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giovedì 30 agosto 2018
martedì 23 gennaio 2018
Il tormentone fake news ha il primo risultato: la "verità" la decideranno i poliziotti di Minniti
Siamo governati da ignoranti contenti di esserlo. Dunque da gente pericolosa per tutta la popolazione, perché – perversa conseguenza di leggi elettorali che promuovono i “nominati” da qualche segreteria – dispongono delle leve del potere militar-poliziesco. L’unico che gli sia rimasto, dopo la “sussunzione di sovranità economico-finanziaria” da parte dell’Unione Europea.
La notizia è rimbalzata su tutti i media, spaventando in parte anche quelli più strettamente di regime (fa eccezione solo qualche fulminato del pig journalism). Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha presentato “il Primo protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”, predisposto dal Ministero del’Interno in collaborazione con la Polizia. Ovvero con se stesso.
Una classica misura da ministro fascista. Ma questa definizione non gli si attaglia più molto, perché persino il fascismo storico – quello che metteva come ministro dell’istruzione il miglior filosofo italiano del tempo, Giovanni Gentile – ha evitato di affidare a dei poliziotti il compito di stabilire cosa fosse “vero” e cosa no. Inventò infatti un ministero apposito, quello della stampa e propaganda, poi diventato Minculpop, incaricato di far girare la voce del regime su qualsiasi argomento, censurando tutte le altre.
Non c’era molta differenza con la pensata di Minniti, all’effetto pratico, ma in qualche modo si faceva capire che la “verità di regime” era una verità di parte, basata sulla forza.
Il deciso passo avanti di Minniti sta in due passaggi decisivi: la pretesa di stabilire quasi automaticamente cos’è vero e cos’è falso (fake news), tramite un “red button” affidato a dei poliziotti, e soprattutto la pretesa di far credere che questa sia un’operazione “democratica”.
Andiamo con ordine. La discussione sulla verità è antica quanto l’essere umano e continuerà fin quando esisterà un bipede pensante sulla Terra. In ambito scientifico – assai più rigoroso di quello politico, specie italico – la verità viene espressa in leggi e teorie, che per essere considerate valide debbono essere verificate da qualsiasi appartenente alla comunità scientifica di riferimento (i biologi non si impicciano di fisica, e viceversa), tramite la replicabilità degli esperimenti che hanno portato alla loro formulazione.
La relatività di Einstein, per fare un esempio, è “verità accettata” da un secolo a questa parte. Ma ciò non toglie che ogni esperimento o ricerca punti esplicitamente a verificare se qualche aspetto della realtà fisica possa metterla in discussione.
Questo modo di procedere assume insomma che “la verità” sia un processo storico infinito – che naturalmente è fatto di punti temporaneamente fermi e accettati da tutti –, ma anche e soprattutto un processo che deve essere affidato a esperti della materia. E le materie sono una moltitudine, per cui anche tra gli scienziati ognuno parla di quel che studia e sa, mentre tace e ascolta (al massimo fa domande) sul lavoro altrui in materie diverse.
Vabbeh, dirà qualcuno, però i poliziotti di Minniti si occuperanno di cose ben meno difficili, tipo cancellare la pletora di falsi palesi sull’infinito numero di presunti parenti di Laura Boldrini che sarebbero stai assunti da qualche parte (un tormentone in effetti osceno che dura da cinque anni e terminerà il 4 marzo…).
E’ un’obiezione idiota quasi quanto l’istituzione del red button e i meme offensivi. Il punto è infatti uno solo: l’affidamento alla polizia di stabilire cosa sia vero o no. Una volta fissato per legge, questo potere sarà applicato secondo i regolamenti e le indicazioni del ministro dell’interno e del governo in carica. Non crediamo che Salvini riuscirà a fare molto peggio di Minniti (visto che Berlusconi lo candida in quel ruolo), ma è chiaro che si tratta di un potere enorme e abnorme, che costringerà ogni blogger, giornalista, cronista o free lance, ad evitare qualsiasi notizia potenzialmente sgradita al governo.
Qualcuno ha giustamente assimilato questa pretesa a quella medioevale del Sant’Uffizio, che arrivò a un passo dalla tortura su Galileo o che aveva già mandato al rogo Giordano Bruno. Ma anche qui Minniti è riuscito a far peggio. In fondo il Sant’Uffizio vigilava sulla nascente attività scientifica, che metteva inevitabilmente in discussione le cosiddette sacre scritture. Insomma, una roba che riguardava allora poche centinaia di persone e su materie che non erano accessibili alle masse sterminate degli analfabeti.
Qui, invece, il bottoncino di Minniti pretende di vigilare sul notiziume quotidiano, quello su cui ognuno di noi – per proprio conto – forma le proprie opinioni. Dunque Minniti instaura uno strumento che vorrebbe proprio essere un controllo delle fonti con cui si costruisce l’opinione pubblica.
Una pretesa stupida, diciamolo subito. La massa di informazione circolante è largamente superiore alle capacità di lettura quotidiana di un reparto anche numeroso di poliziotti del pensiero. Dunque bisognerà far ricorso a qualche algoritmo incentrato su un certo numero di “parole sensibili”. Non è difficile immaginarle, perché avranno come criterio di individuazione la “sicurezza”, che è sempre quella del potere. Quindi ogni “critica” ai potenti verrà registrata, monitorata, soppesata nella frequenza e ripetizione, e – quando il “limite di guardia” sarà raggiunto – entrerà in funzione il famigerato bottoncino.
Una pretesa stupida non è per questo meno pericolosa. E lo sanno benissimo, perché scrivono:«non esiste nessun sistema tecnologico in grado di individuare in maniera assoluta le notizie false e la loro veridicità è dimostrabile solo attraverso la valutazione di esperti di settore». Insomma, il bottone deve essere azionato da un bipede pensante, che ha le sue idee come tutti noi. Immaginatevi un poliziotto stile Bolzaneto o Diaz come potrà comportarsi…
La stupidità prepotente del fascista, però, risalta maggiormente mettendola a confronto con la realtà del mondo dell’informazione attuale. In cui, come spiegava addirittura Obama qualche tempo fa, «Il mondo di uno che si informa su Fox News non ha praticamente nessun punto in comune con quello di uno che si informa ascoltando la NPR». Cosa significa? Che si sono creati “microcosmi” fatti di informazioni coerenti tra loro e assolutamente diversi tra loro. Esempio? Chi si abbevera al microcosmo composto da Libero-Giornale-Rete4-”Dalla vostra parte” è convinto di vivere in un mondo alieno, senza alcun punto di contatto con quello reale e meno ancora con quello di altri microcosmi.
La molteplicità di questi mondi è tale da mettere in discussione radicale ogni “autorevolezza”. Un po’ quello che abbiamo visto accadere nel microcosmo della cosiddetta sinistra radicale degli ultimi 25 anni, quando si è imposta la criminale psicologia dell’”ognuno dice la sua”; alla fine chiunque si sente in grado di discettare alla pari con chiunque altro, fosse pure il massimo esperto della materia di discussione.
E ovviamente quando scompare l’autorevolezza si apre un vuoto terribile in cui ogni imprenditore della paura ritiene di potersi infilare, surrogandola con l’autorità. Non c’è più un un universo condiviso, una comunità che riconosce chi ha ragione per la forza degli argomenti? E allora ecco qui quello che sbandiera l’argomento della forza per ridurre la complessità inestricabile del reale.
E’ a questo punto che emerge un Marco Minniti.
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mercoledì 29 novembre 2017
SCATTA IL PIANO MINNITI: PRIMO BLITZ ANTI-CLAN A OSTIA: ARRESTI PER DROGA E ARMI NEL FORTINO DEGLI SPADA
353 PERSONE IDENTIFICATE
LE FORZE DELL'ORDINE ANCHE NELLE ABITAZIONI DEI CASAMONICA: A PIAZZA GASPARRI LE CENTRALI DELLO SPACCIO
Mirko Polisano per il Messaggero - Roma
L'OPERAZIONE Nuova Ostia si è svegliata con il rumore degli elicotteri e i blindati in mezzo alle strade. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e vigili urbani hanno accerchiato il fortino dei clan e perquisito i palazzi della droga. Dopo la scia di sangue degli ultimi giorni, è scattato il piano del ministro dell' Interno. In campo, oltre 250 uomini in assetto anti sommossa che hanno circondato piazza Gasparri e le vie limitrofe, roccaforte degli Spada.
I FATTI In particolare, accerchiato il palazzo di Roberto, il reggente del clan - secono i pm- e attualmente rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo dopo aver aggredito con una testata il giornalista della troupe di Nemo. Tra statue di leoni e di cavalli, simbolo della potenza dell' organizzazione criminale, gli agenti della squadra mobile e del commissariato del Lido hanno effettuato i controlli nell' abitazione che il Comune di Roma assegnò a Rosaria Spada. All' interno, è stato individuato il nipote Walter Casamonica che di fatto viveva lì ed è stato portato in commissariato per l' identificazione. Rischia una denuncia per occupazione abusiva. Nel giardino dell' appartamento, poi, era stato costruito una veranda completamente abusiva.
I CITOFONI E sui citofoni compare una sfilza di nomi che da queste parti sono impronunciabili: Spada e Casamonica. Una palazzina comunale è tutta per loro. Questi palazzi vista mare sono delle vere e proprie centrali dello spaccio di droga. Dai sottoscala alle terrazze condominiali, dove dagli anni' 80 si ricorrono guardie e ladri. Al civico 27 di piazza Gasparri è stato individuato un vero bunker. In ogni angolo della palazzina sono state piazzate delle telecamere che portavano dagli scantinati al quinto piano. Servivano per monitorare chi entrava per acquistare la droga. In un appartamento è stata scoperta una vera cabina di regina con schermi da tutte le angolazioni. Succede a Ostia come nei palazzoni di Scampia.
Le forze dell' ordine hanno sequestrato tutto il materiale. Passati al setaccio anche cantine e garage, i covi da sempre della mala del mare di Roma. Le pistole (alcune giocattolo) erano conservate in scatoloni e utilizzate per le rapine. «Non finirà qui- rassicura il colonnello Pasqualino Toscani, comandante del gruppo Carabinieri Ostia- non è una prova di forza né un intervento spot, ma in maniera massiccia saremo sempre più presenti per fronteggiare il crimine organizzato».
Il bilancio della Prefettura parla di 353 persone identificate, 276 mezzi controllati e 4 persone arrestate per detenzione di armi e sostanze stupefacenti (Tra queste Luciana Medici, trovata in possesso di 40 grammi di droga e Luigi Fresta, trovato con 5 grammi di cocaina e con in tasca un coltello serramanico). La risposta dello Stato è stata comunque quella di un duro colpo al fiorente mercato della droga che tra queste palazzine e strade non ha mai incontrato grandi ostacoli.
I PRESIDI I posti di blocco sono durati per tutta la giornata. Fino a sera tardi il lungomare di Ponente è stato presidiato da pattuglie di polizia, carabinieri e guardia di finanza che mitra alla mano hanno ispezionato chi entrava e usciva da Nuova Ostia che continua a confermarsi tra le più importanti piazze di spaccio della Capitale.
La geografia dello spazio è visibilmente organizzata. Ogni zona di questo quadrilatero ha il suo capo che oltre ai pali si serve di tanta e altra manovalanza. Come quelli che mettono a disposizione le case «d' appoggio», garage o box dove lontano da occhi indiscreti si confezionano dosi in quantità industriale. Oppure di gente che fa la sentinella notturna, la «vedetta». «Finalmente si vedono le sirene da queste parti», commenta un negoziante. Adesso la speranza è che non torni tutto come prima.
Fonte: qui
GLI EX DELLA BANDA MAGLIANA DICHIARANO GUERRA AI CLAN
NELLE INDAGINI SULLE SPARATORIE DEL LITORALE TORNANO VECCHI GRUPPI CRIMINALI
LE FAMIGLIE SPADA E FASCIANI ATTACCATE ANCHE DA UOMINI LEGATI A COSA NOSTRA
Alessia Marani e Sara Menafra per Il Messaggero
Riprendere terreno, a tutti i costi, correndo il rischio di scatenare telecamere e retate come quella interforze partita ieri mattina e che ha tutta l' aria di non essere una mossa isolata. Sono gli investigatori che conoscono la criminalità lidense da anni a consigliare di guardare ai fatti di queste ore, la gambizzazione di Alessio Ferreri, nipote di Terenzio Fasciani e l' assalto alle abitazioni di due appartenenti della famiglia Spada a Nuova Ostia, come a una lunga catena di vendette e ritorsioni. Una guerra di clan che riparte dalla voglia di rivincita di quei rivoli della Banda della Magliana che con usura, estorsioni e narcotraffico fanno affari - e a volte scatenano conflitti - con i ranghi più alti delle organizzazioni mafiose.
CATENA DI SANGUE Ma c' è un episodio non troppo lontano nel tempo, secondo gli investigatori, da cui ripartire. Spada e Fasciani sono riusciti ad allargare il proprio potere nella zona quando Giovanni Galleoni, detto Baficchio, viene ammazzato nel del 2011 mentre segue i lavori di un locale che vuole aprire in via Forni (Nuova Ostia) e Massimo Cardoni gambizzato (alcuni anni dopo);
contemporaneamente gli interessi della famiglia Triassi (considerata mandataria dei clan agrigentini sul litorale romano, sebbene assolta a Roma dall' accusa di mafia) vengono fortemente indeboliti a suon di aggressioni e pistole. Ma oggi, quella stessa nuova alleanza scricchiola: Roberto Spada, il boxeur protagonista della testata ad un inviato di Rai 2 è in carcere di alta sorveglianza, a Tolmezzo. Il fratello, Romoletto, capo della famiglia nuovamente sotto indagine per mafia è stato recentemente condannato a 10 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dopo la sentenza della Cassazione, il clan Fasciani dovrà affrontare un nuovo processo di appello e rispondere ancora dell' accusa di mafia, inizialmente cancellata in secondo grado. Una situazione di debolezza che, secondo alcuni analisti, Roberto Spada aveva già in mente quando venti giorni fa ha aggredito il giornalista Daniele Piervincenzi stando ben attento a che lo inquadrasse la telecamera e un piccolo pubblico lo applaudisse entusiasta.
Una parte di questa storia, che ora potrebbe vedere un nuovo capitolo, è stata raccontata da Tamara Ianni, testimone di giustizia insieme al marito, Michael Cardoni, legato ai Baficchio: «Almeno fino al 2011, Galleoni Giovanni, zio di mio marito e alleato di Paolo Frau della Banda della Magliana, rivestiva un ruolo di vertice nell' ambito della malavita di Ostia. In data 22/11/2011 insieme al suo amico Antonini Francesco, Sorcanera fu ucciso. I mandanti sono stati gli Spada. Quando è morto Giovanni Galleoni gli Spada hanno fatto in modo che in piazza Gasparri venissero fatti esplodere fuochi pirotecnici per festeggiare la cosiddetta pax mafiosa, una situazione che tutti gli abitanti del quartiere hanno riconosciuto essere più tranquilla».
Paoletto Frau, considerato il luogotenente del boss della Magliana Danilo Abbruciati venne ammazzato sotto casa nel 2002, in pieno giorno. Due sicari in moto si avvicinano, lo chiamano per nome e gli sparano. Aveva appena preso la gestione di un parcheggio, intendeva allargare il giro degli affari, lui che era in contatto con pezzi di mala ostiense trapiantati in Sudamerica.
Un omicidio ancora oggi insoluto: sui poliziotti che indagavano piombarono false denunce che li misero fuorigioco. Chi allora come oggi ha armato la mano di sicari che dettano la loro legge a suon di piombo? Il doppio avvertimento è stato recapitato.
Chi si è mosso lo ha fatto dimostrando una forza logistica capace di sfidare i riflettori puntati su Ostia. Per gli investigatori quei gruppi che hanno saputo abbassare la testa al momento opportuno, potrebbero avere deciso di rialzarla per riprendersi spazi lasciati liberi, con il beneplacito di Cosa Nostra, i cui interessi su Roma a volte mutuano quelli dei napoletani.
Fonte: qui
mercoledì 27 settembre 2017
IL GENERALE HAFTAR E' A ROMA
NELLA SUA PRIMA VISITA UFFICIALE L’UOMO FORTE DI TOBRUK HA IN AGENDA INCONTRI CON I MINISTRI MINNITI E PINOTTI SUI MIGRANTI E SULLA SICUREZZA DEGLI IMPIANTI ENI
INTANTO NEI GIORNI SCORSI IL PRIMO MINISTRO LIBICO AL SERRAJ HA INVIATO NELLA CAPITALE IL GENERALE AL TAWIL...
Cristiana Mangani per www.ilmessaggero.it
Khalifa Haftar, il comandante dell'esercito nazionale libico, è arrivato nella Capitale ieri pomeriggio, poco dopo le 17, a bordo di un aereo del 31 Stormo dell'Aeronautica militare. Ha scelto un albergo ai Parioli per la sua permanenza in città, e ripartirà domani mattina. La visita era già stata annunciata, tanto che nei giorni scorsi il presidente della Commissione difesa del Senato Nicola Latorre era andato a Tobruk per caldeggiare il viaggio italiano.
All'inizio di settembre era stato il ministro Marco Minniti a recarsi a Bengasi per cercare di trovare, anche con il generale, una soluzione che potesse portare verso una più rapida stabilizzazione della Libia. Haftar cercava rassicurazioni riguardo alla missione italiana e al rispetto della sovranità nazionale libica, e le ha ottenute.
E questo ha creato qualche malumore da parte del nostro referente ufficiale, il presidente riconosciuto dall'Onu, Fayez al Serraj, che proprio per affermare i rapporti che legano l'Italia al suo governo, sabato scorso ha inviato a Roma il generale Abdulrahman al Tawil, per un incontro con il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano.
GLI APPUNTAMENTI
La prima visita ufficiale di Haftar, comunque, sarà una visita importante, nonostante ieri nessun volesse confermare il suo arrivo a Ciampino. Si sa che avrà una giornata molto piena, a cominciare da questa mattina quando incontrerà i vertici dei nostri servizi segreti esterni, l'Aise. Nel primo pomeriggio(ieri per chi legge), invece, vedrà due ministri, Roberta Pinotti e Marco Minniti, o qualcuno delegato da loro a incontrarlo: intorno alle 17 sarà alla Difesa, verso le 18 al Viminale.
Colloqui che indicano la volontà dell'Italia di trattare a tutto campo per pianificare al meglio l'impegno militare in Libia: due missioni sono già in corso (l'ospedale da campo a Misurata e la nave officina della Marina Militare a Tripoli) e un'altra potrebbe essere attivata ai confini sud del Paese. In serata, poi, è prevista una cena al Circolo ufficiali delle Forze armate, mentre la partenza sarà nuovamente da Ciampino domani mattina.
Ma c'è di più, perché, secondo indiscrezioni riferite dal quotidiano panarabo edito a Londra, al Arab al Jadid, Italia potrebbe chiedere all'uomo forte di Tobruk di proteggere gli impianti di Mellitah, operati da Eni in joint-venture con la statale libica Noc. Impianti che si trovano molto vicino alla città di Sabrata, dove da giorni sono in corso scontri tra le milizie della cosiddetta Cabina di regia del contrasto allo Stato islamico contro la Brigata 48 composta dalle milizie che si occupavano della lotta all'immigrazione clandestina, guidate da Anas al Dabbashi.
Una guerra che sembra aver lasciato 11 morti sul terreno. Per al Arab al Jadid, i colloqui dovrebbero concentrarsi sulla situazione di Mellitah, sulla quale Haftar sembra orientato a portare un messaggio rassicurante, sostenendo che gli interessi di Roma non saranno pregiudicati, soprattutto perché una delle due milizie, la cosiddetta Cabina di regia, è a lui fedele. Sempre secondo il quotidiano, poi, gli sarebbe stato chiesto di venire con una delegazione ridotta e composta da civili.
Tutto ciò mentre al Serraj continua a chiedere al nostro governo un riconoscimento costante. E per questa ragione, con un anticipo di tre giorni rispetto all'arrivo di Haftar, ha voluto inviare a Roma il capo di Stato maggiore della difesa del Governo di accordo nazionale, il generale Abdulrahman al Tawil. Per affermare il suo ruolo, di partner principale del nostro paese, in vista della visita dell'uomo forte della Cirenaica, suo rivale.
LA FARNESINA
Sempre ieri si è svolta anche un'altra riunione importante alla Farnesina. Il ministro Angelino Alfano ha incontrato un'ampia rappresentanza di Ong potenzialmente interessate a operare in Libia.
«Ho voluto organizzare questo incontro per anticiparvi la presentazione di un primo bando per l'assistenza umanitaria nel paese nordafricano. E' cruciale definire un piano d'azione sempre più efficace con le Organizzazioni internazionali coinvolte: vogliamo che le Ong italiane, con esperienza nel settore e in grado di operare in aree di crisi, possano dare un contributo importante».
26 Settembre 2017
Fonte: qui
venerdì 15 settembre 2017
“LE MONDE” ATTACCA IL MINISTRO DEGLI INTERNI MINNITI SULLA LIBIA: “FA ACCORDI CON LE MILIZIE ARMATE”
PER L’EX MINISTRO COSTA L’APPROVAZIONE DELLO “IUS SOLI” SERVE AL PD PER TARPARGLI LA CORSA VERSO PALAZZO CHIGI
1 - NUOVO FANGO FRANCESE, DI "LE MONDE", CONTRO L'ITALIA
Alle fine contro Minniti arrivano anche le insinuazioni di «Le Monde»: «L' oscuro burocrate comunista diventato il Signor anti-migranti». Il quotidiano della sinistra(quella neo-liberista!) parigina ha pubblicato ieri un pezzo contro il nostro ministro dell' Interno, accusando l' Italia di aver fatto accordi con loschi personaggi libici per gestire la crisi migratoria. Le insinuazioni si spingono a sostenere che Minniti avrebbe stretto rapporto con milizie armate e trafficanti di uomini.
2 - L’EX MINISTRO COSTA: “LO IUS SOLI E’ UNA LITE INTERNA PER AZZOPPARE E ISOLARE MINNITI”
Tommaso Montesano per “Libero quotidiano”
Enrico Costa, lei a luglio si dimise da ministro degli Affari regionali proprio a causa dell' orientamento del governo di ricorrere alla fiducia sullo ius soli. Due mesi dopo, che ne pensa degli stop and go di Palazzo Chigi rispetto alla legge?
«I nodi stanno venendo al pettine. Non c' è una maggioranza parlamentare per approvare la riforma della legge sulla cittadinanza».
Ma a Palazzo Chigi non hanno rinunciato all' idea di centrare l' obiettivo, magari in autunno.
«Immagino che il riferimento sia alle parole del ministro Graziano Delrio... Ci sarà sempre qualcuno che dirà: "Facciamo in fretta, non molliamo, cerchiamo i voti". È un gioco delle parti».
Tra chi?
«Una parte del Pd vuole piantare a tutti i costi una bandierina, si sente in dovere di andare avanti. Matteo Orfini, ad esempio...».
Avanti a tutti i costi: motivo?
«Approvare una legge come lo ius soli è un modo per cercare di riequilibrare i rapporti di forza nel Pd. Sarebbe l' occasione di bilanciare il peso, sempre maggiore, di Marco Minniti».
Secondo lei come finirà?
«La legge non sarà approvata. È dal 2006 che ci provano e non ci riescono...».
Neanche se tornasse di moda lo strumento della fiducia?
«Sarebbe una forzatura. E questo lo sanno bene: non si può violentare la libera convinzione dei senatori in nome della stabilità del governo. Quella sullo ius soli non è una legge ordinaria, ma ha un peso maggiore: qui è in gioco la definizione del futuro corpo elettorale».
Quindi non crede che il Pd abbia fatto dietrofront per l' opposizione del suo ex partito, Ap.
«Io sono stato l' unico a non votare la fiducia sul processo penale: se il Pd forza, Ap cede...».
Fonte: qui
giovedì 7 settembre 2017
GINO STRADA - MICHELE SERRA: “CHIAMANDO SBIRRO MINNITI HA CERTIFICATO LA MORTE DELLA SINISTRA”
1. L’AMACA
Michele Serra per la Repubblica
Gino Strada che dà dello "sbirro" a Marco Minniti è la certificazione - ce ne fosse ancora bisogno - della morte della sinistra italiana. Scissa in due parti mai più unificabili: una virtuosa ma spocchiosa, l' altra realista ma compromessa. A segnare l' irreparabilità della situazione l' uso della parola "sbirro", che è del gergo malavitoso e curvaiolo, carica di un disprezzo (umano, politico) senza appello.
Non esiste più luogo di dibattito, tanto meno di riconciliazione, tra questi due stati d' animo. Nel Partito comunista convivevano gli stalinisti e i movimentisti alla Ingrao, gli statalisti e gli autonomisti (nella Democrazia cristiana Dossetti e Scelba, nella Chiesa i giovannei e i lefebvriani). Oggi è guerra per bande, odio libero di sprigionarsi, nessun contenitore è in grado di assorbire questi gas tossici.
Come quelli che conservano in casa certi semi perduti, e certe memorie consumate, mi rendo conto di vivere, e forse di sopravvivere, da ossimoro. Verso da secoli il mio otto per mille a Emergency ma non vorrei Gino Strada come ministro degli Interni (né Minniti a ricucire gli sbudellati di guerra). Sono sicuramente incoerente, ma nel mio cortile, forse solo nel mio cortile, la sinistra esiste ancora.
2. “MINNITI SBIRRO” L' ESTREMISMO (E L' AUTOGOL) DI GINO STRADA
Marco Imarisio per il Corriere della Sera
Sbirro è un termine dispregiativo che indica i poliziotti. Gino Strada è una persona che fa un lavoro encomiabile. Al netto delle dispute ideologiche, questi due enunciati sono, o sarebbero, difficili da contestare. Due verità. Anche per questo è un vero peccato che il fondatore di Emergency abbia usato quel termine riferendosi alla formazione culturale del ministro dell' Interno Marco Minniti, per altro al termine della presentazione dell' ennesima buona iniziativa della sua associazione.
Non è la sua prima scivolata nell' estremismo verbale, caratteristica che in passato gli ha alienato la simpatia dovuta alla sua attività encomiabile. Questa volta è peggio, non solo perché dietro il ricorso a quell' aggettivo si intravedono tracce di una cultura dell' antagonismo radicale che ha fatto non pochi danni in epoche lontane e si spera irripetibili.
Ognuno nel suo privato può coltivare ed esercitare il pregiudizio su chi la pensa diversamente da lui, sono problemi personali. Gino Strada dovrebbe però sapere, meglio di ogni altro perché anche Emergency è stata spesso al centro di attacchi violenti e ingiustificati, che le parole pesano ancora di più in un' epoca come questa, dove il disprezzo esibito, l' insulto becero da social sembra diventato ormai linguaggio corrente, approdo linguistico di certa politica e certi media.
Tanto più quando si parla di migranti, del loro dramma epocale diventato ormai materiale da curva Sud, da ultras di opposte fazioni. Non sono più solo parole. La forma è diventata sostanza, purtroppo. E bisogna farci attenzione, o almeno dovrebbe chi ricopre un ruolo pubblico, chi ha voce per manifestare il proprio dissenso.
Non è un caso che quello «sbirri» abbia inghiottito e oscurato il resto del discorso di Strada, che comprendeva dure critiche all' operato del ministro dell' Interno. È ormai un effetto collaterale che va messo in conto, quando si scivola nell' estremismo dialettico. Non è certo questione di tutela della reputazione del ministro Minniti, che per altro di questi tempi può contare su legioni di elogiatori e sostenitori. Ma anche quello «sbirri» contribuisce a impedire una discussione decente e civile sulla questione più importante del nostro tempo. E invece ce ne sarebbe un gran bisogno.
Fonte: qui
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