9 dicembre forconi

martedì 21 agosto 2018

La guerra economica americana acquista carattere globale

Le sanzioni imposte dall'amministrazione statunitense all'Iran impatteranno direttamente le relazioni commerciali tra Teheran e le società brasiliane, principalmente nel settore agricolo, che rappresenta circa il 90% delle esportazioni brasiliane.
Questa è l'opinione di Pedro Netto, responsabile per le relazioni internazionali della Confederazione brasiliana dell'agricoltura e dell'allevamento (CNA).
"Per le sanzioni, sarà difficile per il Brasile ottenere finanziamenti per le esportazioni verso l'Iran", ha detto all'edizione brasiliana di Sputnik. "I rapporti con le banche saranno difficili e senza essi gli esportatori brasiliani incontreranno maggiori difficoltà nel ricevere denaro per i prodotti venduti. Pertanto, con queste nuove sanzioni, ci aspettiamo che il nostro commercio diminuirà sensibilmente".
Secondo il ministero dell'Agricoltura del Brasile, nell'ultimo anno le esportazioni di prodotti agricoli verso l'Iran hanno raggiunto il valore 2,3 miliardi $. Le forniture sono cresciute costantemente negli ultimi anni, in particolare dopo la firma dell'accordo internazionale sul programma nucleare iraniano nel 2015.
Per gli esportatori brasiliani l'Europa potrebbe diventare il canale attraverso cui eludere le sanzioni statunitensi. Secondo Pedro Netto, gli imprenditori brasiliani hanno usato questa soluzione in passato, in quanto anche dopo la firma dell'accordo del 2015 gli scambi commerciali con l'Iran erano rimasti ancora limitati per alcune disposizioni dei contratti sottoscritti tra le banche brasiliane e statunitensi.
"La maggior parte delle banche brasiliane non erano favorevoli a finanziare direttamente il commercio con l'Iran, in quanto vincolate da accordi con gli Stati Uniti: anche se le sanzioni erano state alleggerite, continuavano a ritenere questo Paese coinvolto in progetti non approvati dal governo americano", ha spiegato l'interlocutore di Sputnik.
Pertanto per effettuare le transazioni necessarie, gli esportatori brasiliani sceglievano principalmente il sistema bancario europeo o mediorientale.
Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non mostra di voler far passi indietro sulla sua decisione relativa all'Iran, gli esportatori brasiliani dovranno tornare a sfruttare questo schema. Allo stesso tempo la settimana scorsa Trump ha già messo il mercato globale di fronte ad una scelta, come al solito attraverso il suo mezzo di comunicazione preferito Twitter: o l'Iran o gli Stati Uniti.
Sarà una scelta difficile per il settore agroalimentare brasiliano, dato che l'anno scorso l'Iran è diventato il sesto maggiore importatore dei prodotti agricoli brasiliani, alle spalle di Cina, UE, USA, Giappone ed Hong Kong. Certamente, nonostante l'importanza della cooperazione con l'Iran, questo è ancora molto lontano dallo scambio commerciale tra USA e Brasile. Nel 2017 le esportazioni brasiliane in Iran hanno raggiunto i 2,3 miliardi $, mentre il mercato americano ha assorbito prodotti agricoli brasiliani per 6,7 miliardi $.
Secondo Pedro Netto, se i Paesi della UE riusciranno a mantenere un rapporto stabile con l'Iran, l'impatto delle sanzioni sull'economia brasiliana sarà meno dannoso.
"Per quanto riguarda il commercio, il più grande beneficiario dell'accordo nucleare con l'Iran non è stato il Brasile, ma la UE. Inoltre le voci di protesta più forti contro l'uscita dall'accordo nucleare iraniano da parte di Washington si sono sentite dall'Europa. Se l'Unione Europea riuscirà a trovare un modo per tutelarsi da queste sanzioni degli Stati Uniti, per il Brasile le conseguenze saranno meno pesanti. E' qualcosa di più di semplici relazioni bilaterali tra il Brasile e l'Iran è legato a molti fattori, in primo luogo l'Unione Europea", ha sottolineato l'esperto.
Tuttavia, a prescindere dalla posizione dei Paesi europei, secondo Netto, i produttori agricoli brasiliani andranno incontro a perdite.
"Nella prima metà di quest'anno il Brasile ha leggermente ridotto le esportazioni verso l'Iran, ma allora Teheran era ancora un partner importante. Naturalmente la riduzione del commercio colpirà i produttori agricoli, che effettuano le loro esportazioni lì", ha detto.
La decisione del governo americano ha suscitato preoccupazione nel business brasiliano, che si apprestava ad espandere i legami commerciali con l'Iran. Lo scorso marzo, nel corso della riunione sulle relazioni economico-commerciali Brasile-Iran, la Confederazione Nazionale dell'Industria del Brasile (CNI) aveva persino proposto di firmare un trattato di libero scambio tra il Mercosur e l'Iran.
"Confederazione Nazionale dell'Industria ha detto che in questo momento nei rapporti con l'Iran occorre dare la priorità nell'agenda economica, relativamente al commercio e agli investimenti. Allo stesso tempo l'avvio dei negoziati sulla firma di un accordo commerciale tra il Mercosur e l'Iran è uno dei punti più importanti", aveva detto durante la discussione il vicepresidente della Confederazione Nazionale dell'Industria Paulo Tigre.
L'accordo non è stato firmato. L'edizione brasiliana di Sputnik si è rivolta alla Confederazione Nazionale dell'Industria per scoprire come le sanzioni degli Stati Uniti influenzano le imprese brasiliane, al momento ha risposto che si sta svolgendo un'analisi preliminare delle conseguenze.
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La Cina potrebbe lasciare il mondo senza smartphone?

La risposta cinese alle sanzioni statunitensi potrebbe essere dolorosa per tutto il mondo, scrive il New York Times.
La Cina potrebbe introdurre dazi per l'importazione dei prodotti high-tech dagli Stati Uniti, compresi macchinari, aerei e cose simili.
C'è un'altra misura che si può sentir molto, non solo per l'economia statunitense, ma anche per l'industria elettronica globale.
I metalli delle terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici. Senza essi non può stare in piedi la produzione di schermi per smartphone, schede madri ed altri dispositivi elettronici ad alta tecnologia. Con le leghe contenente questi metalli fanno ad esempio i telai leggeri per le biciclette o le fusoliere degli aerei militari, in quanto anche una piccola percentuale di questi elementi nella lega può ridurre significativamente il peso della struttura metallica. I metalli delle terre rare vengono utilizzati nella produzione di quasi tutti i prodotti, senza i quali è difficile immaginare il mondo moderno: dai laser agli accendini e alle lampadine a basso consumo energetico.
Dal nome stesso si può dedurre che questi elementi non sono molto diffusi sulla Terra. Inoltre i principali giacimenti si trovano essenzialmente in Cina. Nel 2017 la Cina ha prodotto 105mila tonnellate di metalli delle terre rare. Per fare un confronto: il secondo fornitore, l'Australia, ha prodotto solo 20mila tonnellate. Al 3° posto con un grande distacco c'è la Russia, con sole 3mila tonnellate prodotte.
Allo stesso tempo il Giappone, ad esempio, consuma più di 20mila tonnellate di questi metalli all'anno, circa la stessa quantità viene consumata dagli Stati Uniti. Più di 7mila tonnellate sono consumate dall'Unione Europea.
Secondo le previsioni degli analisti, la domanda di metalli delle terre rare crescerà in futuro, in quanto sempre più prodotti ad alta tecnologia saranno messi in produzione utilizzando queste materie prime.
Sebbene il Giappone abbia annunciato quest'anno che enormi riserve di metalli delle terre rare siano state trovate nei fondali dell'Oceano Pacifico, la loro estrazione non è ancora iniziata. Il mondo intero dipende ancora dalla Cina nella fornitura di questa preziosa materia prima. Finora la Cina limita la produzione di metalli delle terre rare per motivi di sicurezza ambientale e non sfrutta questa leva di pressione sul resto del mondo, dichiara a Sputnik Chen Fengying, esperto del Centro di Studi Economici Globali dell'Istituto cinese di Relazioni Internazionali Contemporanee.
"La Cina si basa sul principio della conservazione delle risorse principali. Ancor prima sono state introdotte misure per regolare l'estrazione e l'esportazione dei metalli delle terre rare. Inoltre il processo di estrazione mineraria influenza notevolmente l'ecologia, crea problemi di inquinamento ambientale. Quindi non è una mera questione di esportazione. Per il rischio ambientale, la Cina è stata costretta ad introdurre quote per le esportazioni di metalli delle terre rare nel 2012. Allora gli Stati Uniti, la UE ed il Giappone avevano cercato di avviare un contenzioso con la Cina tramite una denuncia al WTO. Sebbene il WTO abbia ammesso che la Cina abbia violato le regole, l'Organizzazione Mondiale del Commercio non ha rifiutato a Pechino l'introduzione di alcune misure a difesa dell'ambiente."
A proposito, gli Stati Uniti sono stati così lungimiranti da includere i metalli delle terre rare nell'ultimo elenco delle merci importate dalla Cina per 200 miliardi $ di controvalore a cui applicare il dazio del 25%. E' vero che principalmente negli Stati Uniti questi metalli non arrivano sotto forma di materie prime, ma già come prodotto finito. Tuttavia, la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che i dazi sui metalli delle terre rare sono una sorta di zappata sul proprio piede, in quanto sentiranno il rincaro di un gran numero di prodotti i consumatori americani. Per la Cina, che produce circa l'80% di questa risorsa nel mondo, i dazi americani sono insignificanti. Dopotutto la Cina è anche il principale consumatore dei metalli delle terre rare, poiché la maggior parte dei prodotti in cui vengono utilizzate leghe metalliche con questi elementi vengono prodotti proprio in Cina.
D'altra parte i colossi tecnologici di livello mondiale con orrore pensano alle conseguenze della catena di approvvigionamento, per esempio sulla produzione degli smartphone, se la Cina deciderà improvvisamente di irrigidire le quote di esportazione di questa materia prima.
E un risultato del genere non può essere escluso.
La Cina non può reagire specularmente agli Stati Uniti: il Paese asiatico esporta negli Stati Uniti 506 miliardi di dollari di merci, mentre compra solo 130 miliardi $. Pertanto possono ricorrere a risposte qualitative piuttosto che quantitative, come per altro la Cina già minaccia.
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“Il dollaro USA tremerà se i Paesi del Golfo Persico creeranno una moneta unica”

La rinuncia al dollaro da parte dei maggiori esportatori di petrolio diventerà l'impulso per la modifica del sistema finanziario globale e rafforzerà la tendenza mondiale verso la de-dollarizzazione.
La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi maggiori partner commerciali, ha dichiarato il presidente Erdogan. La corrispondente dichiarazione del capo di Stato turco è arrivata sullo sfondo della crisi economico-diplomatica tra Ankara e Washington. Il giorno prima il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato su Twitter l'aumento dei dazi sull'acciaio e sull'alluminio importati dalla Turchia, provocando la caduta della lira turca al minimo storico contro l'euro e il dollaro.
propositi per rinunciare al dollaro si sono sentiti in Cina, India, Iran e Russia. I maggiori esportatori di petrolio dei Paesi del Golfo Persico seguiranno il loro esempio? Abdel Aziz al Arayar, membro del comitato consultivo del Consiglio di cooperazione del Golfo arabo (GCC) ha dichiarato a Sputnik che i Paesi arabi non hanno la necessità di rinunciare al dollaro.
"Non vedo la necessità per i Paesi del Golfo Persico di passare alle transazioni nelle valute locali, siano il riyal, il dinaro o il dirham. Queste sono valute molto forti e sono legate al dollaro. Non è importante il nome di una valuta. È importante che sia riconosciuta e sostenuta da una forte economia", ha detto l'esperto saudita.
"Gli Stati Uniti hanno una forte economia diversificata e la loro moneta è riconosciuta e accettata in tutto il mondo. Sono il leader mondiale nel campo della produzione, dell'agricoltura, del turismo. Anche la Cina effettua le transazioni in dollari."
"La ragione dell'attuale crisi in Turchia sta nel fatto che la sua economia è stata costruita sugli investimenti stranieri. Non appena gli investitori hanno messo in dubbio la stabilità del Paese, hanno ritirato i loro soldi. Una situazione simile si è verificata in Malesia negli anni '90", ha evidenziato l'esperto saudita. Secondo Abdel Aziz al Arayar, la Turchia stessa è responsabile di quello accaduto. La politica del presidente turco ha costretto il mondo a rinunciare alla lira turca.
"Non salverà la Turchia il passaggio alle transazioni in rubli o in qualche altra valuta. Serve ripristinare fiducia nell'economia turca. La diversificazione è necessaria, non si può fare affidamento solo sugli investitori stranieri. Il denaro è stato messo in settori poco promettenti, ad esempio l'immobiliare e le infrastrutture. Tutto questo non ha dato l'effetto desiderato", ha affermato l'esperto saudita.
A sua volta l'economista egiziano Muhammed Abdel Jawad ha dichiarato a Sputnik che gli Stati del Golfo Persico sono molto legati a Washington e con questi buoni propositi è difficile cambiare la situazione.
"E' molto difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se i Paesi del Golfo Persico decidessero di farlo insieme, se introducessero una moneta unica, avrebbe un enorme effetto e darebbe un impulso al progresso. Questo passo porterebbe la regione del Golfo Persico verso la leadership economica mondiale".
"I Paesi europei si sono uniti nell'Unione Europea, in cui convivono 42 lingue, diverse religioni, tradizioni politiche, monarchie e repubbliche. Hanno creato la loro moneta, l'euro, che compete con il dollaro e spesso l'aggira", ha affermato l'esperto economico egiziano.
Unire gli stessi Paesi del Golfo Persico è molto più facile, ma la forza economica dopo l'unificazione sarebbe stato molto più rilevante, in quanto l'economia di alcuni Paesi europei dipende molto dal petrolio.
"Se i Paesi del Golfo creassero la loro moneta unica, il dollaro tremerebbe", ha sottolineato Muhammed Abdel Jawad.

A giugno gli economisti della Banca Mondiale avevano dichiarato: il processo di de-dollarizzazione nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. A marzo Pechino, sullo sfondo dello scoppio della guerra commerciale con gli Stati Uniti, ha dato un duro colpo alla moneta americana nel mercato energetico globale, aprendo alle quotazioni dei futures sul petrolio in yuan. Ad aprile Teheran ha abbandonato la valuta statunitense ed ha convertito tutti i pagamenti internazionali in euro. In euro anche l'India paga il petrolio iraniano. Al terzo fornitore più importante, New Delhi ha offerto un'altra opzione: le transazioni petrolifere in rupie. I piani per abbandonare il dollaro sono stati a lungo coltivati dalla Turchia ed ora la probabilità che Ankara concretizzi le sue intenzioni sono più grandi che mai. Lo scorso 10 agosto la lira turca è crollata al minimo storico rispetto al dollaro, perdendo il 18%. La ragione è la stessa: il peggioramente delle relazioni con gli Stati Uniti.

La Russia potrebbe già escludere il dollaro dalle transazioni con la Cina, la Turchia e l'Iran.
La rinuncia al dollaro da parte dei maggiori esportatori di petrolio diventerà l'impulso per la modifica del sistema finanziario globale e rafforzerà la tendenza mondiale verso la de-dollarizzazione.
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La vera emergenza nascosta dalla crisi turca

La crisi turca è soltanto il segnale di movimenti più importanti in atto a livello globale, con gli Usa che cercano di portare a casa un doppio risultato. 
SPY FINANZA/ La vera emergenza nascosta dalla crisi turcaLapresse
Il mondo sta cambiando. Radicalmente. E noi nemmeno ce ne stiamo accorgendo. Inseguiamo notizie come cani di Pavlov, saltiamo da un'emergenza all'altra quando sono i grandi media a indicarcele, nemmeno capendo che a loro sono state indicate da chi ha tutto l'interesse a spostare l'attenzione da altro. E, spesso e volentieri, presiede i loro consigli di amministrazione. Guardate il caso turco: andava analizzato quando i movimenti sulla lira erano chiaramente rivelatori di un qualcosa in fieri, di un ricatto finanziario che stava prendendo forma. Scatenarsi in ogni tipo di più o meno dotta analisi dopo, a valuta in crollo e con le Borse a picco, non serve: quella è solo cronaca. E la cronaca è buona per essere letta quando siamo dal barbiere e c'è da attendere il nostro turno. Ma se si vuole capire cosa sta accadendo, se si vuole capire dove stiamo andando, il ruolo della cronaca è quello di foderare il fondo della gabbietta del canarino e raccoglierne i frutti. Perché è come constatare di avere la febbre, invece che coprirsi quando usciamo di casa in inverno ed evitare di prenderla. 
D'altronde, parla la realtà. La Turchia ha già smesso di essere un problema. Puff. E non per la tragedia di Genova che ha rubato spazio e preoccupazione (oltre che il solito alto grado di italico sciacallaggio politico, oltre all'attitudine al tuttologismo dalla mitica opinione pubblica, del mitico "popolo"), ma perché il 90% di chi parla di questi temi, o non li conosce o li tratta ideologicamente orientato. Nessuno vi dice qual è la reale radice del problema e, quindi, ha la necessità di trascinarvi di emergenza in emergenza come si fa con i bambini piccoli che fanno i capricci: gli si prende la mano e li si tira con paterna ma energica risolutezza dove decidiamo di andare noi. E i media, signori, nel 90% dei casi servono a questo, mica a informarvi. 
La Turchia è stata solo un sintomo di una malattia più grave. Una malattia che, però, paradossalmente il sistema non vuole che venga sconfitta, guarita, ma, anzi, che si cronicizzi, che divenga endemica: il debito. Sia esso pubblico sotto forma di deficit, basti pensare su cosa si basa la narrativa del grande boom economico statunitense, sia esso privato, vedi le emissioni record di obbligazioni da parte di cani e porci per finanziare buybacks e altre pratiche manipolatorie del mercato, azionario in testa. C'è poi il debito di sopravvivenza, ovvero il fatto che per far continuare a girare una ruota simile, il casinò globale ha bisogno di inculcarvi la sua stessa mentalità: non esiste costo della vita troppo alto, non esiste erosione del potere d'acquisto, non esiste compressione salariale. 
Esiste il credito al consumo che risolve tutti i vostri guai: perché prendere atto, contemporaneamente, non solo di guadagnare troppo poco per il lavoro che si svolge e che l'iPhone ultimo modello non solo non ci serve, ma costa davvero uno sproposito scandaloso? Eh no, così facendo saltano le fondamenta stesse del sistema. Perché rovinarsi vita, fegato e rapporti con moglie e figli, delusi dai continui no alle loro richieste, quando si può tranquillamente avere tutto, indebitandosi, pagandolo un po' alla volta e garantendo al sistema un triplice guadagno? Primo, paghi gli interessi, spesso sotto forma Tan e Taeg degni degli strozzini. Secondo, diventi schiavo a vita di rate mensili che sono veri e propri riscatti temporanei della propria libertà di scelta, pagati ogni fine o inizio e mese e che ci garantiscono serenità presunta fino alla prossima rata. Terzo, eviti che la gente prenda coscienza del mondo in cui vive, delle condizioni in cui versa. E non per ideologiche rivendicazioni tardo-ottocentesche, ma per l'unica scelta consapevole di ribellione che esiste: colpirli nel portafoglio. Ovvero, smetterla di cambiare smartphone ogni sei mesi, tv e automobile ogni anno e mezzo, scarpe ogni due settimane. Volete capire la radice dei guai che abbiamo ancora di fronte, nonostante tutti tirino il fiato per lo scampato pericolo turco? Guardate questi quattro grafici, dentro c'è tutto. 
 

I primi due, a mio avviso, sono addirittura sconvolgenti. Ci mostrano come, nel primo caso anche facendo riferimento alla ricerca del termine "liquidità in dollari" sui motori on-line, otteniamo una correlazione perfetta di andamento tra il dollaro e il Vix, ovvero il cosiddetto "indice della paura" del mercato borsistico, storicamente ormai ai minimi storici da trimestri interi. E il perché è presto detto: finché c'è la certezza che le Banche centrali saranno il backstop più o meno invisibile del mercato, perché mai dovrebbe esserci volatilità? Ma il mercato, per quanto lo si possa fare fesso con i vari Qe, è testardo. E che tu stia distruggendo tutto e lastricando le strade per l'inferno finanziario te lo fa sapere ugualmente, a modo suo: così, mostrandoti che se anche comprimi artificialmente, fino quasi a farlo sparire, il concetto di volatilità (quindi, di rischio), lui te lo mostra in altro modo. Ovvero, evidenziando la scarsità di liquidità in dollari presente nel sistema. Di fatto, un proxy
E, visto che voi non siete stupidi, avete già capito il senso: cosa ha fatto andare fuori giri, in una settimana, una lira turca che era sotto pressione da almeno due anni e un'economia che certo fino a sei mesi fa non poteva fare concorrenza a quella tedesca? I suoi enormi debiti esteri denominati in dollari, i quali erano tali anche sei mesi fa, ma non avevano due criticità sul groppone con cui fare i conti. Primo, l'aumento del costo del denaro e drenaggio di dollari dal sistema connesso al processo di normalizzazione posto in essere dalla Fed, la quale non solo ha alzato i tassi, ma anche cominciato la "dieta" del suo stato patrimoniale, drenando dollari attraverso le sue vendite di assets, obbligazioni in testa. Secondo, l'indebolimento ulteriore (in questo caso sì, tutto figlio dell'attacco speculativo) della lira turca sul dollaro, dinamica che rende il costo del servizio di quei debito in biglietti verdi molto più alto. E, quindi, meno sostenibile. Et voilà, il gioco è fatto, l'emergenza turca (che non è tale, essendo uno stato cronico di quell'economia) è servita per i gonzi davanti ai teleschermi o sfoglianti i quotidiani, in attesa che da gonzi ci si trasformi in parco buoi a cui scaricare le azioni che gli stessi media vi stanno vendendo come destinate a continui rialzi e che invece la cosiddetta smart money vuole togliersi dai bilanci, finché valgono ancora qualcosa. 
Lo chiamano mercato, qualche idiota ha anche il coraggio di scomodare formule populiste come "liberismo selvaggio" o "turbocapitalismo", ma qui di libero e di mercato non c'è nulla: è l'apoteosi del debito e della pianificazione finanziaria delle Banche centrali, siamo all'Unione Sovietica degli indici e degli spread. Ce lo mostra bene il terzo grafico, quello che ci illustra plasticamente il livello di dipendenza del mondo dal dollaro e il grado di "sete" di biglietti verdi a cui siamo giunti: e come si risponde alla sete? Bevendo. Ma qui non basta un bicchiere, né una bottiglia. Serve un'intera cascata per bere alla fonte. Serve nuovo Qe, quello che vi dico da trimestri e trimestri, almeno dall'elezione di Donald Trump, non a caso finito alla Casa Bianca con una missione chiara: squassare talmente tanto gli equilibri da garantire il ritorno, più o meno controllato, della recessione globale e garantire via libera alle Banche centrali. Il tutto, coperto dall'alibi della sua gretta stupidità e della follia umana, tanto per sviare i sospetti dai mandanti e dai soliti noti. 
E funziona, visto che la strategia ha dato vita e diffuso in mezzo mondo il cosiddetto sovranismo, di cui Donald Trump è appunto il vertice dell'iceberg, ovvero il travestimento delle élites in occasione del carnevale della stupidità populista. A volte mi viene da pensare che le oligarchie facciano bene a bastonare le opinioni pubbliche, perché come dicevano i padri, ignorantia non excusat. Ed eccoci al quarto e ultimo grafico, quello che ci mostra, in base a questa logica, all'estremizzazione dell'ordine finanziario mondiale, il vero elefante nella stanza del debito estero in dollari, delle catene della moderna schiavitù globale: l'Asia. E, attenzione, quella cifra che vede, esclude la Cina. 
Non vi viene in mente qualcosa? 
Ovvero che, in atto, ci sia la suicida e potenzialmente mortale volontà delle élites finanziarie, Usa in testa, di prendere i proverbiali due piccioni con una fava? 
Ovvero, far soldi a palate e garantire al dollaro il rafforzamento del suo stato di moneta-ricatto, più che moneta benchmark e, contemporaneamente, provare a colpire il vero, grande nemico - ovvero Pechino -, destabilizzando l'area di sua influenza diretta (il Giappone è sotto Qe pesante e Tokyo, francamente, non sarebbe affatto disturbata da una crisi in piena regola che le faccia aumentare ancora la follia monetarista, visto che il giochino comincia a funzionare sempre meno) per costringerlo a un Qe senza precedenti per evitare che il suo colossale schema Ponzi di Stato trascini sé e il mondo nel baratro? 
Attenti, perché l'operazione di intorbidimento delle acque non potrà che peggiorare, da adesso in poi. Cercate di non cascarci, perché siamo allo snodo epocale. Ma epocale davvero. 
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lunedì 20 agosto 2018

LA “TOKYO ELECTRIC POWER COMPANY” ASSUNSE MIGRANTI, PROFUGHI, DISABILI, ANZIANI E SENZATETTO PER BONIFICARE LA CENTRALE DI FUKUSHIMA

E’ L’ACCUSA DEL RAPPORTO ONU CHE PUNTA IL DITO CONTRO IL GRUPPO CHE SPEDI’ DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE, MALPAGATE E MALTRATTATE, A FARSI CONTAMINARE
Jacopo Granzotto per “il Giornale”

Migranti, profughi, disabili, anziani e senzatetto assunti (come cavie) per bonificare la centrale nucleare di Fukushima. Lavoratori probabilmente contaminati dalle radiazioni, ma anche sottopagati e maltrattati. Ennesimo, imbarazzante dossier - stavolta dell' Onu - nei confronti della Tokyo Electric Power Company (Tepco), la compagnia nucleare proprietaria di Fukushima Daiichi. Una centrale in bancarotta da anni e tenuta in vita dai finanziamenti governativi e dove più volte si era discusso per l' impietoso trattamento dei lavoratori impiegati nella bonifica dei rifiuti radioattivi.

fukushima 10FUKUSHIMA
Secondo un rapporto dell' Onu decine di migliaia di lavoratori impegnati nell' opera di decontaminazione della centrale nucleare giapponese (colpita nel 2011 dal peggior incidente nucleare dai tempi di Chernobyl) starebbero rischiando la vita dopo essere stati esposti negli anni alle radiazioni. I dati forniti dal ministero del Lavoro e Welfare giapponese dicono che i lavoratori impiegati a Fukushima sono stati 46.386 nel solo 2016. In cinque anni fino al 2016, in tutto 76.951 persone.

fukushima 1FUKUSHIMA





«Le persone più a rischio di esposizione per le sostanze tossiche sono quelle più vulnerabili allo sfruttamento - affermano dall' Onu - i poveri, i bambini, le donne, i migranti, le persone con disabilità e i lavoratori anziani. Gente spesso esposta a una miriade di abusi, costretti a una scelta aberrante tra la loro salute e il reddito. Purtroppo la loro situazione rimane invisibile all' opinione pubblica».

Giappone accusato di disumanità, anche se nel paese qualcuno si indigna. A luglio, un' indagine condotta da un settimanale di Tokyo aveva certificato che quattro società di costruzione avevano assunto tirocinanti stranieri per lavori di decontaminazione radioattiva nello stabilimento.
fukushimabigFUKUSHIMA

Nell' articolo si documentava che una delle quattro società pagava ai tirocinanti la miseria di 2.000 yen (16 euro) al giorno, una frazione dei 6.600 yen forniti dal governo come indennità speciale per il lavoro di decontaminazione.
Un' altra indagine, stavolta condotta nel 2013 dalla Reuters aveva anche riscontrato diffusi abusi sul lavoro, compresi la decurtazione improvvisa e senza preavviso di una parte della retribuzione.

E così agli esperti delle Nazioni Unite non è restato che invitare le autorità giapponesi ad agire con urgenza per proteggere questi lavoratori indifesi. E a chiedere ancora una volta (e sono tre) la possibilità di visitare la stazione danneggiata. Naturalmente senza avere risposta. Giappone che respinge le accuse e attacca l' Onu: inutili allarmismi.

«Tutto ciò è deplorevole - replica stizzito il ministro degli esteri Taro Kono - queste affermazioni unilaterali possono esacerbare la sofferenza delle persone nelle aree colpite dai disastri. Abbiamo gestito correttamente casi problematici in passato e non lo consideriamo una situazione che richiede una risposta». I giapponesi sono di parola.

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MARCELLO VENEZIANI: “I BENETTON NON HANNO PRODOTTO SOLO MAGLIONI E GESTITO AUTOSTRADE MA SONO STATI LA PRIMA FABBRICA NOSTRANA DELL'IDEOLOGIA GLOBAL.”

“E TOSCANI E’ STATO IL LORO PROFETA. SOCIETÀ MULTIRAZZIALE, VIA LE BARRIERE OVUNQUE, ECCETTO AI CASELLI, DOVE SI TRATTA DI PRENDERE PEDAGGI - SI È CEMENTATO UN BLOCCO TRA UN CETO PROGRESSISTA CHE FORNISCE IL CERTIFICATO DI BUONA COSCIENZA A UN CETO AFFARISTICO DI CAPITALISTI MARPIONI. PERÒ ALLE VOLTE, VEDI GENOVA, INSORGE LA REALTÀ…”

''IL CAPITALISMO ITALIANO HA SEMPRE AVUTO QUESTO LATO PARASSITARIO E RAPACE: NON INVESTE, NON RISCHIA DI SUO MA CAMPA A RIDOSSO DELLO STATO. A VOLTE SOCIALIZZA LE PERDITE E PRIVATIZZA I PROFITTI, COME SPESSO FACEVA LA FIAT, O PIAZZA I SUOI PRODOTTI SCARTATI DAL MERCATO ALLO STATO, COME FACEVA AD ESEMPIO L’OLIVETTI DI DE BENEDETTI''

Marcello Veneziani per Il Tempo

I Benetton non hanno prodotto solo maglioni e gestito autostrade ma sono stati la prima fabbrica nostrana dell'ideologia global. Sono stati non solo sponsor ma anche precursori dell’alfabeto ideologico, simbolico e sentimentale della sinistra. Sono stati il ponte, è il caso di dirlo, tra gli interessi multinazionali del capitalismo global e dell'americanizzazione del pianeta, coi loro profitti e il loro marketing e i messaggi contro il razzismo, contro il sessismo, a favore della società senza frontiere, lgbt, trasgressiva e progressista.
 
Le loro campagne, affidate a Oliviero Toscani, hanno cercato di unire il lato choc, che spesso sconfinava nel cattivo gusto e nel pugno allo stomaco, col messaggio progressista umanitario: società multirazziale, senza confini, senza distinzioni di sessi, di religioni, di etnie e di popoli, con speciale attenzione ai minori. Via le barriere ovunque, eccetto ai caselli, dove si tratta di prendere pedaggi. Di recente la Benetton ha fatto anche campagne umanitarie sui barconi d’immigrati e ha lanciato un video «contro tutti i razzismi risorgenti». Misterioso il nesso tra le prediche sulla pelle dei disperati e il vendere maglioni o far pagare pedaggi alle auto.

Dietro la facciata «progressista» di Benetton c’è però la realtà di Maletton, il lato B. È il caso, ad esempio del milione d’ettari della Benetton in Patagonia, sottratto alle popolazioni locali, come le comunità mapuche, vanamente insorte e sanguinosamente represse. O lo sfruttamento senza scrupoli dell’Amazzonia, ammantato dietro campagne in difesa dell’ambiente.

O la storia dei maglioni prodotti a costi stracciati presso aziende che sfruttavano lavoratori, donne e minori a salari da fame e condizioni penose, come accadde in Bangladesh a Dacca, dove morirono un migliaio di sfruttati che lavoravano in un’azienda che produceva anche per Benetton. Le loro facce non le abbiamo mai viste negli spot umanitari di Benetton, così come non vedremo nessuna maglietta rossa, nessun cappellino rosso sponsorizzato da Benetton o promosso da Toscani per le vittime di Genova.

luciano benetton e oliviero toscaniLUCIANO BENETTON E OLIVIERO TOSCANI
A questo si aggiunge per la Benetton l’affarone di gestire prima gli Autogrill e poi interamente le Autostrade, dopo che lo Stato italiano ha investito per decenni miliardi per far nascere la rete autostradale. Un «regalo» del pubblico al privato, come succede solo in Italia. Il capitalismo italiano ha sempre avuto questo lato parassitario e rapace: non investe, non rischia di suo ma campa a ridosso del settore pubblico o delle sue commesse.

A volte socializza le perdite e privatizza i profitti, come spesso faceva per esempio la Fiat, o piazza i suoi prodotti scartati dal mercato allo Stato, come faceva ad esempio De Benedetti accollando materiali un po’ vecchiotti dell’Olivetti alla pubblica amministrazione. Aziende che si scoprivano nazionaliste quando si trattava di mungere dallo stato italiano e poi si facevano globalità quando si trattava di andarsene all’estero per ragioni di produzione, fisco o costi minori.

O si rileva la gestione delle Autostrade come i Benetton e i loro soci, con sontuosi profitti ma poi è tutto da verificare se si siano curati di investire adeguatamente per ammodernare la rete e fare manutenzione efficace. La tragedia di Genova pende come un gigantesco punto interrogativo tra i cavi sospesi sulla città.

Di tutto questo, naturalmente, si parla poco nei media italiani, soprattutto nei grandi; non dimentichiamo che Benetton, oltre che importante cliente pubblicitario nei media, è azionista nel gruppo de la Repubblica-L'Espesso-La Stampa, dove si sono incrociati - ma guarda un po’’ - i sullodati Agnelli e De Benedetti. In miniatura, segue lo stesso modello ideologico e d’affari alla Benetton, anche Oscar Farinetti, il patron di Eataly.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA
Il capitalismo nostrano da un verso sostiene battaglie «progressiste» appoggiando forze politiche pendenti a sinistra e finanziando campagne global e antirazziste; poi dall’altro si trova invischiato in storie coloniali di espropriazione delle terre alle popolazioni indigene, di sfruttamento delle risorse e di uomini per produrre a costi minimi e senza sicurezza, ottenendo il massimo profitto.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA


Poi vi chiedete perché in Italia certe opinioni politically correct sono dominanti: si è cementato un blocco tra un ceto ideologico-politico progressista, radical, di sinistra che fornisce il certificato di buona coscienza a un ceto affaristico di capitalisti marpioni. Un ceto che è viceversa adottato, tenuto a libro paga, dal medesimo. In questa saldatura d’interessi si formano i potentati e contro quest’intreccio ha preso piede il populismo.

Però alle volte insorge la realtà. Drammaticamente, come è stato il caso di Genova. Dove ci sono da appurare le responsabilità, i gradi e i livelli. Inutile aggiungere che con ogni probabilità non ci sarà un solo colpevole, ci saranno differenti piani di responsabilità, anche a livello di amministratori locali, di governi centrali e ministeri dei Trasporti, che avrebbero dovuto vigilare e imporre alla società Autostrade di spendere di più in sicurezza, pena la decadenza della concessione.

CARLO DE BENEDETTI FANPAGECARLO DE BENEDETTI FANPAGE
Col senno di poi è facile dire che se gli azionisti della società autostrade avessero speso la metà dei loro utili (oltre un miliardo di euro l’anno) per ulteriore manutenzione, sicurezza e rifacimento di strutture a rischio, come era notoriamente il ponte Morandi a Genova, oggi probabilmente non staremmo a piangere i morti e una città stravolta, sventrata.

Ma richiamare altre responsabilità non vuol dire buttarla sulla solita prassi del tutti colpevoli nessun condannato; no, ci sono gradi e livelli di responsabilità diversi, e qualcuno dovrà pagare per quel che è successo, ciascuno secondo il suo grado di colpa effettivamente accertata.

ROMANO PRODI E ENRICO LETTAROMANO PRODI E ENRICO LETTA
A questo punto rivedere le concessioni è necessario. Ma non può essere la sola risposta. C’è da ripensare al modello italiano che non funziona più da anni, vive di rendita sul passato e manda in malora il suo patrimonio. Bisogna ripensare alla nostra scassata modernità, al nostro obsoleto repertorio strutturale, vecchio come i capannoni di archeologia industriale e le cattedrali nel deserto che spesso deturpano il nostro paesaggio e ricordano il nostro passato, quando l’industria era il radioso futuro.

Un paese che non sa più pensare in grande, investire, intraprendere, far nascere, pensare al futuro. Resistono i ponti dei romani, resistono i ponti di epoca fascista, opere «aere perennius», ma scricchiolano o crollano le opere recenti, perché non c’è stata vera manutenzione, perché c’è stato sovraccarico, o perché furono fatte in origine con materiali inadeguati, con permessi ottenuti in modo obliquo, perché qualcuno vi speculò, e non solo le imprese di costruzione.
campagna pubblicitaria benettonCAMPAGNA PUBBLICITARIA BENETTON

In tutto questo, purtroppo, la linea grillina del non fare, del tagliare, del risparmiare sulle grandi opere o sui grandi rifacimenti non è una risposta adeguata ai problemi e alle urgenze. Non dimentichiamo che per i grillini fino a ieri era una «favoletta» il rischio di crollo del ponte Morandi di Genova, era solo un modo per mungere soldi; e dunque pur di frenare eventuali corrotti e corruttori, per loro è meglio tenersi strade scassate e ponti insicuri.

Intanto è necessario rimettere in discussione il modello imperante, con un residuo di statalismo incapace e impotente, che si accompagna a un capitalismo vorace e parassitario sotto le vesti progressiste e umanitarie, con tutte le sue connivenze politiche denunciate da Di Maio. Quelle aziende che mettevano in cerchio i bambini del mondo, salvo vederli sfruttare nelle aziende del Terzo mondo o espropriare delle loro terre. Quelle aziende che volevano abbattere muri e frontiere nel mondo e nel frattempo crollavano i ponti di casa. Fonte: qui

UNO DEI ROM CHE DUE MESI FA HA TRAVOLTO E UCCISO DUCCIO DINI A FIRENZE È GIÀ FUORI DI GALERA


Claudia Osmetti per “Libero quotidiano”

duccio dini 1DUCCIO DINI
Qualcuno, quasi ragionando in termini di un fatalismo che in questo caso nulla c' entra, ha persino detto che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come se recarsi al lavoro, in una domenica di inizio estate, possa costituire un errore di comportamento, o un' imprudenza.

Macché. La verità è che Duccio Dini, il ragazzo di 29 anni travolto da alcune auto che s' inseguivano a velocità folle per il centro di Firenze il 10 giugno scorso, è morto ucciso dall' arroganza di un gruppo di rom (perché nello specifico si tratta di rom, e chiariamoci subito per evitare malintesi che sanno di accuse un po' troppo benpensanti: fossero italiani, il nostro giudizio sarebbe stato lo stesso) che per regolare chissà quale conto interno ha utilizzato le vie pubbliche come una grande pista di formula uno. E lo ha messo sotto. Più che sfortuna, prepotenza e mancato rispetto delle regole. Già, le regole.
firenze corteo per duccio dini contro i rom 5FIRENZE CORTEO PER DUCCIO DINI CONTRO I ROM

La storia di Duccio sarebbe sufficientemente assurda così, eppure c' è dell' altro.
C' è che una manciata di giorni prima di Ferragosto uno di quegli sconsiderati automobilisti dall' acceleratore impazzito è uscito di prigione. Li avevano presi subito, e subito il loro avvocato aveva presentato istanza di scarcerazione.

Procedura regolare, non è questo il punto. Su sei, appena uno è finito ai domiciliari, un 27enne di origine macedone, incensurato, l' unico della combriccola a dover fronteggiare l' accusa di tentato omicidio - per gli altri si parla di un capo di imputazione più pesante, l' omicidio volontario. Uno solo. Ma tanto basta a far indignare amici e parenti di Duccio. Che si sentono traditi da una giustizia che si vorrebbe "certa", ma troppo spesso non lo è.
duccio dini inseguimento romDUCCIO DINI INSEGUIMENTO ROM

Ovvia la considerazione che la legge è legge, vale per tutti, per i normali cittadini e anche per i balordi. Sono le basi dello stato di diritto. Ma la percezione è sempre più quella di un sistema che si allontana dal sentire comune, lasciando la sensazione di aver subito un' ingiustizia nell' ingiustizia. In questo senso, l' ondata di sdegno che la scarcerazione del rom ha sollevato è politicamente bipartisan.
duccio dini 2DUCCIO DINI

«Siamo amareggiati, questa vicenda dimostra che il sistema penale italiano va rivisto», sbotta l' assessore al Welfare di Firenze Sara Funaro (Pd). «Chi è razzista? Chi prova schifo e vergogna per una notizia simile o chi offende la memoria di un' intera comunità permettendo a questo "bravo ragazzo" di cavarsela con 65 giorni di carcere?», le fa eco Francesco Torselli, consigliere comunale (Fdi). E allora valgono, eccome se valgono, le parole di chi Duccio lo conosceva per davvero.

Messe nero su bianco in una lettera che Libero pubblica integralmente. Una lettera su cui in tanti, e in primis politici e operatori del sistema giuridico, dovrebbero riflettere.

LA LETTERA
ENRICO ROSSI ROMENRICO ROSSI ROM
«Sono un amico di Duccio e della sua famiglia, mi meraviglio di quanto sia stato deciso. Sono passati appena 65 giorni da quella brutta giornata e quell' uomo è di nuovo fuori? Dopo i primi due arresti, ne sono stati eseguiti altri quattro nell' ambito delle indagini. Misure di custodia cautelare in carcere, disposte dal gip su richiesta della procura fiorentina, nei confronti di uomini di etnia rom accusati di omicidio volontario e oggi vogliono farci credere che non esiste più questo pericolo?

Fin dal primo momento tutte le persone vicine a Duccio e alla sua famiglia si sono strette chiedendo a gran voce "giustizia e pena certa". Speravamo che questa volta, non accadesse quello che accade troppo spesso.

duccio diniDUCCIO DINI
Tutti avevamo paura che, passato un po' di tempo e una volta spente le luci sulla vicenda, le persone coinvolte nell' omicidio potessero uscire di carcere, senza scontare la pena che meritano. E, purtroppo, è proprio quanto successo in questi giorni.

Nessuno di noi voleva crederci, abbiamo sperato fino alla fine non fosse vero. E invece Ci tengo a precisare che non è questione di etnia e non è questione di colore. Ma solo di giustizia: chi sbaglia, qualunque lingua parli, deve pagare. Esistesse la certezza della pena, qualcuno di sicuro ci penserebbe qualche secondo in più prima di mettersi nei guai.

Oggi nessuno ha paura, sanno in un modo o nell' altro di farla franca. Chiedo a tutti: dove è finita la giustizia? Dove è finito il rispetto verso il prossimo? Finché non sarà garantita la legalità sarà difficile sentirsi al sicuro».

Fonte: qui