9 dicembre forconi: fascismo
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mercoledì 11 settembre 2019

Big Tech e Big Brother stanno per unire le forze per "elezioni sicure"

I team di sicurezza di Facebook, Google, Twitter e Microsoft si sono incontrati con l'FBI, il Dipartimento per la sicurezza nazionale e l'ufficio del direttore della National Intelligence per coordinare una strategia per "proteggere" le elezioni del 2020. E con "sicurezza" significano manipolare i risultati delle elezioni in ogni modo possibile per ottenere il risultato che desiderano.
Secondo un rapporto di  RT ,  le grandi piattaforme tecnologiche si sono incontrate mercoledì con funzionari governativi nella sede di Menlo Park di Facebook, ha confermato la compagnia, vantandosi che Big Tech e Big Brother hanno sviluppato una "strategia globale" per ottenere il controllo delle precedenti elezioni "Vulnerabilità" mentre "analizza e anticipa le nuove minacce". Tali vulnerabilità e minacce sono i liberi pensatori che non acquistano la narrativa ufficiale e il dissenso contro la classe dominante.
Questo sta rapidamente aumentando.
Aspettatevi che la censura, i punteggi del credito sociale e le discussioni sul controllo delle armi aumentino man mano che la classe politica si rende conto che le persone potrebbero non essere schiavizzate così facilmente come hanno immaginato. Facebook si è affrettato a mettersi di fronte alle elezioni del 2020 dopo essere stato incolpato della vittoria elettorale del 2016 di Trump per aver semplicemente  permesso ai "troll russi"  di acquistare un sacco di pubblicità. La maggior parte di tali annunci è apparsa dopo il voto e non ha avuto nulla a che fare con le elezioni. Google, d'altra parte, ha tentato attivamente di manipolare  e truccare le elezioni a favore di Hillary Clinton, e le prove di tale indiscrezione stanno rapidamente diventando schiaccianti.
Il potenziale di Google di influenzare le elezioni è stato oggetto di audizioni al Senato, eppure la società è rimasta in silenzio sull'affrontare il problema. La consociata YouTube, nel frattempo, ha condotto un altro round di  censura di massa il mese scorso, pur dichiarando che era una piattaforma aperta per idee controverse.
Facebook ha insistito la scorsa settimana di aver inasprito le sue regole per verificare gli acquirenti di annunci "politici", questa volta sul serio , dopo che il concorso del 2018 ha mostrato che potevano ancora essere ingannati per pubblicare annunci ovviamente falsi "pagati da" il gruppo terroristico dello Stato Islamico e  Cambridge Analytica.
A tutti gli effetti, questo incontro doveva assicurarsi che certe idee fossero censurate in modo tale che solo le opinioni approvate dal governo possano essere rese disponibili come informazioni. L'incontro elettorale delle menti avvenne meno di una settimana dopo che l'  Agenzia di ricerca sui progetti avanzati di difesa del Pentagono (DARPA) dichiarò guerra ai deepfakes e ad altre informazioni potenzialmente seminatrici (come i meme), promettendo di neutralizzare tutti i contenuti malevoli " entro quattro anni - se non fosse per questa elezione, sicuramente per la prossima.
Fino a quando DARPA non è pronto a censurare le informazioni e punire le persone per "pensieri sbagliati", c'è il software ElectionGuard di Microsoft. La società ha annunciato a luglio che avrebbe fornito questo software a tutte le macchine di voto della nazione, gratuitamente e per "bontà dei loro cuori" (e l'appaltatore di proprietà del Pentagono che ha contribuito a sviluppare il cuore del programma).

venerdì 28 dicembre 2018

DISSIDENTI M5S: “IL VINCOLO DI MANDATO È FASCISMO”

LA BATTAGLIA DEI “DISSIDENTI” 5 STELLE CONTRO LA MODIFICA DELLA COSTITUZIONE E LO STRAPOTERE DELLA LEGA 
LA GRILLINA PAOLA NUGNES: “SONO ALLIBITA A LEGGERE CERTE COSE ANTIDEMOCRATICHE DA CHI SOSTENEVA UN MOVIMENTO CHE DICEVA UNO VALE UNO, MAI NESSUN CAPO E DEMOCRAZIA LIQUIDA…”

nugnesNUGNES
Due battaglie su tutte: il vincolo di mandato e la riforma delle autonomie. I gruppuscoli della dissidenza dentro i 5 Stelle si preparano alla battaglia d'inverno. E se il decreto Sicurezza e la manovra sono state ingoiate ma non digerite, con più di un parlamentare che si è turato il naso per votare, i prossimi appuntamenti potrebbero diventare decisivi per decidere non solo le sorti dei dissidenti, tra espulsioni e dimissioni, ma anche quelle della maggioranza.

Per ora solo pochi parlamentari osano dire la loro, se non proprio alzare la voce. Ma nel corpaccione del gruppo si nasconde un malessere che nasce da motivi diversi e finisce per convergere verso il vero punto del contendere, cioè la presunta subalternità del Movimento alla Lega e ai suoi temi fondanti. Lo strapotere mediatico di Matteo Salvini è difficile da arginare e il calo di credibilità nei sondaggi di Luigi Di Maio si spiega anche con una difficoltà a tenere testa all' iperattivismo di Salvini, politico consumato.
nugnes di maioNUGNES DI MAIO

La minoranza del Movimento proverà a fare leva anche su questo disagio per provare a scardinare gli equilibri dettati dai vertici. A favorire un aumento della conflittualità sarà anche la nuova situazione che si verrà a creare, ovvero la campagna elettorale per le Europee che vedrà, giocoforza, i due alleati di governo fare politica su due sponde diverse. Il primo tema all' ordine del giorno è la richiesta di abolizione dell' assenza del vincolo di mandato.

Ed è un tema identitario del Movimento, che da anni combatte i «voltagabbana» e i «cambi di casacca». L'assenza del vincolo di mandato è prevista dalla Costituzione: secondo l' articolo 67, «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

gregorio de falco paola nugnesGREGORIO DE FALCO PAOLA NUGNES
Risponde, cioè, solo a chi lo ha eletto e alla sua coscienza e non alle direttive del partito.
Una norma che vuole garantire ampi margini di libertà al parlamento e ridurre i rischi di autoritarismo. Ma per i 5 Stelle è la responsabile prima del trasformismo parlamentare, vizio che affligge l'Italia da decenni.

La minoranza non ci sta e attacca. Con Paola Nugnes, che in un post su Facebook è perentoria: «Il vincolo di mandato è fascismo!». E aggiunge: «Sono allibita a leggere certe cose antidemocratiche da chi sosteneva un movimento che diceva uno vale uno, mai nessun capo e democrazia liquida».

gregorio de falco in senato per la votazione del dl sicurezzaGREGORIO DE FALCO IN SENATO PER LA VOTAZIONE DEL DL SICUREZZA
Elena Fattori aggiunge: «In Senato è già stato introdotto un regolamento che impedisce i cambi di casacca e il programma con il quale ci siamo candidati prevedeva l' estensione alla Camera di tale regolamento e non la modifica della Costituzione». Programma che sostiene ironicamente di possedere nella sua ultima versione, «gelosamente rilegato e senza modifiche di manine dell' ultima ora».

Intanto il senatore Gregorio De Falco, che si è astenuto sul voto di fiducia del maxi emendamento della manovra, mette in luce, sulla scorta del «vergognoso episodio di razzismo» avvenuto contro il calciatore Koulibaly, «il clima d' odio razzistico che si manifesta nel nostro Paese in questo momento storico». De Falco chiede una netta dissociazione da questo clima, «a partire dai rappresentanti delle istituzioni». Ogni riferimento al ministro dell' Interno, il leghista Matteo Salvini, non è puramente casuale.

Fonte: qui

lunedì 23 luglio 2018

Una legge che dice la verità su Israele

La legge dello stato-nazione lo rende chiaro. Israele è solo per ebrei, scritto nero su bianco. È più facile per tutti in questo modo.


La Knesset sta per emettere una delle sue leggi più importanti e quella più in linea con la realtà. La legge dello stato-nazione metterà fine al vago nazionalismo di Israele e presenterà il sionismo così com'è. La legge metterà anche fine alla farsa che Israele sia "ebraico e democratico", una combinazione che non è mai esistita e non potrebbe mai esistere a causa della contraddizione intrinseca tra i due valori che non possono essere conciliati, se non con l'inganno.


Se lo Stato è ebraico non può essere democratico a causa della mancanza di uguaglianza, se è democratico non può essere ebraico perché una democrazia non concede privilegi basati sull'etnia. Così ora la Knesset ha deciso: Israele è ebraico. Israele sta dichiarando che è lo stato-nazione del popolo ebraico, non uno stato dei suoi cittadini, non è uno stato dei due popoli che vivono al suo interno e quindi ha cessato di essere una democrazia egualitaria, non solo nella pratica, ma anche nella teoria. Ecco perché questa legge è così importante. È una legge sulla verità.



Il clamore attorno al disegno di legge è stato pensato principalmente come uno sforzo per continuare la politica dell'ambiguità nazionale. Il presidente e il procuratore generale, apparenti guardiani della decenza, hanno protestato e ricevuto lodi dal campo liberale. Il presidente ha gridato che la legge sarebbe "un'arma nelle mani dei nemici di Israele" e il procuratore generale ha avvertito di "ripercussioni internazionali".

Data la possibilità che il velo di Israele fosse rimosso prima che il mondo lo spingesse ad agire, Reuven Rivlin, va detto,  ha gridato con grande vigore e coraggio contro la clausola che consente ai comitati di accettazione della comunità di schermare i residenti e le loro implicazioni per il regime,  ma la maggior parte dei liberali fu semplicemente inorridita nel leggere la realtà quando fu redatta come legge.

Anche Mordechai Kremnitzer, martedì ad Haaretz, ha gridato invano quando ha detto che il disegno di legge avrebbe "prodotto una rivoluzione, niente di meno". Significherebbe la fine di Israele come stato ebraico e democratico ... "Ha aggiunto che il disegno di legge renderebbe Israele "un leader tra i paesi nazionalisti come la Polonia e l'Ungheria", come se non lo fosse già e da molto tempo. In Polonia e in Ungheria non c'è tirannia su un altro popolo privo di diritti, che è diventato una realtà permanente e una parte inseparabile di come questo stato e il suo regime operano, senza fine in vista.

Tutti quegli anni di ipocrisia erano piacevoli. È stato bello dire che l'apartheid era solo in Sudafrica perché tutto era radicato nelle leggi razziali e non avevamo tali leggi. Per dire che a Hebron non è apartheid, che nella Valle del Giordano non è apartheid e che l'occupazione non fa realmente parte del regime. Per dire che eravamo l'unica democrazia nella regione, anche con l'occupazione.

È stato bello dire che, dal momento che gli arabi israeliani possono votare, fossimo una democrazia egualitaria. Far notare che esiste un partito arabo, sebbene sia escluso da qualsiasi decisione. Far notare che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere ovunque scelgano (ci puoi scommettere).

Quanto siamo illuminati; la nostra Corte Suprema ha stabilito nel caso Kaadan che una famiglia araba poteva acquistare una casa a Katzir, dopo anni di contenzioso e di evasione senza fine. Quanto è tollerante, dal momento che gli arabi possono parlare l'arabo, una lingua ufficiale. Quest'ultima è in realtà una finzione, l'arabo non è mai stato accettato come lingua ufficiale, a differenza di quanto accade con lo svedese in Finlandia, dove la minoranza svedese è molto più piccola della minoranza araba.

Era conveniente ignorare che il terreno di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che comprende la maggior parte delle terre dello stato, era solo per gli ebrei, con il sostegno della Corte Suprema progressista in quella posizione e per affermare che siamo una democrazia. Era molto più piacevole pensare a noi stessi come egualitari.

Ora ci sarà una legge che dice la verità, Israele è solo per gli ebrei, scritto nei libri. Stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. Gli arabi sono cittadini di seconda classe e i soggetti palestinesi non esistono. Il loro destino è determinato a Gerusalemme, ma non fanno parte dello stato. È più facile per tutti in questo modo.

C'è ancora un piccolo problema con il resto del mondo e con l'immagine di Israele che questa legge appannerà, in una certa misura. Non è niente di grave. I nuovi amici di Israele saranno orgogliosi di questa legge. Per loro sarà una luce per le nazioni. E le persone di coscienza in tutto il mondo conoscono già la verità e combattono da molto tempo. Un'arma per il movimento BDS? Certamente. Israele se l'è guadagnato e ora lo legifera.


Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli

domenica 15 aprile 2018

L’Unione €uropea non può essere democratizzata


Mentre la crisi interna dell’Unione Europea peggiora, e molti cittadini si ribellano contro quello che è diventato un progetto neoliberista, i politici europei si affrettano a spogliare i governi nazionali di ogni potere per impedire  ulteriori interventi democratici. Il centro-sinistra crede ancora che la UE sia una istituzione votata al bene dell’Europa. Omettono la domanda più importante: di quale Europa stiamo parlando?

Storia dell'U€ neoliberista


Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si è volto al peggio non è compito facile. È una difficoltà dovuta al fatto che gli aspetti più nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. Per semplificare, possiamo fissare il momento di svolta dell’Europa verso il neoliberismo intorno alla metà degli anni ’70, quando il regime cosiddetto “keynesiano”, adottato in occidente dopo la seconda guerra mondiale, stava attraversando una crisi conclamata.
La pressione salariale, i costi crescenti, e l’aumento della competizione internazionale avevano causato una riduzione dei profitti, provocando l’ira dei capitalisti. Ma, ad un livello più profondo, il regime di pieno impiego minacciava di costituire le fondamenta per un superamento del capitalismo stesso: una classe lavoratrice sempre più politicamente impegnata aveva iniziato a fare fronte con i movimenti della controcultura dei tardi anni ’60, chiedendo una democratizzazione radicale dell’economia e della  società.
Come l’economista polacco Michał Kalecki aveva anticipato trenta anni prima, il pieno impiego non era divenuto solamente una minaccia economica per la classe dominante, ma anche una minaccia politica.
Durante gli anni ’70 e ’80 ciò costituiva una preoccupazione per le 
élites, confermata da svariati documenti pubblicati all’epoca. Lo spesso citato documento della Commissione Trilaterale, Crisi della democrazia, datato 1975, sosteneva -dal punto di vista dell’establishment– che la situazione richiedeva una risposta a molteplici livelli. Una risposta mirata non solo a ridurre il potere contrattuale del lavoro, ma anche a promuovere un “più alto grado di moderazione nella democrazia” e un maggiore disimpegno (o “non impegno”) politico della società civile rispetto a quanto il sistema faceva, da raggiungere attraverso la diffusione dell'”apatia”.

Il secondo obiettivo –che la Commissione Trilaterale giudicava come una “precondizione fondamentale” per raggiungere il primo obiettivo, la transizione ad un nuovo ordine economico (cioè il neoliberismo)– è stato raggiunto, prima di tutto, mediante una graduale de-politicizzazione della politica economica. 

Ciò significava svuotare la sovranità nazionale e sottrarre la politica macroeconomica dal controllo democratico parlamentare –per esempio, rendendo le banche centrali formalmente indipendenti dai governi– isolando, in tal modo, la transizione neoliberistica dalla contestazione popolare. “Legando le proprie mani”, i governi erano in grado di ridurre i costi politici della transizione neoliberistica –che, chiaramente, comportava politiche impopolari– addossando la responsabilità ad accordi, trattati internazionali e istituzioni multilaterali. Tali politiche furono quindi presentate come l’inevitabile risultato della nuova e dura realtà della globalizzazione.

In Europa occidentale, questa lotta per smobilitare i movimenti popolari è stata portata alla sua più estrema conclusione. Nel 1971, a seguito del collasso del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, la maggior parte dei Paesi europei continuò a sperimentare varie forme di accordi valutari. Ciò condusse, infine, alla creazione dello SME (Sistema Monetario Europeo), che, in sostanza, ancorava tutte le valute partecipanti al marco tedesco e, per consequenza, alle posizioni “anti-keynesiane” e anti-inflazionistiche della Bundesbank. La strategia ebbe successo nel promuove una maggiore coesione del tasso di cambio, ma l’aggiustamento ricadde interamente sulle spalle dei Paesi con alta inflazione e valuta più debole. Le loro valute si apprezzarono in termini reali e trasmisero un impulso disinflazionistico attraverso lo SME. Questa “disinflazione competitiva” portò alla bassa crescita e alta disoccupazione che caratterizzò l’economia europea ngli anni ’80, generando deficit strutturali delle partite correnti in Paesi come Italia e Francia.

La decisione delle nazioni con valuta più debole di partecipare allo SME condusse le stesse ad una perdita di competitività e di quote di esportazione, mentre beneficiò in modo enorme le nazioni con valuta forte (in particolare la Germania). Dal punto di vista delle prime, sembrerebbe trattarsi di una decisione in larga misura autodistruttiva. Tuttavia, una simile decisione non può essere compresa ragionando esclusivamente in termini di interesse nazionale, ma dovrebbe essere vista come il modo in cui una parte della comunità nazionale è stata in grado di porre vincoli ad un’altra, come ha notato James Heartfield.

Fu la reazione alla lotta distributiva degli anni ’70, quando il capitale europeo si rivolse allo Stato per disciplinare la classe lavoratrice e le sue organizzazioni, con l’intento –prima di tutto– di ristabilire la redditività del capitale attraverso la compressione dei salari. In tal senso, la logica della “disinflazione competitiva”, contenuta nello SME, consentiva ai politici nazionali, adesso “privati” dello strumento della svalutazione competitiva, di presentare la compressione dei salari e l’austerità fiscale come i soli mezzi attraverso i quali fosse possibile recuperare la competitività del proprio Paese.

Il prisma della “de-politicizzazione”, una volontaria e cosciente limitazione dei diritti di sovranità dello Stato da parte delle élites nazionali, ci aiuta a comprendere tutte le fasi successive del processo di integrazione europea.
Un passo decisivo fu compiuto nel 1986, con il Single European Act (Atto Unico Europeo), che abolì il controllo dei capitali in tutta la CEE. Quei controlli erano stati la ragione principale di qualsiasi senso di stabilità valutaria in Europa fino a quel momento -ma ciò fu ignorato dal rapporto Delors del 1989, che era l’estensione logica della legislazione del mercato unico e che fungeva da modello per il Trattato di Maastricht del 1992. Questo trattato (formalmente Trattato dell’Unione Europea o TUE) stabilì un calendario ufficiale per la creazione di una unione monetaria europea.

La maggior parte degli Stati partecipanti acconsentì ad adottare l’euro come propria valuta ufficiale, e a trasferire il controllo della politica monetaria dalle rispettive banche centrali alla Banca Centrale Europea (BCE) entro il 1999. La Germania insistette anche perché l’unico obiettivo della BCE fosse tenere bassa l’inflazione: il primo, se non l’unico, criterio per agire doveva essere assicurare la stabilità dei prezzi. Inoltre, gli articoli da 123 a 135 della versione aggiornata del Trattato di Maastricht, il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea, proibisce in modo chiaro alla BCE di finanziare i deficit pubblici.

Col senno di poi, lo scopo appare chiaro: estendere la logica del libero mercato alle finanze pubbliche degli Stati, e così attivare un effetto di disciplina. Abbiamo visto i brutti effetti di questo in seguito alla crisi finanziaria 2007-2009. Jean-Clude Trichet, ex presidente della BCE, non ha fatto mistero del fatto che il rifiuto della banca centrale di sostenere i mercati dei titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria era finalizzato a costringere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci.

Il trattato di Maastricht stabiliva, inoltre, limiti rigorosi in termini di deficit e debito/PIL per gli Stati membri, che sono stati successivamente ristretti. Ciò, in sostanza, privava i Paesi della loro autonomia fiscale, senza trasferire questo potere di spesa a un’autorità superiore. Come ha scritto Heartfield, l’unione monetaria può quindi essere considerata essenzialmente “un processo di de-politicizzazione di un asse centrale dell’amministrazione economica e fiscale: la moneta”. In questo senso, l’istituzione dell’euro può essere considerata il punto finale dei decenni di guerra delle élites europee alla sovranità e alla democrazia.

Come scrisse il grande economista britannico Wynne Godley nel 1992, “il potere di emettere la propria moneta, di disporre della propria banca centrale, è ciò che, più di tutto, definisce l’indipendenza nazionale”. Pertanto, adottando l’euro, gli Stati membri hanno effettivamente acquisito lo status di autorità locali o colonie.

La questione centrale dei trattati europei

La portata dei trattati europei, tuttavia, va ben oltre la politica fiscale e monetaria. Attraverso di essi si stabilisce, in realtà, la struttura giuridica fondamentale della politica economica dell’Unione Europea. Ed essa è rimasta immutata nella sostanza. I principi guida dell’UE sono chiaramente indicati nel capitolo sulla politica economica, in cui si afferma che l’UE e i suoi Stati membri devono condurre una politica economica “in conformità al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” e rispettare i principi guida dei “prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie solide e una bilancia dei pagamenti sostenibile”.

Altri articoli rilevanti del TFUE includono:

  • Articolo 81, che proibisce ogni intervento dei governi in materia economica “che possa pregiudicare il commercio tra Stati membri”;
  • L’articolo 121, che conferisce al Consiglio Europeo e alla Commissione Europea – entrambi organismi non eletti – il diritto di “formulare… gli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e dell’Unione”;
  • L’articolo 126, che regola le misure disciplinari da adottare in caso di deficit eccessivo;
  • L’articolo 151, che stabilisce che la politica sociale e riguardante il lavoro della UE, terrà conto della necessità di “mantenere la competitività dell’economia dell’Unione”;
  • L’ Articolo 107, che vieta gli aiuti di Stato alle industrie nazionali strategiche.
I trattati hanno  incorporato il neoliberismo nel tessuto stesso dell’Unione Europea, mettendo di fatto al bando le politiche “keynesiane” che erano state comuni nei decenni precedenti. Essi impediscono la svalutazione della moneta e l’acquisto diretto da parte della banca centrale del debito pubblico (per quei paesi che hanno adottato l’euro). Impediscono politiche di gestione della domanda o l’uso strategico degli appalti pubblici e impongono severe restrizioni alla previdenza sociale e alla creazione di occupazione attraverso la spesa pubblica. I trattati hanno gettato le basi per una reingegnerizzazione su larga scala delle economie e delle società europee.

Le implicazioni giuridiche di questi trattati – che sono spesso oscurate da considerazioni sociali ed economiche – devono essere prese in seria considerazione. Questo perché, nonostante la Francia e l’Olanda abbiano votato contro una costituzione europea nel 2005, “in definitiva, i trattati stabiliscono un ordine costituzionale per l’UE”. Un ordine costituzionale molto particolare, dovuto alla sua natura sovranazionale (e quindi intrinsecamente non democratica). Infatti, a differenza delle costituzioni nazionali, tale ordine non può essere modificato democraticamente dai cittadini: può soltanto essere emendato all’unanimità nel contesto di un nuovo accordo internazionale – che, in termini pratici, significa che non è modificabile.

L’unica cosa che i singoli Stati possono fare è ripudiare l’intera struttura. Come ha affermato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, all’inizio del mandato di SYRIZA, “non può esserci alcuna scelta democratica contro i trattati europei”.

Inoltre, a differenza di altre costituzioni e quadri giuridici, che generalmente sono tesi a definire la relazione tra le varie istituzioni di uno Stato e i diritti fondamentali dei cittadini, questa costituzione europea di fatto “stabilisce una specifica filosofia economica (o ideologia) sulla quale poi basa – o meglio ‘costituzionalizza’ – regolamenti dettagliati che vincolano la sua politica economica”.  Lo fa anche ancorando norme e regolamenti all’interno delle costituzioni nazionali, svuotandole, in tal modo, progressivamente dall’interno. Ciò conferisce poteri immensi alla Corte di Giustizia Europea, che ha l’ultima parola sulle controversie legali tra governi nazionali e istituzioni della UE. Non sorprende che Alec Stone Sweet, un esperto di diritto internazionale, l’abbia definito un “colpo di Stato giuridico”.

Negli ultimi anni il costituzionalismo autoritario dell’Unione Europea si è evoluto in una forma ancora più anti-democratica che si sta allontanando dagli elementi di democrazia formale, portando alcuni osservatori a suggerire che l’UE “potrebbe facilmente diventare il prototipo post-democratico e persino una struttura di governo pre-dittatoriale contro la sovranità nazionale e le democrazie “. Lo abbiamo visto in Grecia nel 2015, quando la BCE ha tagliato la liquidità di emergenza alle banche greche per mettere in riga il governo di SYRIZA e costringerlo ad accettare il terzo memorandum di salvataggio.

Per concludere, qualsiasi convinzione che la UE possa essere “democratizzata” e riformata in una direzione progressista è una pia illusione. Non  sarebbe soltanto  necessario un impossibile allineamento dei movimenti/ governi di sinistra per emergere simultaneamente a livello internazionale, ma,  ad un livello più fondamentale, un sistema creato con l’obiettivo specifico di limitare la democrazia non può essere democratizzato. Può essere soltanto rifiutato. 

Per concessione di Comedonchisciotte
Fonte: qui
Data dell'articolo originale: 08/02/2018

venerdì 23 febbraio 2018

VIOLENZA ALLE ELEZIONI? COLPA DEI POLITICI

CACCIARI: "BASTA CON QUESTA STORIA DEL FASCISMO E DELL'ANTIFASCIMO, NON SE NE PUÒ PIÙ!” 

''TRA L’ALTRO, GLI STUDENTI NON SANNO NEMMENO CHI FURONO MUSSOLINI E HITLER''


MASSIMO URSINOMASSIMO URSINO
Con l'avvicinarsi del 4 marzo aumentano i casi di violenza tra "fascisti" e antifascisti, da Piacenza a Palermo passando per Perugia, in un'escalation che sta avvelenando ancor di più la campagna elettorale, la più "bieca che si ricordi - dice Massimo Cacciari su Quotidiano nazionale - Piena di promesse vuote, intrisa di demagogia. Era evidente che il clima verbale si sarebbe alzato, e questi sono i frutti".
ANTIFASCISTIANTIFASCISTI


Nella surreale ricerca ai "mandanti morali" dei pestaggi tra estremisti, Cacciari taglia corto e individua la vera responsabilità: "Colpa di questi politici che hanno perso i contatti col Paese. Anzi con il sapere e il raziocinio".
CACCIARICACCIARI

Di certo non c'è nulla di ideologico in questi scontri: "Basta con questa storia del fascismo e dell'antifascimo, non se ne può più - dice Cacciari - È un dibattito di una inconcludenza totale, fondato sul nulla. Pensiamo piuttosto al fatto che i nostri ragazzi escono da scuola senza sapere bene chi era Hitler e Mussolini".

Fonte: qui

martedì 23 gennaio 2018

Il tormentone fake news ha il primo risultato: la "verità" la decideranno i poliziotti di Minniti

Siamo governati da ignoranti contenti di esserlo. Dunque da gente pericolosa per tutta la popolazione, perché – perversa conseguenza di leggi elettorali che promuovono i “nominati” da qualche segreteria – dispongono delle leve del potere militar-poliziesco. L’unico che gli sia rimasto, dopo la “sussunzione di sovranità economico-finanziaria” da parte dell’Unione Europea.

La notizia è rimbalzata su tutti i media, spaventando in parte anche quelli più strettamente di regime (fa eccezione solo qualche fulminato del pig journalism). Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha presentato “il Primo protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”, predisposto dal Ministero del’Interno in collaborazione con la Polizia. Ovvero con se stesso.

Una classica misura da ministro fascista. Ma questa definizione non gli si attaglia più molto, perché persino il fascismo storico – quello che metteva come ministro dell’istruzione il miglior filosofo italiano del tempo, Giovanni Gentile – ha evitato di affidare a dei poliziotti il compito di stabilire cosa fosse “vero” e cosa no. Inventò infatti un ministero apposito, quello della stampa e propaganda, poi diventato Minculpop, incaricato di far girare la voce del regime su qualsiasi argomento, censurando tutte le altre.

Non c’era molta differenza con la pensata di Minniti, all’effetto pratico, ma in qualche modo si faceva capire che la “verità di regime” era una verità di parte, basata sulla forza.

Il deciso passo avanti di Minniti sta in due passaggi decisivi: la pretesa di stabilire quasi automaticamente cos’è vero e cos’è falso (fake news), tramite un “red button” affidato a dei poliziotti, e soprattutto la pretesa di far credere che questa sia un’operazione “democratica”.

Andiamo con ordine. La discussione sulla verità è antica quanto l’essere umano e continuerà fin quando esisterà un bipede pensante sulla Terra. In ambito scientifico – assai più rigoroso di quello politico, specie italico – la verità viene espressa in leggi e teorie, che per essere considerate valide debbono essere verificate da qualsiasi appartenente alla comunità scientifica di riferimento (i biologi non si impicciano di fisica, e viceversa), tramite la replicabilità degli esperimenti che hanno portato alla loro formulazione.

La relatività di Einstein, per fare un esempio, è “verità accettata” da un secolo a questa parte. Ma ciò non toglie che ogni esperimento o ricerca punti esplicitamente a verificare se qualche aspetto della realtà fisica possa metterla in discussione.

Questo modo di procedere assume insomma che “la verità” sia un processo storico infinito – che naturalmente è fatto di punti temporaneamente fermi e accettati da tutti –, ma anche e soprattutto un processo che deve essere affidato a esperti della materia. E le materie sono una moltitudine, per cui anche tra gli scienziati ognuno parla di quel che studia e sa, mentre tace e ascolta (al massimo fa domande) sul lavoro altrui in materie diverse.
 
Vabbeh, dirà qualcuno, però i poliziotti di Minniti si occuperanno di cose ben meno difficili, tipo cancellare la pletora di falsi palesi sull’infinito numero di presunti parenti di Laura Boldrini che sarebbero stai assunti da qualche parte (un tormentone in effetti osceno che dura da cinque anni e terminerà il 4 marzo…).

E’ un’obiezione idiota quasi quanto l’istituzione del red button e i meme offensivi. Il punto è infatti uno solo: l’affidamento alla polizia di stabilire cosa sia vero o no. Una volta fissato per legge, questo potere sarà applicato secondo i regolamenti e le indicazioni del ministro dell’interno e del governo in carica. Non crediamo che Salvini riuscirà a fare molto peggio di Minniti (visto che Berlusconi lo candida in quel ruolo), ma è chiaro che si tratta di un potere enorme e abnorme, che costringerà ogni blogger, giornalista, cronista o free lance, ad evitare qualsiasi notizia potenzialmente sgradita al governo.

Il red button vigila sulle sue parole.

Qualcuno ha giustamente assimilato questa pretesa a quella medioevale del Sant’Uffizio, che arrivò a un passo dalla tortura su Galileo o che aveva già mandato al rogo Giordano Bruno. Ma anche qui Minniti è riuscito a far peggio. In fondo il Sant’Uffizio vigilava sulla nascente attività scientifica, che metteva inevitabilmente in discussione le cosiddette sacre scritture. Insomma, una roba che riguardava allora poche centinaia di persone e su materie che non erano accessibili alle masse sterminate degli analfabeti.
 
Qui, invece, il bottoncino di Minniti pretende di vigilare sul notiziume quotidiano, quello su cui ognuno di noi – per proprio conto – forma le proprie opinioni. Dunque Minniti instaura uno strumento che vorrebbe proprio essere un controllo delle fonti con cui si costruisce l’opinione pubblica.

Una pretesa stupida, diciamolo subito. La massa di informazione circolante è largamente superiore alle capacità di lettura quotidiana di un reparto anche numeroso di poliziotti del pensiero. Dunque bisognerà far ricorso a qualche algoritmo incentrato su un certo numero di “parole sensibili”. Non è difficile immaginarle, perché avranno come criterio di individuazione la “sicurezza”, che è sempre quella del potere. Quindi ogni “critica” ai potenti verrà registrata, monitorata, soppesata nella frequenza e ripetizione, e – quando il “limite di guardia” sarà raggiunto – entrerà in funzione il famigerato bottoncino.

Una pretesa stupida non è per questo meno pericolosa. E lo sanno benissimo, perché scrivono:«non esiste nessun sistema tecnologico in grado di individuare in maniera assoluta le notizie false e la loro veridicità è dimostrabile solo attraverso la valutazione di esperti di settore». Insomma, il bottone deve essere azionato da un bipede pensante, che ha le sue idee come tutti noi. Immaginatevi un poliziotto stile Bolzaneto o Diaz come potrà comportarsi…

La stupidità prepotente del fascista, però, risalta maggiormente mettendola a confronto con la realtà del mondo dell’informazione attuale. In cui, come spiegava addirittura Obama qualche tempo fa, «Il mondo di uno che si informa su Fox News non ha praticamente nessun punto in comune con quello di uno che si informa ascoltando la NPR». Cosa significa? Che si sono creati “microcosmi” fatti di informazioni coerenti tra loro e assolutamente diversi tra loro. Esempio? Chi si abbevera al microcosmo composto da Libero-Giornale-Rete4-”Dalla vostra parte” è convinto di vivere in un mondo alieno, senza alcun punto di contatto con quello reale e meno ancora con quello di altri microcosmi.

La molteplicità di questi mondi è tale da mettere in discussione radicale ogni “autorevolezza”. Un po’ quello che abbiamo visto accadere nel microcosmo della cosiddetta sinistra radicale degli ultimi 25 anni, quando si è imposta la criminale psicologia dell’”ognuno dice la sua”; alla fine chiunque si sente in grado di discettare alla pari con chiunque altro, fosse pure il massimo esperto della materia di discussione.

E ovviamente quando scompare l’autorevolezza si apre un vuoto terribile in cui ogni imprenditore della paura ritiene di potersi infilare, surrogandola con l’autorità. Non c’è più un un universo condiviso, una comunità che riconosce chi ha ragione per la forza degli argomenti? E allora ecco qui quello che sbandiera l’argomento della forza per ridurre la complessità inestricabile del reale.

E’ a questo punto che emerge un Marco Minniti.

di Dante Barontini*

*Articolo esce in contemporanea Contropiano e AntiDiplomatico

lunedì 11 dicembre 2017

L'ANTIFASCISMO È IL NUOVO OPPIO DEI POPOLI


IL FILOSOFO COMUNISTA ZIZEK: ''I PROGRESSISTI USANO LO SPAURACCHIO FASCISTA PER OCCULTARE I PROPRI FALLIMENTI E RICATTARE MORALMENTE GLI ELETTORI: O VOTI ME, O SEI UN TRADITORE DELLA DEMOCRAZIA'' 

COSÌ, INSEGUENDO 4 FACINOROSI NOSTALGICI NON DEVONO OCCUPARSI DI IMMIGRAZIONE, CRISI ECONOMICA, ISLAM RADICALE, DISOCCUPAZIONE E PRECARIETÀ

Riccardo Torrescura per ''La Verità''

SLAVOJ ZIZEKSLAVOJ ZIZEK
Contestare da destra la paranoia antifascista non è mai semplice: si viene accusati di essere di parte nonché ottenebrati dall' ideologia. Ecco perché vale la pena di citare ciò che ha scritto sul tema un comunista d' acciaio. L' uomo di cui stiamo parlando è il filosofo sloveno Slavoj Zizek, la cui ultima pubblicazione italiana consiste in un corposo saggio sull' attualità di Lenin.

Siamo di fronte a un insospettabile, dunque. A un pensatore che, per quanto fuori dagli schemi, si colloca con decisione sull' altra sponda del fiume rispetto al fascismo.

donald e marlaDONALD E MARLA
Ebbene, Zizek ha appena pubblicato sul quotidiano britannico The Independent un articolo bollente sul movimento antifascista. «Un nuovo spettro sta perseguitando la politica progressista in Europa e negli Stati Uniti, lo spettro del fascismo», scrive.

«Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria: sono tutti demonizzati come il nuovo male contro cui dovremmo unire tutte le nostre forze. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente giudicato un segno di collaborazione segreta con il fascismo». 

L' analisi è più che corretta e si può tranquillamente allargare alla situazione del nostro Paese.

A leggere i quotidiani degli ultimi giorni, infatti, sembra che il «pericolo fascista» sia più grave che mai. Un po' ovunque spuntano movimenti para nazisti e fanatici del totalitarismo, contro cui i movimenti progressisti - Partito democratico in primis - invitano a combattere. Chiunque si rifiuti di scendere in campo viene immediatamente etichettato come «traditore dell' Italia» (la definizione è del direttore di Repubblica, Mario Calabresi).
SLAVOJ ZIZEKSLAVOJ ZIZEK

Motivo per cui politici di vario ordine e grado stanno facendo professione di fede democratica, dichiarandosi pubblicamente «antifascisti», onde non venire sospettati di intelligenza col nemico. Un esempio lampante è il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che ieri ci ha tenuto a ribadire «la forte natura antifascista del Movimento 5 stelle». 

Ecco, secondo Slavoj Zizek, forme simili di antifascismo sono il nuovo «oppio dei popoli».

«L' immagine demonizzata di una minaccia fascista», spiega il filosofo, «serve chiaramente come nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un' immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo». A parere di Zizek, la «figura del fascista» serve ai liberal per «nascondere le situazioni di stallo alla base della nostra crisi». In sostanza, dice il pensatore sloveno, lo spauracchio del fascismo di ritorno è utilizzato per compattare il fronte progressista. «In Francia ogni scetticismo di sinistra su Macron fu immediatamente denunciato come sostegno alla Le Pen».

matteo salvini e marine le pen ballano in pista 14MATTEO SALVINI E MARINE LE PEN BALLANO IN PISTA 
In questo modo, i democratici riescono a tamponare le falle interne e a non avere i proverbiali «nemici a sinistra».
«Quando ho richiamato l' attenzione su come parti della destra identitaria stavano affrontando i problemi della classe lavoratrice trascurati dalla sinistra liberal», spiega Zizek, «sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista».

Sta avvenendo una cosa simile anche in Italia. Il Pd perde i pezzi, e non trova altro modo per recuperare consensi che evocare le minacciose forze della reazione in agguato. In questo modo, ottiene un duplice risultato: può invocare la repressione contro gli avversari politici e, allo stesso tempo, richiamare all' ordine i potenziali elettori delusi.

matteo salvini e marine le pen ballano in pista 13MATTEO SALVINI E MARINE LE PEN BALLANO IN PISTA 
«La triste prospettiva che ci attende», chiosa Zizek, «è quella di un futuro in cui, ogni quattro anni, saremo gettati nel panico, spaventati da una qualche forma di "pericolo neofascista", e in questo modo ricattati, affinché esprimiamo il nostro voto per il candidato "civilizzato" in elezioni prive di significato. [...] Nel frattempo, potremo dormire nell' abbraccio sicuro del capitalismo globale dal volto umano(neo-liberismo). L' oscenità della situazione è da mozzare il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l' ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo. Il panico antifascista di oggi non porta speranza, uccide la speranza».

A dire tutto questo è un acerrimo avversario dei movimenti populisti e identitari.
RENZI ORBANRENZI ORBAN
Un avversario che ha il pregio di essere, oltre che lucido, anche onesto. Zizek, infatti, sostiene che la sinistra dovrebbe misurarsi sullo stesso terreno battuto dalla «destra alternativa», recuperando consensi attraverso un confronto davvero democratico. Secondo lui, la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia vigliacca per evitare di affrontare la realtà.

Il fatto è che ha ragione

Il Pd, Repubblica e compagni vari possono fare tutte le campagne «antifasciste» che vogliono. 

Ma prima o poi dovranno spiegare ai loro lettori/ elettori come si risolve il caos dell' immigrazione, come si fa a uscire sul serio dalla crisi economica, come si combatte la minaccia dell' islam radicale, come si fronteggia l' aumento spaventoso della disoccupazione e della precarietà. 
Tutte questioni per cui, oggi, i progressisti non hanno soluzioni (e, quando le hanno, non sono efficaci). Il «ritorno del fascismo» potrà distrarre i cittadini per qualche settimana, ma poi i nodi arriveranno al pettine.
MERKEL ORBANMERKEL ORBAN

Verrà il giorno in cui i cari compagni non potranno più dare la colpa dei loro fallimenti al Duce. E, per loro, saranno guai seri.

Fonte: qui