9 dicembre forconi: JENS WEIDMANN
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giovedì 24 maggio 2018

Weidmann: sono pronto a sostituire Draghi


Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha dichiarato di sentirsi pronto a rivestire il ruolo di governatore della Bce quando a fine 2019 scadrà il mandato dell'attuale numero uno Mario Draghi. Tradotto in altri termini: sarà la possibile fine del Quantitative Easing. In teoria tutti un po' se lo aspettavano ma adesso è arrivata la conferma ufficiale da parte del diretto interessato. Un particolare che diventa sempre più concreto se si guarda a quella rotazione delle presidenze che ha visto prima il francese Jean-Claude Trichet alla guida della Bce dal 2003 al 2011, quindi l'italiano Mario Draghi, rotazione che adesso rende più che plausibile l'arrivo di un tedesco a ricoprire la prestigiosa carica. Ma potrebbe non essere detta l'ultima parola. Chiunque veda però Weidmann già sulla poltrona di governatore dovrà comunque aspettare l'esito definitivo: Erkki Liikanen, governatore della Banca di Finlandia si è infatti candidato a sua volta come possibile alternativa a Draghi.

La sua view

Weidmann, infatti è stato l'acerrimo nemico del governatore italiano e soprattutto delle sue misure di stimolo dell'economia, colpevoli, a suo dire, di intaccare i rendimenti e quindi di andare a discapito di una popolazione come quella tedesca fatta per lo più di risparmiatori che vedevano intaccati i ritorni su titoli di stato e investimenti pensionistici. La sua view è stata ribadita in più occasioni, non ultima le dichiarazioni rilasciate alla stampa tedesca, per la precisione al Frankfurter Allgemeine Zeitung, in cui sottolineava che la fine del QE era prevedibile addirittura entro quest'anno. Poche settimane dopo, all'inizio di febbraio, il numero uno della Buba tornava ad attaccare l'operato di Draghi chiedendo lo stop alle misure di sostegno finanziario entro settembre dal momento che un'eventuale estensione temporale degli acquisti di titoli di stato non sembra essere più giustificabile dalla situazione economica particolarmente favorevole che il Vecchio Continente registrava proprio nella seconda metà del 2017.

Non solo Weidmann

La congiuntura favorevole permetteva infatti un aumento sulle aspettative per la crescita dei salari e dell'inflazione. Ad ogni modo lo stesso Weidmann ha ribadito che per quanto ritenga indispensabile fornire al più presto chiarezza e annunciare una data precisa per la chiusura del QE, la politica monetaria rimarrà in qualche modo accomodante ancora per qualche tempo dal momento che la strada per la normalizzazione appare molto lunga.
Fonte: qui

martedì 27 marzo 2018

Chi è Jens Weidmann, il tedesco anti-Draghi (possibile) nuovo presidente BCE

Jens Weidmann potrebbe diventare il prossimo presidente della Banca Centrale Europea. Tedesco, al momento è a capo della Bundesbank ed è considerato l’anti-Draghi.

Chi è Jens Weidmann, il tedesco anti-Draghi (possibile) nuovo presidente BCE
L’anno prossimo è previsto un cambio vertice alla Banca centrale europea(BCE) e già monta speculazione su chi sarà successore di Mario Draghi. Tra tutti c’è il nome di un personaggio controverso che appare in continuazione: quello di Jens Weidmann, l’attuale presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca.
Non sarebbe una sorpresa se la nuova guida della BCE andasse alla Germania.
Dopo la nomina del ministro delle finanze spagnolo Luis de Guindos al ruolo di vicepresidente, in molti credono che ci siano maggiori probabilità che il prossimo presidente venga da un paese dell’Europa settentrionale per questioni di equilibrio. E se fosse così, la nomina di Weidmann è praticamente scontata
Questo porta gli analisti a parlare di una prospettiva più aggressiva per la politica monetaria europea rispetto a quella portata avanti attualmente da Mario Draghi.

Chi è Jens Weidmann? Carriera e idee di politica monetaria

Jens Weidmann può vantare un curriculum impressionante. Nel 2011 è diventato il presidente più giovane che la Bundesbank abbia mai avuto. In quanto tale, è membro del Consiglio direttivo della BCE da allora. Dal 2015 dirige anche il Consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) a Basilea.
Durante sua carriera è passato anche per la Cancelleria federale tedesca e il Fondo Monetario Internazionale.
È quasi impossibile mettere in campo una politica monetaria adatta a tutti, in un’unione monetaria così eterogenea come quella della zona euro. Gli interessi di Germania e Italia, ad esempio, non potrebbero essere più divergenti sulle questioni relative al controllo dei tassi di interesse o all’acquisto di obbligazioni corporate o pubbliche.
Dall’introduzione dell’euro, gli interessi tedeschi sono stati per lo più dominanti, perché l’insieme di regole su cui la BCE si orienta corrisponde in sostanza alle regole secondo le quali la Bundesbank stava già lavorando ai tempi del marco tedesco. 
Nell’Europa meridionale, tuttavia, questa politica è stata capace di esacerbare la crisi.
Sotto Mario Draghi, la BCE ha esteso le sue vedute, in parte violando le volontà tedesche. Il tasso di interesse di riferimento è ai minimi pluriennali e la BCE immette 60 miliardi di euro nel settore finanziario ogni mese tramite il cosiddetto Quantitative Easing. Con il suo leggendario «whatever it takes», Draghi non ha lasciato dubbi sul fatto che in caso di emergenza avrebbe comunque salvato ogni stato in fallimento all’interno dell’unione monetaria.

Le critiche alla BCE mosse da Weidmann

In Germania, questa politica ha portato ad una serie di critiche da più fronti: la destra ha criticato il fatto che in questo modo si sia allentata la pressione a varare nuove riforme nell’Europa meridionale, la sinistra crede che i tassi di interesse bassi siano svantaggiosi per i pensionati e i piccoli risparmiatori.
All’unanimità, molti democratici criticano il fatto che il «whatever it takes» sia praticamente incompatibile con il principio della sovranità di bilancio dei parlamenti nazionali.
Nonostante le critiche, solo alcune delle élite economiche tedesche sono interessate al crollo dell’euro, proprio perché la politica monetaria della zona euro è fondamentalmente orientata verso gli interessi tedeschi.
Weidmann appartiene ai critici più accaniti della politica monetaria non convenzionale di Draghi. Già nel settembre 2011 ha preso le distanze dagli acquisti di obbligazioni della BCE. Inoltre ha criticato i prestiti di salvataggio dell’EFSF e dell’ESM. Nel settembre 2012 è stato responsabile dell’unico «no» del Consiglio direttivo della BCE all’acquisto illimitato di titoli di Stato.

Il futuro della BCE con Jens Weidmann presidente

In termini di politica monetaria, può essere visto come una specie di anti-Draghi, per anni in opposizione alla maggioranza del Consiglio e al presidente. Da sempre vuole mantenere più alta possibile la pressione sull’Europa periferica.
Può essere messo in dubbio il fatto che Jens Weidmann sia adatto alla carica di presidente della BCE: è quantomeno discutibile pensare che l’euro sarebbe ancora in piedi nella sua forma attuale qualora Weidmann fosse diventato presidente della BCE al posto di Draghi nel 2011.
D’altro canto, la situazione di oggi è diversa da quella del 2011. Anche con Draghi, la politica monetaria espansiva si sta gradualmente riducendo stiamo passando sempre più velocemente dalla modalità crisi alla modalità normale. I prossimi mesi mostreranno se le cose funzionano o meno.

venerdì 6 ottobre 2017

Il capo della Bundesbank si lascia scappare cosa vogliono i tedeschi dall’Italia


Dev’essere proprio un mondo schifoso quello che mi costringe a dare ragione ad Enrico Letta. Eppure, dichiarando che sarebbe un disastro se il capo della Bundesbank Weidmann dovesse sostituire Draghi, l’ex premier ha perfettamente ragione. Da qualche tempo i tedeschi hanno fatto trapelare l’ipotesi e l’interessato stesso non ha smentito questa possibilità nell’intervista appena rilasciata alla Rai.  Già il fatto che l’unica intervista rilasciata da Weidmann sia stata ai media italiani la dice lunga sull’avanzamento del progetto e infatti Weidmann ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro su cosa dovrebbe essere fatto nei nostri confronti.

E cosa diamine avrà mai il presidente della Bundesbank che non va? 

Se fosse solo per queste cosucce non sarebbe tanto diverso da un Brunetta qualsiasi, il guaio è che Jens Weidmann conserva dell’Italia l’immagine stereotipata trasmessa dai film americani degli anni Cinquanta (pizza, mafia e mandolino), ma soprattutto non si capacita di come questi cialtroni mediterranei possiedano una ricchezza privata media superiore a quella di un tedesco. Weidmann lo dice col sorriso tirato tipico dei primi della classe, ma lo dice chiaramente e proprio nell’intervista messa in onda ieri da RaiUno nella trasmissione di Lucia Annunziata.

«Sa che è stata fatta una ricerca tra i paesi dell’area euro nella quale si evidenzia che le famiglie italiane hanno più patrimonio delle famiglie tedesche? Non penso però che qualcuno auspichi un trasferimento di patrimoni dall’Italia alla Germania…»

Così ha detto Weidmann all’intervistatrice, sfoggiando un bel sorriso sarcastico. I passaggi dell’intervista sono piuttosto lunghi e numerosi e tutti i giornalisti, in queste ore, si stanno soffermando sulle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank con riferimento al quantitative easing di Mario Draghi, che per Weidmann è stato un fallimento, o sulla necessità che l’Italia provveda quanto prima a ridurre il debito pubblico. Invece, il punto chiave è quello evidenziato dal sottoscritto: 

LE FAMIGLIE ITALIANE HANNO PIU’ PATRIMONIO DI QUELLE TEDESCHE!

E’ di assoluta evidenza, per uno studioso del fenomeno capitalistico, che l’ultracapitalismo non può reggersi a lungo quando consente alla maggior parte della popolazione di tutelarsi attraverso il risparmio. Se ci facciamo caso, i paesi maggiormente capitalistici, come gli Stati Uniti, promuovono la spesa dei privati tramite carte di credito, tramite i “pagherò”, ma non certo tramite il risparmio. E persino la prima casa è molto più tassata che in Italia. Lasciamo perdere le faraoniche idiozie che ha raccontato Berlusconi per anni, la verità è che nei paesi capitalistici i patrimoni sono riservati ai ricchi e che anche gli alti stipendi della middle class vengono puntualmente sputtanati in tasse, assicurazioni e cianfrusaglie da comprare (tipo il suv coi rostri per i bufali, anche se abiti a New York City).

Per gli americani avere una casa di proprietà (e non essere in affitto) vuol dire veramente avercela fatta nella vita. Difatti, a parte i ricchi ricchi, praticamente nessuno ne ha un’altra, la famosa seconda casa. 

Bene, ora guardatevi un po’ attorno: quanti impiegati e operai conoscete, in Italia, che hanno una seconda casa? Io abito in Veneto e oserei dire, almeno una famiglia su tre. Ma al di là delle impressioni personali, quel che è certo, è che i tedeschi non sono nelle nostre stesse condizioni e non si capacitano del perchè, nonostante il loro efficentismo e i loro (ex) alti stipendi, siano più poveri degli italiani come beni rifugio accumulati. Ma Weidmann lo sa (welfare e tasse basse sul patrimonio) ed è lì che andrà a picchiare se diventerà il nuovo inquilino della Bce a Francoforte. Con Weidmann al posto di Draghi il debito italiano non avrà più alcuna copertura e diventerà facile occasione di vendite allo scoperto per gli speculatori. 

Il governo italiano, qualsiasi esso sia, dovrà porvi rimedio attraverso alte tasse sui patrimoni della classe media italiana, trasferendo di fatto quella ricchezza alle banche tedesche, finalmente monopolio del board della Bce

Se c’è una cosa bella dei tedeschi è che non sanno mentire. Purtroppo, troppi italiani non capiscono e non sanno trarre le conclusioni politiche dalle confessioni d’oltralpe.

Fonte: Micidial

Massimo Bordin


Tratto da: comedonchisciotte

giovedì 22 settembre 2016

HANJIN BANCAROTTA… BANCAROTTA GERMANIA!

Ve lo ricordate questo post GERMANIA: MILLE ETRURIA DISSEMINATE…
A causa dell’esposizione su traffico merci e container (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Berlino, 06 giu – Bremer Landesbank (Blb), banca pubblica della citta’ indipendente di Brema, nel nord della Germania, e’ in grosse difficolta': secondo la stampa tedesca, la Vigilanza bancaria europea della Bce, in vista delle necessarie pesanti svalutazioni sui prestiti deteriorati nel settore marittimo (traffico container e merci) avrebbe chiesto al board misure di rafforzamento del capitale per 700 milioni…

Nei giorni scorsi probabilmente a molti è sfuggita la seguente notizia…

MILANO – Una flotta fantasma di 85 mega-navi portacontainer, a corto di soldi, cibo e benzina, sta mandando in tilt in queste ore il commercio mondiale. Nessun porto le accetta più.

Nessun fornitore è disposto a garantire carburante e catering dopo che la Hanjin, il colosso dello shipping coreano cui appartengono, ha dichiarato bancarotta. Un paio sono bloccate fuori dal porto californiano di Long Beach con a bordo 38 milioni di dollari di valore di componenti per elettrodomestici Samsung.

Il capitano di un’imbarcazione alla fonda di fronte a un porto giapponese ha comunicato che le autorità locali hanno autorizzato l’ingresso al molo solo per scaricare la merce, obbligando l’equipaggio a mollare gli ormeggi subito dopo senza rifornimento di acqua e viveri.

Il governo di Seoul ha garantito un prestito straordinario di circa 90 milioni di euro per tamponare l’emergenza mentre uno stuolo di legali è al lavoro per ottenere l’accesso delle barche in una cinquantina di porti. L’impasse rischia di travolgere con un effetto domino tutto il commercio mondiale: Hanjin è uno dei maggiori shipper al mondo e secondo le stime degli analisti ci sono merci per 14 miliardi di dollari pronte per la spedizione che dovranno essere spedite a destinazione con altri mezzi.

Molte in aeroplano, metodo molto più costoso ma l’unico con cui colossi come Nike, Ralph Lauren e Hugo Boss, solo per citarne alcuni, riusciranno ad arrivare con i loro prodotti in tempo nei negozi per Thanksgiving e per Natale.
Ma ora veniamo al dunque ovvero il punto cruciale…

La crisi della flotta coreana è figlia delle pessime condizione di salute dell’intero settore del trasporto via mare con container.

I tassi bassi hanno convinto molti armatori a comprare nuove navi e il boom dell’offerta ha fatto crollare prezzi e redditività.

Il comparto lavora in perdita da fine 2015 ed è destinato a chiudere il 2016 in rosso per 5 miliardi circa.

Vi lascio riflettere con alcuni grafici e tabelle…KfW, acronimo di Kreditanstalt für Wiederaufbau, è una banca tedesca … KFW KFW KFW

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La domanda principale è: “Quale è la reale esposizione delle banche tedesche al settore navale e soprattutto in quale percentuale in questi anni sui prestiti totali hanno concesso credito agli armatori? “

E soprattutto nel settore navale que è la dimensione “subprime” dei prestiti concessi dalle banche tedesche come sempre in prima fila a elargire allegramente credito vero Jens?

The Ship Mortgage Crisis – The Maritime Executive


Do you remember…Jens(WEIDMANN)?

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Qui sotto una panoramica neanche tanto aggiornata della situazione a fine 2012, non osiamo immaginare quella attuale!

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A breve lo chiederemo a mister Fobia, Jens Weidmann, state sintonizzati, sarà una grande giornata di consapevolezza, solo ed esclusivamente su Icebergfinanza l’informazione alternativa senza veli! ;-)

Fonte: Icebergfinanza 

venerdì 17 giugno 2016

Bund e non solo: Svizzera e Giappone, ecco dove il tasso decennale è già negativo

fotohome2 (2)Che fosse soltanto questione di giorni lo si era ormai capito da tempo. La discesa sotto zero del tasso dei Bund decennali resta comunque un evento di rilievo sul panorama dei mercati, non soltanto dal punto di vista meramente statistico. Non è però l’unico esempio di titoli di Stato con scadenza 10 anni e rendimenti negativi, per i quali cioè un sottoscrittore deve paradossalmente pagare per prestare denaro all’emittente: Svizzera e Giappone hanno nel corso dell’ultimo anno e mezzo preceduto la Germania in questo terreno inesplorato, in situazioni in parte simili a quella tedesca, ma anche con caratteri differenti.

Giappone: tassi negativi per frenare lo yen
Iniziamo dal Giappone e dal suo titolo di Stato decennale che offre, si fa per dire, un rendimento pari a -0,185 per cento. La discesa sottozero risale a pochi mesi fa, esattamente ai primi di febbraio, pochi giorni dopo che la Banca centrale del Giappone aveva allentato ulteriormente la propria politica monetaria nel tentativo (poi rivelatosi velleitario) di frenare la preoccupante avanzata dello yen. Dato che le mosse ultraespansive della Banca centrale europea, in particolare quelle adottate a marzo, sono senza dubbio alla base del movimento del Bund, in tutto questo si può riscontrare una sorta di similitudine.
Il Bund come bene rifugio
Dopotutto le aspettative a medio-lungo termine dell’inflazione (quelle su cui si orientano le decisioni monetarie) sono ai minimi storici sia per l’Eurozona, sia per il Giappone, e per la verità sono in rapida discesa anche altrove: le banche sono in qualche modo forzate a intervenire. Dove le cose cambiano, relativamente, è nel ruolo di «bene rifugio» che è da sempre incarnato dai titoli tedeschi e un po’ meno da quelli giapponesi. La tensione legata ai timori per la «Brexit» è insomma stata decisiva per far compiere ai Bund quel passo in più per finire sottozero.
La correlazione con i Treasury
Così come non è stato secondario il movimento al ribasso dei rendimenti dei Treasury (i titoli di Stato Usa) in previsione di un atteggiamento meno restrittivo di quanto si potesse pensare della Federal Reserve americana dopo i deludenti dati sul mercato del lavoro e la conseguente parziale marcia indietro del presidente, Janet Yellen. La correlazione fra i tassi americani e quelli tedeschi è del resto molto più accentuata di quella esistente nei confronti del Giappone, Paese che combatte da decenni con recessione e deflazione e che quindi rappresenta un po’ un esempio a sé stante.
Svizzera: la disperata difesa di un mondo a parte
E davvero un mondo a parte, sotto molti aspetti e non soltanto quello finanziario, è di certo la Svizzera. La discesa dei tassi elvetici decennali sotto la soglia dello zero risale a un anno e mezzo fa ed è collegato a un evento del tutto particolare e inatteso dal mercato: l’abbandono del cambio fisso con l’euro (all’epoca 1,20) che si accompagnò all’abbassamento dei tassi di riferimento al valore record di -0,75 per cento. La taglia relativamente limitata dell’economia svizzera e il suo sbilanciamento verso il settore finanziario rende il Paese fortemente legato a ciò che le sta intorno, quindi in primo luogo all’Eurozona. Non è quindi certo un caso se quella mossa a sorpresa della Banca nazionale aveva preceduto di pochi giorni il lancio del «quantitative easing» da parte di Mario Draghi: in questo senso la Svizzera potrebbe essere vista come un’anticipatrice di ciò che può accadere nell’area euro, anche se è allo stato attuale francamente difficile pensare a un Bund decennale che sfiora il -0,5% e tassi di riferimento a -0,75 per cento.
La Bce sempre più alle prese con l’effetto scarsità
Tornando al caso tedesco, l’abbassamento dei rendimenti di queste ultime settimane mette a sua volta ancora più in difficoltà la stessa Bce, che vede però al tempo stesso rarefarsi sempre più i titoli da acquistare nell’ambito del suo piano. Secondo i calcoli di Frederik Ducrozet di Pictet, ormai il 75% dei bond della Germania con scadenza compresa fra 2 e 30 anni (cioè quelli che rientrano nel piano Draghi) è a tasso negativo. Ma quel che più conta è che circa il 50% (per un valore di 400 miliardi su 810 miliardi) viaggia al di sotto dello 0,40% che è poi il limite minimo oltre il quale l’Eurotower non può più operare.
Le ricadute per le famiglie italiane
Cosa poi voglia davvero significare avere tassi negativi per i risparmiatori dell’area dell’euro lo ha messo in chiaro la stessa Bce in uno studio contenuto nel bollettino mensile pubblicato pochi minuti fa . Ad essere più colpite dalla politica ultra-accomodante di Francoforte sono proprio le famiglie italiane e quelle spagnole: da fine 2008 il reddito netto da interesse delle famiglie, scrive la Bce «è rimasto praticamente stabile in Germania e Francia, non invece in Spagna e Italia». In particolare, rileva il bollettino per il nostro Paese, «il calo delle entrate da interesse è più che doppio rispetto al calo dei pagamenti in interessi, con un impatto negativo sul bilancio complessivo». La ragione la spiega la Bce stessa: le famiglie italiane hanno in portafoglio «un volume relativamente ampio di asset a interesse» mentre sono, sempre relativamente, «meno indebitate» di quelle in altri Paesi. Essere più «formiche» che «cicale» non paga in un mondo a tassi sottozero.
Fonte: qui

Quando le banche cominciano a sganciarsi dal sistema…

banche_sganciansi_Titanic

Immaginiamo che cosa accadrebbe se i tassisti, invece di esigere una tariffa dai propri clienti, fossero costretti a pagarli per poterli trasportare a destinazione. Nessuno farebbe più il tassista. E così era prevedibile che la politica dei tassi negativi non solo non avrebbe resuscitato l’economia reale, ma avrebbe costretto le banche a smettere di fare le banche. Il principale gruppo finanziario giapponese, il secondo gruppo assicuratore del mondo e la seconda maggiore banca tedesca hanno iniziato a mettere i soldi sotto il materasso o stanno considerando di farlo.
Il Giappone è noto per avere per primo praticato l’espansione monetaria con decenni di “Quantitative Easing”, politica che non ha fermato la deflazione ma ha abbattuto i tassi e le rendite. Così, i buoni del Tesoro decennali hanno una rendita negativa del -0,17% e per trovare una rendita positiva occorre muoversi sui trentennali che offrono lo 0,26%. Si tratta comunque di un investimento imprevedibile, dato che nessuno può prevedere che cosa sarà l’inflazione fra trent’anni! Secondo le regole della domanda e dell’offerta, un paese con il debito pubblico al 218% del PIL, il più alto del mondo, dovrebbe offrire rendite a due cifre per trovare acquirenti. Ma il mercato è drogato dalla liquidità pompata dalle banche centrali e dai tassi zero. In queste straordinarie circostanze era solo questione di tempo prima che qualcuno scendesse dalla giostra impazzita.
L’8 giugno, l’agenzia giapponese NHK ha riportato che la Bank of Tokyo-Mitsubishi, la più grande banca del paese, cessava di fungere da “primary dealer” del debito pubblico e di acquistare buoni del tesoro in assoluto. L’agenzia notava che ciò “potrebbe avere un effetto domino tra le altre grandi banche” e sconvolgere il mercato del debito sovrano giapponese.
In Germania, Münich Re, il secondo più grande gruppo assicuratore del mondo, ha già iniziato ad accantonare la liquidità in eccesso nei propri forzieri invece di depositarla alla BCE, dove si paga un tasso negativo del -0.40%. Nikolaus von Bomhard, AD del gruppo, ha annunciato nel marzo scorso che avrebbe sperimentato la praticità di tenere le riserve in contanti e in oro, cominciando con dieci milioni di euro.
Ora, secondo la Reuters, la Commerzbank starebbe valutando di fare la stessa cosa. Teniamo presente che la Commerzbank è di fatto di proprietà del governo, che detiene la quota di maggioranza, e che sia il ministro del Tesoro Wolfgang Schaeuble sia il capo della Bundesbank Jens Weidmann hanno pubblicamente criticato la politica di tassi negativi della BCE. Berlino ha confermato di essere al corrente dell’orientamento della Commerzbank. E la stampa tedesca riporta di alcune banche in Baviera che starebbero già riempiendo i forzieri.
L’argomento usato dalla BCE per i tassi negativi sui depositi è semplice: le banche sarebbero così state costrette a investire nell’economia reale il denaro ottenuto in prestito dalla BCE a costo zero. L’evidenza empirica dopo due anni di QE mostra che ciò non è avvenuto.
Tuttavia, l’istituto centrale presieduto da Mario Draghi ha incrementato il programma di QE, portando gli acquisti mensili da 60 a 80 miliardi, iniziando il 9 giugno ad acquistare anche i bond delle imprese. Circola la voce che tra i primi titoli acquistati ve ne siano di vicini al rating “spazzatura”, titoli che la BCE continuerebbe a tenere in pancia anche se fossero declassati nel futuro, come è stato ufficialmente puntualizzato.
La politica dei tassi negativi sta distruggendo la parte essenziale del sistema bancario, la funzione della raccolta e del sistema dei pagamenti. Queste conseguenze erano note in anticipo: negli Stati Uniti sono stati compiuti degli studi su quale fosse il limite fisico dei tassi negativi. La conclusione, per quanto possa sembrare strabiliante, è che il limite è costituito dal volume dei forzieri delle banche, e cioè dalla capacità fisica di accaparrare il denaro. In altre parole, era prevedibile che le banche mettessero i soldi nell’equivalente del materasso, cosa che i clienti avrebbero fatto anche nel vero senso della parola.

Ciò naturalmente non mette al riparo dal pericolo più grave, quello dell’iperinflazione. Per ora, l’iperinflazione si è manifestata nel settore dei titoli finanziari (asset-price inflation), ma prima o poi potrebbe sconfinare nei prezzi al consumo e distruggere il valore del denaro.

È la stessa BCE ad ammetterlo, dopo averlo negato per anni. Anzi, lo scorso novembre, Draghi ha confessato che questo è proprio l’obiettivo del QE: pompare la bolla finanziaria per ottenere uno “spillover” nell’economia reale…. (vedi)

Fonte: qui