
Visualizzazione post con etichetta governatore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta governatore. Mostra tutti i post
mercoledì 18 settembre 2019
sabato 23 febbraio 2019
LA CASSAZIONE CONDANNA ROBERTO FORMIGONI A 5 ANNI E DIECI MESI PER CORRUZIONE SUL CASO SAN RAFFAELE-MAUGERI
SARÀ IL PRIMO POLITICO CHE AFFRONTERÀ IL CARCERE CON LE NUOVE REGOLE STABILITE DAL DECRETO “SPAZZACORROTTI”, CHE VIETA LA CONCESSIONE DI QUALUNQUE BENEFICIO AI COLPEVOLI DI CORRUZIONE
LA SENTENZA RIGUARDA I BENEFIT RICEVUTI DALL'ALLORA GOVERNATORE LOMBARDO PER FAVORIRE I DUE ENTI
Giovanna Stella per www.ilgiornale.it
Roberto Formigoni, per diciott'anni presidente della Lombardia, è stato condannato a cinque anni e dieci mesi con l'accusa di corruzione nell'ambito della vicenda dei fondi neri della fondazione Maugeri.
La sesta sezione penale della Cassazione, infatti, ha affrontato il ricorso del Celeste contro la sentenza con cui la Corte d'appello di Milano gli ha inflitto lo scorso settembre sette anni e mezzo di carcere per corruzione sulle delibere della Sanità made in Lombardia. Ora, la Cassazione ha confermato la condanna, ma riduce gli anni. L'ex governatore lombardo, infatti, dovrà scontare in carcere 5 anni e 10 mesi.
La decisione della Cassazione è arrivata dopo oltre quattro ore di camera di consiglio. La condanna definitiva per Roberto Formigoni è più bassa rispetto a quella inflittagli in appello perché è stato dichiarato prescritto il capo di imputazione di corruzione relativo al crac del San Raffaele.
L'ex governatore lombardo è il primo politico a dover affrontare il carcere con le nuove regole stabilite dal decreto "spazzacorrotti", che vieta la concessione di qualunque beneficio penitenziario ai colpevoli di corruzione, come finora accadeva solo per mafiosi e terroristi.
La Suprema Corte ha rigettato anche i ricorsi dell'ex direttore amministrativo della Maugeri, Costantino Passerino (condannato in appello a 7 anni e 7 mesi), dell'imprenditore Carlo Farina (3 anni e 4 mesi) e ha dichiarato inammissibile quello di Carla Vites, moglie dell'ex assessore Antonio Simone, che chiedeva di essere prosciolta con una formula più favorevole rispetto a quella pronunciata nei gradi di merito.
Il caso Maugeri
Roberto Formigoni avrebbe ricevuto da Pierangelo Daccò l'uso esclusivo di yacht, l'acquisto di parte di una villa e altri benefit per un valore totale di 6,6 milioni in cambio di vantaggi per due le strutture sanitarie che in un decennio si sono assicurate finanziamenti per 120 milioni, il San Raffaele, e 180 milioni, la Maugeri.
Fonte: qui
giovedì 8 novembre 2018
NUOVA INDAGINE A CARICO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE CALABRIA: IL GOVERNATORE NEI GUAI INSIEME A 5 ASSESSORI E DUE DIRIGENTI PER LA NOMINA A DIRIGENTE DI UN DIPENDENTE CHE ERA STATO SOSPESO DAL TRIBUNALE DI CATANZARO
PER OLIVERIO È LA SECONDA GRANA GIUDIZIARIA IN POCHI MESI: AD AGOSTO ERA STATO CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO PER L’INCHIESTA SU “CALABRIA VERDE”
Pietro Bellantoni per www.ilgiornale.it
Nuova indagine a carico del governatore calabrese del Pd Mario Oliverio e della sua giunta. La procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, ha iscritto nel registro degli indagati il presidente della Regione, 5 assessori e due dirigenti, tutti finiti nei guai perché lo scorso 24 settembre, nel corso di una seduta di giunta, hanno assegnato al dipendente Salvatore Lopresti un nuovo incarico dirigenziale, malgrado quest'ultimo fosse stato sospeso per un anno dal Tribunale di Catanzaro.
Lopresti era finito ai domiciliari, con altre tre persone, nell'ambito di un'altra inchiesta sui presunti illeciti relativi a un appalto da 100 milioni per il servizio di elisoccorso della Regione.
Dopo essere stata confermata dal Riesame, per Lopresti la misura cautelare era poi stata trasformata in una misura interdittiva di sospensione.
Il caso, che ha provocato l'indagine a carico della giunta calabrese, nasce quando Lopresti chiede di essere riammesso in servizio alla Cittadella, sede della Regione. E la giunta acconsente, con una delibera che conferisce al dirigente un incarico temporaneo nel settore Sport e Politiche giovanili.
Oliverio, gli assessori Francesco Russo, Maria Teresa Fragomeni, Roberto Musmanno, Antonietta Rizzo e Francesco Rossi, i dirigenti Bruno Zito e Sergio Tassone, sono accusati, a vario titolo, di abuso d'ufficio e falsità ideologica in atti pubblici.
Con la delibera incriminata, secondo gli inquirenti, giunta e burocrati avrebbero procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale a Lopresti e un danno economico e d'immagine alla Regione Calabria. Tutti gli indagati dovranno presentarsi in Procura tra il 12 e il 14 novembre per essere sottoposti agli interrogatori.
Per il governatore Oliverio si tratta della seconda indagine a suo carico in pochi mesi. Lo scorso agosto, Gratteri, assieme all'aggiunto Vincenzo Capomolla e al sostituto Alessandro Prontera, avevano chiesto il rinvio a giudizio del governatore nell'ambito di un troncone dell'inchiesta su Calabria Verde, l'agenzia regionale che si occupa di forestazione.
L'accusa, per il presidente del Pd, è sempre la stessa: abuso d'ufficio. Oliverio avrebbe infatti trasferito irregolarmente il sindaco di Acquaro (provincia di Vibo Valentia), Giuseppe Barilaro, dal Comune di Francica agli uffici di Calabria Verde, e l'avrebbe fatto per ottenere un ritorno elettorale. L'udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 12 dicembre.
Crolla così il mito di un governatore che, prima di assumere la guida della Regione (nel dicembre 2014), sbandierava ai quattro venti il fatto di non essere mai finito nel registro degli indagati nel corso di una carriera politica quarantennale. Oliverio ha già annunciato che si ricandiderà alle prossime Regionali, in programma per il 2019. Intanto, Gratteri continua a indagare.
Fonte: qui
PER OLIVERIO È LA SECONDA GRANA GIUDIZIARIA IN POCHI MESI: AD AGOSTO ERA STATO CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO PER L’INCHIESTA SU “CALABRIA VERDE”
Pietro Bellantoni per www.ilgiornale.it
Nuova indagine a carico del governatore calabrese del Pd Mario Oliverio e della sua giunta. La procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, ha iscritto nel registro degli indagati il presidente della Regione, 5 assessori e due dirigenti, tutti finiti nei guai perché lo scorso 24 settembre, nel corso di una seduta di giunta, hanno assegnato al dipendente Salvatore Lopresti un nuovo incarico dirigenziale, malgrado quest'ultimo fosse stato sospeso per un anno dal Tribunale di Catanzaro.
Lopresti era finito ai domiciliari, con altre tre persone, nell'ambito di un'altra inchiesta sui presunti illeciti relativi a un appalto da 100 milioni per il servizio di elisoccorso della Regione.
Dopo essere stata confermata dal Riesame, per Lopresti la misura cautelare era poi stata trasformata in una misura interdittiva di sospensione.
Il caso, che ha provocato l'indagine a carico della giunta calabrese, nasce quando Lopresti chiede di essere riammesso in servizio alla Cittadella, sede della Regione. E la giunta acconsente, con una delibera che conferisce al dirigente un incarico temporaneo nel settore Sport e Politiche giovanili.
Oliverio, gli assessori Francesco Russo, Maria Teresa Fragomeni, Roberto Musmanno, Antonietta Rizzo e Francesco Rossi, i dirigenti Bruno Zito e Sergio Tassone, sono accusati, a vario titolo, di abuso d'ufficio e falsità ideologica in atti pubblici.
Con la delibera incriminata, secondo gli inquirenti, giunta e burocrati avrebbero procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale a Lopresti e un danno economico e d'immagine alla Regione Calabria. Tutti gli indagati dovranno presentarsi in Procura tra il 12 e il 14 novembre per essere sottoposti agli interrogatori.
Per il governatore Oliverio si tratta della seconda indagine a suo carico in pochi mesi. Lo scorso agosto, Gratteri, assieme all'aggiunto Vincenzo Capomolla e al sostituto Alessandro Prontera, avevano chiesto il rinvio a giudizio del governatore nell'ambito di un troncone dell'inchiesta su Calabria Verde, l'agenzia regionale che si occupa di forestazione.
L'accusa, per il presidente del Pd, è sempre la stessa: abuso d'ufficio. Oliverio avrebbe infatti trasferito irregolarmente il sindaco di Acquaro (provincia di Vibo Valentia), Giuseppe Barilaro, dal Comune di Francica agli uffici di Calabria Verde, e l'avrebbe fatto per ottenere un ritorno elettorale. L'udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 12 dicembre.
Crolla così il mito di un governatore che, prima di assumere la guida della Regione (nel dicembre 2014), sbandierava ai quattro venti il fatto di non essere mai finito nel registro degli indagati nel corso di una carriera politica quarantennale. Oliverio ha già annunciato che si ricandiderà alle prossime Regionali, in programma per il 2019. Intanto, Gratteri continua a indagare.
Fonte: qui
domenica 10 giugno 2018
VISCO: ''SE L'ITALIA FA IL PASSO TROPPO LUNGO, C'È IL BURRONE. COSA C'È NEL BURRONE? NON LO SO. MEGLIO NON FARE SCENARI CHE UNO NON SA DISEGNARE. L'USCITA DALL'EURO È FUORI DISCUSSIONE. NON SE NE DEVE NEANCHE PARLARE, NON SOLO È IMPROPONIBILE, MA ANCHE DANNOSO''
VISCO, CON PASSO TROPPO LUNGO C'È IL BURRONE
Ansa - "Non si puo' tacere che ci sono dei vincoli che dobbiamo tenere presenti" come "l'equilibrio nei conti pubblici" e quindi " non fare il passo piu' lungo della gamba e quando lo si fa bisogna farlo misurato per non cadere nel burrone". Lo ha detto il Governatore, Ignazio Visco all'iniziativa 'Incontri con la Banca d'Italia' presso la sede di Milano. "L'incertezza che vi è in attesa delle misure che si metteranno effettivamente in atto e di capire dove si va a finire, blocca gli investimenti".
Visco ha poi sottolineato che avvertito che "la crisi di adesso è tensione endogena" menre le che abbiamo avuto in precedenza sono il "risultato di choc esogeni. Le crisi "precedenti" nascevano da "choc violenti che hanno colpito", ha sottolineato Visco indicando che "negli ultimi 7-8-10 anni abbiamo avuto difficoltà molto gravi" con "l'Italia si è trovata nella peggiore crisi della sua storia per complessità".
VISCO, USCITA DA EURO FUORI DISCUSSIONE
(ANSA) - L'uscita dall'Euro per l'Italia è fuori discussione. Lo afferma il governatore di Bankitalia Ignazio Visco che ricorda "C'è stato un giorno di grande tensione su queste strane interpretazioni su desideri di uscita dall'euro". "Di uscire dall'euro - ha scandito - non se ne parla, non se ne deve parlare e non e' solo improponibile, ma anche dannoso". Riferendosi agli euroscettici Visco parla di "passi in avanti che si possono fare insieme", infatti "bisogna essere presenti su questi tavoli, a Bruxelles è presente il governo e noi siamo presenti a Francoforte".
Visco ha poi evidenziato i vantaggi dell'integrazione europea indicando come "con la fine della guerra fredda ci sono stati benefici" e "l'obiettivo di Kohl e di Ciampi era quello di mettere una pietra sopra i rischi di guerre e noi abbiamo avuto 70 e più anni di pace e benessere nonostante le difficoltà di questo periodo grazie all’integrazione europea". "E’ evidente che questa crisi gravissima che ci ha colpito in 10 anni - ha aggiunto - è la piú grave della storia dell’Italia unita, molto di piú di quella degli anni 30" Secondo Visco "è stata però assorbita e c’e’ il rischio che non siano stati percepiti a fondo le difficoltà e il pericolo che abbiamo corso".
VISCO, COSA C'È NEL BURRONE? NON SO, MA RISCHI CI SONO
(ANSA) - "Cosa c'è nel burrone non lo so, ognuno di noi deve essere sufficientemente modesto da non fare scenari che non ha una capacità completa di disegnare". Lo ha detto il governatore di Bankitalia Ignazio Visco replicando a una richiesta di spiegazioni sull'invito di ieri a "non fare passi più lunghi della propria gamba". "E’ evidente però che i rischi sono percepiti", ha aggiunto introducendo un ragionamento sull'andamento dello spread, che ha definito come una "reazione emotiva" a fronte di "elementi di razionalità" a favore dell'Italia".
VISCO, CALO TASSE VA BENE, MA RISPETTARE VINCOLI CONTI
(ANSA) - "È una buona cosa riuscire a ridurre tutte le imposte perché dopo 50 anni ci vuole una riforma fiscale, ma bisogna vedere i modi e i tempi". Lo ha detto il governatore di Bankitalia Ignazio Visco interpellato su Flat Tax e reddito di cittadinanza alla Repubblica delle idee, spiegando che "l'obbiettivo è positivo ed è ovvio che bisogna difendere i più deboli". A suo avviso poi "il reddito d'inclusione va nella direzione che vuole essere rafforzata dal Governo, perché bisogna dare opportunità a tutti, ma bisogna capire i modi e i tempi e avere chiari i vincoli di bilancio" .
Fonte: qui
giovedì 24 maggio 2018
Weidmann: sono pronto a sostituire Draghi
Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha dichiarato di sentirsi pronto a rivestire il ruolo di governatore della Bce quando a fine 2019 scadrà il mandato dell'attuale numero uno Mario Draghi. Tradotto in altri termini: sarà la possibile fine del Quantitative Easing. In teoria tutti un po' se lo aspettavano ma adesso è arrivata la conferma ufficiale da parte del diretto interessato. Un particolare che diventa sempre più concreto se si guarda a quella rotazione delle presidenze che ha visto prima il francese Jean-Claude Trichet alla guida della Bce dal 2003 al 2011, quindi l'italiano Mario Draghi, rotazione che adesso rende più che plausibile l'arrivo di un tedesco a ricoprire la prestigiosa carica. Ma potrebbe non essere detta l'ultima parola. Chiunque veda però Weidmann già sulla poltrona di governatore dovrà comunque aspettare l'esito definitivo: Erkki Liikanen, governatore della Banca di Finlandia si è infatti candidato a sua volta come possibile alternativa a Draghi.
La sua view
Weidmann, infatti è stato l'acerrimo nemico del governatore italiano e soprattutto delle sue misure di stimolo dell'economia, colpevoli, a suo dire, di intaccare i rendimenti e quindi di andare a discapito di una popolazione come quella tedesca fatta per lo più di risparmiatori che vedevano intaccati i ritorni su titoli di stato e investimenti pensionistici. La sua view è stata ribadita in più occasioni, non ultima le dichiarazioni rilasciate alla stampa tedesca, per la precisione al Frankfurter Allgemeine Zeitung, in cui sottolineava che la fine del QE era prevedibile addirittura entro quest'anno. Poche settimane dopo, all'inizio di febbraio, il numero uno della Buba tornava ad attaccare l'operato di Draghi chiedendo lo stop alle misure di sostegno finanziario entro settembre dal momento che un'eventuale estensione temporale degli acquisti di titoli di stato non sembra essere più giustificabile dalla situazione economica particolarmente favorevole che il Vecchio Continente registrava proprio nella seconda metà del 2017.
Non solo Weidmann
La congiuntura favorevole permetteva infatti un aumento sulle aspettative per la crescita dei salari e dell'inflazione. Ad ogni modo lo stesso Weidmann ha ribadito che per quanto ritenga indispensabile fornire al più presto chiarezza e annunciare una data precisa per la chiusura del QE, la politica monetaria rimarrà in qualche modo accomodante ancora per qualche tempo dal momento che la strada per la normalizzazione appare molto lunga.
Fonte: qui
giovedì 26 aprile 2018
E’ già cominciata l’era post-Draghi nella BCE?
Due recenti azioni di rappresentanti della BCE sollevano l’interrogativo se non sia già iniziata la transizione da Mario Draghi (nella foto con Ignazio Visco) al suo successore alla guida della banca, che si insedierà ufficialmente nell’ottobre 2019. Costui dovrebbe essere Jens Weidmann, l’attuale capo della Bundesbank, le cui vedute notoriamente divergono da Draghi su molti temi.
Il primo indizio è stato fornito dal vicepresidente della BCE Vitor Constancio, il quale, come abbiamo riferito la scorsa settimana, ha indirettamente contraddetto la linea di Draghi secondo la quale “l’euro è irreversibile”. Constancio è alla fine del mandato e sarà sostituito il 1 giugno dallo spagnolo Luis Guindos, per cui è libero di violare la disciplina della BCE. Ma non è stato smentito dalla BCE. D’altra parte, è noto che una fazione, che comprende Weidmann, è aperta all’uscita negoziata di uno Stato membro dell’Euro.
La seconda azione è stata riferita dal Süddeutsche Zeitung il 6 aprile. La BCE avrebbe chiesto alla Deutsche Bank di simulare uno “scenario di crisi” e calcolare i costi di una “risoluzione” della propria divisione di investment banking.
Deutsche Bank, attualmente gestita in gran parte da Londra, è una delle maggiori banche europee e ha la più grande esposizione in derivati di tutte le altre. La sua divisione di investment banking ha registrato perdite negli ultimi tre anni consecutivi e l’AD John Cryan, un suddito britannico, è in via d’uscita.
Secondo il SZ, è la prima volta che l’autorità di vigilanza della BCE esige una misura del genere da una megabanca. Apparentemente “i regolatori bancari vogliono sapere quale sarebbe l’impatto sul valore degli attivi di Deutsche Bank sul mercato dei capitali e dei derivati se, come banca solvente, dovesse simulare una cessazione improvvisa di quel business”.
Deutsche Bank avrebbe detto ai giornalisti finanziari che la BCE presto esigerà tali test da altre grandi banche europee. Se questo sia vero o no, o se si tratti di una dichiarazione difensiva, è chiaro che la BCE è preoccupata delle nubi che si addensano all’orizzonte. Le banche negli Stati Uniti e in Europa riportano utili e proiettano un quadro roseo, mentre la crescita economica è estremamente bassa. Lo stesso quadro del 2007, prima del crac.
Tuttavia, la politica seguita finora dalla BCE è stata quella di rifinanziare il debito con ulteriore debito, incoraggiando l’espansione del mercato dei derivati e il modello della banca universale. Questo era lo scopo del QE e della cosiddetta Unione del Mercato dei Capitali che Mario Draghi sta tentando di costruire. Rispondendo alle domande dell’EIR in conferenza stampa, l’attuale presidente della banca ha difeso nel passato l’uso dei derivati, anche da parte di amministrazioni pubbliche, e ha prevedibilmente respinto l’idea di separare le banche ordinarie da quelle d’affari – dopotutto è la legge che porta il suo nome e quello di Amato ad aver abolito la separazione in Italia nel 1995, il singolo atto maggiormente responsabile di disastri come quello del Monte dei Paschi di Siena.
Fonte: qui
sabato 17 febbraio 2018
CHI SARA' IL PROSSIMO GOVERNATORE DELLA BCE?
SE LO SPAGNOLO DE GUINDOS DIVENTA VICE DI DRAGHI, WEIDMANN VUOLE IL POSTO DI MARIO DRAGHI
A STOPPARLO POTREBBE ESSERE PROPRIO LA MERKEL CHE PUNTA ALLA PRESIDENZA DELLA BCE O ALLA PRESIDENZA DEL PARLAMENTO EUROPEO
Da il Giornale
Alla nomina del vicepresidente della Bce mancano appena una manciata di giorni. Lunedì toccherà all' Eurogruppo decidere chi subentrerà, il 31 maggio, al portoghese Vitor Constancio. Il tempo stringe, ma la partita pare ancora aperta. Anzi, più di duello si tratta: la scelta del numero due dell' Eurotower è infatti concatenata con la successione di Mario Draghi, prevista alla fine di ottobre del 2019.
Vediamo perché. In lizza per la seconda poltrona dell' istituto di Francoforte ci sono il ministro spagnolo delle Finanze, Luis De Guindos, e il governatore della Banca d' Irlanda, Philip Lane. Il primo è in pole position: piace all' Eurogruppo, non fosse altro perché Madrid non ricopre ruoli di vertice negli apparati europei. Ma su questa possibile scelta è partito il fuoco di sbarramento dell' Europarlamento, che vede nella nomina di un politico un rischio per l' indipendenza della Bce e, dunque, preferirebbe l' economista Lane.
Il tema dell' autonomia della banca centrale dovrebbe stare molto a cuore anche alla stessa Bce, ma qui entrano in gioco anche fattori legati più ai futuri equilibri di vertice, quelli determinati dall' uscita di Draghi. Affidare la vicepresidenza a De Guindos, cioè a un uomo del Club Med, potrebbe infatti spianare al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, la strada che porta al vertice dell' Eurotower.
Il condizionale è però d' obbligo. Se nei mesi scorsi l' investitura del banchiere più critico nei confronti delle politiche di allentamento varate da Mario Draghi sembrava scontata, soprattutto perché la Germania non è mai stata alla guida della Bce, qualcosa ora appare cambiato. E non solo perché Berlino è ancora senza un governo, ma perché nella primavera del 2019 dovranno essere scelti i vertici di Commissione europea, Consiglio Ue ed Europarlamento.
I tedeschi non fanno mistero di voler puntare alla presidenza della Commissione, un ruolo che in futuro potrebbe inglobare anche quello di ministro unico delle Finanze europee. Inoltre, non è scontato che sia davvero conveniente per il governo di Berlino che un tedesco assuma direttamente gli onori e gli oneri della presidenza della Bce, unico organismo effettivamente federale nell' Unione europea.
Se dovesse diventare il numero uno della Bce, Weidmann dovrebbe infatti abbandonare i toni barricaderi e assumere un atteggiamento più istituzionale.
Fonte: qui
martedì 7 novembre 2017
TRUMP HA NOMINATO JEROME POWELL COME NUOVO PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE AMERICANA
‘IL MERCATO DEL LAVORO CONTINUA A RAFFORZARSI, L’ATTIVITÀ ECONOMICA CRESCE’, ANNUNCIA IL FOMC, IL BRACCIO DI POLITICA MONETARIA CHE HA LASCIATO I TASSI INVARIATI
Al.An. per ‘Il Sole 24 Ore’
La Casa Bianca ha notificato al governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, 64 anni, che è lui il prescelto per la prossima presidenza della banca centrale. Secondo il Wall Street Journal il presidente Donald Trump ha già parlato con Powell martedì. Trump ha puntato quindi sul repubblicano Powell per sostituire Janet Yellen, il cui mandato scade a febbraio 2018. L’annuncio formale è atteso per domani.
Come previsto, intanto, la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi all'1-1,25%, livello a cui furono portati lo scorso giugno con una stretta di 25 punti base; allora la banca centrale americana aveva annunciato il secondo rialzo dei tassi dell'anno in corso, il quarto da giugno 2006. La decisione è stata annunciata dal Federal Open Market Committee, il braccio di politica monetaria della Fed, al termine della sua settima e penultima riunione del 2017, iniziata ieri. Circa il nuovo rialzo dei tassi atteso nel meeting di dicembre, non sono arrivati segnali contrari. Intanto la riduzione storica del bilancio, iniziata in ottobre, «sta procedendo». Wall Street ha reagito tiepidamente, con guadagni moderati.
«Il mercato del lavoro - è l’analisi del Fomc - ha continuato a rafforzarsi e l’attività economica è cresciuta a passo sicuro» nonostante i danni miliardari (quindi la crescita del Pil sarebbe stata anche maggiore) causati dai recenti uragani Harvey e Irma, che hanno colpito rispettivamente Texas e Florida. La Federal Reserve continua ad aspettarsi che l'economia americana vada in modo tale che «aggiustamenti graduali» dei tassi saranno necessari. Nel documento, ancora una volta, l'istituto spiega che «probabilmente» i tassi, «per un po’, resteranno sotto i livelli che ci si aspetta prevalgano nel lungo termine. Tuttavia, il percorso effettivo... dipenderà dall'outlook economico così come emergerà dai dati in arrivo».
Questo porta gli investitori a continuare ad aspettarsi una stretta nell'ultima riunione del 2017, quella in calendario il 12 e 13 dicembre. Stando alla fotografia scattata dalla banca centrale Usa, il tasso di disoccupazione è «sceso ulteriormente» (a settembre è stato al 4,2% e dovrebbe restare a tale livello a ottobre). Le spese delle famiglie «si sono espanse a passo moderato», come detto nel documento di settembre, e la crescita degli investimenti fissi da parte delle aziende «è accelerata nei trimestri recenti»; anche in questo caso la frase è rimasta invariata rispetto alla riunione precedente.
La Fed ha sottolineato che i prezzi della benzina sono saliti per via degli uragani, che hanno mandato in tilt il centro nevralgico del settore energetico Usa, «spingendo l'inflazione a settembre. Tuttavia l'inflazione per altre voci come generi alimentari ed energia rimane soft». Il dato resta infatti sotto il tasso di crescita annua del 2% a cui punta la Fed.
Trump: Yellen «eccellente», ma sceglie Powell
«Eccellente». Così Donald Trump ha definito oggi Janet Yellen, il governatore della Federal Reserve il cui mandato scadrà nel febbraio del 2018. Le parole del presidente degli Stati Uniti sono arrivate prima di un incontro nella Cabinet Room della Casa Bianca con la sua squadra di governo. Domani è attesa la consacrazione del prossimo governatore della banca centrale Usa; in pole position c’era fino a poche ore fa Jerome Powell, dal 2012 membri del board della Fed. In serata la conferma che proprio a Powell è già stata comunicata la nomina dalla Casa Bianca, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.
Il 25 ottobre, Trump aveva definito «magnifica» la prima donna arrivata alla guida della Fed: l'aveva voluta nel 2014 l'allora presidente Barack Obama. In quel giorno aveva detto che lui e il governatore della banca centrale Usa stanno «andando bene» insieme, riferimento al rally di Wall Street di cui ripetutamente si attribuisce i meriti.
Fonte: qui
mercoledì 1 novembre 2017
JEROME POWELL FAVORITO PER LA FEDERAL RESERVE
DA TEMPO ALLEATO DELLA YELLEN PER RIALZI GRADUALI DEI TASSI E PER UNA RIDUZIONE SENZA SCOSSONI DEL BILANCIO DELLA BANCA, IL REPUBBLICANO DI 46 ANNI RAPPRESENTA LA CONTINUITÀ CON L’ATTUALE GESTIONE
È BEN VISTO DALLE BANCHE D’AFFARI DI WALL STREET
1. FED:ANALISTI,CON POWELL BENEFICI PER GOLDMAN, MORGAN STANLEY
(ANSA) - La nomina di Jerome Powell alla guida della Fed porterebbe i maggiori benefici per Goldman Sachs e Morgan Stanley. Mentre se fosse scelto John Taylor i benefici sarebbero maggiori per JPMorgan e Bank of America. E' l'analisi della societa' di brokeraggio Atlantic Equities. Con Powell dovrebbe continuare l'approccio graduale sui rialzi dei tassi di interesse e sulla riduzione del bilancio della banca centrale americana: questo ''e' benvenuto dai mercati'', anche perche' si traduce nel proseguire dell'attivita' di fusioni e acquisizioni, di rifinanziamento del debito e di commissioni per le banche di investimento.
2. TRUMP SPIAZZA I "FALCHI", POWELL VERSO LA FED
Barbara Ardù per la Repubblica
Non lo farà con un tweet, si dice, per rispetto all' istituzione. Ma la scelta di Donald Trump per la nomina del prossimo numero uno della Federal Reserve è vicina. Prima del 3 novembre, ha promesso il presidente Usa, dopo la due giorni di riunione della Fed da cui non si attendono nuove indicazioni. E pur non essendosi mai sbilanciato tra i tre papabili rimasti in lizza (la uscente Janet Yellen, John Taylor "il falco" e Jerome Powell, già nel board della Fed), la scelta sembra chiudersi su quest' ultimo.
Il New York Times lo dà per certo, confermando le voci che si rincorrono da giorni sulla stampa Usa. Una sconfitta per i falchi repubblicani che preferivano Taylor, l' economista della Stanford University. Che però avrebbe perso in una sorta di votazione in casa repubblicana per alzata di mano. Ma Trump ama sorprendere, avvertono fonti della Casa Bianca.
Da tempo alleato di Janet Yellen per rialzi graduali dei tassi e per una riduzione senza scossoni del bilancio della banca, Jerome Powell sembra essere invece l' uomo giusto. Repubblicano, 46 anni, Powell pur favorevole come Taylor, a una rivisitazione del Dodd-Frank (la riforma voluta da Obama per regolamentare la finanza statunitense) rappresenta la continuità. E, cosa non da poco, tra i due è favorito dagli analisti e dagli investitori di Wall Street.
Tutta gente che sta attendendo col fiato sospeso il cambio al vertice della Fed, che avverrà comunque in febbraio. E sì perché Wall Street guarda a Washington con preoccupazione. Una città travolta dallo scandalo del Russiagate, con le prime incriminazioni formali che sembrano puntare dritto verso la Casa Bianca, operatori e investitori di Wall Street sono in attesa di indicazioni. E non solo sulla nuova presidenza della Fed, ma anche sulla riforma delle tasse, che dovrebbe tagliare le imposte per le aziende.
Riforma in cui però, secondo la bozza cui sta lavorando la Camera, mancherebbe il target di un' aliquota al 20%. Per arrivare a un taglio di questa portata ci vorrebbero ben cinque anni. Troppo. Una cattiva notizia per i mercati, in volata da mesi su questa promessa di Trump.
Fonte: qui
Iscriviti a:
Post (Atom)

































