domenica 17 settembre 2017
sabato 16 settembre 2017
L’AUTO BLU DI DE LUCA (CON LUI A BORDO) TAMPONA UNA RAGAZZA IN SCOOTER A SALERNO
VICIENZ’, IL TERRORE DELLA STRADA - LA SUA VETTURA VIAGGIAVA CONTROMANO!
IL M5S LO ACCUSA: “QUESTO PRESIDENTE SI CREDE AL DI SOPRA DELLA LEGGE: E’ UN PERICOLO PER LA CAMPANIA”
L’auto blu del governatore Vincenzo De Luca tampona uno scooter con a bordo una ragazza. La vettura viaggiava contromano in zona Carnine a Salerno, all’incrocio tra via Negri e via Lanzalone. E’ bastato pochissimo per l’incidente: lo scooter scurto che si ribalta, la ragazza finisce a terra e poi in ospedale. Per fortuna non è grave, ma è stata sottoposta ad accertamenti.
Il governatore era a bordo della vettura, guidata dal suo autista. Qualche anno fa, proprio su quella strada, De Luca fece apporre — rispetto al senso unico — un cartello con su scritto «eccetto forze di polizia». L’auto blu del governatore è guidata da un vigilie urbano: è da considerarsi auto delle forze di polizia?
«Da sempre denunciamo che questo presidente che si crede al di sopra della legge è un pericolo per la Campania — scrive Valeria Ciarambino (M5S, su suo profilo Facebook —. Oggi purtroppo ne abbiamo avuto l’ennesima prova, con una giovane che ha rischiato di rimanere uccisa dall’auto di De Luca che percorreva una strada contromano. Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe essere un esempio inappuntabile di rispetto della legalità.
E invece in Campania siamo governati da chi si mette costantemente la legge e le istituzioni sotto i piedi. Oggi purtroppo il disprezzo per la legge di quest’uomo arrogante e senza etica ha portato una ragazza in ospedale. Non è la prima volta che il presidente non rispetta il codice della strada: già a febbraio 2015 Le Iene lo avevano beccato a percorrere un divieto d’accesso solo per risparmiare qualche minuto sul percorso verso casa. La misura è davvero colma: De Luca dimostra ogni giorno di più la sua indegnità. Speriamo che la ragazza investita possa rimettersi presto».
Fonte: qui
ECCO IL ‘COMPAGNO DIBBA’ ALLA FESTA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, NEL LONTANO SETTEMBRE 2004, MENTRE ASCOLTAVA RAPITO SANDRO CURZI, CARLO FRECCERO E MICHELE SANTORO
DI BATTISTA, CHE DICHIARÒ ‘VOTAVO PD E ANCHE PIÙ A SINISTRA’, ALL’EPOCA AVEVA 26 ANNI E INDOSSAVA UNA ELOQUENTE MAGLIETTA ‘MCSHIT’
FOTO DI LUCIANO DI BACCO
Foto di Luciano Di Bacco
Alessandro Di Battista: ecco perché ha smesso di votare Pd
“Smisi di votare Pd (e surrogati vari) quando mi resi conto che si occupava dei problemi interni e non di quelli dei cittadini che sosteneva di rappresentare – così nella giornata di oggi #Alessandro Di Battista ha scritto sul suo profilo Facebook – È cambiato qualcosa? Parlano della politica che parla della politica e che parla della politica”.
Alessandro Di Battista: ecco perché ha smesso di votare Pd
Il deputato pentastellato già durante un “Faccia a faccia” con Gianni Minoli aveva ribadito la distanza tra la sua “carriera” politica e le scelte elettorali precedenti alla candidatura con i 5 stelle. Tra Renzi e Berlusconi, quest’ultimo è il “meno peggio” diceva qualche tempo fa davanti alle telecamere di La7 . “Ho sempre votato a sinistra – aggiungeva nella stessa occasione – ma chi ha fatto veri attentati da macelleria sociale dei diritti dei lavoratori è stata la falsa sinistra più che Berlusconi”.
In un’intervista ormai rimasta famosa rilasciata a Franco Bechis di Libero, oltre a svelare il “fascismo” del padre, Alessandro Di Battista aveva dichiarato di aver votato anche Rifondazione Comunista. Non solo Pd, quindi. Ciò lo collocherebbe, detto semplicemente, a “sinistra”. Tuttavia, non è mai stato chiaro sul punto come si vede sul video pubblicato di seguito.
“CAPITAN ULTIMO” – SERGIO DI CAPRIO DICE: “NON HO MAI PARLATO DI MATTEO RENZI NÉ CON LA DOTTORESSA MUSTI NÉ CON ALTRI”
“SONO VITTIMA DI UN LINCIAGGIO MEDIATICO” “NON HO ESULTATO PER L’ARRESTO DI RIINA. NOI NON USIAMO IL POPOLO PER I NOSTRI FINI, O PER AVERE DEI VOTI, LO SERVIAMO E BASTA".
Da Ansa
"Non ho mai svolto indagini per fini politici". Il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Totò Riina, risponde così - interpellato dall' ANSA - a quella che definisce una "campagna di linciaggio mediatico". A proposito del procuratore Musti afferma di non averla "mai forzata in nessuna cosa" e di aver sempre svolto "le indagini che ci ha ordinato con lealtà e umiltà".
"Non ho mai parlato di Matteo Renzi né con la dottoressa Musti né con altri", aggiunge. Il colonnello De Caprio, che parla di una campagna di linciaggio mediatico nei suoi confronti portata avanti "con insinuazioni e falsità da alcuni organi di disinformazione funzionali alle lobby che da anni cercano di sfruttare il popolo italiano" - sottolinea di non aver mai "svolto indagini al di fuori dei fatti che emergevano direttamente ed esclusivamente dalle persone indagate".
“Non ho mai avuto esaltazioni o esagitazioni - spiega all'ANSA - a seguito delle indagini da me svolte neanche quando abbiamo arrestato Riina, non abbiamo mai esultato, non abbiamo esploso colpi in aria, non abbiamo fatto caroselli per le strade, mai festeggiato, perché la lotta anticrimine appartiene solo al popolo e noi non usiamo il popolo per i nostri fini, o per avere dei voti, lo serviamo e basta".
"Contrariamente a quanto riportato dalla stampa - prosegue il Capitano Ultimo - non ho mai spinto la dottoressa Musti a compiere azioni illegali e non l' ho mai forzata in nessuna cosa. Abbiamo sempre eseguito le indagini che ha richiesto e ordinato, con lealtà, umiltà e nei limiti delle nostre possibilità umane e professionali. Non ho mai parlato di Matteo Renzi né con la dottoressa Musti né con altri". "Ho dato mandato al mio avvocato Francesco Romito, di agire nelle sedi competenti - conclude il colonnello De Caprio - contro le persone e gli organi di stampa che mi attribuiscono cose che non ho mai detto e azioni che non ho mai compiuto".
Fonte: qui
venerdì 15 settembre 2017
SCATTA DA OGGI IL DIRITTO ALLA PENSIONE PER 608 PARLAMENTARI: ORA PUO' CADERE IL GOVERNO
GRILLO: "BEH, NON È AFFATTO MALE PRENDERE UNA PENSIONE DA QUASI MILLE EURO GIÀ A 65 ANNI E DOPO APPENA CINQUE DI LAVORO IN PARLAMENTO"
Ilario Lombardo per www.lastampa.it
E così 4 anni, sei mesi e un giorno sono passati. Da oggi, 15 settembre, i parlamentari alla prima legislatura potranno guardare al futuro con una certezza in più: a 65 anni compiuti incasseranno una pensione, quella che nella semplificazione politico-giornalistica viene chiamato vitalizio. Lo faranno in virtù del tempo passato tra Camera e Senato. Un diritto maturato sul campo legislativo, per alcuni, un privilegio nefasto per chi ha provato in questi mesi ad abbatterlo o a renderlo un vessillo con cui accarezzare la rabbia degli elettori affezionati ad avercela contro la cosiddetta casta.
Nelle puntate precedenti abbiamo assistito a una sfida tutta fatta di annunci tra i 5 Stelle e le truppe di Matteo Renzi nel Pd (il resto del partito invece non ne voleva sapere). Alla fine non se n’è cavato nulla. Le pensioni o vitalizi, che dir si voglia, restano alle condizioni attuali per i 608 parlamentari alla prima legislatura. Sono più della metà degli eletti: tutta la componente dei 5 Stelle e una grossa parte dei dem.
Tutto finito? No. Perché la guerra del vitalizio prosegue. Il M5S ha pronta una nuova proposta e attacca sul blog: «Beh, non è affatto male prendere una pensione da quasi mille euro già a 65 anni e dopo appena cinque di lavoro in Parlamento. Oppure circa 1500 euro puliti puliti, addirittura a partire dai 60 anni, per chi ha fatto soltanto due legislature».
Questa mattina, in conferenza stampa, la senatrice Laura Bottici e il deputato Alessandro Di Battista presenteranno un documento, «ci impegneremo – spiega il capogruppo alla Camera Simone Valente - scrivendolo nero su bianco, a rinunciare alla pensione privilegiata».
Ma rinunciare è più facile a dirsi che a farsi. Dopo dieci giorni di lavoro, gli uffici legislativi del M5S avrebbero trovato il modo. Chiederanno alla presidenza di Camera e Senato di intervenire sul regolamento per permettere agli eletti grillini due cose. Primo: «Di prendere la pensione come un qualsiasi altro italiano per cui vale la legge Fornero».
Tradotto: se si va in pensione a 67 anni (e in futuro continuerà a essere così), per i 5 Stelle varrà lo stesso e non, come da legge sulle pensioni dei neo-eletti, a 65 anni se hai fatto una legislatura o a 60 se ne hai fatte due (precisamente, per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino a un minimo di 60 anni).
Secondo: «Chiederemo di dirottare i nostri contributi alle casse di appartenenza di ogni singolo parlamentare o all’Inps per chi non aveva aperta una posizione previdenziale prima di entrare in Parlamento». I 5 Stelle non vogliono rinunciare ai contributi e creare un buco per il calcolo della pensione. Ma vorrebbero che l’assegno di circa mille euro netti fosse trattato come il frutto di un lavoro qualsiasi.
Per il M5S è un ritorno alle origini, perché il via libera ai vitalizi farà respirare ai grillini un po’ dell’ossigeno delle vecchie campagne anticasta. Un’arma in più per le elezioni di primavera, che darà una verniciatura di fresco ai 5 Stelle usciti da cinque anni di Palazzo.
2. SI TENGONO IL VITALIZIO
Adalberto Signore per il Giornale
Intanto, però, il D day è arrivato: oggi, 15 settembre 2017, la diciassettesima legislatura giunge al giro di boa dei quattro anni, sei mesi e un giorno. E per tutti i 608 parlamentari di prima nomina (417 deputati e 191 senatori) scatta finalmente l'agognata pensione. Un assegno di circa mille euro al mese netti che inizieranno a incassare al compimento dei 65 anni.
Con buona pace di chi - Cinque stelle e Pd in prima fila - ha passato gli ultimi mesi a cavalcare la crociata anticasta, arrivando persino ad invocare le elezioni anticipate proprio per evitare che si arrivasse alla fatidica ora «X». All'indomani del referendum del 4 dicembre che decretò la fine del governo Renzi, era infatti questo l'argomento principe dei teorici delle urne subito: primi fra tutti i grillini.
Passati nove mesi da allora, le cose sono andate come tutti si aspettavano. Con la politica che per l'ennesima volta risulta essere lontana anni luce dagli elettori. Ci mancherebbe, non è sui contributi dei parlamentari di prima nomina che si ripiana il bilancio dello Stato. E non ha affatto torto chi sostiene che quello della pensione non può essere un argomento valido per sciogliere le Camere prima della scadenza naturale della legislatura.
Detto questo la politica avrebbe fatto più bella figura a non azzuffarsi per quasi un anno su una questione che era evidentemente propagandistica. E le campagne anti-casta, quelle contro i politici in particolare, ormai sono così efficaci che perfino Renzi si convinse a inseguire i grillini sul loro stesso terreno. Con tanta irruenza da mandare un sms in diretta tv a Giovanni Floris - era fine gennaio - per dire che arrivare a settembre e far scattare i vitalizi sarebbe stata una «ingiustizia verso i cittadini». Un'uscita che fece imbestialire perfino i suoi gruppi parlamentari, tanto che la renziana Anna Ascani arrivò educatamente a definirla «una stronzata».
Evitare il teatrino degli ultimi nove mesi, insomma, sarebbe stato certamente più saggio e decoroso. Invece non solo i vitalizi sono stati al centro dello scontro politico prima dell'odierno D day, ma lo saranno anche dopo. Al Senato, infatti, sempre M5s e Pd si stanno sfidando in singolar tenzone in questi giorni sul ddl Richetti che mira ad abolire i vitalizi dei parlamentari. È impantanato in commissione Affari costituzionali, con i big grillini e dem che se le danno di santa ragione su social e tg rimpallandosi responsabilità.
Con ogni probabilità un'altra sceneggiata ad uso e consumo dell'ormai imminente campagna elettorale, perché i bookmaker di Montecitorio sono pronti a scommettere sul fatto che il disegno di legge finirà su un binario morto. Neanche quotata, invece, l'ultima trovata grillina in materia. Proprio ieri, infatti, il capogruppo alla Camera dei Cinque stelle Simone Valente ha annunciato «un impegno sottoscritto» dei parlamentari pentastellati per «rinunciare alla pensione privilegiata». Quando ne avranno diritto, ovviamente.
E cioè al compimento dei 65 anni. Insomma, non proprio un impegno a breve termine.
Loro #SiTengonoIlVitalizio, noi gli regaliamo la Pensione Enigmistica
Da www.beppegrillo.it
Beh, non è affatto male prendere una pensione da quasi mille euro già a 65 anni e dopo appena cinque di lavoro in Parlamento. Oppure circa 1500 euro puliti puliti, addirittura a partire dai 60 anni, per chi ha fatto soltanto due legislature.
Complimenti a voi che potrete andarvi a godere il gruzzoletto in qualche buen retiro. Magari in una baita di montagna con camino e pantofole o in una casetta con amaca davanti al mare. Non parliamo poi dei vostri (ex) colleghi più anziani che hanno già maturato il vitalizio “old style” e che si beccano 2, 3, 5 o 7mila euro al mese, avendo fatto magari un solo giorno in Parlamento.
Loro sono dei dinosauri, anzi dei tirannosauri del privilegio parlamentare. Voi, invece, siete solo dei più modesti velociraptor che da domani si prenderanno il malloppo e scapperanno via.
Certo, il MoVimento 5 Stelle si avvicina al governo e voi siete una razza in via di estinzione. Ci stiamo per abbattere su di voi come un asteroide e siete destinati a fare proprio la fine dei dinosauri. Intanto, per adesso, ce l’avete fatta. Complimenti. Avete maturato il diritto a occupare la vostra nuvoletta nel paradiso della casta. Mentre molti italiani sono stati scaraventati all’inferno dalla riforma Fornero e altri si arrabattano in purgatorio.
Avete davanti a voi anni d’argento in agio e serenità. E noi, che in fondo vi vogliamo (quasi) bene, ci teniamo a contribuire al vostro relax e divertimento con un gentile cadeau. Ecco, dunque, la “pensione enigmistica” (da risolvere su una bella sedia a dondolo con il gatto che fa le fusa sulle gambe. O su un bel patio vista oceano alle Canarie.
Fonte: qui
“LE MONDE” ATTACCA IL MINISTRO DEGLI INTERNI MINNITI SULLA LIBIA: “FA ACCORDI CON LE MILIZIE ARMATE”
PER L’EX MINISTRO COSTA L’APPROVAZIONE DELLO “IUS SOLI” SERVE AL PD PER TARPARGLI LA CORSA VERSO PALAZZO CHIGI
1 - NUOVO FANGO FRANCESE, DI "LE MONDE", CONTRO L'ITALIA
Alle fine contro Minniti arrivano anche le insinuazioni di «Le Monde»: «L' oscuro burocrate comunista diventato il Signor anti-migranti». Il quotidiano della sinistra(quella neo-liberista!) parigina ha pubblicato ieri un pezzo contro il nostro ministro dell' Interno, accusando l' Italia di aver fatto accordi con loschi personaggi libici per gestire la crisi migratoria. Le insinuazioni si spingono a sostenere che Minniti avrebbe stretto rapporto con milizie armate e trafficanti di uomini.
2 - L’EX MINISTRO COSTA: “LO IUS SOLI E’ UNA LITE INTERNA PER AZZOPPARE E ISOLARE MINNITI”
Tommaso Montesano per “Libero quotidiano”
Enrico Costa, lei a luglio si dimise da ministro degli Affari regionali proprio a causa dell' orientamento del governo di ricorrere alla fiducia sullo ius soli. Due mesi dopo, che ne pensa degli stop and go di Palazzo Chigi rispetto alla legge?
«I nodi stanno venendo al pettine. Non c' è una maggioranza parlamentare per approvare la riforma della legge sulla cittadinanza».
Ma a Palazzo Chigi non hanno rinunciato all' idea di centrare l' obiettivo, magari in autunno.
«Immagino che il riferimento sia alle parole del ministro Graziano Delrio... Ci sarà sempre qualcuno che dirà: "Facciamo in fretta, non molliamo, cerchiamo i voti". È un gioco delle parti».
Tra chi?
«Una parte del Pd vuole piantare a tutti i costi una bandierina, si sente in dovere di andare avanti. Matteo Orfini, ad esempio...».
Avanti a tutti i costi: motivo?
«Approvare una legge come lo ius soli è un modo per cercare di riequilibrare i rapporti di forza nel Pd. Sarebbe l' occasione di bilanciare il peso, sempre maggiore, di Marco Minniti».
Secondo lei come finirà?
«La legge non sarà approvata. È dal 2006 che ci provano e non ci riescono...».
Neanche se tornasse di moda lo strumento della fiducia?
«Sarebbe una forzatura. E questo lo sanno bene: non si può violentare la libera convinzione dei senatori in nome della stabilità del governo. Quella sullo ius soli non è una legge ordinaria, ma ha un peso maggiore: qui è in gioco la definizione del futuro corpo elettorale».
Quindi non crede che il Pd abbia fatto dietrofront per l' opposizione del suo ex partito, Ap.
«Io sono stato l' unico a non votare la fiducia sul processo penale: se il Pd forza, Ap cede...».
Fonte: qui
ALFANO - RISCHIA DI SALTARE L’ACCORDO SEGRETO CON RENZI PER LA SICILIA, NEGOZIATO DA PIERFURBY CASINI: I DIECI POSTI AL SENATO ANGELINO LI PRENDE SOLO SE CONQUISTA IL 6% NELL’ISOLA. AL MOMENTO E’ SOTTO
Alle elezioni siciliane è legata la sopravvivenza (politica, s’intende) di Angelino Alfano. La conferma di come Berlusconi abbia visto lungo quando lo definì “senza quid” è tutta nell’accordo che il ministro degli Esteri ha fatto con Renzi. Innanzitutto perché a negoziarlo è stato Pierferdinando Casini. Poi, per i suoi contenuti.
Ormai è noto a tutti che l’accordo per il voto di novembre si basa su uno scambio: il partito di Angelino sostiene il candidato del Pd a Palermo, Fabrizio Micari, ed in cambio ottiene una decina di collegi senatoriali sicuri alle prossime elezioni. D’intesa con Casini, però, Matteo ha fatto inserire una postilla. Vale a dire, che i dieci posti da senatori sono garantiti a condizione che Ap raggiunga almeno il 6% nell’isola.
Il problema, dicono i sondaggi, è che Alfano è ben lontano da quella soglia in Sicilia. Ne consegue che rischia di perdere i 10 senatori promessi da Renzi.
E visto che piove sempre sul bagnato, dopo le elezioni siciliani Maurizio Lupi comunicherà al “senza quid” che è sua intenzione lasciare il partito. Direzione, Berlusconi. “E senza di me – avrebbe confidato Maurizio a qualche amico – Alfano se lo sogna di superare il 3% di sbarramento alla Camera. D’altra parte, si è voluto mettere nelle mani di Casini? Ecco i risultati…”
Iscriviti a:
Post (Atom)




























