9 dicembre forconi

lunedì 3 ottobre 2016

QUEL PALLONARO DI RENZI ORA RICICCIA IL PROGETTO FOLLE DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA MA CON LE “GRANDI OPERE” L’ITALIA DIVENTA SOLTANTO UNA SUPER MANGIATOIA

COME NEL CASO DEL “MOSE”, LA BARRIERA-MOSTRO CHE DOVREBBE DIFENDERE VENEZIA DALL’ACQUA ALTA. NONOSTANTE I 6 MILIARDI DI SPESA, L’OPERA CHE DOVREBBE DURARE UN SECOLO, SEMBRA CHE NON FUNZIONI TANTO BENE: GLI INCIDENTI NEI TEST SI MOLTIPLICANO; LA STRUTTURA A CAUSA DEL SUO STESSO PESO PUO’ ANDARE GIÙ DI 3 CENTIMETRI L’ANNO, AVRA’ DEI COSTI DI MANUTENZIONE SPAVENTOSI (ERANO 2 MILIONI L’ANNO SALITI POI A 60)

IL PONTE NON SI FARA’ MAI PERO' GIRERANNO UN SACCO DI SOLDI: L'EUROLINK CONTROLLATA DA IMPREGILO GIA' VUOLE 790 MILIONI DI INDENNIZZO PER LA PERDITA DEL CONTRATTO


RENZI PADOANRENZI PADOAN
«Diamogli caviale»: Matteo Renzi è talmente spregiudicato nella campagna per il sì al referendum sulla riforma costituzionale, cui ha legato il suo stesso destino, che ha riesumato il ponte sullo Stretto di Messina, come le brioches di Maria Antonietta. Pare che a destra piaccia assai la filosofia delle grandi opere. Ma non vi è chi non veda che questo paese ha bisogno d'altro, di una miriade di "piccole opere", di pane e non di caviale e che il ponte non si farà mai, soprattutto se partirà davvero (?) il progetto antisismico che durerebbe interi decenni.
RENZI - IL PONTE DELLO STRETTORENZI - IL PONTE DELLO STRETTO

La filosofia delle grandi opere del resto ha un caso di scuola-fotocopia, che si chiama Mose (o "il mostro", secondo l' ex sindaco Massimo Cacciari) che dovrebbe difendere Venezia dall' acqua alta. Sono passati 33 anni da quando le nostre migliori intelligenze ingegneristiche e matematiche progettarono l' avveniristica difesa dall' acqua alle bocche di porto. Ma, a parte la grande ruberia che continua a procurarci sconcerto, e 6 miliardi di spesa, che alla fine diventeranno 8, contro i 3,4 iniziali, la grande opera che dovrebbe durare un secolo, sembra che non funzioni tanto bene. Gli incidenti nei test si moltiplicano.
PONTE SULLO STRETTOPONTE SULLO STRETTO

Pochi giorni fa alla bocca di porto Lido-Nord-Treporti due paratoie sono scese, ma non sono risalite. Incidente analogo a Punta Sabbioni. I blocchi di calcestruzzo, su cui è stata fatta una cresta di 8 milioni l'uno, sono sensibili persino all'accumulo di peoci, che ne compromettono la stabilità. Secondo una ricerca del Cnr, "il Mostro" può andare giù di 3 centimetri l'anno con i suoi cassoni di calcestruzzo.

Tutto il sistema, se mai nel 2018 entrerà davvero in funzione, avrà dei costi di manutenzione spaventosi. La stima iniziale era di 2 milioni l'anno, ma visti i problemi, la stima è cresciuta fino a 60 milioni, che potrebbero ancora lievitare fino a 80. Questo, dopo più di 30 anni, è il punto sulla grande opera per eccellenza, caso di scuola per il ponte. Da un punto di vista ingegneristico, il ponte non è meno complesso.
venezia mose chioggia armatura inox ripresa boccola nastro espansivo lamiera per giunti impermeabilizzazione acqua di mareVENEZIA MOSE CHIOGGIA ARMATURA INOX RIPRESA BOCCOLA NASTRO ESPANSIVO LAMIERA PER GIUNTI IMPERMEABILIZZAZIONE ACQUA DI MARE

Tre chilometri e 666 metri a campata unica, retti da torri alte 400 metri nell'area geologicamente e tettonicamente più attiva di tutto il Mediterraneo. I problemi tecnici e ingegneristici sono colossali, come mostra per l'appunto la storia del mostro veneziano e pochi sono pronti a giurare che il ponte starà in piedi senza problemi.

Naturalmente Renzi i soldi non li ha (4 miliardi di base d'asta già lievitati fino a 8) e sa benissimo che il ponte non si farà, ma lui crede che serva per sedurre quell' elettorato berlusconiano che credette a tutte le promesse vergate sulla lavagnetta televisiva. Sapete come finirà? Mentre il Mose arrugginirà tra gli accumuli di cozze, si continuerà ad almanaccare sull'altra grande opera impossibile.
VENEZIA CANTIERI DEL MOSEVENEZIA CANTIERI DEL MOSE

Ma alla fine saranno tutti felici perché l'ennesima messa in sonno del progetto farà girare un sacco di soldi, in aggiunta ai 500 milioni già spesi per mantenere la società Stretto di Messina. L'Eurolink controllata da Impregilo vuole 790 milioni come indennizzo per la perdita del contratto (la Stretto di Messina ne vuole 325). Andato a male il caviale elettorale, si troverà certo il modo di dare soddisfazione finanziaria all' amico Salini dell' Impregilo.

Fonte: qui

UNGHERIA NULLA DI FATTO - IL REFERENDUM CONTRO LE QUOTE DEI MIGRANTI ASSEGNATE DA BRUXELLES NON RAGGIUNGE IL QUORUM (AFFLUENZA AL 43,9%)

MA TRA I VOTANTI, PIÙ DI 9 SU 10 ERANO PER IL PUGNO DI FERRO 

IL GOVERNO ORA VUOLE UNA LEGGE: NIENTE STRANIERI SENZA IL VIA LIBERA DEL PARLAMENTO

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera”

Lo schiaffone che Viktor Orbán voleva dare all' Unione Europea si rivela al massimo uno scappellotto, con potenziale effetto boomerang. Il referendum contro le quote dei migranti assegnate da Bruxelles, voluto e imposto dal primo ministro non ha raggiuntoil quorum del cinquanta per cento, quindi non è valido. Il suo risultato non conta nulla. O almeno non dovrebbe contare, Costituzione ungherese alla mano.


Al mattino presto, dopo aver votato nella scuola di un ricco sobborgo di Budapest, Orbán aveva già messo le mani avanti, dicendo che a prescindere dalla percentuale dei partecipanti, lo scontato plebiscito per il No all' accoglienza dei 1.300 profughi deciso da Bruxelles avrebbe avuto comunque serie conseguenze giuridiche. Le dichiarazioni fatte all' uscita del ginnasio non sono state solo un tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno in vista di un possibile fallimento. Rappresentano anche una anticipazione di quel che ben presto avverrà in Ungheria.

«Meglio un referendum valido che uno non valido - ha detto -. Le conseguenze legali si applicheranno in ogni caso. L' unica cosa importante è che ci siano più No che Sì».
Cambierà la Costituzione. Lo strappo con l'Unione europea ci sarà comunque. A urne ancora aperte Orbán ha promesso di creare una linea politica che permetta al Parlamento ungherese di essere l' unico soggetto tenuto a decidere sull' eventuale accoglienza dei migranti. «Noi, e non altri», ha sorriso prima di salutare.

Il copione sembra già scritto, a prescindere dal referendum. Il suo esito ha una importanza relativa, almeno in Ungheria. E infatti le prime parole ufficiali dopo l' annuncio del mancato quorum sembrano un inno alla gioia. «Una vittoria a valanga».

Al vicepremier Zsolt Semjén è toccata la parte dell' entusiasta. «Con questa alta partecipazione il governo ha ricevuto un chiaro mandato per rigettare le quote imposte dall' Unione europea, ed è esattamente quel che faremo, se necessario modificando anche la nostra carta costituzionale».

La surreale conferenza stampa tenuta da Orbán in una sala dove non sono stati ammessi i giornalisti testimonia però un certo nervosismo latente tra le fila dell' aspirante uomo forte del blocco dell' Est. Sottovoce e silenziati dall' enfasi governativa, ma i numeri parlano chiaro. La maggioranza degli ungheresi è rimasta a casa, accogliendo l' invito all' astensione fatto da una maggioranza quasi sempre silenziata e per giunta divisa. Potevano votare 8.167.068 persone.

Lo hanno fatto solo in tre milioni e duecentomila, pari al 43,9 degli aventi diritto. Il No ha vinto con il 95 per cento. Le cifre sul mancato quorum avrebbero potuto essere ancora più pesanti di altri sette punti percentuali per il governo se alcune formazioni politiche minori non si fossero distinte facendo appello per il Sì o per la scheda nulla.

Il plebiscito che Orbán chiedeva non c' è stato. Alla fine l' esuberante primo ministro ungherese si ritrova con lo stesso risultato delle elezioni politiche del 2014. La base elettorale del No corrisponde infatti alla somma dei voti presi da Fidesz, il partito di governo, e dall' ultradestra di Joppik, che si è mobilitata per la consultazione ma è stata la prima a presentare il conto chiedendo le dimissioni del premier. «Si è fatto un autogol, il referendum è stato un fallimento politico».

arrivo dei migranti in ungheria 4ARRIVO DEI MIGRANTI IN UNGHERIA
Il capo della Coalizione democratica Ferenc Gyurcsàny si è invece ritrovato con una opposizione rivitalizzata per grazia ricevuta. «Se il governo non ascolta la voce della maggioranza significa che è politicamente sordo».

La prima sconfitta di un uomo non abituato a perdere può provocare problemi di udito. Viktor Orbán infatti ha reagito alla sua maniera, tirando dritto come fa da quando ha preso il potere. «Si tratta di un risultato sensazionale. Abbiamo vinto. Ha votato No alla quote di Bruxelles lo stesso numero di persone che nel 2003 avevano approvato l' ingresso nell' Unione europea. Il nostro governo intende inserire nella Costituzione la decisione presa oggi dagli ungheresi. Entro un paio di giorni farò la proposta ufficiale al Parlamento». Fonte: qui

confine ungheria austria 9CONFINE UNGHERIA AUSTRIA 

domenica 2 ottobre 2016

Rischi tedeschi

Ascesa e declino di una banca tedesca che voleva conquistare il mondo e che ora invece deve chiedere aiuto al governo. Da Die Zeit. 

Ha giocato d'azzardo e ha perso: Deutsche Bank voleva conquistare Londra e Wall Street, ora si parla invece di aiuti pubblici.

Deutsche Bank ha raggiunto il punto più' basso. Le azioni dell'istituto di Francoforte, che un tempo voleva dominare i mercati finanziari internazionali, all'inizio della settimana sono scese di oltre il 6% fino a 10.29 € per azione. Da quando il dipartimento di Giustizia americano ha minacciato la banca con una multa da 14 miliardi di dollari per la vendita dei mutui ipotecari, i mercati si chiedono se la banca, dato il ridotto margine di capitale, sia veramente in grado di far fronte a questa cifra. Circolano voci di una richiesta di aiuto al governo tedesco. Sono state categoricamente smentite dal governo e dalla banca.

Sono passati esattamente 20 anni dall'ingresso della banca nel settore dell'investment banking su scala globale, da quando con i suoi ambiziosi piani di espansione voleva conquistare Londra e Wall Street. Deutsche Bank a New York voleva diventare grande almeno come le banche di investimento americane in Europa - era l'obiettivo aziendale nel 1996. Le agenzie di rating già allora erano stupite. Moody's sottolineava che Deutsche Bank con l'ingresso nell'investment banking sarebbe sicuramente diventata meno dipendente dai ricavi sul mercato interno. Allo stesso tempo pero', con l'investment banking internazionale sarebbe aumentata la volatilità degli utili, i rischi di mercato e i rischi di bilancio da coprire con capitale proprio.

Stava piu' o meno accadendo a tutte le grandi banche europee: nel mercato interno cresceva la concorrenza e c'erano sempre piu' banche straniere nel corporate e retail banking domestico. A Londra e Wall Street la banca era attratta dai grandi guadagni degli affari di borsa su scala globale, dal trading sui titoli e sulle divise, dalla ristrutturazione delle aziende nell'era della globalizzazione. Deutsche Bank accompagnava le aziende tedesche nella loro espansione internazionale.

Gli azionisti erano felici, gli avvertimenti erano ignorati

L'espansione nell'investment banking, per 10 anni, fino alla crisi finanziaria del 2007, ha portato lauti guadagni. Ritorni a due cifre sul capitale proprio non erano rari, a volte anche oltre il 20%. Gli azionisti applaudivano.

Gli avvertimenti delle banche tedesche tradizionali cadevano nel vuoto. Deutsche Bank dipendeva dagli alti guadagni realizzati a Londra e Wall Street. E i guadagni sembravano dare ragione alla sua politica di espansione.

L'espansione aveva funzionato, ma solo perché gli esorbitanti guadagni provenienti dalla forte crescita dell'investment banking nascondevano i rischi del business, la scarsa copertura del rischio, i costi in rapida crescita e le conseguenze di pratiche commerciali alquanto discutibili. 

Il modello di business in sé non veniva messo in discussione, sebbene l'istituto di credito fosse pericolosamente dipendente dall'Investment banking. 

Deutsche Bank non poteva in realtà appoggiarsi al grande mercato americano, ma solo ad un meno remunerativo mercato interno - a causa dell'influenza delle Sparkasse e delle Landesbank pubbliche. Non aveva nessuna gestione patrimoniale lucrativa come colonna portante, come invece accade alle grandi banche svizzere. Non aveva il controllo del mercato asiatico, come la concorrenza britannica di HSBC e Standard Chartered. E non era Goldman Sachs. Goldman Sachs era pagata per la competenza e l'esperienza nella consulenza dei suoi dipendenti (e a volte anche per la loro mancanza di scrupoli). Deutsche Bank era invece pagata per l'utilizzo rischioso dei suoi bilanci. Cosi' nel 2007 è riuscita a raggiungere il suo obiettivo: era fra le 3 piu' potenti banche di investimento del mondo.

Un cambiamento tardivo

Poi è arrivata la crisi finanziaria ed è diventato chiaro che la rapida crescita economica finanziata a debito non si sarebbe ripetuta per decenni. Non è passato un anno senza l'introduzione di un requisito di capitale più' alto, di una più' rigida gestione dei rischi negli attivi o di normative più' severe in tema di liquidità. L'investment banking è diventato piu' costoso, l'uso rischioso del bilancio insostenibile.

Deutsche Bank inizialmente non ha reagito. Proprio come Bob Diamond, il capo di Barclays, Anshu Jain, l'allora capo dell'investement banking e successivamente amministratore di Deutsche Bank, si aspettava che le altre banche indebolite dalla crisi finanziaria si sarebbero ritirate dal business dell'investment banking globale, che la concorrenza si sarebbe fatta più' sottile, e che i ricavi dal trading in un periodo di incertezza e volatilità sarebbero stati maggiori. Ma Jain aveva sottovalutato quanto la regolamentazione avesse reso più' costoso il business, che il bilancio delle banche universali non poteva piu' sostenere i rischi dell'investment banking e che la politica di tassi a zero delle banche centrali avrebbe eroso i margini sul mercato interno.

Da allora per Deutsche Bank le cose vanno sempre peggio, il modello di business non funziona piu'. Nei primi nove mesi del 2016 è scesa in ottava posizione dietro a J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch, Morgan Stanley, Citigroup, Barclays e Credit Suisse. In tutte e 3 le aree dell'investment banking, obbligazioni, azioni e finanziamenti in pool, secondo le indicazioni della società di ricerca Dealogic, la banca ha perso quote di mercato, e non solo sui mercati globali, ma anche nei mercati domestici europei.

La banca di Francoforte ora ha iniziato a risparmiare. Il cost-income ratio, pari al 115.3%, è ancora molto superiore rispetto a quello della concorrenza globale. Fa in maniera solo marginale quello che altri istituti fanno da molto tempo, e cerca di ridurre l'investment banking. La banca non riesce né a raggiungere guadagni sufficienti, che potrebbe trattenere per generare capitale, né ci sono compratori a cui poter cedere in maniera sufficientemente rapida dei business, per poter liberare capitale: la cessione di una partecipazione del 20% nella banca cinese Hua Xia Bank potrebbe portare alla banca 4 miliardi di dollari entro l'anno. La vendita di Postbank, che assorbe il 10,5 % del capitale di rischio, e che contribuisce tuttavia all'11% degli utili, è sempre piu' difficile.

La minaccia di una multa da 14 miliardi di dollari da parte del Dipartimento di Giustizia americano è il momento in cui la discussione sul modello di business della banca si infiamma - questa volta con conseguenze esistenziali. L'istituto ha accantonato circa 6.2 miliardi di Euro per coprire eventuali sanzioni legali. Fino al 2017 si aggiungeranno 3.3 miliardi di dollari. Poiché una larga parte di questi 9.4 miliardi di Euro dovranno essere utilizzati per altri pagamenti diversi dal contenzioso con il Ministero della Giustizia americano, restano solo 4 miliardi di dollari per il pagamento agli americani.

Alla ricerca di capitale

Anche se gli americani dovessero ridurre la loro attuale richiesta di 14 miliardi di dollari, per ogni miliardo superiore ai 4 miliardi coperti, le cose si fanno difficili, calcola Kian Abouhossein, analista bancario di JP Morgan. Deutsche Bank non avrebbe piu' alcun spazio per pagare sanzioni superiori. Dovrebbe trovare denaro per altre riserve oppure raccogliere capitali. Alla fine della prima metà dell'anno il coefficiente di adeguatezza patrimoniale era del 10.8%, entro la fine del 2018 dovrà pero' raggiungere il 12.5%.

Altrettanto importante è la domanda se la prossima primavera Deutsche Bank avrà liquidità sufficiente per pagare le cedole sulle obbligazioni, che in caso di necessità possono essere trasformate in capitale (AT1). Sembra tecnico ma è importante: le cedole possono essere pagate solo se le riserve sono sufficientemente alte. Qualora non accadesse, gli investitori sul mercato obbligazionario scomparirebbero, e salirebbe il costo per rifinanziarsi sul mercato obbligazionario.

La situazione è difficile. La politica americana probabilmente non vuole avere la reputazione di aver contribuito al collasso del sistema bancario europeo. Il Ministero di Giustizia potrebbe tendere una mano in questo modo: una parte della multa viene pagata dalla banca immediatamente. Un'altra parte viene ripagata nel corso degli anni ai clienti a cui sono stati rifilati i mutui ipotecari. Le autorità di vigilanza potrebbero anche riflettere se in caso di necessità non sia possibile utilizzare gli spazi di manovra offerti dalle norme vigenti. Cio' aiuterebbe Deutsche Bank ad evitare un aumento di capitale precipitoso, che in considerazione dell'attuale prezzo delle azioni sarebbe molto caro e finirebbe per scoraggiare tutti gli azionisti.

John Cryan, da oltre un anno co-amministratore di Deutsche Bank è sulla strada giusta, sta cambiando la cultura e riducendo i rischi. Dal 2007 Deutsche Bank ha aumentato il capitale da 37 a 62 miliardi di Euro, ha triplicato le riserve da 65 a 223 miliardi di Euro, ha ridotto le sue posizioni a rischio da 88 a 29 miliardi di Euro. In secondo luogo, per poter tornare alla crescita, si dovrà procedere ad una digitalizzazione della rete al dettaglio nazionale e del business con i clienti piu' piccoli.

Fino ad ora tuttavia non sembra essere cambiato molto, il management della banca sotto il presidente Paul Achleitner non ha indicato nessuna vera alternativa rispetto al modello di business attuale. E' necessario un cambiamento, affinché gli investitori tornino ad avere coraggio.

Fonte: qui

sabato 1 ottobre 2016

Il parassitismo in Italia è religione di Stato

L’Italia credo sia l’unico paese al mondo nel quale la religione laica di Stato sia divenuta il parassitismo.

Se un italiano onesto ed intelligente (tra quelli rimasti e non ancora emigrati o deceduto prematuramente) raccontasse ad uno straniero anglosassone, scandinavo o elvetico, le traversie quotidiane vissute a causa della burocrazia, in particolare quella fiscale, elaborata per riscuotere gabelle, ticket, ed ogni sorta di escamotage per attingere alle tasche dei contribuenti italiani, e soprattutto raccontasse tutte le ripercussioni deleterie ed assillanti che si subiscono per la ciclopica impalcatura burocratica istituzionale costruita nei decenni, dubiterebbero del nostro senno. Non solo per la verosimiglianza del racconto stesso, poco credibile per chi è abituato a vivere in un paese civile e meglio organizzato ed efficiente, ma per il fatto di subire queste vessazioni e disagi senza reazioni adeguate. Lamentarsi ed imprecare serve a poco, ma gli italiani si limitano perlopiù a queste reazioni puerili e vane.
Vi faccio due semplici esempi di vessazioni burocratiche, tra l’altro capitatomi proprio stamane, significativi non solo perché emblematici ma perché rivelano anche gli intrecci perversi, le correlazioni tra le varie forme di parassitismo vessatorio, spesso collaterale, complementare e sinergico (a danno dei contribuenti, ovviamente).

Il primo, ve lo avevo già descritto in un articolo precedente, si riferisce all’ormai stantio problema del canone Rai addebitato nella bolletta elettrica, senza alcuna pianificazione preventiva, direi senza alcun criterio, cui non era valso a nulla aver inviato da parte mia ben due raccomandate nei tempi e modi previsti e consigliati dalle associazioni dei consumatori ed utenti, per far loro capire che avendo due contatori in casa, ognuno intestato ad un coniuge, avrei rischiato di vedermi addebitati due canoni, pur costituendo una sola famiglia con un’unica utenza Rai. Infatti mi pervennero “puntualmente” due addebiti del cosiddetto canone, termine ambiguo ed ipocrita per indicare una tassa, che serve al mantenimento di un apparato parassitario composto da circa diecimila dipendenti, alcuni lautamente stipendiati, per produrre programmi inguardabili e telegiornali fasulli e mistificatori.

Orbene, compilato l’ennesimo modulo concepito per la richiesta di rimborso del canone impropriamente versato, mi sono recato nell’ufficio postale più vicino per inviare la raccomandata (spesa complessiva considerando le precedenti, circa 20 euro, per evitare di pagarne 100, senza contare il tempo dedicato e la benzina). Parlando con la sportellista emerge un fatto sconvolgente per un utente che non sia decerebrato. Mi chiede perché non avessi piegato il plico anziché inserito in una normale busta. Mi spiega che i moduli precedenti, quelli per richiedere l’esenzione dal canone rai, cioè il motivo delle mie precedenti raccomandate, dovevano essere piegati e spediti senza busta. 

Avete capito il marchingegno? 

Tutti coloro che non hanno a suo tempo seguito questi espedienti da legulei kafkiani, hanno prodotto migliaia di buste finite nel cestino della carta da burocrati appositamente investiti di questa responsabilità funzionale al sistema. 

Non sarebbe stato più semplice e meno irritante ed irrispettoso imporre a tutti indistintamente di pagare, che possiedano a meno un televisore o siano intestatari di più contatori dell’energia elettrica? 

Sarebbe stata comunque una vessazione, ma almeno si evitava di farsi beffe dell’utenza e dei contribuenti, facendo perdere tempo e denaro.

Dulcis in fundo, sulla strada del ritorno a casa rimango in coda ad un incrocio, il motivo era una corsa ciclistica, per la quale hanno bloccato ogni accesso alla strada principale per circa un’ora, dicasi un’ora, con uno schieramento di forze dell’ordine talmente impressionante che ho sospettato che distogliendo tanti uomini alle loro mansioni primarie, i malviventi ne avrebbero potuto approfittare. Nulla da obiettare sul diritto di organizzare queste gare, anche se a me personalmente non interessano minimamente, ma non sarebbe bastato, per garantire la sicurezza, utilizzare una staffetta ed una retroguardia di auto con sirene e lampeggianti accesi? 

Occorreva proprio bloccare tutte le strade per un’ora? 

Impedendo a moltissime persone di recarsi al lavoro ed alle proprie incombenze? 

SONO COMPORTAMENTI DA PAESE CIVILE? 

Anche in questa occasione, come in tutte le altre, gli italiani presenti che subivano questa vessazione si limitavano ad imprecare al cellulare con i loro interlocutori, attribuendo al paese epiteti impronunciabili …

Concludendo queste brevi note, vorrei solo aggiungere che spesso i contribuenti e vittime italiane del parassitismo si sfogano con coloro che stanno agli sportelli o comunque sulla “linea del fronte”, che sono solo pedine, è vero che partecipano al parassitismo di stato, ma ne raccolgono solo le briciole e sono partecipi loro malgrado, con scarsissima consapevolezza e responsabilità, sono le vittime designate, gli ultimi anelli della catena, i capri espiatori per il popolino rozzo ed incolto, che rappresenta una cospicua parte della popolazione, ridotta all’analfabetizzazione di ritorno da decenni di tv demenziale appositamente programmata.

In realtà i parassiti “officianti”, le alte gerarchie, che potremmo definire i generali del parassitismo politico burocratico e mediatico italico, coloro che ne traggono i massimi benefici e sono ricolmi di privilegi, si riduce a poche decine di migliaia di individui, gente con redditi attinti dal settore pubblico che vanno dai 200mila euro annui in su, molto in su.

E’ per mantenere questa “casta” che servono le tasse, e più aumentano le entrate fiscali dello stato e più aumentano i loro redditi ed il numero dei “selezionati” partecipanti alla greppia, e non aumentano affatto i servizi alla popolazione, ne in qualità ne in quantità, semmai peggiorano.

Questo è il funzionamento dello stato italiano, togliere a molti per dare a pochi, pochissimi, e la cosiddetta redistribuzione avviene in maniera sperequativa ai massimi livelli, proprio per un’impostazione patologica della macchina dello stato, che è inefficiente e scriteriata, non possedendo la benché minima coscienza civica e del senso del servizio alla collettività.

Claudio S. Martinotti Doria  claudio@gc-colibri.com

Fonte: ticinolive.ch

Massimo Colomban: l’uomo che aprì le porte di Confapri a Casaleggio, assessore alle Partecipate di Roma

Arriva in Campidoglio e in passato sul Movimento disse: «A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg». 

30 stettembre 2016 ore 13.45 – Ora è ufficiale. Massimo Colomban è il nuovo assessore capitolino alle Partecipate.



MASSIMO COLOMBAN: CHI È

E' un industriale trevigiano. Ha fondato nel 1973, a 23 anni, il gruppo Permasteelisa, società di costruzioni specializzata in involucri per architetture monumentali, che da piccola azienda è cresciuta diventando un gruppo da oltre un miliardo di euro di fatturato nel 2002, anno in cui cede l’azienda. Colomban non è uno sconosciuto nel mondo della Casaleggio Associati. Era molto vicino a Gianroberto Casaleggio e ha avuto un ruolo importante nella Confapri, associazione che da sempre ha trattenuto legami con i vertici e i parlamentari 5 stelle con tanto di eventi e tavole rotonde.


Lei si è detto deluso dal movimento di Grillo. Perché?
«A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg».
L’Italia come il Titanic?
«Sì. Con una classe, alcuni la chiamano casta, che balla mentre gli altri si schiantano. I grandi economisti parlano del piano B: euro a due velocità, o fuori dall’eurozona, o rinegoziare il debito».
Come è nato l’invito a Casaleggio? Vi conoscete?
«C’erano stati contatti. Abbiamo invitato una ventina di parlamentari neo-eletti di tutti i partiti. I grillini per noi rappresentano la volontà di migliorare l’Italia, anche se non si sta trasformando in una vera organizzazione perché la loro idea che «uno vale uno» li porta ad agire in ordine sparso. Serve una struttura anche sul territorio».
Non fanno abbastanza rete? È un bel paradosso, in fondo.
«Secondo me, poi, non dovrebbero rifiutare interamente il finanziamento pubblico. Dovrebbero tenerne il 20-30% come negli altri Paesi, altrimenti la politica la faranno i ricconi e le lobby. E l’idea che i partiti siano tutti marci e corrotti non ci trova d’accordo: ci sono anche persone perbene, forze innovative che vanno aiutate a emergere. E i media in questo hanno un ruolo».

Furono proprio Arturo Artom e Colomban a organizzare i primi incontri tra il guru del Movimento e alcuni imprenditori prima delle elezioni nazionali del 2013. Artom stesso ha passato l’ultimo Ferragosto sullo yacht di Beppe Grillo. «Quando una persona così giovane manca improvvisamente - affermò  Colomban quando scomparve Gianroberto – è sempre un dolore. Gli va dato atto che si è schierato al fianco dei più deboli contro i poteri forti». 

Ora la Permasteelisa del trevigiano, secondo quanto riportò qualche mese fa il Financial Times, sarebbe in vendita. E lui non molla. Vuole riprenderne il comando dopo averla affidata a un board di fidatissimi che l’ha portata in declino. Una recente intervista di Colomban su La Tribuna di Treviso spiega bene la situazione.
Quell’occhiolino strizzato al turismo e poi alla politica, costretto però sempre a fare i conti con un’Italietta troppo parcellizzata «il cui male peggiore sta nell’incapacità di fare squadra e vivere di campanilismi». Amministratore delegato di Sviluppo Italia Veneto, presidente di Vegapark. Poi Colomban, da qualcuno definito il “grillino” solo perché, aggiunge lui «sempre a sostenere l’innovazione, anche politica», quindi sostenitore di Renzi. «Mi hanno associato a chiunque. In realtà ho cercato di dialogare con tutti solo per cercare di riaffermare il ruolo sociale dell’impresa. Quando io iniziai era tutto diverso: le tasse erano più basse, c’era un clima generale a favore. Ora l’imprenditore è ritenuto una sorta di speculatore, che non lavora per gli altri e che si intasca solo i guadagni. Invece chi fa impresa lavora 12, 15 ore al giorno, ed arricchisce i collaboratori ed il territorio. Così è stato anche per me, ho fatto più di 8 mila ore di volo. E non mi è mai pesato: per essere imprenditori ci vuole il fuoco dentro e un imprenditore non getta mai la spugna».
Fonte: qui

P.S.

Permasteelisa Spa, nata nel 1973, è oggi leader mondiale nella progettazione, realizzazione e installazione di facciate continue per grandi edifici (impiegate per il rivestimento esterno di grattacieli, teatri, sedi congressuali e fieristiche, musei), adottando soluzioni tecnologicamente innovative per produrre opere uniche.
Inoltre è attiva nella produzione e installazione di pareti e divisori interni, nonchè di sistemi di arredo per negozi ed uffici.
Il Gruppo opera in quattro continenti con più di 60 società collocate in 27 paesi; sono attive quattro sub-holding, in Europa America ed Asia, tre delle quali sono gestite dalla holding Permasteelisa Spa.
Questa società capogruppo, quotata dal 1999 a Piazza Affari, ha acquisito nel dicembre 2000 la tedesca Gartner & Co KG, leader nella realizzazione di rivestimenti architettonici in alluminio e acciaio.
Il Gruppo è controllato dalla Holding Bau (società creata dal management di Permasteelisa) e Investindustrial, con una quota del 15%.
In Italia gli uffici principali si trovano a Vittorio Veneto (Tr), dove sono presenti anche laboratori di ricerca e di product test.
STORIA
Nel 1985 Permasteelisa comincia la sua espansione inglobando sempre più società specializzate, fino ad assumere dimensioni che le consentono di espandere l’attività a livello europeo.
Nel 1986 il primo passo verso i mercati internazionali è dato dall’acquisizione di una partecipazione minoritaria nella società australiana Permastell Industries Pty Ltd.: il nome Permasteelisa deriva da questa combinazione.
Nel 1988 si ha l’incorporazione di Permasteelisa Spa, holding del gruppo.
Negli anni ’90 prosegue la politica di espansione in Europa e Asia, costituendo delle filiali commerciali negli UK, nel Benelux, Francia e Spagna, Olanda, Belgio, Hong Kong, Singapore, in Thailandia, Cina, Taiwan; in Italia si ha l’acquisione di Steelbenetton e Alcom.
Nel 1998 viene fondata la permasteelisa Cladding Technologies Inc. per presidiare il mercato americano.
Nel 2001 viene acquisita la Gartner, e nascono le filiali Permasteelisa Espana e Permasteelisa Japan.
Nel 2003 Permasteelisa Spa ha acquistato il 100% della Glassaum Holding Corporation, compagnia leader nel rivestimento di edifici monumentale con sede a Miami, divenendo così leader anche sul mercato americano.

Fonte: qui

venerdì 30 settembre 2016

L'impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

ARRIVA IN ITALIA IL LIBRO CHE HA SOLLEVATO UN BEL CASINO IN FRANCIA, PERCHÉ SOSTIENE CHE ROMA È COLLASSATA TRA TROPPE TASSE E IMMIGRATI 

LA STORIA SI STA RIPETENDO?

Rino Cammilleri per “il Giornale

IMPERO ROMAIMPERO ROMA
Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell' Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg. 624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio. Perché?

Perché l' autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: 

a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò 

b) una persecuzione fiscale che 

c) distrusse l' economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite 

d) l' immigrazione massiccia.

Che però si trascurò di governare.

IMPERO ROMAIMPERO ROMA
Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d' oltralpe sono insorti. 

La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l' Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L' Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione.

Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

IL CIBO NELL ANTICA ROMAIL CIBO NELL ANTICA ROMA
Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili.

Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. 

Nelle classi alte si diffuse l' edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. 


Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant' è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili.

Anche perché, secondo i medesimi costumi, l' omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l' ultimo imperatore d' Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l' aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l' estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni.

Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n' era sempre meno. 

Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell' altra parte. 

Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere.

E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. 

Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. 

La spinta all' espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c' era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). 

Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? 

La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. 


Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione.

Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). 

Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. 

Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali.

Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L' unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. 

Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. 

Quando nessuno crede più all' idea che l' aveva edificata.

Troppo sinistro è il paragone con l' oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l' Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. 

Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l' Impero (Sacro e) Romano.

This Is How Much Liquidity Deutsche Bank Has At This Moment, And What Happens Next

It is not solvency, or the lack of capital - a vague, synthetic, and usually quite arbitrary concept, determined by regulators - that kills a bank; it is - as Dick Fuld will tell anyone who bothers to listen - the loss of (access to) liquidity: cold, hard, fungible (something Jon Corzine knew all too well when he commingled and was caught) cash, that pushes a bank into its grave, usually quite rapidly: recall that it took Lehman just a few days for its stock to plunge from the high double digits to zero.
It is also liquidity, or rather concerns about it, that sent Deutsche Bank stock crashing to new all time lows earlier today: after all, the investing world already knew for nearly two weeks that its capitalization is insufficient. As we reported earlier this week, it was a report by Citigroup, among many other, that found how badly undercapitalized the German lender is, noting that DB's "leverage ratio, at 3.4%, looks even worse relative to the 4.5% company target by 2018" and calculated that while he only models €2.9bn in litigation charges over 2H16-2017 - far less than the $14 billion settlement figure proposed by the DOJ - and includes a successful disposal of a 70% stake in Postbank at end-2017 for 0.4x book he still only reaches a CET 1 ratio of 11.6% by end-2018, meaning the bank would have a Tier 1 capital €3bn shortfall to the company target of 12.5%, and a leverage ratio of 3.9%, resulting in an €8bn shortfall to the target of 4.5%.
When Citi's note exposing DB's undercapitalization came out, it had precisely zero impact on the price of DB stock. Why? Because as we said above, capitalization - and solvency - tends to be a largely worthless, pro-forma concept. However, when Bloomberg reported today that select funds have withdrawn “some excess cash and positions held at the lender” the stock immediately plunged: the reason is that this had everything to do with not only DB's suddenly crashing liquidity, but the pernicious feedback loop, where once a source of liquidity leaves, the departure tends to spook other such sources, leading to an outward bound liquidity cascade. Again: just ask Lehman (and AIG) for the details.
Which then brings us to the $64 trillion (roughly the same amount as DB's gross notional derivative exposure) question: since DB is suddenly experiencing a sharp "liquidity event", how much liquidity does Deutsche Bank have access to as of this momentto offset this event? The answer would allow us to calculate how long DB may have in a worst case scenario if we knew the rate of liquidity outflow.
For the answer, we go to a just released note by Goldman Sachs, which admits that it is now facing "crisis" questions from clients, among which “can a large European bank face a liquidity event” to wit"
Deutsche Bank stands at the center of the European financial system - it is a major counterpart of all relevant European banks, and broader. Recent reports of potential litigation hits have compounded capital concerns, and raised the overall level of market anxiety. “Crisis” questions are being asked: “is there risk of a financial crisis re-run” and “can a large European bank face a liquidity event”?
So what is the answer: how much liquidity does Deutsche Bank have access to? The answer is two fold, with the first part focusing on central bank, in this case ECB, backstops in both $ and €. 
Goldman starts with an overview of said back-stops, summarized below. These facilities are available to all Eurozone banks (and, naturally, also to Deutsche Bank) – they are generous in terms of volume (full allotment), price (fixed rate at 0%) and tenure (from short term, all the way to 4-years). These ECB facilities are key to ensuring the bank's long-term funding stability, in Goldman's view, and were put in place following the funding market fallout in 2007, in order to contain the effects from the Lehman crisis. They were further bolstered to contain the Eurozone sovereign crisis in 2011-12. All of the liquidity provisions remain in place, and broadly, they fall into the following two categories:
  1. Regular market operations: 1-week Main Refinancing Operations or “MRO” (priced @0%), and 3-month Long Term Refinancing Operations or “LTRO” (@0%);
  2. Non-standard measures, which split between € funding facilities with 4-year Targeted LTROs (@0%, with the option to fall to -0.4% if lending targets are met) and the emergency liquidity assistance to solvent financial institutions and a US$ funding facility: 1-week US$ MRO (@0.86%).
Stepping away from the ECB - because if Deutsche is forced to come crawling to Draghi and beg for central bank liquidity assistance to continue as a going concern, the outcome may be just as dire (recall the stigma associated with US banks using the Fed's Discount Window) especially since  unlike Lehman, DB has nearly €600 billion in deposits which are susceptible to a retail depositor run - what about Deutsche Bank's own liquidity position? It is this which appears to be concerning the market most, because as Goldman writes, following the Bloomberg report that hedge fund clients have pulled excess cash, the market has reacted aggressively (ADR down 6.7%), indicating concerns have moved from DBK’s equity to question the resilience of the banks’ funding position.
Below, Goldman provides an overview of DBK’s liquidity position, noting that its last reported liquidity reserve stood at €223 bn or ~20% of its total assets. DBK’s high quality liquid assets (or HQLA) balance stood at €196 bn or 16% of its total assets; its liquidity coverage ratio (“LCR”) stood at 124%. DBK’s LCR is above that of many largest European banks (BNP 112%), as well as US banks (Citigroup
121%).

Here is the breakdown:
  • Liquidity reserve: €223 bn, or ~20% of total assets. In total, DBK’s liquidity reserve stood at €223 bn, representing ~20% of the banks total net assets (where assets are US GAAP equivalent). The 2Q16 level of liquidity reserve compares to €65 bn in 2007, showing that DBK has grown its liquidity reserve by 3.4x from pre-crisis levels.
  • Cash: €125 bn. The liquidity reserve breaks down between €125 bn of cash and cash equivalents, and €98 bn of securities, available for use at the central banks. As highlighted in Exhibit 2, the € portion of the securities can be used to obtain liquidity of varied duration (between O/N to 4-years) at a cost of 0% (and as low as -40 bp, if lending benchmarks are met).
  • LCR: 124%. DBK’s Liquidity Coverage ratio stood at 124%, which is ~1.5x the current regulatory minimum, and a cut above the 2019 fully-loaded requirement of 100%. This compares favorably to, say, Citigroup (121%), BNP (112%). Other US banks (e.g. JPM, BofA) do not disclose their LCR other than to say that they are “compliant”, suggesting LCR is at or above 100%.
Where does this liquidity come from? Exhibit 3 above examines DBK’s funding composition – this is relevant in the context of media reports highlighting a decline in prime brokerage balances (Bloomberg, September 29). These include:
  • Lowest volatility funding: 57%. Lowest volatility sources of funding - retail deposits, transaction banking balances (corporate and institutional deposits from corporate banking relationships) and equity account for 57% of total funding. Over half of the groups’ funding therefore, stems from this source.
  • Low volatility funds: 15%. Debt securities in issue account for 14% of total funding. Together with the previous category, “lowest” and “low” volatility funding accounts for 72% of total funding.
  • Other customers – this includes prime brokerage cash balance – 7%. The total amount of “other customer” funds, which includes: fiduciary, self-funding structures (e.g. X-markets), margin/Prime Brokerage cash balances (shown on a net basis (see DBK 2015 annual report, p178). Importantly, this represents ~7% of total funding, and is 3.1x covered with the liquidity reserve.
  • Other parts of funding – unsecured wholesale, secured funding – account for the residual.
In other words, all else equal, even in a worst case Prime Brokerage situation, one where all €71 billion in "other customer" funds flee, DB should still have about €152 billion of the €223 billion in liquidity reserve as of June 30, once again assuming there have been no other changes. Stated simply, if the hedge fund outflow accelerates and depletes all the liquidity at the Prime Brokerage division, DB would part with about a third (just over  €70 billion) of its €220 billion liquidity reserve.
Some other observations: even if one assumes the full loss of PB balances, DB would still have a Liquidity coverage ratio (“LCR”) of 124%.  The LCR is equivalent to HQLA/net stressed outflows over 30 day period. This ratio shows the banks’ ability to meet stressed funding conditions over a period of 1 month. For Deutsche bank, the LCR stood at 124% with the ratio composed of:
  1. High Quality Liquid Assets (HQLAs) of €196 bn. These include Level 1 assets (the most liquid securities which include cash and equivalents, bonds issued or guaranteed by a government and certain covered bonds); Level 2A assets, which are subject to a haircut (third country government bonds, bonds issued by public entities, EU covered bonds, non-EU covered bonds, corporate bonds) and Level 2B assets (high quality securitisations, corporate bonds, other high quality covered bonds).
  2. The net stressed outflows: €158 bn as of 2Q16 (YE15 €161 bn). DBK’s net stressed outflows amounted to €161 bn at year-end 2015, and include an assumption of loss of prime brokerage deposits. As per Commission Delegated Regulation (EU) 2015/61 “Deposits arising out of a correspondent banking relationship or from the provision of prime brokerage services shall not be treated as an operational deposit and shall receive a 100 % outflow rate.”
  3. The minimum level is 100% (effective 2018) and is phased in gradually from 2015; the 2016 requirement is 70%.
Of course, the "stressed outflow over a 30 day period" is an assumption, one which can accelerate rapidly, especially if the stock price of DB continues to fall crushing what is any bank's most critical asset: counterparty confidence, either from retail investors or institutional peers.
Still, what the above calculations reveals is that the Bloomberg report suggest that while substantial, the Prime Brokerage outflow would not be, on its own, deadly.  But therein lies the rub: since any bank's collapse is a procyclical event in which liquidity flees in all directions, with a speed that is usually inversely proportional to the stock price, the lower the price of DB goes (and the higher its CDS), the more dire its liquidity situation.
However, as noted above, the biggest threat to DB is not so much its hedge fund client base, whose damage potential is limited, but the depositor base. Again: while Lehman failed, it did so as a result of its corporate counterparties suffocating the bank by rapidly pulling out their liquidity lines. Lehman, however, was lucky in that it didn't have retail depositors: it death would have likely come far faster as the capital panic was not limited to institutions but also included a retail depositor bank run.
This is where Deutsche Bank is very different from Lehman, and far riskier, because if the institutional panic spreads to the depositor base, which as the table below shows amounts to some €566 billion in total, and €307 billion in retail deposits...

... then all bets are off.
Which is why it is so critical for Angela Merkel to halt the plunging stock price, an indicator DB's retail clients, simplistically (and not erroneously) now equate with the bank's viability, and the lower the price drops, the faster they will pull their deposits, the quicker DB's liquidity hits zero, the faster the self-fulfilling prophecy of Deutsche Bank's death is confirmed.
Which ultimately means that DB really has four options: raise capital (sell equity, convert CoCos, which may results in an even bigger drop in the stock price due to dilution or concerns the liquidity raise may not be sufficient), approach the ECB for a liquidity bridge (this may also backfire as counterparties scramble to flee a central bank-backstopped institution), appeal for a state bailout (Merkel has so far said "Nein") or implement a bail-in,eliminating billions in unsecured claims (and deposits) and leading to a full-blown systemic bank run as depositors everywhere rush to withdraw their savings, leading to a collapse of the fractional reserve banking mode (in which there is only 10 cents in physical deliverable cash for every dollar in depositor claims). 
Which of the four choices Deutsche Bank will pick should become clear in the coming days. Until it does, it will keep the market on edge and quite volatile, because as Jeff Gundlach explained today, a "do nothing" scenario is no longer an option for CEO John Cryan as the market will keep pushing the price of DB lower until it either fails, or is bailed out.




P.S.: potete usare la funzione TRANSLATE di Google(sulla colonna di destra), selezionando prima un qualsiasi linguaggio e poi successivamente, l'italiano, per avere la traduzione automatica.


N.B. Non c’è pace per la Deutsche Bank. Ieri pomeriggio il titolo è nuovamente crollato sotto il peso di una notizia diffusa da Bloomberg. Una decina di hedge fund avrebbero ritirato i loro derivati da Deutsche per spostarli nelle banche concorrenti. Un portavoce ha dichiarato che «i nostri clienti sono tra i più sofisticati investitori del mondo » e ha aggiunto che «la stragrande maggioranza dei clienti sa che la nostra situazione finanziaria è stabile ed è a conoscenza della situazione economica generale, dei contenziosi in corso con l’autorità giudiziaria americana e con i progressi che stiamo facendo con la nostra strategia».

schauble MERKELSCHAUBLE MERKEL
In effetti lo stesso documento interno precisa che al di là dei dieci fondi, altri 200 clienti che investono in derivati non hanno cambiato la loro posizione. Secondo il Financial Times che cita fonti di Deutsche, alcuni clienti degli hedge fund avrebbero chiesto una maggiore protezione dai rischi sugli affari soprattutto in risposta alle incessanti notizie stampa allarmanti.

Ieri Marcel Fratzscher, capo del think tank Diw di Berlino ha sottolineato che se la situazione dovesse peggiorare, «il governo tedesco interverrà: Deutsche Bank è l’unica banca d’investimento che ha». 

Ma Yigit Bulut, consigliere economico del presidente turco Erdogan ha esortato il suo Paese a investire nella banca per farla diventare Tuerkisch Bank. Il titolo ormai vale 10 euro: prima della crisi ne valeva 100. 

Fonte: qui