9 dicembre forconi: stato-mafia
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sabato 21 luglio 2018

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CHE HA CONDANNATO MORI, SUBRANNI E DE DONNO, L'INATTENDIBILITÀ DI CIANCIMINO E IL RUOLO DI DELL’UTRI, A 26 ANNI DALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO LA VERITÀ È ANCORA LONTANA

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO
Ad ammettere l' accelerazione della strage di via D' Amelio fu lo stesso Totò Riina, nelle conversazioni col suo compagno di passeggio intercettate in carcere nel 2013.

«Ma non era studiato da mesi, studiato alla giornata...», disse in un' occasione il boss. E pochi giorni dopo: «Arriva chiddu (quello, ndr), ma subitu... subitu!... rammi un pocu ri tempu (dammi un po' di tempo, ndr)...». Per i giudici queste parole «sono la conferma» che «effettivamente nei giorni precedenti la strage ebbe a verificarsi un qualche accadimento che ha indotto il Riina a concentrarsi, con immediatezza, nell' uccisione del dottor Borsellino».

STRAGE DI VIA D'AMELIOSTRAGE DI VIA D'AMELIO
Che questo «accadimento» fosse la scoperta, da parte del magistrato, della trattativa fra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra non è provato, ma è una «conclusione che trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi».

PAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIOPAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIO
Le motivazioni della sentenza che tre mesi fa ha condannato i tre ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, oltre all' ex senatore Dell' Utri, per il reato di «violenza o minaccia a un Corpo politico dello Stato» commesso insieme ad alcuni boss mafiosi tra il '92 e il '94, parlano della strage di 26 anni fa, ma anche di molti altri fatti verificatisi in quella stagione di bombe e di profonde mutazioni politiche.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO
Analizzando, inevitabilmente, l' arrivo al governo di Silvio Berlusconi con il partito di Forza Italia, costruito in pochi mesi insieme a Dell' Utri che aveva rapporti diretti con i boss, come dimostrato dalla sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa richiamata più volte dai giudici della corte d' Assise di Palermo.

L' ex senatore informò il boss mafioso Vittorio Mangano fino a tutto il 1994, delle riforme che il neonato governo guidato dal leader di Forza Italia aveva in cantiere. Alcune delle quali gradite ai mafiosi.

PALERMO 19 LUGLIO 1992 - STRAGE IN VIA D'AMELIOPALERMO 19 LUGLIO 1992 - STRAGE IN VIA D'AMELIO
Non importa che queste fossero frutto di un semplice e legittimo spirito garantista della nuova maggioranza, e non dettate dal ricatto mafioso; l'importante è che tramite Dell' Utri l' avvertimento sia arrivato a Palazzo Chigi, e questo per i giudici è dimostrato.

«Si ha definitiva conferma - scrivono nelle oltre 5.200 pagine della sentenza - che il destinatario finale della "pressione" o dei "tentativi di pressione", cioè Berlusconi nel momento in cui riceveva la carica di presidente del Consiglio venne a conoscenza della minaccia in essi insita, e del conseguente pericolo di reazioni stragiste».

dell'utriDELL'UTRI
Che Dell' Utri non coltivasse banali «conversazioni da salotto» con un «quisque de populo», bensì veri e propri «rapporti con l' associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Mangano», Berlusconi lo sapeva bene.

Un fatto «incontestabilmente dimostrato dall' esborso da parte di società facenti capo al Berlusconi medesimo, di ingenti somme di denaro effettivamente versate a Cosa nostra» fino a tutto il 1994, quando l' imprenditore divenne anche premier: un versamento di 250 milioni di lire, riferito da un pentito, che la corte sostiene di aver «accertato per la prima volta in questo processo».

PAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIOPAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIO
È il motivo per cui è stata giudicata inutile la testimonianza del leader di Forza Italia, giacché «non potrebbe mai assumere la veste di testimone "puro" per la natura autoindiziante che inevitabilmente avrebbero le sue dichiarazioni».

Oltre a Dell' Utri, la corte ha condannato i tre ex carabinieri imputati dello stesso reato che tra il 1992 e il '93, prima che Berlusconi diventasse presidente del Consiglio, si è «consumato mediante la ricezione, da parte di esponenti del governo, del messaggio ricattatorio originato dalla esortazione e istigazione di cui anche De Donno, insieme a Mori e Subranni, è stato autore».

MARIO MORIMARIO MORI
Sul motivo per cui la trattativa fu avviata, i giudici tornano all' ipotesi che ad avviarla sia stato l' ex ministro democristiano Calogero Mannino (assolto in primo grado nel giudizio abbreviato, ora è in corso l' appello), il quale temeva, dopo l' omicidio di Salvo Lima del 12 marzo 1992, di essere la vittima successiva della vendetta mafiosa.

La prova non c' è, dice la corte, ma «la valutazione logica dei fatti» induce a ritenere che «anche le preoccupazioni di Mannino non siano state estranee nella maturazione degli eventi definiti trattativa Stato-mafia».

Don Vito e Massimo CianciminoDON VITO E MASSIMO CIANCIMINO
La sentenza certifica la «complessiva inattendibilità» di Massimo Ciancimino, condannato per calunnia nei confronti dell' ex capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre l' assoluzione dell' ex ministro Nicola Mancino per il reato di falsa testimonianza porta con sé la valutazione sulle famose telefonate tra l' ex ministro e il Quirinale nel 2012, al tempo dell' indagine.

«Iniziativa inammissibile» e «al di fuori di ciò che l' ordinamento consente», scrivono i giudici; una «anomalia certamente colta sia dagli uffici della presidenza della Repubblica, che dalla Procura generale della Cassazione e dalla Procura nazionale antimafia», dove tutti «sono stati attenti a non travalicare i limiti delle proprie competenze».

Fonte: qui

lunedì 23 aprile 2018

DOPO LA SENTENZA SULLA TRATTATIVE STATO-MAFIA, NINO DI MATTEO SI TOGLIE UN PO’ DI MACIGNI DALLA TOGA

“CHI CI DOVEVA DIFENDERE E’ STATO ZITTO, A PARTIRE DA ANM E CSM” 

“QUELLO CHE MI HA FATTO PIÙ MALE È CHE RISPETTO ALLE ACCUSE DI USARE STRUMENTALMENTE IL LAVORO ABBIAMO AVVERTITO UN SILENZIO ASSORDANTE” 

LA REPLICA DELL'ASSOCIAZIONE MAGISTRATI


NINO DI MATTEONINO DI MATTEO
«Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto, a partire dall' Anm e dal Csm». Ospite a «1/2 ora in più» di Lucia Annunziata su Raitre, Nino Di Matteo, pm del processo di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ora alla Direzione nazionale antimafia, ha polemizzato con l' Associazione nazionale magistrati e con il Consiglio superiore della magistratura.

lucia annunziata in mezz oraLUCIA ANNUNZIATA IN MEZZ ORA
«Ho sempre creduto nella doverosità di questo processo, qualunque esito avesse avuto», ha spiegato in tv, dopo la sentenza che ha inflitto pene pesantissime a ex vertici del Ros come il generale Mario Mori e all'ex senatore Marcello Dell' Utri, condannati a 12 anni e accusati di aver rafforzato Cosa nostra, scegliendo la via del dialogo coi clan durante le stragi del '92 e del '93.

«Abbiamo sempre difeso dagli attacchi l'autonomia e l' indipendenza dei magistrati, anche a favore dei colleghi di Palermo», replica Francesco Minisci, presidente Anm, sindacato delle toghe. «E continueremo a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie».

marcello dell utri libri antichiMARCELLO DELL UTRI LIBRI ANTICHI
Nel lungo colloquio con la Annunziata, Di Matteo ha poi sottolineato l'importanza del verdetto che conferma in pieno la tesi dell'accusa: mentre esplodevano le bombe mafiose, pezzi delle istituzioni scendevano a patti con i clan.

«Gli ufficiali dei carabinieri sono stati condannati per avere svolto un ruolo di mediazione delle richieste della mafia nel '92, quindi rispetto ai governi della Repubblica presieduti da Amato e Ciampi, mentre Dell'Utri è stato condannato per avere svolto il medesimo ruolo nel periodo successivo a quando Berlusconi è diventato premier.

NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO jpegNICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO 
Non pensiamo che abbiano agito da soli, ma che siano stati mandati e incoraggiati da altri. Servirebbe un pentito di Stato che facesse chiarezza piena»

E aggiunge: «La sentenza ritiene che Dell' Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all' avvento alla presidenza del Consiglio di Berlusconi». Protesta il legale di Dell' Utri, Giuseppe Di Peri: «Con la sentenza che ha condannato Dell' Utri per il periodo precedente al 1992 ne è stata pronunciata anche una di assoluzione piena per i fatti successivi a quell' anno».
MARIO MORIMARIO MORI

Dopo Di Matteo, è intervenuto un altro imputato eccellente del processo, l' ex ministro dc Nicola Mancino che ha detto: «Sono felice di essere stato assolto. Mai saputo di una trattativa. Mi rifiutai di trattare ai tempi del sequestro Moro, figuriamoci se avrei tollerato di farlo con la mafia». L'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa ha dichiarato: «Ho apprezzato la sua assoluzione». Intanto l'ex Guardasigilli Claudio Martelli, osserva: «Il tentativo di passare alla Seconda o alla Terza Repubblica, è fallito il 4 dicembre del 2016. Ci aggiriamo tra le macerie della Prima, esercizio sportivo che dura da 25 anni».

Fonte: qui

venerdì 20 aprile 2018

L’EX PRESIDENTE DEL SENATO, NICOLA MANCINO, ASSOLTO AL PROCESSO STATO-MAFIA DALL’ACCUSA DI FALSA TESTIMONIANZA - CONDANNATI ..

CONDANNATI GLI EX VERTICI DEL ROS MARIO MORI, SUBRANNI E DE DONNO, L’EX SENATORE DELL’UTRI, MASSIMO CIANCIMINO E I BOSS BAGARELLA E CINÀ 

PRESCRITTE LE ACCUSE NEI CONFRONTI DEL PENTITO GIOVANNI BRUSCA


Nicola MancinoNICOLA MANCINO
Gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. A 12 anni, per lo stesso reato, è stato condannato l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, a 28 anni sempre per minaccia a corpo politico dello Stato, è stato condannato il capo mafia Leoluca Bagarella. Per lo stesso reato dovrà scontare 12 anni il boss Antonino Cinà. 

L’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni. Massimo Ciancimino, accusato in concorso in associazione mafiosa e calunnia dell’ex capo della polizia De Gennaro, ha avuto 8 anni.  

La Corte ha assolto dall’accusa di falsa testimonianza l’ex ministro democristiano Nicola Mancino. I pm avevano chiesto per lui una condanna a sei anni di carcere. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca.  

Mancino: finita la mia sofferenza  
«Sono sollevato. È finita la mia sofferenza anche se sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora» ha commentato l’ex ministro Mancino.  

Pm: sentenza dedicata a Borsellino  
«Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia» ha detto Vittorio Teresi, il Pm del pool che ha istruito il processo , dopo la lettura del dispositivo. 
«È stata confermata - ha aggiunto - la tesi principale dell’accusa che riguardava l’ignobile ricatto fatto dalla Mafia allo Stato a cui si sono piegati pezzi delle istituzioni». «È un processo - ha concluso - che andava fatto ad ogni costo».  

dell utri libri antichiDELL' UTRI LIBRI ANTICHIANTONIO SUBRANNIANTONIO SUBRANNI

“LA TRATTATIVA STATO-MAFIA CI FU” 

LA SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO DICE A CHIARE LETTERE CHE LA STRATEGIA MAFIOSA DI ATTACCO ALLO STATO, INIZIATA CON L'OMICIDIO DI SALVO LIMA E CON LE STRAGI DEL '92, FU VINCENTE 

DELL'UTRI "TRATTÒ" DAL '93 IN POI, AL POSTO DEL ROS: A GENNAIO DEL '94 FALLÌ L'ATTENTATO DELLO STADIO OLIMPICO CONTRO I CARABINIERI, A MARZO "FORZA ITALIA" VINSE LE ELEZIONI. E TUTTO SI ACQUIETÒ...

Riccardo Arena per “la Stampa”

MARIO MORIMARIO MORI
La storia entra dalla porta principale dell' aula bunker di Pagliarelli: alle 16, dopo 4 giorni e mezzo (e quasi 5 anni di udienze) di camera di consiglio, la corte d' assise del processo Trattativa esce con una sentenza che in pochi si aspettavano.

A parte Nicola Mancino, l' unico che non rispondeva degli accordi inconfessabili nel periodo delle stragi del '92-'93 e che viene assolto dall' accusa di falsa testimonianza, tutti gli imputati vengono condannati.

sergio mattarella e nicola mancinoSERGIO MATTARELLA E NICOLA MANCINO
Una batosta: 12 anni ai generali dei carabinieri del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, per avere stretto le intese con i boss, 28 anni a Leoluca Bagarella (la Procura ne aveva chiesti 16), 12 all' altro mafioso Nino Cinà, altrettanti a Marcello Dell' Utri, che garantì - lo dice il dispositivo, con sufficiente chiarezza, lo rilancia il pm Nino Di Matteo - il necessario tramite tra i capimafia che ricattavano lo Stato e il governo Berlusconi. E poi 8 anni al colonnello Giuseppe De Donno e a Massimo Ciancimino, superteste in apparenza smentito su tutta la linea ma - in attesa delle motivazioni - in gran parte creduto dai giudici. Per il pentito Giovanni Brusca scatta la prescrizione.

GIORGIO NAPOLITANO E LORIS D'AMBROSIOGIORGIO NAPOLITANO E LORIS D'AMBROSIO
Difese sotto choc, preannunciato l' appello. La posizione processuale di Mancino era relativamente marginale, ma aveva pesato tantissimo nella vicenda. Perché c' erano le sue telefonate intercettate con il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, morto d' infarto a 62 anni, nell' estate del 2012, col dolore e l'irritazione del Colle. E c'erano le conversazioni (registrate dalla Dia) ancora dell'ex ministro dell' Interno con lo stesso Napolitano, distrutte senza essere depositate (e dunque pubblicate), ma solo dopo il ricorso del Capo dello Stato e su ordine della Corte costituzionale.

calogero manninoCALOGERO MANNINO
Decisione dura quella del collegio presieduto da Alfredo Montalto, il magistrato che, da Gip, aveva arrestato per concorso esterno il decimo imputato di questa vicenda, Calogero Mannino, tenendolo in carcere (nel 1995) sebbene avesse perso 40 chili e affermando che era una sua scelta, nutrirsi solo di verdure. Mannino, processato a parte, in abbreviato, per la trattativa, era stato assolto dal Gup Marina Petruzzella, nel 2015.

Sentenza che va in controtendenza rispetto ad assoluzioni nei grandi processi di Palermo - Andreotti, salvato in gran parte dalla prescrizione, lo stesso Mannino dall' accusa di mafia, il generale Mori, processato due volte e sempre uscito pulito - e perché dice a chiare lettere che la strategia mafiosa di attacco allo Stato, iniziata dopo la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso, con l' omicidio di Salvo Lima e con le stragi del '92, fu vincente.
giovanni falcone paolo borsellinoGIOVANNI FALCONE PAOLO BORSELLINO

I boss trovarono infatti sponde negli uomini dello Stato, che assecondarono le richieste di attenuazione del carcere duro, di una legislazione restrittiva contro i pentiti e i sequestri di beni. I mafiosi così continuarono: morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i grandi nemici di Cosa nostra, catturato, dal Capitano Ultimo e dal Ros di Mori e Subranni, Totò Riina - in circostanze misteriose, seguite da un' inspiegabile perquisizione del covo fatta solo dopo 18 giorni - gli eccidi proseguirono, stavolta in Continente, tra maggio e luglio '93, a Roma, Firenze e Milano.

Giovanni ConsoGIOVANNI CONSO





E a novembre di quello stesso anno il guardasigilli dell' epoca, Giovanni Conso, non aveva rinnovato o prorogato 330 decreti di sottoposizione al 41 bis. La sentenza rimette poi in gioco il ruolo di Forza Italia, partito fondato, con Silvio Berlusconi, proprio da Dell' Utri, che sta già scontando 7 anni per concorso in associazione mafiosa. Dell' Utri "trattò" dal '93 in poi, al posto del Ros: a gennaio del '94 fallì l'attentato dello stadio Olimpico contro i carabinieri, a marzo dello stesso anno il partito azzurro vinse le elezioni. E tutto si acquietò.

Fonte: qui