9 dicembre forconi: motivazioni
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martedì 11 dicembre 2018

IL MONDO DI MEZZO: ECCO PERCHE’ ERA MAFIA


QUELLO DI CARMINATI E BUZZI FU “UN COLLAUDATO SISTEMA DI CORRUTTELA E PREVARICAZIONE” 
AI FINI DELLA SUSSISTENZA DELLA ASSOCIAZIONE MAFIOSA, NON È RILEVANTE NÉ IL NUMERO MODESTO DELLE VITTIME NÉ IL LIMITATO CONTESTO RELAZIONALE E TERRITORIALE MA..."
(ANSA) "Ai fini della sussistenza della associazione mafiosa, non è rilevante né il numero modesto delle vittime né il limitato contesto relazionale e territoriale. Non può escludersi il carattere mafioso perché non sono elementi costitutivi né il controllo generale del territorio né una generalizzata condizione di assoggettamento e omertà della collettività. Carminati conferì forza di intimidazione e Buzzi conferì il collaudato sistema di corruttela e prevaricazione".

MAFIA CAPITALE - MONDO DI MEZZOMAFIA CAPITALE - MONDO DI MEZZO
Così i giudici della Corte d'Appello nelle motivazioni della sentenza con cui hanno riconosciuto il 416 bis. Nel documento di 590 pagine i giudici della terza sezione della corte d'Appello scrivono che "elementi di fatto a conferma del carattere mafioso dell'associazione possono trarsi anche dalla protezione garantita ad imprenditori e dal successivo inserimento nella loro attività con un rapporto caratterizzato dalla gestione di affari in comune".

buzzi carminatiBUZZI CARMINATI
Per quanto riguarda il carattere dell'omertà i giudici affermano che "nel settore della pubblica amministrazione nessuno, e nemmeno gli imprenditori che avevano rinunciato a gare di appalti, presentò atti di denuncia o manifestò dissenso. Questa condizione di assoggettamento e di omertà derivante dalla forza intimidatrice espressa dall'associazione emerse soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche", scrivono i giudici.

Fonte: qui

sabato 13 ottobre 2018

ECCO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI APPELLO CHE HA CONFERMATO LA CONDANNA A 30 ANNI DI CARCERE PER MANUEL FOFFO



“QUELLA DI MANUEL FOFFO SU LUCA VARANI E’ STATA UNA VIOLENZA SADICA E RIPETUTA PER PROVARE PIACERE” 

“ERA MOSSO DA UN MOVENTE RIVELATORE DI UN TALE GRADO DI PERVERSITÀ DA DESTARE PROFONDA RIPUGNANZA IN OGNI PERSONA DI MEDIA MORALITÀ”

Davide Manlio Ruffolo per http://www.lanotiziagiornale.it

La “violenza sadica e ripetuta” per provare piacere attraverso la sofferenza di un innocente. E’ questo uno dei passaggi shock contenuti all’interno delle motivazioni della sentenza di secondo grado con cui è stata interamente confermata la precedente condanna a 30 anni inflitta a Manuel Foffo, l’autore del brutale e insensato omicidio del 23enne Luca Varani. Nessuno sconto di pena, spiegano i giudici, perché il condannato era mosso da un movente spregevole e ignobile, ritenuto “rivelatore di un tale grado di perversità da destare profonda ripugnanza in ogni persona di media moralità”.

OMICIDIO LUCA VARANIOMICIDIO LUCA VARANI
Non solo, la barbarie non è stata di certo rapida e, per tutto il tempo, l’imputato era perfettamente consapevole del fatto che la vittima fosse ancora in vita. Come anche di quanto dolore, per giunta gratuito e inutile, Luca stesse soffrendo. Un dettaglio che era stato lo stesso Foffo a raccontare al pubblico ministero Francesco Scavo, negli oltre 9 interrogatori sostenuti in fase d’indagine, affermando che Varani, per tutto il tempo, si lamentava ed emetteva suoni strazianti. Un massacro infinito perché, nonostante le torture, Luca “non voleva morire, dopo un minuto di silenzio ricominciava a respirare”.
IL CORPO SENZA VITA DI LUCA VARANIIL CORPO SENZA VITA DI LUCA VARANI

LA MATTANZA – L’omicidio, rapidamente diventato un caso nazionale e scandito giornalmente dalle sconvolgenti scoperte degli investigatori, risale al 4 marzo del 2016. Quel giorno nell’appartamento di via Igino Giordani al Collatino, quartiere periferico della Capitale, Foffo e il complice Marco Prato, quest’ultimo morto suicida in carcere, mettevano fine alla vita di Varani dopo una violenza brutale e insensata, giunta al termine di un festino durato tre giorni. Ben 72 ore in cui i due amici si erano fondamentalmente chiusi in loro stessi, abbandonandosi completamente ad alcol, droghe e rapporti sessuali. Ma con il passare del tempo, un pensiero indicibile prendeva corpo nella loro testa: uccidere un innocente.
MARCO PRATO - LUCA VARANI - MANUEL FOFFOMARCO PRATO - LUCA VARANI - MANUEL FOFFO

Così nei giorni antecedenti l’omicidio, avevano fatto anche un giro in macchina per le vie di Roma alla ricerca di un qualsiasi soggetto che a loro potesse andare a genio. Non trovandolo, facevano ritorno a casa a mani vuote ma anziché desistere dal loro intento, la ricerca della vittima veniva semplicemente posticipata di poche ore. La ricerca della vittima perfetta, in quello che sembrava un macabro casting fatto di inviti a casa spediti tramite Whatsapp, terminava proprio il 4 marzo quando la scelta ricadeva su Luca.
LUCA VARANILUCA VARANI






L’ignaro ragazzo riceveva l’invito e così raggiungeva gli amici in quella che diventerà tristemente nota come la casa degli orrori di Roma Est. Appena arrivato e con l’inganno, Luca veniva fatto denudare poi i suoi assassini gli servivano un terrificante cocktail nel quale, senza farsene accorgere, avevano versato un medicinale a base di GHB. Ormai stordito e assolutamente incapace di difendersi, Luca veniva massacrato con oltre 100 colpi, sferrati con 1 martello e 3 coltelli, per oltre 2 ore di agonia.

Fonte: qui

giovedì 2 agosto 2018

DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA DELL’EX SINDACO DI ROMA PER LE CENE PAGATE CON LA CARTA DI CREDITO DEL COMUNE: I GIUDICI NON CREDONO CHE SI SIA TRATTATO DI DISORDINE, MA DI UNA STRATEGIA

QUELLE CENE FACEVANO PARTE DI UNA POLITICA DI PUBBLICHE RELAZIONI A VANTAGGIO DEL CHIRURGO…


Il disordine metodico, quasi scientifico, nella contabilità dell' ex sindaco Ignazio Marino, quel disordine che ha impedito di ricostruire in modo convincente la finalità istituzionale delle sue cene, era propedeutico a un uso strumentale della carta di credito capitolina.

I giudici non credono a un Marino naif, assorbito da impegni troppo alti per misurarsi con i problemi della contabilità.

L' intraprendenza dell' ex sindaco e la subalternità dei dipendenti del cerimoniale (che avrebbero dovuto controllare le spese ma non lo fecero) portarono a un abuso della carta di credito, utilizzata come il benefit che in realtà non era.

Questo per un totale di circa 12mila euro spese in cinquantasei cene, teoricamente di rappresentanza. In realtà secondo il presidente della terza sezione penale della corte d'appello, Raffaele Montaldi, quei convivi furono l'estensione, ai tempi di un incarico istituzionale, di un' accorta politica di pubbliche relazioni a vantaggio del chirurgo.

«E che si sia effettivamente trattato di una metodica strumentale all' arbitrario e incontrollabile utilizzo personale della carta di credito comunale, del resto, è anche desumibile dal fatto che elementi specificativi e integrativi circa l' addotta finalità pubblicistica delle spese non sono risultati ricavabili neanche dall' agenda elettronica istituzionale del sindaco» scrivono i giudici.
maria elena boschi ignazio marinoMARIA ELENA BOSCHI IGNAZIO MARINO

L' inchiesta dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria avevano evidenziato diverse incongruenze nella massa di giustificativi addotti da Marino per motivare cene e pranzi. I giudici sottolineano la serialità dei comportamenti poco accorti: «La sistematicità delle incontrollabili e soltanto apparenti giustificazioni addotte dal Marino nella quasi totalità dei casi porta a concludere con ogni ragionevolezza» che non si è trattato di iniziale disorientamento.
 
Bensì di strategia. In questo senso il giudice del secondo grado la pensa diversamente dal gup che, in un primo grado, lo aveva assolto. «Lungi dall' essersi trattato, come ha invece ritenuto il primo giudice, di accidentali errori, discrasie o imprecisioni riconducibili ad un sistema organizzativo improntato, quanto meno inizialmente, ad una certa approssimazione e superficialità», Marino ha pianificato il suo comportamento.

«Inimmaginabile sul piano logico esperienziale, neanche in via di astratta ipotesi argomentativa, che un professionista politico di così consolidata esperienza di primario livello nei più vari settori socioeconomici e culturali possa aver realmente curato l' essenziale aspetto della gestione delle proprie relazioni interpersonali con modalità talmente improvvisate ed estemporanee, quasi che egli "raccattasse" occasionalmente i suoi commensali per la strada, negli uffici capitolini o nei più svariati consessi in cui di volta in volta presenziava».

MARINOMARINO
Al contrario «si è trattato in realtà di una vera e propria metodica strumentale di compilazione dei giustificativi appositamente utilizzata, grazie alla ben scarsa incidenza dei controlli interni». A questo punto bisognerà capire cosa ne sarà del capitolo erariale.

Fonte: qui

sabato 21 luglio 2018

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CHE HA CONDANNATO MORI, SUBRANNI E DE DONNO, L'INATTENDIBILITÀ DI CIANCIMINO E IL RUOLO DI DELL’UTRI, A 26 ANNI DALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO LA VERITÀ È ANCORA LONTANA

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO
Ad ammettere l' accelerazione della strage di via D' Amelio fu lo stesso Totò Riina, nelle conversazioni col suo compagno di passeggio intercettate in carcere nel 2013.

«Ma non era studiato da mesi, studiato alla giornata...», disse in un' occasione il boss. E pochi giorni dopo: «Arriva chiddu (quello, ndr), ma subitu... subitu!... rammi un pocu ri tempu (dammi un po' di tempo, ndr)...». Per i giudici queste parole «sono la conferma» che «effettivamente nei giorni precedenti la strage ebbe a verificarsi un qualche accadimento che ha indotto il Riina a concentrarsi, con immediatezza, nell' uccisione del dottor Borsellino».

STRAGE DI VIA D'AMELIOSTRAGE DI VIA D'AMELIO
Che questo «accadimento» fosse la scoperta, da parte del magistrato, della trattativa fra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra non è provato, ma è una «conclusione che trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi».

PAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIOPAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIO
Le motivazioni della sentenza che tre mesi fa ha condannato i tre ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, oltre all' ex senatore Dell' Utri, per il reato di «violenza o minaccia a un Corpo politico dello Stato» commesso insieme ad alcuni boss mafiosi tra il '92 e il '94, parlano della strage di 26 anni fa, ma anche di molti altri fatti verificatisi in quella stagione di bombe e di profonde mutazioni politiche.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO
Analizzando, inevitabilmente, l' arrivo al governo di Silvio Berlusconi con il partito di Forza Italia, costruito in pochi mesi insieme a Dell' Utri che aveva rapporti diretti con i boss, come dimostrato dalla sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa richiamata più volte dai giudici della corte d' Assise di Palermo.

L' ex senatore informò il boss mafioso Vittorio Mangano fino a tutto il 1994, delle riforme che il neonato governo guidato dal leader di Forza Italia aveva in cantiere. Alcune delle quali gradite ai mafiosi.

PALERMO 19 LUGLIO 1992 - STRAGE IN VIA D'AMELIOPALERMO 19 LUGLIO 1992 - STRAGE IN VIA D'AMELIO
Non importa che queste fossero frutto di un semplice e legittimo spirito garantista della nuova maggioranza, e non dettate dal ricatto mafioso; l'importante è che tramite Dell' Utri l' avvertimento sia arrivato a Palazzo Chigi, e questo per i giudici è dimostrato.

«Si ha definitiva conferma - scrivono nelle oltre 5.200 pagine della sentenza - che il destinatario finale della "pressione" o dei "tentativi di pressione", cioè Berlusconi nel momento in cui riceveva la carica di presidente del Consiglio venne a conoscenza della minaccia in essi insita, e del conseguente pericolo di reazioni stragiste».

dell'utriDELL'UTRI
Che Dell' Utri non coltivasse banali «conversazioni da salotto» con un «quisque de populo», bensì veri e propri «rapporti con l' associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Mangano», Berlusconi lo sapeva bene.

Un fatto «incontestabilmente dimostrato dall' esborso da parte di società facenti capo al Berlusconi medesimo, di ingenti somme di denaro effettivamente versate a Cosa nostra» fino a tutto il 1994, quando l' imprenditore divenne anche premier: un versamento di 250 milioni di lire, riferito da un pentito, che la corte sostiene di aver «accertato per la prima volta in questo processo».

PAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIOPAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIO
È il motivo per cui è stata giudicata inutile la testimonianza del leader di Forza Italia, giacché «non potrebbe mai assumere la veste di testimone "puro" per la natura autoindiziante che inevitabilmente avrebbero le sue dichiarazioni».

Oltre a Dell' Utri, la corte ha condannato i tre ex carabinieri imputati dello stesso reato che tra il 1992 e il '93, prima che Berlusconi diventasse presidente del Consiglio, si è «consumato mediante la ricezione, da parte di esponenti del governo, del messaggio ricattatorio originato dalla esortazione e istigazione di cui anche De Donno, insieme a Mori e Subranni, è stato autore».

MARIO MORIMARIO MORI
Sul motivo per cui la trattativa fu avviata, i giudici tornano all' ipotesi che ad avviarla sia stato l' ex ministro democristiano Calogero Mannino (assolto in primo grado nel giudizio abbreviato, ora è in corso l' appello), il quale temeva, dopo l' omicidio di Salvo Lima del 12 marzo 1992, di essere la vittima successiva della vendetta mafiosa.

La prova non c' è, dice la corte, ma «la valutazione logica dei fatti» induce a ritenere che «anche le preoccupazioni di Mannino non siano state estranee nella maturazione degli eventi definiti trattativa Stato-mafia».

Don Vito e Massimo CianciminoDON VITO E MASSIMO CIANCIMINO
La sentenza certifica la «complessiva inattendibilità» di Massimo Ciancimino, condannato per calunnia nei confronti dell' ex capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre l' assoluzione dell' ex ministro Nicola Mancino per il reato di falsa testimonianza porta con sé la valutazione sulle famose telefonate tra l' ex ministro e il Quirinale nel 2012, al tempo dell' indagine.

«Iniziativa inammissibile» e «al di fuori di ciò che l' ordinamento consente», scrivono i giudici; una «anomalia certamente colta sia dagli uffici della presidenza della Repubblica, che dalla Procura generale della Cassazione e dalla Procura nazionale antimafia», dove tutti «sono stati attenti a non travalicare i limiti delle proprie competenze».

Fonte: qui

mercoledì 13 settembre 2017

STRAGE DI BRESCIA: DOPO APPENA 43 ANNI ARRIVANO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CASSAZIONE

“MAGGI E’ IL MANDANTE CERTO E TRAMONTE PARTECIPE” . 
CONFERMATO L’ERGASTOLO AI DUE NEOFASCISTI
Da Ansa

"Il compendio probatorio acquisito nei confronti di Maggi non lascia alcuno spazio per dubitare del suo ruolo organizzativo" nella strage di Brescia (28 maggio 1974, otto morti e 102 feriti) "sul quale convergono non solo le dichiarazioni accusatorie di Tramonte e di Digilio, ma tutti gli altri elementi indiziari".
CARLO MARIA MAGGI STRAGE BRESCIACARLO MARIA MAGGI STRAGE BRESCIA

strage bresciaSTRAGE BRESCIA
Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi del verdetto che il 20 giugno ha confermato l'ergastolo per i neofascisti Carlo Maria Maggi, mandante, e Maurizio Tramonte partecipe del piano stragista.

Fonte: qui