9 dicembre forconi: leghe
Visualizzazione post con etichetta leghe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leghe. Mostra tutti i post

mercoledì 22 agosto 2018

Terre rare, la nuova guerra che oppone Cina e Stati Uniti

Lo scorso dicembre, alla vigilia delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, il presidente americano Donald Trump firmava un ordine esecutivo per ridurre la dipendenza del paese da fonti estere di “minerali critici” vitali nella produzione di una vasta gamma di beni strategici per l’industria americana. Un ordine palesatosi nell’ultimo round di restrizioni commerciali varate dal governo americano questo 10 luglio con l’imposizione di un aumento del 10% di dazi su una serie di importazioni provenienti dalla Cina, tra le quali figurano appunto anche le “terre rare”. Sconosciute ai più, le terre rare o lantanidi sono un gruppo di diciassette elementi contenuti in diversi minerali diventati fondamentali nella produzione di un’innumerevole quantità di prodotti ad alto contenuto tecnologico grazie alla loro capacità di dar luogo a leghe con elevate proprietà magnetiche. In particolare, tutta la moderna elettronica così come la produzione di semiconduttori, fibre ottiche, sistemi di navigazione, laser e monitor, fino alla produzione di cd, carte di credito e telefoni cellulari sarebbe totalmente irrealizzabile senza questi elementi. A dipendere dalle terre rare cinesi è inoltre la produzione dei più sofisticati strumenti bellici dell’esercito statunitense e quasi tutta l’industria della cosiddetta “green economy”, dai pannelli solari alle batterie ricaricabili per auto elettriche ed ibride.
Tuttavia, queste “terre” non sono affatto rare. La loro rarità si deve principalmente al fatto che, per ricavare questi elementi, è necessaria un’estesa attività di estrazione, con enormi costi sia in termini economici che ambientali dovuti anche alla Terre rare, minerali preziosiradioattività degli scarti derivanti della loro lavorazione. L’ampia disponibilità (un terzo degli attuali giacimenti conosciuti), i bassi costi della manodopera e la scarsa protezione ambientale hanno però di fatto consentito alla Cina di sbaragliare qualsiasi concorrenza e di controllare, secondo la United States Geological Survey (Usgs) tra l’85% e il 95% dell’offerta mondiale e il 78% del mercato americano. L’importanza di questi materiali era già stata riconosciuta nel 1992 dall’allora leader cinese Deng Xiaoping il quale sostenne che avrebbero avuto lo stesso valore strategico del petrolio mediorientale. A distanza di quasi trent’anni la sua profezia sembra essersi avverata, anche se si tratta di un’arma che Pechino può utilizzare con molta attenzione e cautela evitando che si tramuti in un’arma “spuntata”.
Già nel 2010 infatti le terre rare furono al centro di un’accesa disputa commerciale, determinata dalla decisione cinese di ridurre le sue quote all’esportazione del 40% per motivi di salvaguardia ambientale. Le misure comportarono un aumento immediato dei prezzi internazionali delle terre rare e una crescente preoccupazione da parte dei paesi occidentali; preoccupazione culminata nel 2012 con la presentazione del caso di fronte all’ Organo di Conciliazione (Dispute Settlement Body) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio da parte degli Stati Uniti affiancati da Giappone e Unione Europea. La decisione dell’Organo di Conciliazione arrivò nel 2014. Pur riconoscendo la possibilità da parte degli Stati membri di applicare restrizioni determinate da motivi ambientali, si contestò alla Cina la violazione del principio di non discriminazione, visto che l’aumento delle quote all’esportazione garantivano un maggior accesso al mercato e prezzi più favorevoli per le imprese nazionali cinesi.
Da parte sua Pechino, pur applicando la sentenza ed eliminando le quote stabilite in precedenza, rinviava con fermezza le accuse al mittente constatando, non solo il fatto di aver superato le quote di estrazione fissate e il crescente impatto ambientale derivante, ma anche l’“ipocrisia” di chi, che senza privarsi delle proprie riserve, vuole continuare a sfruttare in modo economico quelle cinesi. Dietro l’atteggiamento cinese si nasconde però anche una duplice ambizione. In primo luogo Pechino tenta attraverso queste limitazioni di spingere le principali industrie occidentali ad alto contenuto tecnologico a trasferire le loro produzioni in Cina. In secondo luogo, queste misure vengono ritenute funzionali ad aiutare lo sviluppo delle imprese cinesi secondo il piano “Made in China 2025” varato dal premier Li Keqiang nel 2015. Un piano ambizioso volto a far progredire la produzione cinese nella catena del valore, concentrandosi sempre di più nell’industria ad alto valore aggiunto. In particolare, il Li Keqiangpiano si pone l’obiettivo di riuscire a produrre localmente entro il 2025 il 70% dei materiali definiti strategici per l’industria del futuro, facendo della Cina un paese leader nella produzione di materiali ad alto contenuto tecnologico.
Molti commentatori ritengono che le misure commerciali varate dall’amministrazione americana siano una risposta proprio al piano Made in China 2025. Le misure, volte a riequilibrare alcune pratiche sleali portate avanti dal governo di Pechino, dovrebbero infatti, secondo le intenzioni dell’attuale presidenza, favorire il “ritorno” in patria della produzione industriale ritenuta strategica. Tuttavia, nel caso specifico delle recenti limitazioni relative la produzione di terre rare cinesi, si contesta da più parti l’efficacia del provvedimento. Un aumento dei dazi del 10% infatti sarebbe troppo poco per indurre un cambio di fonti di approvvigionamento e troppo poco per spingere le aziende americane a tornare in patria, senza considerare la lunghezza dei tempi in caso di riattivazione di eventuali giacimenti nazionali di terre rare. La sfida si gioca dunque sul filo del rasoio. Se da una parte Pechino può sfruttare il proprio vantaggio competitivo riducendo ulteriormente la capacità di approvvigionamento per le imprese americane, d’altra parte, un rincaro eccessivo dei prezzi spingerebbe alla ricerca di fonti alternative. Il tutto, al netto dell’attuale partita commerciale tra Pechino e Washington i cui scenari incerti continueranno a tenere in tensione i mercati globali.
(Alberto Belladonna, “La guerra delle terre rare tra Cina e Stati Uniti”, da “Medium” del 30 luglio 2018, ripreso da “Megachip”. Belladonna è docente di geoeconomia e commercio internazionale presso l’università Francisco Marroquin di Guatemala. Le terre rare comprendono minerali come scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, nodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio e lutezio).

martedì 21 agosto 2018

La Cina potrebbe lasciare il mondo senza smartphone?

La risposta cinese alle sanzioni statunitensi potrebbe essere dolorosa per tutto il mondo, scrive il New York Times.
La Cina potrebbe introdurre dazi per l'importazione dei prodotti high-tech dagli Stati Uniti, compresi macchinari, aerei e cose simili.
C'è un'altra misura che si può sentir molto, non solo per l'economia statunitense, ma anche per l'industria elettronica globale.
I metalli delle terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici. Senza essi non può stare in piedi la produzione di schermi per smartphone, schede madri ed altri dispositivi elettronici ad alta tecnologia. Con le leghe contenente questi metalli fanno ad esempio i telai leggeri per le biciclette o le fusoliere degli aerei militari, in quanto anche una piccola percentuale di questi elementi nella lega può ridurre significativamente il peso della struttura metallica. I metalli delle terre rare vengono utilizzati nella produzione di quasi tutti i prodotti, senza i quali è difficile immaginare il mondo moderno: dai laser agli accendini e alle lampadine a basso consumo energetico.
Dal nome stesso si può dedurre che questi elementi non sono molto diffusi sulla Terra. Inoltre i principali giacimenti si trovano essenzialmente in Cina. Nel 2017 la Cina ha prodotto 105mila tonnellate di metalli delle terre rare. Per fare un confronto: il secondo fornitore, l'Australia, ha prodotto solo 20mila tonnellate. Al 3° posto con un grande distacco c'è la Russia, con sole 3mila tonnellate prodotte.
Allo stesso tempo il Giappone, ad esempio, consuma più di 20mila tonnellate di questi metalli all'anno, circa la stessa quantità viene consumata dagli Stati Uniti. Più di 7mila tonnellate sono consumate dall'Unione Europea.
Secondo le previsioni degli analisti, la domanda di metalli delle terre rare crescerà in futuro, in quanto sempre più prodotti ad alta tecnologia saranno messi in produzione utilizzando queste materie prime.
Sebbene il Giappone abbia annunciato quest'anno che enormi riserve di metalli delle terre rare siano state trovate nei fondali dell'Oceano Pacifico, la loro estrazione non è ancora iniziata. Il mondo intero dipende ancora dalla Cina nella fornitura di questa preziosa materia prima. Finora la Cina limita la produzione di metalli delle terre rare per motivi di sicurezza ambientale e non sfrutta questa leva di pressione sul resto del mondo, dichiara a Sputnik Chen Fengying, esperto del Centro di Studi Economici Globali dell'Istituto cinese di Relazioni Internazionali Contemporanee.
"La Cina si basa sul principio della conservazione delle risorse principali. Ancor prima sono state introdotte misure per regolare l'estrazione e l'esportazione dei metalli delle terre rare. Inoltre il processo di estrazione mineraria influenza notevolmente l'ecologia, crea problemi di inquinamento ambientale. Quindi non è una mera questione di esportazione. Per il rischio ambientale, la Cina è stata costretta ad introdurre quote per le esportazioni di metalli delle terre rare nel 2012. Allora gli Stati Uniti, la UE ed il Giappone avevano cercato di avviare un contenzioso con la Cina tramite una denuncia al WTO. Sebbene il WTO abbia ammesso che la Cina abbia violato le regole, l'Organizzazione Mondiale del Commercio non ha rifiutato a Pechino l'introduzione di alcune misure a difesa dell'ambiente."
A proposito, gli Stati Uniti sono stati così lungimiranti da includere i metalli delle terre rare nell'ultimo elenco delle merci importate dalla Cina per 200 miliardi $ di controvalore a cui applicare il dazio del 25%. E' vero che principalmente negli Stati Uniti questi metalli non arrivano sotto forma di materie prime, ma già come prodotto finito. Tuttavia, la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che i dazi sui metalli delle terre rare sono una sorta di zappata sul proprio piede, in quanto sentiranno il rincaro di un gran numero di prodotti i consumatori americani. Per la Cina, che produce circa l'80% di questa risorsa nel mondo, i dazi americani sono insignificanti. Dopotutto la Cina è anche il principale consumatore dei metalli delle terre rare, poiché la maggior parte dei prodotti in cui vengono utilizzate leghe metalliche con questi elementi vengono prodotti proprio in Cina.
D'altra parte i colossi tecnologici di livello mondiale con orrore pensano alle conseguenze della catena di approvvigionamento, per esempio sulla produzione degli smartphone, se la Cina deciderà improvvisamente di irrigidire le quote di esportazione di questa materia prima.
E un risultato del genere non può essere escluso.
La Cina non può reagire specularmente agli Stati Uniti: il Paese asiatico esporta negli Stati Uniti 506 miliardi di dollari di merci, mentre compra solo 130 miliardi $. Pertanto possono ricorrere a risposte qualitative piuttosto che quantitative, come per altro la Cina già minaccia.
Fonte: qui