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venerdì 5 luglio 2019
sabato 22 giugno 2019
LE CONFESSIONI DI STEFANO RICUCCI: “NON HO FREGATO SOLDI A NESSUNO. E NON HO CREDITORI. LA SCALATA RCS? AVEVO 37 ANNI, NON AVEVO PROTEZIONI E MI SONO TROVATO IN UN GIOCO PIÙ GRANDE DI ME, DOVE MI HANNO STRITOLATO. PER USCIRE DAL CARCERE, HO DETTO QUELLO CHE VOLEVANO E HO PATTEGGIATO: FU UN ERRORE TREMENDO”

“CI SONO QUELLI CHE HANNO IL PERSONAL TRAINER, IO HO IL PERSONAL PM: SONO STATO ARRESTATO TRE VOLTE: NEL 2006, NEL 2016 E NEL 2018. IL MAGISTRATO È SEMPRE LO STESSO…”
Francesco Bonazzi per “la Verità”
«Non sono un bancarottiere!». Stefano Ricucci, quando ci apre la porta del suo ufficio dietro via Veneto, è incavolato come un bufalo. Sventola le prove del fatto che ha pagato tutti i creditori di Magiste International, la sua holding, «uno per uno e al 100%, spendendo 700 milioni, di cui 119 all' Agenzia delle Entrate».
Fa vedere, su un'altra inchiesta giudiziaria per cui è stato processato, che sarebbe bastato acquisire la dichiarazione dei redditi della società coinvolta nell' indagine (la Lekythos Srl), oltre alle visure camerali, per risparmiargli quel calvario giudiziario ove, fra i reati tributari addebitati, si addebitava a Ricucci di avere utilizzato fatture per operazioni inesistenti.
Per non parlare dell' ultimo calvario giudiziario, che ancora pende in primo grado e per il quale s' è fatto 11 mesi (fra carcere e domiciliari) per presunta corruzione in atti giudiziari. Questa indagine, come quella relativa ai citati reati tributari, era nata da una costola della più ampia inchiesta della Procura di Roma su altri soggetti che, secondo gli inquirenti, avevano favorito o agevolato Ricucci nella ipotizzata corruzione di un Giudice della Commissione Tributaria Regionale del Lazio. Ma la Procura chiese l' archiviazione per tutti gli indagati.
Il casus belli è un errore di chi scrive: aver «bucato» una sentenza del Tribunale penale di Roma, firmata dal giudice Paola De Martiis il 2 gennaio 2018: cinque righe per dire che «il fatto non sussiste», assoluzione piena dall' accusa di una bancarotta fraudolenta da un miliardo. Una bancarotta con un record: nessuno s'era costituito parte civile, manco l'Agenzia delle Entrate.
«Lo volete capire che non sono un bancarottiere? Non ho fatto nessuna bancarotta e non ho fregato i soldi di nessuno». In questa intervista («La prima che concedo da oltre dieci anni») l'immobiliarista romano che ha inventato l'espressione «Furbetti del Quartierino» apre uno squarcio sulla giustizia romana, in questi giorni al centro di uno scandalo, e racconta che cosa gli sono costati 13 anni di processi con una sola macchia, come spiega lui: «Un patteggiamento per aggiotaggio su Rcs», che «col senno di poi ho sbagliato ad accettare».
Allora, lei non può essere inserito nell'albo d' oro dei bancarottieri d'Italia perché alla fine non ha fatto alcuna bancarotta.
(Ricucci allunga sul tavolo di cristallo un foglio con il dispositivo dell' assoluzione definitiva; ha ragione lui). «Sono stato assolto dall'accusa di bancarotta il 2 gennaio 2018 con la formula più ampia: il fatto non sussiste. Punto. Ho risarcito i creditori al 100%, collaborando con commissari e curatori per la vendita degli immobili, per un totale di 700 milioni di euro. Di cui ben 119 versati all'Agenzia delle Entrate».
Nessuno può dire di vantare un credito da lei?
«Nessun creditore, nessun investitore, nessun mio dipendente. Neppure lo Stato o qualche banca possono dire che debba loro qualcosa. Anzi, ho crediti fiscali per circa 30 milioni di euro e oggi posso affermare che il Gruppo Magiste è in bonis (spiattella sul tavolo tutte le carte che lo dimostrano). Poi però se chiedo a una banca italiana di aprirmi un conto, non me lo aprono. Dicono che la compliance non glielo consente, per la mia reputazione. Ma si rende conto?».
L'unica condanna che lei ha, se non sbaglio, è per la tentata scalata Rcs nell'estate del 2006, per la quale fu arrestato.
«Avevo 37 anni, non avevo protezioni, venivo da una famiglia con papà operaio e mamma casalinga, e mi sono trovato in un gioco più grande di me, dove mi hanno stritolato. Per uscire dal carcere, alla fine ho detto quello che volevano e ho patteggiato. Oggi posso dir che fu un errore tremendo: se avessi aspettato, questa faccenda sarebbe finita in nulla come le altre su Bnl e dintorni».
Il fortino di Rcs e la roccaforte di Bnl, alla fine, erano governati da poteri più forti di lei, Coppola, Statuto eccetera. Si è sentito usato, ai tempi delle scalate?
«No, però oggi posso dire che mi sono messo in operazioni più grandi di me e tutte queste inchieste che ho subito lo provano. Ma poi la gente non lo sa, ma mentre ci sono quelli che hanno il personal trainer, Ricucci ha il personal pm e il quasi personal gip».
Sarebbe?
«Io sono stato arrestato tre volte: nel 2006, nel 2016 e nel 2018. Il pm che chiede e ottiene gli arresti è sempre lo stesso. Le sembra normale? Ma aspetti, perché anche il gip, per due volte, è lo stesso. Nell'ultima, doppia inchiesta del 2016-2018, sulle presunte fatture false e sulla presunta corruzione di un magistrato che manco conosco, anche il giudice del Riesame è sempre lo stesso».
Forse sono sotto organico?
«Non lo so, ma comunque a me capita sempre lo stesso pm, che poi ad aprile dell' anno scorso se ne va al Csm, lascia i ruoli al pm Stefano Fava, oggi sui giornali per l'inchiesta sui magistrati romani e sul Csm di cui tutti stiamo leggendo, il quale lo scorso 21 novembre ribalta l' impostazione del predecessore e chiede l' archiviazione per me e per gli altri 11 indagati».
La giustizia non è sempre malvagia con lei, Ricucci.
«E ci mancherebbe anche! Io per questa fanta-storia della presunta corruzione mi faccio undici mesi tra carcere e arresti domiciliari, e poi dopo due anni devo leggere che un altro pm arriva e ribalta tutte le accuse e le butta nel cestino, nonostante proprio quegli elementi di prova, o almeno parte di questi, mi avessero portato in carcere per una presunta corruzione? E a me chi mi risarcisce?».
La Corte europea?
«Guardi, intanto Magiste International si sta rivalendo in tutte le sedi per il ristoro dei danni subiti. Il 9 marzo 2016 la Cedu di Strasburgo ha concesso l'ammissibilità del nostro ricorso sul fallimento. E poi, con riferimento a questa richiesta di archiviazione del dottor Fava, aspettiamo la decisione del Gip».
Il problema era che per il pm lei avrebbe corrotto un giudice del Consiglio di Stato, Nicola Russo, che però, anche in aula, a marzo, lei ha detto di non conoscere. Corretto?
«Corretto. Io non conosco questo dottor Russo. Aggiungo che la corruzione sarebbe consistita nel pagamento di circa quindici o sedici cene e serate nei locali della movida romana, per un valore complessivo di nemmeno 10.000 euro. Avrei poi consegnato doni al dottor Russo e mai individuati.
Ma vorrei capire, parlando del processo attualmente pendente, ma uno che compra una sentenza tributaria che secondo il pm valeva oltre 20 milioni, si può sdebitare mesi dopo - e non prima - che questa sentenza venga pronunciata e pagando qualche serata nei locali notturni a cui, per altro, non ho nemmeno mai preso parte personalmente come è emerso nel processo? Ma poi, perché avrei dovuto corrompere un Giudice su una controversia tributaria in cui era coinvolta una società che, all' epoca (ossia al 24 aprile 2015) non era mia ma era di proprietà del fallimento Magiste? Quale vantaggio avrei mai avuto?
Anche quando mi arrestarono nel 2016 per la presunta frode fiscale, che sarebbe dovuta servire a generare denaro per corrompere sempre lo stesso giudice mai visto e conosciuto, mi arrestarono prima che io, ossia la Lekythos Srl, avessi presentato la dichiarazione fiscale "falsa". Ma chi sono, Mago Zurlì? Le due vicende, come ho detto, nascono da una stessa indagine, in cui sono indagate altre dieci persone fra cui Centofanti, e di cui oggi si chiede l' archiviazione.
Prima, nel 2016, mi hanno arrestato per i reati tributari pensando che i soldi provento di reato servissero a pagare il giudice dott. Russo perché, secondo il pm, mi avrebbe rivelato in anticipo l' esito del giudizio tributario a me favorevole. Poi, però, non avendo mai trovato questi presunti fondi neri, né avendo mai trovato elementi dimostrativi del fatto che li avessi consegnati al dottor Russo, è stato spostato il tiro ed hanno continuato l' indagine cercando elementi per indagarmi e poi di nuovo arrestarmi per la corruzione di cui ho detto».
E i soldi della «provvista» criminale?
«Ripeto: non ci sono soldi, nessuna mazzetta è mai stata data al Giudice dottor Russo, che nemmeno conoscevo. E questo lo dicono i documenti della società e non solo. Ma poi è scandaloso come nel dibattimento in corso siano mutate alcune circostanze che nelle indagini erano state ritenute rilevanti».
Ovvero?
«Se vogliamo dirla tutta, uno degli elementi di prova valorizzati dal pm e dalla polizia giudiziaria nel corso delle indagini e nella richiesta di arresto avanzata nel 2018 per la presunta corruzione, era una immagine scattata una sera di ottobre 2014 in un ristorante al centro di Roma. Il caso ha voluto che in quella immagine venissi effigiato sia io, seduto a un tavolo con amici a una festa di compleanno, sia il dottor Russo in piedi che camminava nei pressi del nostro tavolo.
Ebbene, quella foto è stata valorizzata dal pm e dalla Polizia al punto da ritenere dimostrata la nostra conoscenza all' ottobre 2014. Poi, però, si è scoperto in dibattimento - lo hanno detto gli stessi agenti della polizia giudiziaria interrogati dal mio difensore - che quella foto non aveva in realtà molta valenza perché sembrava piuttosto che il dottor Russo stesse effettivamente camminando, e non fosse in posa nella foto. Quindi era una pura casualità. Solo che io, anche a causa di questa "casualità", ho fatto undici mesi fra carcere e domiciliari».
Quanto le è costata questa doppia inchiesta?
«Una paralisi imprenditoriale totale, perché anche con obbligo di firma tre volte a settimana per sei mesi, uno non fa niente. Ah, le faccio vedere questa meravigliosa intercettazione sempre tratta dall' indagine per corruzione, nella quale, secondo la Polizia Giudiziaria e secondo il pm, io parlavo con il giudice. Bella, eh? Peccato che il numero non fosse del Giudice ma del mio collaboratore, oggi purtroppo coimputato con me, con il quale stavo interloquendo. Si erano sbagliati a trascrivere e hanno scritto che invece stavo parlando con il Giudice. Le pare normale? Questo è solo un esempio, ma ce ne sono moltissimi altri».
Insomma, secondo lei con Ricucci vale tutto?
«Io dico solo che il cittadino normale che capita dentro a questa macchina infernale ne viene stritolato. Il pm è troppo più forte del cittadino piccolo».
Lei non è un cittadino qualsiasi, però.
«No, no, questo lo dice lei! Io sono un cittadino piccolo piccolo perché da 14 anni non faccio altro che difendermi. Ti fermano la vita, ti bloccano l' azienda, la famiglia, le fidanzate, la moglie».
La sua vita privata oggi com' è?
«La mia vita privata sono mia mamma Gina, che a 82 anni viene con me ai processi ed è stata perquisita alle 5 di mattina da 10 persone perché chissà quali reati commetteva con un telefonino che a stento sa usare. La mia vita privata è che mio padre Matteo è morto cinque anni fa di crepacuore per colpa di questa odissea giudiziaria. E mio figlio Edoardo, che ha 26 anni, per fortuna ha studiato e lavora all'estero».
Finanziariamente come sta?
«Nel 2005 avevo un gruppo da 1,9 miliardi di partecipazioni mobiliari e 600 milioni di immobili. Ho risarcito 700 milioni per Magiste e oggi la società ha un patrimonio netto positivo. Mi spiace solo per quel patteggiamento, ma in tre mesi di carcere persi 13 chili. Il mio personal pm mi fece 13 interrogatori da sei ore l'uno, e per uscire ho patteggiato».
E la famosa «bella vita» di cui ai vecchi rotocalchi?
«Gliel'aggiorno subito: ad agosto andrò a casa a Porto Cervo, con mia madre, come faccio da vent' anni. Se vuol sapere se ho la fidanzata, le dico che con questa vita che faccio non mi metto in un rapporto serio con una donna alla quale devi anche dare le giuste attenzioni, visto che passo la giornata qua dentro con le carte che vede, e negli studi dei miei avvocati. I danni collaterali di queste vicende, chi non c'è passato, non li può immaginare».
Quanto ha speso?
«A occhio non meno di 40 milioni fra spese legali e spese di giustizia, ma la vita non me la risarcisce nessuno. E mi sono perso la crescita di mio figlio nel periodo adolescenziale». Fonte: qui
venerdì 11 gennaio 2019
SAPETE CHE FINE HA FATTO IL “TESORO DI POGGIOLINI”?
STIMATO IN 125 MILIONI DI EURO, IL PATRIMONIO DELL'EX DIRETTORE DEL SERVIZIO FARMACEUTICO DEL MINISTERO DELLA SANITÀ, TRAVOLTO DA TANGENTOPOLI, NON È ANCORA A DISPOSIZIONE DELLO STATO A CAUSA DI BUROCRAZIA E PROCESSI
Roberto Faben per “la Verità”
Un patrimonio valutato dalla magistratura in 125 milioni di euro, quello confiscato a Duilio Poggiolini, ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Sanità, condannato in via definitiva da Cassazione e Corte dei conti, a titolo di risarcimento per corruzione, concussione e danno d' immagine alla pubblica amministrazione, giace ancora, sminuzzato in un labirinto di sentenze e incartamenti, nei beni in dotazione allo Stato.
Ci volle un profluvio di provvedimenti per confermare inderogabilmente l' espropriazione dei capitali appartenuti a colui che fu definito «re Mida della sanità». E ora, a 25 anni dalla bufera di Tangentopoli, mentre l' avvocatura dello Stato si sta confrontando con le difficoltà di convertire in moneta vari immobili pignorati soprattutto a Roma, è in corso un altro annoso processo, al Tribunale di Napoli, a carico dello stesso Poggiolini, accusato di epidemia colposa per la vicenda degli emoderivati killer, che si concluderà forse in primavera con ulteriore richiesta di danni.
L'Avvocato dello Stato Sergio Fiorentino sottolinea che una legge - la numero 20 del 14 gennaio 1994 - ha complicato le possibilità di incasso dagli eredi dei debitori, «dato che è necessario dimostrare che essi si siano indebitamente arricchiti con i proventi illeciti del trasgressore». Il legale precisa: «Varie aste sono andate deserte e le verifiche necessarie per valutare la presenza di complicanze legali allungano i procedimenti».
La corsa contro il tempo è soltanto apparente dunque, e ostacolata dalla macchinosa comunicazione tra gli uffici delle istituzioni interessate. Poggiolini, romano, classe 1929, oggi ha 89 anni e seri problemi di salute. «Percepisce una modesta e decurtata pensione» spiega Luigi Ferrante, suo avvocato storico, che lo difende gratuitamente nel dibattimento. «Non lo sento da tempo», aggiunge, «e non saprei dove inviare le parcelle, ma continuare ad assisterlo è per me questione d'onore professionale».
L'ex alto dirigente della sanità - che risulta ancora residente nella capitale - nell' ottobre 2015 fu trovato, avvolto in un liso trench cammello, tra gli ospiti di una casa di riposo abusiva nella periferia nord di Roma, segnalata agli agenti del commissariato di Primavalle per le condizioni precarie in cui versavano i degenti.
La gestione e l'amministrazione di quelle che furono le sue proprietà non è curata soltanto dall' avvocatura dello Stato, che convoglia le eventuali risorse recuperate alla presidenza del Consiglio, ma anche da altri enti istituzionali. La Banca d'Italia è custode giudiziario di lingotti d'oro da mezzo chilo ciascuno e dipinti d' autore («fra cui un De Chirico e altre tele frutto di regalie di industriali del farmaco», ricorda Nunzio Fragliasso, pm nella requisitoria nel processo di primo grado) sequestrati nella villa all' Eur, a Roma, dopo l'arresto dell'alto dirigente avvenuto il 20 settembre 1993 in una clinica di Losanna, in Svizzera.
Sono parcheggiati nel caveau della filiale di Napoli. Quanto alla loro destinazione ultima, non esistono decisioni. Ma i conti correnti confiscati? E i Bot e Cct cuciti nel celeberrimo pouf, le cui ricevute, insieme a un baule di vecchie lire ormai andate in prescrizione, furono rinvenute nell' agosto 2013 in un sotterraneo dello Stato? Bankitalia li ha trasferiti al Fondo unico giustizia, gestito da Equitalia Giustizia, organismo che distribuisce gli introiti riscossi dei crediti giudiziari ai ministeri della Giustizia e dell'Interno e al bilancio dello Stato. Nessun altro particolare è comunicato dalle istituzioni.
Nel 1993 Poggiolini, durante il periodo di detenzione preventiva di 7 mesi nel carcere di Poggio Reale - dove fu interrogato da Antonio Di Pietro - scrisse un libro, Niente altro che la verità. I farmaci in Italia, le mie lotte, i miei errori (L' Airone, Roma), mandato al macero per insuccesso editoriale e di cui si conserva una copia alla biblioteca civica di Varese.
Accanto alla ricerca di giustificazioni («Non ho mai cambiato il mio tenore di vita che è sempre stato modesto, quello di un uomo senza esigenze, indifferente ai beni materiali»), il monarca dei farmaci detronizzato scriveva: «Oggi non ho più alcun patrimonio, sequestrato da più parti () e ciò che da parte dell' autorità giudiziaria sarà riconosciuto indebito, verrà destinato, se possibile e se recuperabile dai gravami imposti, ad opere umanitarie». È ancora lecito auspicare che il suo desiderio di espiazione sia esaudito.
Fonte: qui
CONFISCATI BENI PER OLTRE MEZZO MILIARDO DI EURO ALL’IMPRENDITORE MAURO BALINI, ARRESTATO NEL 2015, PER ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE FINALIZZATA ALLA BANCAROTTA FRAUDOLENTA, RICICLAGGIO, IMPIEGO DI DENARO DI PROVENIENZA ILLECITA E INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI, IL CUI PRINCIPALE CENTRO DI AFFARI ERA IL PORTO TURISTICO DI OSTIA
I SUOI RAPPORTI CON I CLAN FASCIANI E SPADA
Ivan Cimmarusti per https://www.ilsole24ore.com
Mezzo miliardo di euro. Tanto ammonta la confisca disposta dal tribunale di Roma per l’imprenditore Mauro Balini già tratto in arresto dalle Fiamme Gialle, nel 2015, per associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, riciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita e intestazione fittizia di beni, il cui principale centro di affari era il porto turistico di Ostia.
L’operazione “Ultima spiaggia” costituisce l’epilogo di indagini patrimoniali, delegate dalla Direzione Distrettuale Antimafia capitolina al Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, che hanno consentito di documentare come Balini avesse accumulato un ingentissimo patrimonio in mancanza di fonti di reddito lecite tali da giustificare le proprie operazioni mobiliari e immobiliari, talora compiute avvalendosi di componenti del proprio nucleo familiare o di compiacenti “prestanome”. Inoltre, le attività investigative hanno permesso di accertare i rapporti tra Balini ed esponenti di organizzazioni malavitose egemoni sul litorale romano, come i clan Fasciani e Spada.
Tali relazioni sono emerse, in particolare, con riguardo alla figura di Cleto Di Maria, narcotrafficante di elevato spessore criminale al quale Balini aveva concesso a un prezzo irrisorio, attraverso una società assegnataria della relativa concessione demaniale, la gestione di un bar all’interno dello stabilimento balneare “Hakuna Matata” e che, per suo conto, curava i servizi di sicurezza e vigilanza all'interno del porto turistico. Balini si era, inoltre, fatto carico di sostenere economicamente la famiglia del pregiudicato Roberto Giordani, meglio noto come “Cappottone”, durante la detenzione conseguente al tentato omicidio di Vito TRiassi, commesso nel 2007, elargendo alla moglie di Giordabi la somma di 5mila euro mensili.
Fonte: qui
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giovedì 8 novembre 2018
ALITALIA: ''TERZO SALVATAGGIO IN 10 ANNI, DA ALLORA OLTRE TRE MILIARDI PERSI. HA SENSO INVESTIRNE ALTRI 2 (MOLTI DEI QUALI PUBBLICI) PER RILANCIARLA O È MEGLIO VENDERE?
ECCO I CONTI, I BUCHI, LE SPESE (E LE PROSPETTIVE) DELLA COMPAGNIA
Domenico Affinito e Milena Gabanelli per Dataroom –Corriere della Sera
Ci risiamo: terzo salvataggio di Alitalia in dieci anni! Come si fa a perdere tre miliardi di euro in un mercato, quello italiano, che intanto è passato dai 50 milioni di passeggeri nel 1997, ai 143,7 milioni nel 2017?
Il perché di tanti fallimenti Da quando, nel 2008, Alitalia fu data ai privati ripulita dai debiti (Cai), il cuore del fallimento è rappresentato da una straordinaria combinazione di piani industriali sbagliati e incapacità di gestire i costi. L’errore più grave si verifica nel 2009 con il disimpegno dal settore più remunerativo, il lungo raggio. In tutti i Paesi europei i vettori tradizionali l’hanno aumentato e, inoltre, lo Stato ha difeso le compagnie di bandiera, impedendo alle low cost di usare gli aeroporti più importanti.
Noi abbiamo fatto il contrario: oggi l’Italia è, tra i grandi Paesi europei, quello nel quale le low cost hanno le più alte quote di mercato. A risollevare le sorti, il primo gennaio 2015, arrivano gli arabi di Etihad: con 387 milioni di euro si comprano il 49% della società. «Allacciate le cinture, Alitalia decolla per nuove destinazioni» disse l’allora premier Matteo Renzi.
Gli arabi annunciano che punteranno sul lungo raggio e aumenteranno la flotta, però poi vendono 21 aerei, indebolendo ulteriormente la compagnia che passa da 139 velivoli a 118. Attuano poi una politica industriale che in due anni e mezzo, anziché decollare per nuovi orizzonti, è costretta a un veloce atterraggio d’emergenza.
Etihad: incompetenti o filibustieri? Luca Cordero di Montezemolo, presidente Alitalia fino a marzo 2017, ha dichiarato: «Ci sono state cose poco chiare nella gestione di Etihad». Vediamole. Con 60 milioni compra a Heathrow i cinque slot di Alitalia, e glieli riaffitta a 3,7 milioni all’anno. Secondo una perizia degli attuali commissari il prezzo è in linea con il mercato, secondo altri esperti no. Capire quale sia il valore giusto non è facile, ma il prezzo degli slot Alitalia è fra i più bassi degli ultimi anni.
I cinquemila piloti e assistenti di volo vengono mandati a rotazione quattro giorni ad Abu Dhabi per sviluppare lo spirito di corpo. Sempre ad Abu Dhabi viene rifatta la livrea degli aerei di lungo raggio (che viaggiano vuoti andata e ritorno). Il tutto a spese di Alitalia. Il vecchio sistema informatico va bene, ma gli arabi impongono il loro, Sabre: costa 57 milioni di euro, più altri 35 annui per diritti di prenotazione per dieci anni. «Un programma caro e insoddisfacente» dirà il commissario Luigi Gubitosi.
La manutenzione pesante viene smantellata e affidata all’israeliana Bedek, così i pezzi da revisionare vanno spediti ogni volta a Tel Aviv. Etihad firma contratti di copertura delle variazioni del prezzo del carburante a prezzi superiori alla media di mercato, nonostante il petrolio sia in costante calo dal 2014 al 2016, pertanto mentre il greggio oscilla tra i 30 e 45 dollari al barile, Alitalia ne paga 65.
Così come più cari del 20% sono i leasing per la flotta: i costi aggiuntivi raggiungono i 90milioni all’anno. Infine la compagnia emiratina chiude Alitalia Cargo (che ha buone performance) e ne assorbe il business con Etihad Cargo. Poi c’è il famoso Airbus 340 per la presidenza del Consiglio, che il ministero della Difesa prende in leasing da Etihad, tramite Alitalia, per 144 milioni di euro in otto anni. Un quadrimotore fuori produzione dal 2011 perché consumava troppo: l’ultimo era stato venduto a 27 milioni di euro (fonte Air Transport World).
In due anni e mezzo la compagnia ha perso circa un miliardo di euro. Sulla sua gestione indaga la magistratura: l’ipotesi è quella della bancarotta fraudolenta. Il 2 maggio 2017 arrivano i commissari Luigi Gubitosi, Stefano Paleari e Enrico Laghi (in aria di conflitto di interessi perché presente da anni in Alitalia come presidente della Midco, la Spa attraverso cui la Cai controllava l’azienda con il 51%).
La situazione è drammatica: Alitalia ha già venduto 4,5 milioni i biglietti per un valore di 530 milioni di euro, ma in cassa ce ne sono solo 83. L’ossigeno arriva ancora una volta dallo Stato, con un prestito ponte da 900 milioni. La mission dei commissari è chiara: un anno e mezzo di tempo per risanare la compagnia e poi metterla sul mercato al miglior offerente.
Vengono rinegoziati i contratti di leasing, cambiato il fornitore di catering, tagliati i costi commerciali e il numero dei dirigenti (passati da 64 a 50); ridato vita al settore Cargo, e riportato all’interno la manutenzione pesante. Dopo poco più di un anno è aumentata la vendita dei biglietti digitalizzati e le ore di volo, mentre il lungo raggio, di gran lunga il settore più remunerativo, sale del 7,3% .
Viene ottimizzato l’handling (-30% di bagagli persi nel 2018), e Alitalia conquista il secondo posto per puntualità in arrivo a livello europeo. Oggi i ricavi sono saliti del 7% e le perdite scese di circa l’80%. È importante avere una compagnia di bandiera? Il tempo è scaduto il 31 Ottobre. Ora le opzioni sono due: vendere o rilanciare. Tutti gli operatori interessati all’acquisto hanno chiesto pesanti tagli sul personale, anche se il costo dei dipendenti è in linea con quello delle altre compagnie (20% del totale).
Per rilanciare, invece, servono due miliardi di euro. Il governo ha messo in campo Ferrovie, ma ci vuole un partner tecnico. Gli aspiranti sono Delta, Easyjet, China Airlines mentre, a bordo campo, Lufthansa osserva. Il 15 dicembre scade anche il prestito da 900 milioni di euro (più il 10% di interessi), ma in cassa ce ne sono 700 e si prevede una proroga. Domanda: dopo aver sperimentato ogni sorta di gestione disastrosa, conviene riprendersi la nostra ex compagnia di bandiera?
Se si guarda all’andamento di mercato la risposta è sì. Secondo la Iata, nei prossimi vent’anni i passeggeri nel mondo raddoppieranno rispetto agli attuali 4,3 miliardi ed entro il 2035 in Italia si crescerà del 30%.
Fonte: qui
sabato 15 settembre 2018
IL MINISTRO TONINELLI SI SCEGLIE L' ESPERTO CONDANNATO PER BANCAROTTA
TONINELLI CON LE NOMINE EVIDENTEMENTE NON SA CHE PESCI PIGLIARE, INFATTI A PARTIRE DA QUELLA DELLA COMMISSIONE ISPETTIVA DEL MIT SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI…
Giacomo Amadori per la Verità
È uno dei 14 esperti(???) esterni scelti da Danilo Toninelli per il ministero dei Trasporti. Dovrà far parte della struttura tecnica di missione del dicastero per l' indirizzo strategico, lo sviluppo delle infrastrutture e l' alta sorveglianza.
Peccato che il consulente con ruolo da controllore abbia subito almeno due condanne penali, di cui una passata in giudicato per bancarotta fraudolenta.
Del resto Toninelli con questo tipo di nomine(dimostrandosi non all'altezza del compito) non sta avendo molta fortuna, a partire da quella della commissione ispettiva del Mit sul crollo del ponte Morandi, in cui inserì i nomi di alcuni futuri indagati proprio per quel disastro (tre su sei). Le competenze dell' esperto di cui ci occupiamo oggi sono così sinteticamente descritte: «Economista, trasporto aereo». E in effetti Gaetano Francesco Intrieri, classe 1965, originario di Messina, si è occupato in passato di ristrutturazione di compagnie aeree.
Sembra che il Movimento 5 stelle si sia rivolto a lui per trovare il cavillo per poter dismettere l' Air force Renzi. Quando Toninelli annunciò lo stop al leasing dell' Airbus 340, Intrieri twittò: «Un Paese che prova lentamente a riprendersi la sua dignità. Bravo ministro Danilo Toninelli sono fiero di averti dato il mio contributo tecnico nel tutelare i soldi degli Italiani».
Nuccio (questo il soprannome dello specialista) è stato anche incaricato di studiare e provare a risolvere il dossier Alitalia e i suoi incredibili buchi neri. Sembra che Intrieri, docente di Controllo di gestione all' università Tor Vergata ed esperto di aeronautica, sia un profondo conoscitore della materia. Addirittura avrebbe scoperto un deprecabile commercio di pezzi di ricambio provenienti dal magazzino dell' ex compagnia di bandiera, svenduti e ricomprati dalla stessa azienda a cifre anche 150 volte superiori, magari dopo appena tre mesi.
Però questo presunto fustigatore degli sprechi altrui ha nel curriculum una piccola macchia: una condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale, confermata il 26 ottobre 2017 dalla Corte suprema di Cassazione.
La vicenda risale al 2003 quando Intrieri ricopre per cinque mesi l' incarico di amministratore delegato della compagnia aerea Gandalf spa, nata a Parma a fine 1998 e fallita nel 2004.
Al termine di quell' anno la Procura della città ducale apre un fascicolo sul crac, su denuncia di alcuni ex soci della Gandalf, e bisogna attendere sette anni per arrivare all' udienza preliminare. Due imputati patteggiano, gli altri vanno a processo. Finiranno tutti assolti a eccezione di Intrieri.
«Il processo a qualcosa è servito anche se avevamo chiesto di verificare anche le responsabilità di chi doveva controllare, a partire dalla Consob», è il commento degli avvocati di parte civile Francesco Verri e Vincenzo Cardone. L' esperto di Toninelli in appello è stato condannato a tre anni e sei mesi, pena ridotta a due anni e quattro mesi grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche e cancellata dall' indulto del 2006.
Per l' accusa Intrieri avrebbe sottratto dalle casse della Gandalf quasi mezzo milione di euro a fini personali.
I giudici hanno valutato congrua la pena, «tenuto conto del tempo (l' appellante ha commesso le distrazioni nel breve periodo inferiore a cinque mesi del suo mandato di amministratore delegato) e delle modalità (organizzate) dell' azione delittuosa, della gravità del danno cagionato, dell' intensità del dolo e dei motivi del delinquere (vantaggio patrimoniale personale), della condotta processuale (il gip che lo ha interrogato è stato clamorosamente preso in giro e solo l' attività di indagine della Guardia di finanza ha indotto l' appellante a una confessione), della non incensuratezza».
In effetti nell' interrogatorio del 13 maggio 2015 Intrieri (nel verbale definito «celibe» e «possidente»), dichiara al pm Pietro Errede di essere sottoposto ad altri procedimenti penali e di aver riportato una condanna «a seguito di un decreto penale».
Quindi confessa: «I 429.000 euro da me incassati sono serviti per appianare i miei debiti con la Banca Intesa () Non è vero che ho effettuato pagamenti alla A.W.S. (una società americana che aveva detto di aver pagato), ndr». In quel momento Intrieri è agli arresti domiciliari e i suoi difensori proveranno successivamente a sostenere che «le confessioni siano state rese in una situazione "difficile"». Per i giudici della Cassazione, un' affermazione «priva di concludenza».
Nella loro sentenza gli ermellini sono lapidari: «Intrieri è stato condannato perché operando quale amministratore delegato della Gandalf spa si appropriò di euro 429.000 e di euro 50.000 sottratti alle casse sociali» e «li versò sui propri conti correnti, facendo delle somme suddette un uso personale».
Tutti soldi «introitati col pretesto di dover soddisfare debiti sociali». Una ricostruzione corroborata da una prova granitica: «L' appropriazione della somma di 429.000 euro è stata confessata ad abundantiam dallo stesso imputato nell' interrogatorio del 13 maggio 2015», scrivono le toghe del Palazzaccio. Per le quali le conclusioni dei colleghi di primo e secondo grado «sono ineccepibili e nemmeno intaccate dagli argomenti difensivi, atteso che appoggiano su accertamenti della polizia giudiziaria e sulle confessioni dell' imputato fantasiosamente sminuiti, nella loro valenza dimostrativa, dai difensori di quest' ultimo».
Su Twitter Intrieri ama dibattere di calcio (è stato anche presidente del Cosenza calcio) e in particolare del suo Milan. Ma tra una battuta da bar sport e l' altra qualcuno gli ricorda il passato: «Buonasera #Gandalf a che punto crede siano i 10 milioni del potere?
Secondo i miei calcoli, in questo momento dovrebbero essere più o meno alle porte di #Mordor... Aspetto con ansia una sua risposta all' alba del terzo giorno con il volto costantemente rivolto a Est...
Grazie». Intrieri a questi mattacchioni risponde per le rime (persino con epiteti come «imbecille» o «pagliaccio»), minacciando querele: «Tra me e lei, da Gandalf sono stato assolto, ma è un dettaglio» scrive a uno, «ho fatto recuperare un sacco di soldi agli investitori di Gandalf () se poi lei ha altre notizie me le dia così ci vediamo in tribunale» chiosa con un altro. Quindi scandisce: «La mia storia manageriale è di successo e se mi chiamano compagnie aeree di tutto il mondo un motivo ci sarà () grazie al mio lavoro Gandalf che era sospesa fu riammessa alle contrattazioni (in Borsa, ndr) e quello lo dice il tribunale non io. Rifarei tutto quello che feci in Gandalf salvandola anche con le conseguenze giudiziarie che ebbi.
Ne sono fiero». Chissà se lo sarà anche il ministro Toninelli.
Fonte: qui
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