confermate anche per Antonietta Casamonica ed Antonietta Spinelli - rispettivamente a cinque anni (la prima) e tre anni e quattro mesi (la seconda) - imputate per un altro episodio specifico.
SPADA ARRESTISPADA ARRESTI





I fatti contestati erano due episodi di usura ed estorsione commessi tra il 2009 e il 2012.
Il primo episodio emerse dalle dichiarazioni di Fabio Del Gaudio, un commerciante che nel 2013 denunciò il pugile (poi arrestato l'anno dopo) per avere lo stesso preteso da lui l'intestazione di un immobile del valore di 400 mila euro, a fronte di un prestito di 140 mila.

Ruolo cruciale, secondo l'ipotesi accusatoria, l'ebbe anche Angelo Spada, il padre di Domenico, il quale, capendo le difficoltà del negoziante, gli avrebbe imposto di lavorare come garzone nella tabaccheria, di fatto espropriata. Un'imposizione decisa dopo che Del Gaudio aveva già consegnato ai due Spada 72 mila euro in contanti.
spadaSPADA

Nelle vicende di cui si è occupato il processo d'appello c'era anche quella che vedeva coinvolte Antonietta Casamonica e Antonietta Spinelli, ritenute responsabili del reato di usura nei confronti di Del Gaudio per due prestiti precedentemente richiesti, riscossi e in parte ceduti ai due Spada.
Per l'altro episodio, secondo l'ipotesi accusatoria gli Spada «pressarono» un imprenditore, Salvatore Merosi, che aveva ricevuto 40 mila euro in contanti, impegnandosi a restituirne 70 mila.

Per l'accusa, il costruttore, dopo essere stato malmenato, avrebbe eseguito lavori di ristrutturazione gratuiti nella casa che aveva ceduto al pugile a 100 mila euro, nonostante valesse il doppio. Condannati già in primo grado, i quattro imputati si sono visti confermare anche in appello la sentenza pronunciata in tribunale.

Fonte: qui

venerdì 6 luglio 2018

CONDANNATO IN APPELLO A 6 ANNI E 10 MESI PER IL CRAC DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO, L’EX BRACCIO DESTRO DI BERLUSCONI E GRANDE AMICO DI RENZI RISCHIA IL CARCERE

VERDINI USO’ L'ISTITUTO PER FORAGGIARE IMPRENDITORI AMICI E I SUOI GIORNALI DANDO SOLO, “OLTRE OGNI LOGICA CREDITIZIA”, AL GRUPPO FUSI CHE STAVA ANDANDO A ROTOLI

Fabio Amendolara per “la Verità”

verdini berlusconiVERDINI BERLUSCONI
Management e revisori erano appiattiti sulle sue decisioni. E il Credito cooperativo fiorentino di Campi Bisenzio, del quale è stato presidente dal 1990 al 2010, si era trasformato nella banca del presidente, ossia di Denis Verdini, l' ex deputato di Forza Italia che poi ha fondato Ala, la stampella del governo guidato da Matteo Renzi.

Quella Bcc a guida Verdini aveva perso la sua natura mutualistica e si era trasformata nel bancomat con cui il presidente finanziava le imprese dei suoi amici d' affari e tutte le sue attività editoriali fallimentari.
VERDINIVERDINI

Ora il crac del Credito cooperativo fiorentino gli costa, in appello, 6 anni e 10 mesi di reclusione. È la pena, scontata (in primo grado Verdini si era beccato 9 anni tondi tondi), decisa ieri dai giudici della Corte d'appello di Firenze (che hanno accolto anche i patteggiamenti dell' ex direttore generale, Pietro Italo Biagini, a 3 anni 10 dieci mesi e di numerosi membri del consiglio d'amministrazione e del collegio dei revisori dei conti a 1 anno e 8 mesi). A questo punto - appena la sentenza sarà definitiva - per il politico c'è rischio concreto di finire dietro le sbarre. In totale le condanne sono venti. I giudici hanno rifilato 5 anni e 10 mesi ciascuno agli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei.
denis verdiniDENIS VERDINI

Erano a capo di un gigante immobiliare e alberghiero e di un' impresa considerata per diversi anni il quinto colosso italiano delle costruzioni. Un colosso malato, però, visto che proprio Fusi in un altro processo ha dichiarato che la sua azienda andava a rotoli già nel 2007.

Condizione questa che avrebbe dovuto spingere la banca di Verdini a una maggiore prudenza nel sostenere quell' impero imprenditoriale decadente, come già nel 2007 aveva ammonito la Banca d' Italia, definita nel corso di una delle udienze «esoterica», «perché», disse Verdini, «scrive una cosa e anche il suo contrario». E ora che le sentenze sono state emesse, Verdini è in una posizione scomoda: «Non è vero che volevo far fallire la banca. Io ho dato tutto per quella banca.
Simonetta Fossombroni Denis VerdiniSIMONETTA FOSSOMBRONI DENIS VERDINI

Ho preso le ceneri di una piccola banca e l' ho fatta sviluppare, trasformandola in una comunità». Quasi una fotocopia delle dichiarazioni fatte in tribunale solo qualche settimana fa al processo per il fallimento della società editoriale che guidava: «Ho solo dato a questo giornale, l' ho sempre fatto, dall' inizio alla fine per tenerlo in vita. Mi fa enorme dispiacere che, con un debito sanato e lo sforzo compiuto, siamo arrivati lo stesso al fallimento».

Alla fine della requisitoria i procuratori generali Fabio Origlio e Luciana Singlitico avevano chiesto di condannare Verdini a 8 anni di reclusione. Una pena inferiore a quella di primo grado perché a Verdini è stata riconosciuta proprio una continuazione tra il reato di bancarotta per il Credito cooperativo fiorentino e la parte del processo che riguarda l' editoria. Il secondo filone giudiziario costa 1 anno e 5 mesi all' altro ex parlamentare di Ala e braccio destro di Verdini, Massimo Parisi.
RENZI VERDINIRENZI VERDINI

La Procura generale, inoltre, aveva contestato il reato di associazione a delinquere a Verdini, che per quell' accusa era già stato assolto in primo grado. Stessa contestazione anche per Fusi e Bartolomei per i quali sono stati chiesti rispettivamente 6 anni di reclusione e 6 anni e 3 mesi. Alla loro azienda venivano erogati sostegni a go go, senza che alla base delle richieste ci fossero le garanzie necessarie. Un aspetto della gestione che ha permesso ai giudici di primo grado di definirla «imprudente quanto ambiziosa, seguita dalla consapevolezza, maturata dapprima dal senatore Verdini e subito dopo anche dal management, di un imminente disastro, ormai inevitabile e reso poi palese dall' ispezione della Banca d' Italia del 2010».

Nonostante lo sfascio e nonostante la crisi del gruppo Fusi-Bartolomei fosse nota, la banca di Verdini aveva continuato a sostenere i due imprenditori, «nella piena consapevolezza della precarietà della loro situazione». Le imprese attive, ha ricostruito il processo di primo grado, vivevano sul filo del rasoio.

VERDINIVERDINI
Le ragioni per cui, nonostante tutto, il Credito cooperativo fiorentino continuò a finanziare «oltre ogni logica creditizia» i due imprenditori vanno ricercate, secondo l' accusa, proprio in quei rapporti «forti e intensi» fra Verdini e Riccardo Fusi, documentati fra l' altro da numerose intercettazioni. Gli affari andati in fumo sono stati quantificati complessivamente in 100 milioni di euro di finanziamenti decisi da Verdini e deliberati dal consiglio d' amministrazione senza battere ciglio. «Un danno enorme», secondo l' accusa, «causato dalla patologia dei finanziamenti concessi, dall' indifferenza verso la vigilanza e dallo spregio delle regole».

maria elena boschi denis verdiniMARIA ELENA BOSCHI DENIS VERDINI
La difesa di Verdini, sostenuta dagli avvocati Franco Coppi ed Ester Molinaro, ha giocato la sua ultima carta, cercando di far leva sui pregiudizi e hanno sostenuto in aula: «È bastato il nome di Verdini, purtroppo, per la colpevolezza». Il gioco, però, è andato male e la loro tesi non ha convinto i giudici. Ora non resta loro che attendere le motivazioni della sentenza e sperare di poter ricorrere in Cassazione.

4 Luglio 2018

Fonte: qui

lunedì 2 luglio 2018

“SU VIA D'AMELIO UNO DEI PIÙ GRAVI DEPISTAGGI DELLA STORIA GIUDIZIARIA ITALIANA”

NELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DEL PROCESSO BORSELLINO QUATER, I GIUDICI DELLA CORTE D'ASSISE DI CALTANISSETTA CERTIFICANO GLI INTERVENTI DI “SOGGETTI INSERITI NEGLI APPARATI DELLO STATO” PER NASCONDERE LA VERITÀ SULLA STRAGE DI VIA D'AMELIO. GLI UOMINI DELLO STATO CHIAMATI IN CAUSA SONO ALCUNI INVESTIGATORI GUIDATI DALL’ALLORA CAPO DELLA SQUADRA MOBILE DI PALERMO ARNALDO LA BARBERA: DOVEVANO SCOPRIRE I RESPONSABILI DELLE BOMBE, INVECE COSTRUIRONO A TAVOLINO ALCUNI FALSI PENTITI...

I "SUGGERITORI OCCULTI", L'AGENDA ROSSA, IL RUOLO DI SCARANTINO E BRUNO CONTRADA

Salvo Palazzolo per www.repubblica.it

AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINOAGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO
"Soggetti inseriti negli apparati dello Stato" indussero Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i poliziotti della scorta. "È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana", accusano i giudici della corte d’assise di Caltanissetta, che ieri hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: 1.856 pagine, dodici capitoli, un lavoro minuzioso di ricostruzione firmato dal presidente Antonio Balsamo e dal giudice a latere Janos Barlotti, che rappresenta una tappa importante nel difficile percorso di ricerca della verità, perché fissa in maniera chiara i misteri ancora irrisolti e indica una strada per proseguire le indagini.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO
Indagini che puntano al cuore dello Stato. Scrive la corte: "È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi". 

Gli uomini dello Stato chiamati in causa sono alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: dovevano scoprire i responsabili delle bombe, invece costruirono a tavolino alcuni falsi pentiti. La corte non crede per ansia di giustizia e di risultato. No.
PAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIOPAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIO

Vennero suggerite a Scarantino "un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero". Il furto della 126 rubata mediante la rottura del bloccasterzo è la verità che ha poi raccontato nel 2008 il pentito Gaspare Spatuzza. Come facevano i suggeritori a sapere la storia della 126? "È del tutto logico ritenere — scrivono ora i giudici — che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte".

LA BORSA DI PAOLO BORSELLINOLA BORSA DI PAOLO BORSELLINO




Chi ispirò i suggeritori? La corte ricorda che il 13 agosto 1992, il centro Sisde (il servizio segreto civile) di Palermo, comunicò alla sede centrale che "la locale polizia aveva acquisito significativi elementi sull’autobomba". E ancora la corte rileva "l’iniziativa decisamente irrituale" dell’allora procuratore di Caltanissetta Tinebra di chiedere la collaborazione nelle indagini di Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde, poi arrestato per mafia dai pm di Palermo nel dicembre del 1992.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO



"Una richiesta di collaborazione decisamente irrituale — ribadisce la sentenza — perché Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria". Tanta "rapidità nel chiedere la collaborazione di Contrada già il giorno immediatamente successivo alla strage — scrivono ancora i giudici — a cui fece seguito la mancata audizione del dottore Borsellino nel periodo dei 57 giorni" che gli rimasero da vivere. 

E col Sisde collaborava anche il capo della Mobile La Barbera, pure questo ricorda la sentenza.

PAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIOPAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIO
E viene scritto, per la prima volta: c’è un "collegamento tra il depistaggio dell’indagine e l’occultamento dell’agenda rossa di Borsellino". 

Perché per i giudici La Barbera è anche "intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".

giovanni falcone paolo borsellinoGIOVANNI FALCONE PAOLO BORSELLINO




Ci furono dunque poliziotti indefeli che pilotarono il falso pentito per finalità tutte da scoprire. Ma ci furono anche magistrati distratti. La corte d’assise non fa nomi, però scrive: "Un insieme di fattori avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni di Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata".

E viene ricordato che due pm, Ilda Boccassini e Roberto Saieva, avevano scritto una nota ai colleghi per segnalare "l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino su via D’Amelio". Ma restarono inascoltati. 

Accadde di peggio. 

A nessun magistrato della procura nissena sembrò strano che "La Barbera facesse dei colloqui investigativi con Scarantino nonostante avesse iniziato a collaborare con la giustizia".

VINCENZO SCARANTINOVINCENZO SCARANTINOARNALDO LA BARBERAARNALDO LA BARBERA















Si farà un processo per il depistaggio nelle indagini di via D'Amelio. Imputati, il dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Nei giorni scorsi, il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto il rinvio a giudizio per i tre poliziotti del gruppo di La Barbera.

Fonte: qui

sabato 2 dicembre 2017

PIGNATONE RICORRE IN APPELLO CONTRO LA SENTENZA DEL PROCESSO “MONDO DI MEZZO” CULMINATO NELLE CONDANNE A 20 ANNI PER CARMINATI E 19 PER BUZZI

PER LA PROCURA DI ROMA L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE ERA “DI STAMPO MAFIOSO”

(ANSA) - La procura di Roma ha depositato oggi l'appello contro la sentenza emessa il 20 luglio scorso dai giudici della X sezione del tribunale a conclusione del processo cosiddetto Mondo di Mezzo culminato nelle condanne, tra gli altri, di Massimo Carminati a 20 anni di reclusione, e Salvatore Buzzi a 19 anni. Nell'impugnazione la procura ribadisce che l'oggetto del processo è stata una organizzazione di stampo mafioso.

Nel ricorso, firmato dal procuratore Giuseppe Pignatone, gli aggiunti Paolo Ielo e Giuseppe Cascini ed il sostituto Luca Tescaroli, la procura ribadisce il proprio impianto con particolare riferimento all'esistenza di una sola organizzazione di stampo mafioso guidata da Carminati e Buzzi. I giudici di primo grado hanno invece riconosciuto l'esistenza di due distinte associazioni per delinquere semplici, annullando l'aggravante della matrice mafiosa.

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mercoledì 15 novembre 2017

Si spartivano coi rom il bottino dei furti in Centrale: ridotta la pena ai due poliziotti


Milano,14 novembre 2017 - Pena ridotta in appello per i due poliziotti accusati di aver taglieggiato alcune borseggiatrici rom che derubavano i passeggeri all'interno della stazione Centrale. 
La Corte d'Appello di Milano ha condannato i due agenti della Squadra Mobile a 6 anni di carcere ciascuno, contro i 7 anni decisi per loro nel febbraio scorso al termine del processo di primo grado.
Un ritocco al ribasso della pena dovuto alla riqualificazione del reato contestato agli imputati: non più concussione ma induzione indebita, così come previsto dalle modifiche introdotte dalla riforma Severino. Confermate invece le pene accessorie già stabilite nel primo grado di giudizio, compresa l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'estinzione del loro rapporto di lavoro con l'amministrazione dello Stato. Il che, sul piano pratico, significa che se la condanna diventerà definitiva, i due agenti non potranno più lavorare in Polizia. Per i due agenti in servizio al Dipartimento Crimini Diffusi della Squadra Mobile di Milano, gli arresti domiciliari erano scattati nel dicembre 2015.
I due, stando a quanto emerso nell'inchiesta condotta dal pm Antonio D'Alessio (nel frattempo trasferito alla Procura di Napoli) soprattutto sulla base dei filmati delle telecamere di sicurezza dello scalo ferroviario milanese, tra l'ottobre 2014 e il dicembre 2015 avrebbero chiesto il pizzo ad alcune rom sorprese a derubare turisti stranieri, soprattutto giapponesi e americani, per "non denunciarle". Altrimenti, sempre secondo l'accusa, sarebbe scattata la minaccia di far "portare via" i loro bambini dal Tribunale dei Minori. Le borseggiatrici avrebbero così agito indisturbate, riuscendo a incassare dai furti commessi in stazione Centrale una somma compresa tra i 5 e i 20mila euro a settimana. Parte del bottino sarebbe poi finito nelle tasche dei due poliziotti.
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