9 dicembre forconi: Burocrazia
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domenica 8 settembre 2019

Contro la Pedagogia, la pseudo-scienza che sforna conformisti

Lucio  Russo,  grande intellettuale fisico e storico della scienza, recensisce  l’ultimo saggio di Galli della Loggia.  Ci è parso essenziale pubblicarne la prima parte, per gentile concessione dell’autore, come contributo alla ricostruzione culturale dell’Italia.
Recensione a “L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola” di Ernesto Galli della Loggia 
di Lucio Russo

 Il dibattito sulla scuola, che attrae di solito molta meno attenzione di quanto meriterebbe, si è arricchito di recente di un interessante contributo di Ernesto Galli della Loggia (L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola, Marsilio, 2019), che è allo stesso tempo un saggio abbastanza documentato sulla storia della crisi della scuola italiana e un pamphlet in cui le idee dell’autore sul tema (ma anche sulla politica italiana e sulla cultura in generale) sono esposte con il consueto vigore.. 
Tra le tesi esposte in questo libro condivido innanzitutto ’ l’affermazione   del ruolo centrale svolto dalla scuola nella vita degli Stati in generale e, in particolare, ’ postunitaria. Scrive Galli della Loggia (p.14):
[…] nei decenni successivi all’Unità, mentre l’analfabetismo veniva sia pur lentamente riducendosi, furono essenzialmente l’istruzione superiore e l’università a fornire alla giovane nazione le élite necessarie alla sua crescita. E fu così che, già dalla fine dell’Ottocento, l’Italia poté contare su ottimi ingegneri, matematici illustri, filologi, medici ed economisti di vaglia. Le prime reti moderne che si videro nella Penisola – quella ferroviaria e quella dell’elettricità – furono realizzate in larghissima misura da persone formatesi nella scuola italiana.
 In questo brano sono implicitamente individuati due fini della scuola: ’ e trasmissione di competenze tecniche utili nel lavoro e la formazione delle élite.
Galli della Loggia sottolinea però giustamente che la scuola deve innanzitutto e soprattutto avere un altro fine: preparare alla vita, dotando i giovani (tutti i giovani per i quali è possibile farlo) di una cultura generale che permetta loro di uscire dalla propria particolarità e di mettersi in relazione con il mondo passato e presente, con tutti i suoi pensieri, i suoi protagonisti e i suoi fatti, raggiungendo così una pienezza di vita altrimenti impossibile (p. 12).
Condivido pienamente anche il giudizio sullo  stato disastroso della scuola italiana. Credo che chiunque abbia avuto modo di confrontare le conoscenze di chi oggi arriva all’università  con quelle degli studenti di alcuni decenni fa non possa non avere verificato un terribile regresso culturale. La scuola italiana non solo non è più in grado di formare le élite (credo che il livello dei dibattiti parlamentari lo mostri ampiamente), ma non assicura alla grande maggioranza di chi termina gli studi secondari né un minimo di alfabetizzazione scientifica né la capacità di inquadrare gli eventi nel tempo e nello spazio e neppure una ragionevole padronanza della madrelingua.
Di fronte a questo disastro, occorrerebbe che l’opinione pubblica, e in particolare gli intellettuali, dessero vita a un serio dibattito al fine di individuare possibili rimedi. Va quindi respinta con forza – ecco ’altra tesi importante del libro –  purtroppo oggi vincente, che sia di pertinenza esclusiva di un gruppetto di addetti ai lavori. Non esiste un tema di interesse più generale e meno specialistico della scelta degli strumenti culturali da trasmettere alle prossime generazioni (anche se, naturalmente, possono essere utili specialisti di pedagogia per decidere come farlo nel modo più efficiente). Galli della Loggia descrive con efficacia la deriva burocratico-pedagogica che ha ridotto la scuola nelle miserevoli condizioni attuali. Già altri, in molte occasioni, hanno descritto  del crescente carico burocratico degli insegnanti e il linguaggio incomprensibile e insensato usato dai burocrati ministeriali, ma in questo libro si viene a conoscenza di esempi nuovi, che superano  le già nere aspettative del lettore.
L’atto di accusa verso i pedagogisti, che in larga misura sono i diretti responsabili del disastro attuale, è, a mio parere, uno dei punti di forza del libro (oltre che, naturalmente, la principale causa delle previste stroncature provenienti dai diretti interessati). Galli della Loggia nota (a p. 41) come, abbandonato l’antico ancoraggio alla filosofia e racchiusa nella sua autonomia funzionalistica, la pedagogia abbia trovato sempre di più il suo senso e il suo scopo nell’affermare puntigliosamente l’imprescindibile necessità del proprio ruolo dovunque e comunque.
Si può forse osservare che, più che abbandonare ’ alla filosofia, la pedagogia attualmente dominante abbia reso implicita e probabilmente inconsapevole la sua visione filosofica, saldamente improntata (come nota lo stesso autore) al pragmatismo di matrice anglosassone. In ogni caso è certamente vero che alcuni dei principali indirizzi imposti alla scuola dai pedagogisti siano derivabili, quasi tautologicamente, ’ di affermare ’ della pedagogia stessa. Egemonia che, richiedendo ’eliminazione della fastidiosa concorrenza degli studiosi delle discipline tradizionalmente insegnate nella scuola (per lo più ignote ai pedagogisti), non può affermarsi se non attraverso il disprezzo dei contenuti disciplinari e delle discipline stesse, che dovrebbero lasciare il posto ad attività interdisciplinari, rivolte non ’ di conoscenze, ma di generiche attitudini ad apprendere qualsiasi cosa. Ne discende l’enfasi su “l'imparare ad imparare”: qualcosa che dovrebbe essere appreso senza studiare alcuna disciplina diversa dalla pedagogia stessa.
La scuola, come ha ribadito recentemente anche il presidente del consiglio uscente (e rientrante), dovrebbe essere un luogo in cui non conta cosa imparare ma solo come farlo. È difficile non consentire con l’idea dell’autore che la scelta dei contenuti abbia invece un’importanza  cruciale per dare un senso  all’istituzione-scuola e che tale scelta non possa prescindere da una serie di conoscenze (dei contenuti delle diverse discipline, dei bisogni della società, dell’evoluzione  storica) del tutto estranee alla pedagogia. I migliori insegnanti si sono sempre posti l ’ obiettivo  di insegnare a studiare, ma ovviamente si può veramente imparare a imparare solo imparando qualcosa (e non è equivalente studiare filosofia e matematica oppure smorfia napoletana e storia del volley).
A una scuola che non trasmette più alcuna conoscenza (quale è  quella progettata dai pedagogisti e per fortuna non ancora completamente realizzata) restano due funzioni. La prima è quella di formare i ragazzi (senza istruirli, per carità!) imponendo loro una serie di precetti ai quali la loro condotta dovrà uniformarsi e soprattutto condizionandoli psicologicamente attraverso attività controllate. Va certamente in questa direzione il bando allo studio individuale che rischia di sviluppare vero pensiero critico, producendo personalità “devianti” dal punto di vista dei progettisti della nuova scuola e dell’organizzazione dell'attività scolastica dei ragazzi come parte di collettivi ,più facilmente controllabili e più propensi a uniformarsi, di fatto, a un modello unico.
L’eliminazione dei contenuti si accompagna all’enfasi sull’impegno degli (ex)docenti in attività  diverse dall’insegnamento e soprattutto nello sviluppo delle non-cognitive skills dei ragazzi, quali sono l’amicalità, la stabilità emotiva, la grinta, l’apertura mentale.
Nel libro si nota come una serie di trasformazioni lessicali abbiano accompagnato questo processo: mentre nella Costituzione si parla solo di istruzione, oggi si tende a eliminare questo termine sostituendolo sempre più spesso con educazione (anche, ma non solo, per l’influenza  della lingua inglese) e la pedagogia è divenuta la scienza (o più spesso le scienze) della formazione.
Oltre al compito di condizionare psicologicamente i ragazzi, rendendoli felicemente ignari di possibili alternative al pensiero unico dominante, alla scuola resta un solo altro compito: quello di renderli economicamente utili, sviluppando in loro le competenze immediatamente utilizzabili nel mondo del lavoro.
La scuola italiana, che tradizionalmente costituiva uno spazio protetto dove si potevano apprendere ed elaborare possibili alternative ’ è stata cioè pensata in funzione immediata e strumentale rispetto alla società (p.113).
Il rapporto tra scuola e mondo della produzione è visto a senso unico, nel senso che la scuola dovrebbe adeguarsi alle richieste dei manager industriali, dimenticando che tra i compiti della scuola dovrebbe esservi anche quello di innalzare la cultura dei manager, che oggi in Italia è spesso carente (p.24, nota 7).
Va considerate che anche la direttrice “mondo produttivo-scuola” non ha affatto prodotto, negli ultimo decennio, risultati brillanti. Come dimostra l’abbassamento delle competenze professioanli offerte dagli istituti tecnici,   modesta considerazione di cui godono questi istituti in Italia rispetto agli altri grandi paesi europei.
Per eliminare le conoscenze dalla scuola, si è scelto di contrapporle appunto alle competenze,  così come le nozioni, che una volta si apprendevano a scuola, sono state combattute contrapponendole a un mitico pensiero critico, che si svilupperebbe paradossalmente in giovani semianalfabeti grazie al rispetto passivo dei precetti imposti dai loro formatori.
Anche l’ attività di memorizzazione delle conoscenze (essenziale per un vero apprendimento, purché ovviamente non rimanga fine a sé stessa, ma sia uno strumento usato con intelligenza) è stata bandita dalla scuola.
Naturalmente la trasformazione descritta finora richiede una profonda trasformazione degli insegnanti, che non vanno più scelti e valutati in base alle proprie competenze e conoscenze disciplinari, ma debbono soprattutto dimostrare di avere assorbito i precetti del pensiero unico della pedagogia dominante.
Altri passi utili per la trasformazione della scuola sono  l’eliminazione  della “lezione frontale”” ossia delle lezioni, la sostituzione di gran parte del lavoro degli insegnanti con attività burocratiche o di sostegno psicologico o paramedico ai ragazzi e la tendenziale totale eliminazione della valutazione degli studenti, ai quali deve essere garantito il successo formativo. Un ulteriore strumento molto utile per la distruzione della scuola pubblica è stata la sbandierata AUTONOMIA ” che ha comportato l’eliminazione  dei programmi nazionali.
Ogni scuola, presentando alle famiglie il proprio Pof (Piano d ’offerta formativa) si pone sul mercato, cercando di sottrarre studenti-clienti alle altre scuole pubbliche, grazie alla proposta di attività considerate attraenti. Naturalmente le attività previste nei diversi Pof, finanziate dalle famiglie e/o da sponsor locali, dipendono pesantemente dal livello di reddito della zona in cui sorge la scuola. Viene così sancita la frantumazione-atomizzazione dell’istruzione del paese […]. La scuola, invece che un fattore di unità e coesione sociale […] si è tramutata essa per prima in fattore di divisione nazionale e di discriminazione sociale (p. 136).
Naturalmente, come si sottolinea nel libro, non tutto è perduto, poiché gli insegnanti hanno mostrato una grande capacità (in questo caso preziosa) di inerzia. Molti di loro, pur adempiendo formalmente agli insensati compiti burocratici, nei fatti ignorano le direttive e continuano a far lezione, riuscendo spesso a trasmettere ancora conoscenze non vuote di contenuto.
Nella totale assenza di valori forti e di riferimenti ideologici chiari, i soli valori invocati per giustificare la distruzione della scuola sono quelli della modernità e del cambiamento; in altre parole si sottolinea  l’esigenza  di accodarsi a qualsiasi tendenza appaia abbastanza forte da imporsi come vincente.
Un aspetto paradossale della nuova scuola, che è opportunamente sottolineato nel libro, è la contraddizione tra la voluta eliminazione delle conoscenze, delle nozioni e dello studio e gli obiettivi utopistici, spesso grotteschi, che si finge di voler perseguire. Così, ad esempio, nelle Indicazioni nazionali per la scuola media del 2003 si prescriveva che un obiettivo specifico di apprendimento di matematica è e deve essere sempre, allo stesso tempo, non solo ricco di risonanze di natura linguistica, storica, geografica, espressiva, estetica, motoria, sociale, religiosa, ma anche lievitare comportamenti personali adeguati (p.181).
Per l’italiano si ipotizzava che al termine del primo biennio (intorno ai dodici o tredici anni) lo studente fosse in grado di scrivere testi imitativi dello stile di un autore cogliendone le peculiarità più significative (p.182). È appena il caso di ricordare che gli studenti usciti dalla scuola riformata coerentemente con queste Indicazioni non comprendono parole italiane abbastanza comuni (come risulta, ad esempio, dalle ricerche dell’italianista  Massimo Arcangeli sul lessico conosciuto dagli studenti della secondaria superiore) e arrivano   all’università senza saper scrivere testi ortograficamente e grammaticalmente corretti (come fu denunciato in ’ lettera al ministro da seicento docenti universitari). Nelle stesse Indicazioni si ipotizzava che gli studenti dodicenni, pur essendo doverosamente privi di nozioni, potessero identificare in una narrazione storica i problemi cui rispondere adoperando gli strumenti della storiografia (p.183).
Il libro contiene anche interessanti e opportune puntualizzazioni storiche.
Particolarmente interessante è la documentata individuazione di Rousseau come una delle principali fonti (per lo più indiretta) ’ pensiero pedagogico. In una sezione dedicata alla tanto deprecata riforma Gentile si sottolinea giustamente che, nonostante la frase tanto citata di Mussolini , la riforma era figlia  dell’idealismo  e non certo del fascismo, la cui creatura nel settore fu piuttosto la Carta della scuola di Bottai. Nel libro si accetta però ’ identificazione della riforma Gentile con l’istituzione del liceo classico (che in realtà continuava essenzialmente la tradizione dell ’unico  liceo precedente) tacendo sulla novità essenziale introdotta da Gentile: la soppressione della benemerita sezione fisico-matematica ’ tecnico e ’del liceo scientifico: innovazioni che non riscossero il plauso unanime di tutta la migliore intellettualità italiana (come invece si afferma a p. 93)2
Alcune pagine sono dedicate alla “Lettera a una professoressa ” di don Milani. Galli della Loggia sottolinea quanto sia stata travisata:
La scuola del priore – concepita in certo senso contro la società, per contestarla e cambiarla, trasportata da Barbiana a viale Trastevere e poi, da lì, a ogni inizio d’anno scolastico nel cortile del Quirinale – è diventata nella realtà una scuola obbediente a tutti i dettami del pensiero dominante, prona alla sua ufficialità.
La più nota operra di Lucio Russo
Eppure, nonostante tutti i travisamenti, bisogna riconoscere – secondo Galli della Loggia – che qualcosa del messaggio di don Milani è stato effettivamente travasato nella dottrina pedagogica dominante: in particolare la sua polemica contro il carattere astratto del sapere e la sua contrapposizione tra la cultura che serve nella vita e la cultura dei libri.
Pur condividendo pienamente la denuncia di Galli della Loggia del disastro della nostra scuola e la sua polemica contro le tendenze oggi egemoni del pensiero pedagogico, credo che il suo libro abbia alcuni limiti che rischiano di restringere drasticamente gli auspicabili consensi nei suoi confronti.
Anche se a volte riconosce la trasversalità della politica scolastica, sostanzialmente indipendente dal partito al governo, Galli della Loggia in gran parte del libro individua la responsabilità nella sinistra italiana, verso la quale mostra una particolare animosità: ad esempio nelle pagine sul Sessantotto o in quelle, molto interessanti e per certi versi illuminanti, relative alla conferenza sulla scuola organizzata dal PCI nel 1973.
Il disastro della scuola secondaria riguarda infatti tutto ’Occidente ed è iniziato negli Stati Uniti, che hanno lasciato degradare la grande maggioranza delle loro scuole secondarie ben prima che il fenomeno si estendesse all’Europa.
Galli della Loggia lamenta giustamente l’espulsione della cultura classica dalla nostra scuola, iniziata, a suo parere con  l’istituzione  della scuola media unica, che fu rapidamente privata del latino. Il fenomeno era però già avvenuto da tempo negli Stati Uniti e anche negli altri paesi europei. Lo stesso Galli della Loggia riconosce che molte delle trasformazioni disastrose della nostra scuola sono consistite nella diligente applicazione di direttive provenienti da Bruxelles.
Le pagine sulle conferenze sulla scuola organizzate dal PCI sono illuminanti per comprendere i percorsi culturali seguiti dal PCI e dai suoi eredi, ma evidentemente possono dire ben poco sulla politica scolastica adottata dagli Stati Uniti nel primo Novecento e, in tempi più recenti, ’Unione  Europea. Né spiegano perché la politica scolastica della destra italiana sia stata sovrapponibile a quella della sinistra. Se si vogliono ricercare le origini del disastro della scuola bisogna evidentemente guardare altrove.
Anche sull’ assenza di selezione condivido solo in parte la posizione di Galli della Loggia. È certamente vero che un sistema scolastico come l’ attuale, che non seleziona, garantendo il successo formativo a tutti, viene meno a due compiti essenziali: la formazione delle élite e la promozione sociale dei più meritevoli. La scuola italiana del primo
Novecento era sì classista, nel senso che agevolava molto le carriere scolastiche dei ragazzi provenienti da famiglie benestanti, ma permetteva anche la promozione sociale di una piccola minoranza, particolarmente meritevole, di ragazzi provenienti da ceti economicamente svantaggiati (come si può mostrare con molti esempi). Oggi questa funzione della scuola è venuta meno e per chi non proviene da un ceto privilegiato lo studio è divenuto ’ strumento utile per emergere.
[…] In molti paesi la selezione avviene soprattutto riservando ai più meritevoli le università più prestigiose (a volte ufficialmente riconosciute come tali, come in Giappone e in Francia). [….]
Un altro limite del libro, a mio parere, è dovuto all ’estraneità dell’autore alla cultura scientifica, che viene sempre citata nella forma del binomio tecnico-scientifico. Anche se ammette la sua utilità a fini pratici e la sua indispensabilità nei percorsi scolastici, Galli della Loggia si mostra profondamente convinto della totale irrilevanza culturale della scienza. Non solo afferma la centralità della cultura umanistica (p. 21), senza mai porsi il problema di una possibile ricostruzione  dell’unità della cultura, ma ritiene che nella scuola dei nostri tempi sia stato dato sempre più spazio agli insegnamenti scientifici (p.28);
a p. 174 ribadisce che l’ambito delle discipline scientifico-tecniche sarebbe stato rafforzato al massimo nella nuova scuola: una caratteristica che evidentemente ritiene parte essenziale del disastro (come è confermato dalla nota a p.146, in cui si afferma la segreta corrispondenza tra l’ideologia scientista-tecnocratica e l’impostazione formalizzatrice della pedagogia attuale).
La strana convinzione di Galli della Loggia che nella scuola attuale vi sia una egemonia del sapere tecnico-scientifico (espressione usata a p.179) è platealmente contraddetta dal diffuso analfabetismo scientifico dei nostri giovani. Nel libro si lamenta più volte (giustamente!) ’impoverimento culturale prodotto dalle direttive dell’UE, che tentano di rendere omogenee tutte le scuole del continente, ma nella convinzione che ciò non riguardi gli insegnamenti scientifici (tecnico-scientifici nel linguaggio usato), che sarebbero eguali in tutto il mondo. Non è così: la spinta ’ sulla base di modelli anglosassoni colpisce gravemente, ad esempio, la matematica, penalizzando ’tradizione (risalente alla cultura classica) delle dimostrazioni geometriche e tendendo da una parte a ridurre ’ secondario al problem solving, e ’  a trasformare i tradizionali corsi universitari europei di analisi matematica in corsi di calculus di stampo statunitense. La scienza è vista come il regno delle contrapposizioni Vero-Falso, che non lasciano alcuno spazio alla discussione critica e alle dimensioni storica e umana.
Le discipline scientifiche sono ritenute rigidamente normative e umanamente decontestualizzate. Questa visione corrisponde effettivamente alla didattica autoritaria oggi egemone, che tende a trasmettere al più procedure da memorizzare, senza discuterne  l’origine e i limiti di validità, ma è lontana dal metodo della vera scienza.
Se si deve svolgere un banale esercizio  all’interno  di una teoria assodata è indubbio che la contrapposizione Vero-Falso non lasci spazio a discussioni, ma la ricerca scientifica si sviluppa basandosi su specifiche tradizioni culturali e arricchendole con immaginazione creativa; anche nelle scuole secondarie se ne dovrebbe lasciare una traccia, discutendo pregi e difetti di metodi diversi per risolvere lo stesso problema, illustrando la relazione, per nulla meccanica, tra esperimenti e teorie, le ragioni di validità delle teorie scientifiche e i loro inevitabili limiti. Galli della Loggia afferma che per integrare un immigrato assai più di un teorema di matematica serve saper riconoscere il profilo di Dante Alighieri (p. 178). Sono invece convinto che per integrare un immigrato (non nella realtà italiana, ma, più in generale, nella cultura occidentale erede della tradizione classica), molto di più del riconoscere i profili di personaggi illustri, sia utile insegnare il metodo dimostrativo, che abbiamo ereditato dai Greci, è strettamente connesso ’all’argomentazione ’ trattata dalla retorica classica ed è rimasto estraneo a tutte le civiltà non influenzate (direttamente o indirettamente) da quella greca.
(Il testo integrale è su:
In generale, consigliabile la lettura della rivista online curata dal  professore:
Fonte: qui

venerdì 30 agosto 2019

MACRON RILANCIA IN EUROPA LA PROTETTA DI MONTI, SYLVIE GOULARD, EX CONSIGLIERA DI PRODI E VICE-GOVERNATORE DELLA BANCA DI FRANCIA, È LA PRESCELTA DEL PRESIDENTE PER IL POSTO DA COMMISSARIO EUROPEO

MA DIVERSI CONSIGLIERI HANNO MESSO IN GUARDIA MACRON DAL RISCHIO DI UNA BOCCIATURA DELLA GOULARD DA PARTE DEL PARLAMENTO EUROPEO, A CAUSA DI DUE AFFAIRE MOLTO FASTIDIOSI IN CUI È COINVOLTA
Mauro Zanon per ''Libero Quotidiano''

Il suo nome figurava anche nella short list dei candidati alla direzione della Banca centrale europea, scranno che è stato poi assegnato alla sua connazionale, Christine Lagarde. Sylvie Goulard, ex consigliera politica di Romano Prodi e attuale vice-governatore della Banca di Francia, è la prescelta di Emmanuel Macron per essere la prossima commissaria europea in quota francese, con l' obiettivo di ottenere un portafoglio pesante dal punto di vista economico e finanziario, magari la Concorrenza.

Sylvie Goulard ProdiSYLVIE GOULARD PRODI
«Siamo in un momento critico, la Francia vuole lanciare un Atto II europeo, per avere un' Europa più efficace e più ambiziosa: il presidente voleva una persona capace di portare avanti questo progetto di cambiamento», ha dichiarato al Monde un consigliere dell' inquilino dell' Eliseo. «Sylvie Goulard ha un' eccellente reputazione alla Commissione, ha una qualità di lavoro riconosciuta, è poliglotta e conosce molto bene la Germania», ha aggiunto.


LA MARSIGLIESE
Sylvie GoulardSYLVIE GOULARD
Cinquantaquattro anni, marsigliese e madre di tre figli, la Goulard, oltra a essere una fedelissima di Macron, vanta un pedigree da perfetta tecnocrate. È uscita dall' Ena, la fornace delle élite parigine, è stata consigliera di Prodi quando quest' ultimo era presidente della Commissione europea, e da eurodeputata del MoDem di François Bayrou ha messo la sua firma sui celebri "Two Pack" e "Six Pack" del 2011, i testi legislativi alla base delle politiche di austerity. Ma Sylvie Grassi (è il suo cognome da nubile) è anche una grande amica di Mario Monti, l' ex premier italiano, con cui ha scritto un libro nel 2012, "La democrazia in Europa. Guardare lontano", dove afferma che la sovranità nazionale è obsoleta e che gli Stati europei devono trasferire i loro poteri a Bruxelles per «una vera Europa federale».

PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA DEMOCRAZIA IN EUROPA DI MARIO MONTI E SYLVIE GOULARDPRESENTAZIONE DEL LIBRO LA DEMOCRAZIA IN EUROPA DI MARIO MONTI E SYLVIE GOULARD
Fondatrice del Gruppo Spinelli assieme a Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt, la Goulard ha ottime entrature a Berlino, anche grazie alla sua padronanza della lingua di Goethe.
Fu lei a organizzare il primo viaggio di Macron nella capitale tedesca quando era candidato alle presidenziali, e fu lei a sussurrare alla Merkel che era il ragazzo sui cui puntare. Per la sua difesa a oltranza dell' ortodossia budgetaria viene paragonata a Wolfgang Schäuble, ex ministro tedesco delle Finanze.

IL LIBRO DI MARIO MONTI E SYLVIE GOULARDIL LIBRO DI MARIO MONTI E SYLVIE GOULARD
SCELTA CONTESTATA
«È una militante (della causa europea, ndr) della prima ora. Ha scritto in parte il programma europeo del presidente e condivide totalmente la sua visione. C' è un' intesa molto forte tra loro», ha spiegato al Monde un membro dell' entourage di Macron. Secondo le informazioni del quotidiano parigino, tuttavia, la decisione di mandare Sylvie Goulard a Bruxelles è stata presa in seguito a dibattiti molto ruvidi nella cerchia macronista.

Diversi consiglieri hanno messo in guardia Macron dal rischio di una bocciatura della Goulard da parte del Parlamento europeo, a causa di due affaire molto fastidiosi in cui è coinvolta: il primo riguarda l' inchiesta, tuttora in corso, sugli impieghi fittizi degli assistenti parlamentari all' Europarlamento che ha travolto i centristi del MoDem e l' ha costretta alle dimissioni da ministro della Difesa all' inizio del quinquennio (è stata ministra per un mese); il secondo concerne le rivelazioni del Canard enchaîné sulle laute remunerazioni che la Goulard riceveva dal think tank americano Berggruen Institute da eurodeputata (ha incassato più di 300mila euro).

«Questa nomina provocherà un blitz a Strasburgo, tenuto conto dell' attuale clima deontologico», ha detto preoccupato un fedelissimo di Macron. «Berggruen è un affaire Fillon al quadrato. Scatenerà una deflagrazione. La decisione della Francia è molto imprudente», ha aggiunto un membro dell' entourage del presidente, dicendo di non capire perché Macron si sia intestardito sulla Goulard.

Per lui, era meglio portare a Bruxelles il nome del ministro dell' Economia Bruno Le Maire, della sua collega alla Difesa Florence Parly o dell' ex commissario europeo Michel Barnier: tre figure meno "rischiose" della Goulard. Per i sostenitori dell' attuale vice-governatrice della Banca di Francia, invece, nessuno ha la sua «esperienza europea». Parigi ha nel mirino la Concorrenza - il portafoglio cui aspira anche l' Italia - per sbloccare, tra le altre cose, la fusione franco-tedesca tra Alstom e Siemens, che la commissaria uscente, Margrethe Vestager, ha ostacolato. Entro il 15 settembre, Ursula Von der Leyen, neopresidente della Commissione, ufficializzerà le sue scelte.

Fonte: qui

martedì 13 agosto 2019

LA BRETELLA AUTOSTRADALE CHE LIBEREREBBE GENOVA DAL TRAFFICO È PRONTA, MA È BLOCCATA PER COLPA DELL’IMMANCABILE ANALISI COSTI-BENEFICI DI TONINELLI


IL MINISTRO AI TRASPORTI PER MANCANZA DI PROVE HA ANNUNCIATO “MIGLIORAMENTI PER RISPARMIARE” E NELLA CITTÀ LIGURE TREMANO 

CON UNA NUOVA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE SI RIPARTIREBBE DA ZERO


Michele Di Branco per “il Messaggero”

gronda genovaGRONDA GENOVA
È tutto pronto per la Gronda, l'opera che Genova attende da decenni, la bretella autostradale che consentirebbe di spostare fuori dalla città il traffico dei tir diretti verso il porto. Tutto pronto, peccato che non sia ancora disponibile l'immancabile analisi-costi benefici che il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, qualche giorno fa, ha promesso di rendere pubblica a breve. Un passaggio delicatissimo. «Si faranno tanti miglioramenti per renderla molto migliore e penso con un grandissimo risparmio di risorse» ha detto l'esponente pentastellato facendo rabbrividire i sostenitori della Gronda a Genova.
gronda genova 8GRONDA GENOVA 

danilo toninelli palestrato 2DANILO TONINELLI 
A cominciare da Autostrade per l'Italia. «Ad oggi fanno sapere dal quartier generale della società sono state già realizzate gran parte delle attività propedeutiche all'avvio dei lavori (indagini, espropri e spostamento di sottoservizi interferenti), con una spesa progressiva per l'intervento che ammonta, ad a oltre 140 milioni. Inoltre sono state avviate procedure di gara per ulteriori 700 milioni nonostante si resti in attesa della formale approvazione dei progetti esecutivi, da parte del Concedente, per poter procedere all'affidamento dei lavori».

L'INCAGLIO
I progetti esecutivi di tutti i 10 lotti, ricordano ancora da Autostrade, sono stati trasmessi al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti tra febbraio ed agosto 2018. Come a dire: è tutto in ordine, cosa aspettiamo a muoverci? L'incaglio potrebbe essere l'ok, ma con riserve, da parte della commissione che, appunto, sta per pubblicare l'analisi costi-benefici.
 
Secondo la legge, infatti, qualunque variazione del progetto della Gronda che implichi una nuova valutazione di impatto ambientale farebbe ripartire da capo l'iter autorizzativo. Introdurre modifiche di tracciato anche in riduzione significherebbe insomma far ripartire il progetto e, considerata la complessità dell'opera, ci vorrebbero almeno altri 8 anni per ritornare al punto attuale. Inutile dire che si fermerebbero anche gli investimenti già previsti. E nei 4,3 miliardi di spesa complessiva per realizzare la Gronda sono compresi anche 30 milioni per opere a favore del territorio, che Aspi attuerà in accordo con gli enti locali.

gronda genova 7GRONDA GENOVA 7
Insomma, l'iter autorizzativo della Gronda, durato circa 16 anni, è concluso e per avviare i cantieri, manca solo il via libera del Mital al progetto esecutivo presentato da ASPI negli ultimi mesi del 2018. Secondo l'analisi costi benefici della Gronda, contenuta nella Valutazione di Impatto Ambientale, e costantemente aggiornata da ASPI, la realizzazione dell'opera genererà effetti concreti e positivi anche dal punto di vista occupazionale.

Fonte: qui

giovedì 1 agosto 2019

McDonald’s alle Terme di Caracalla a Roma: riflessioni sull’apertura del ristorante


NEL CUORE DELLA ROMA ARCHEOLOGICA, ALLE TERME DI CARACALLA, IN UN GRANDE VIVAIO CHE RIDUCE LE SUE DIMENSIONI A VANTAGGIO DI UN PROGETTO GASTRONOMICO, STA PER APRIRE UN MCDONALD'S. 
PROVIAMO A METTERE GIÙ QUALCHE RAGIONAMENTO AL DI LÀ DELLE SOLITE POLEMICHE
Ci risiamo. Incredibilmente ci risiamo: apre un fast food a Roma in un’area storica e c’è la levata di scudi delle anime belle. Alle Terme di Caracalla qualche mese fa hanno aperto un goffo parcheggio a cielo aperto per torpedoni turistici e nessuno ha fiatato, alle Terme di Caracalla apre un ristorante McDonald’s e apriti cielo. Poco importa che neppure si vedrà dalla strada, poco importa che non ci sarà l’ombra di una cubatura in più: si tratta di “una sconfitta della civiltà” e addirittura il Pd ci ha organizzato su una interrogazione parlamentare “per scongiurare lo scempio”.
Un McDonald’s a Caracalla?
Intendiamoci, un Mc nel bel mezzo dell’area archeologica della città fa specie perfino a noi cinici e laici osservatori della realtà. E anche noi, come è ovvio, avremmo preferito che in questo spazio verde paesaggisticamente pregiatissimo venisse a fare il proprio progetto qualche grande ristoratore romano pluripremiato nella nostra Guida, o qualche giovane chef, o un importante investitore dall’estero capace di portare nella capitale un format innovativo e mai visto prima. Purtroppo però, e non per colpa di McDonald’s, le condizioni non lo consentono. Lo dimostra il fatto che a Fontana di Trevi, come il Gambero Rosso ha anticipato ripreso da tutti gli organi di informazione, in un grande spazio di una ex banca aprirà un altro fast food: Five Guys. Qui stranamente senza polemiche: forse Fontana di Trevi vale meno di Caracalla. O forse, ben più probabile, il brand “Mc Donald’s” è il target perfetto per i benpensanti, il nemico pubblico ideale quando si tratta di alzare il sopracciglio e gridare indignati alla violenza contro il nostro patrimonio. Successe lo stesso qualche anno fa vicino a San Pietro e sta succedendo anche per l’area del Pantheon, dove – a parte una piccola interruzione di qualche anno – Mc Donald’s c’è praticamene sempre stato.
La vista dell'area di caracalla dove dovrebbe aprire McDonald'sMc Donald’s è famoso e popolare in tutto il mondo e dunque – anche se sovente è perfino meglio della dozzinale ristorazione turistica che ammorba appunto San Pietro o Pantheon – è molto redditizio in termini di comunicazione metterlo nel mirino.
McDonald’s unico ristoratore illuminato?
luoghi in abbandono nell'area di Caracalla“Lei pensa che non abbiamo cercato a sufficienza un partner gastronomico per sviluppare il progetto?” ci risponde Stefano Ceccarelli, uno dei proprietari dell’Eurogarden “In realtà l’interlocuzione c’è stata con molti e tutti parlavano di apericene, di sfruttamento intensivo dello spazio all’aperto, di progetti che rischiavano di generare molto rumore e caos. Soprattutto tutti parlavano esclusivamente di superfici e di soldi al metro quadro. L’unico soggetto con cui è stato possibile parlare di un progetto vero e proprio? McDonald’s. E allora alla fine ci siamo accordati con loro“.
luoghi in abbandono nell'area di Caracalla
Già, perché tra Via Baccelli e Via Antoniniana non si aprirà solo un fast food, ma ci si occuperà anche di riqualificare l’area, di mettere a posto una intera strada pubblica oggi totalmente abbandonata dall’amministrazione comunale e lasciata a degrado e prostituzione perfino diurna e ci si occuperà di lavorare sull’impatto visivo nel complesso. Su questi punti l’unico soggetto disposto a fare l’imprenditore e non solo il commerciante è risultato essere McDonald’s e su questo aspetto dovrebbe riflettere chi protesta, a partire dalla politica.
Una ristorazione terrorizzata dalla burocrazia
La ristorazione romana (ma vale nella capitale purtroppo per molti altri ambiti economici) è gravata da una qualità media piuttosto scadente, penalizzata dalla mancanza di ambizione e dal nanismo dimensionale. Per quanto riguarda i soggetti di qualità, che comunque ci sono e li trovate tutti nella nostra guida Roma appena presentata, per la maggior parte sono spaventati a morte dalla burocrazia, dai Vigili Urbani, dalle soprintendenze, dalle Asl, dai Vigili del Fuoco, dalle micidiali società di servizi pubblici (acqua, elettricità, gas), dai Municipi, dai Comitati di Quartiere e così via. Trovateci un ristoratore che non abbia provato a realizzare il proprio sogno ambizioso e non si sia scontrato contro autentici deliri burocratici pentendosi amaramente di aver rischiato di tasca propria.
In un mare inospitale, s’avventurano solo i pescecani
In uno scenario del genere è assai complicato trovare qualcuno – men che meno un imprenditore di qualità – che si assuma un rischio di impresa sul quale neppure si può avere ragionevole previsione. Contro gli attacchi della stampa e degli opinionisti, contro gli eventuali esposti, contro i probabili rallentamenti dell’iter dovuti ai ripensamenti della politica (la sindaca Raggi pare abbia già richiesto la sospensione del progetto), un soggetto come McDonald’s ha le spalle larghe per resistere, attendere, eventualmente incassare una sconfitta come quella che si sta profilando (il 31 luglio il Ministero della Cultura, in autotutela, ha bloccato il procedimento amministrativo) e considerare perduti gli investimenti progettuali. A un ristoratore qualsiasi invece bastano pochi mesi di ritardo dall’apertura prevista per andare sott’acqua finanziariamente. E a Roma non esistono ormai più tempi certi per chi si avventura in una intrapresa nel settore della somministrazione.
Chi protesta contro McDonald’s, insomma, fa il gioco di McDonald’s: dimostra che c’è un intero mercato (e questo riguarda l’Italia ma, va sottolineato, Roma in particolar modo) totalmente inospitale per l’imprenditoria indipendente; dove non c’è spazio per chi non abbia dietro studi di avvocati, consulenti e impiegati capaci di decrittare norme impossibili e ostacoli assurdi. In un acquario del genere, con un’acqua così limacciosa e inquinata, gli unici pesci ancora in grado di nuotare sono i pescecani delle multinazionali, che sanno difendersi da soli, oppure gli oscuri e invisibili pesci di fondale, magari aiutati a seconda del quartiere dalla ‘Ndrangheta, dai Casamonica o dalla Camorra.
Chi non capisce quale sia il portato della tassa occulta della burocrazia (e della nevrastenica idiozia diffusa), non capisce che sta esattamente lì il problema, non nei fast food. Il vicesindaco di Roma e assessore alla cultura Luca Bergamo “trasecola” nell’apprendere la notizia, dimostrando di non aver del tutto compreso il nocciolo della questione.
Cinque anni di iter
Quanto avete impiegato a ottenere questo cambio di destinazione d’uso per una porzione del vostro vivaio?, chiediamo a Stefano Ceccarelli: “Tra una cosa e l’altra cinque anni. E adesso vogliono bloccare tutto quanto. Esiste qualche altro imprenditore che può permettersi di aspettare tutto questo tempo? Di avere questa pazienza prima di aprire? Di prendersi il rischio di perdere anni e anni di lavoro?“. Ovviamente non esiste, ed è proprio questo il punto. Inoltre occorre ricordare che gli imprenditori di Eurogarden provenivano da un’altra storia di grande miopia politico-burocratica: tutta l’area circostante al vivaio verso le Mura Aureliane e il cinquecentesco Bastione del Sangallo doveva trasformarsi grazie al progetto di un innovativo eco campo da golf urbano. Nulla: tutto bloccato anche qui per forsennati esposti, surreali interrogazioni parlamentari e curiose interpretazioni delle norme.
Ma c’è anche dell’altro per concludere: anche se Ceccarelli non lo dice, l’apertura di un punto di ristorazione è l’unica strada di sostenibilità per far sì che anche l’intero vivaio possa restare in attività. L’alternativa, anche qui come sta succedendo in mezza Roma, è la chiusura e l’abbandono nello scenario di un declino economico che la città sembra ogni giorno autoimporsi.
a cura di Massimiliano Tonelli
Fonte: qui
luoghi in abbandono nell'area di Caracalla

venerdì 19 luglio 2019

#BUONAPROSECUZIONEDIDECLINO (non c'è bisogno di aggiungere altro...)




(sarcasmo mode on) Sono al mare in pieno "riscaldamento globale"...con pioggia battente e 15 gradi (a luglio!) ... ;-)
ma tanto noi blogger e noi bitcoiners/cryptomani non siamo mai del tutto in vacanza....
A parte "la priorità numero uno" di VenezuItalia...
ovvero gli sbarchi delle ONG, la Rackete che doveva marcire in galera, la marina militare che dovrebbe difendere i sacri confini della Patria anche affondando le navi di migranti etc etc
diciamo che qualche altro "problemuccio secondario" sussiste
e proviene proprio dal PROBLEMA NUMERO UNO ovvero dalla sacra Patria che si esplica nello Stato fallitaGliano: ve ne riporto un esempio DEVASTANTE più avanti in questo post.
Ma nessuno ci fa caso ehhh 
= ci si concentra ..............................
.
sulle armi di distrazione di massa e/o su tematiche radical chic fuori dal Mondo
che la maggioranza se lo può ancora permettere perché 7 su 10 si fanno mantenere in modo sempre più insostenibile da 3 su 10 e/o hanno ancora la comfort zone delle generazioni precedenti...
Non perdere i miei post


Dunque per ora gli Italopitechi stanno ancora troppo bene per preoccuparsi delle bazzecole che sto per riportarvi... ;-)
Che poi 'ste bazzecole sono una delle cause primarie per cui siamo in Declino Strutturale
+ cresciamo meno di tutti quando si è in fase di crescita mentre scendiamo più di tutti quando si è in recessione.
E vabbè...
#BUONAPROSECUZIONEDIDECLINO




NOTA BENE: nel grafico di apertura le previsioni di crescita (si fa per dire...) per FallitaGlia sono per un +0,1% nel 2019...ultimi della lista. L'italopiteco medio (peggio ancora se sovranista) dirà subito "ma hai visto che anche la Cattifa Cermania cresce pocoooo? Tiè!" A parte che questa è una pessima notizia per l'Italia strettamente correlata all'economica tedesca... come potete vedere da questo secondo grafico la Germania (insieme a tutti gli altri) sono 10 anni che cresce in modo sostenuto (ed oggi rallenta) mentre l'Italia sono 10 anni che cresce da prefisso telefonico (ed oggi è in recessione/stagnazione). Poi fate voi ehhh ;-) Fatevi contare o contatevi alle specchio le balle di comodo che preferite, tanto prima o poi la realtà presenta sempre il conto... 

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Per avere 1600 euro netti al mese, costi ad datore di lavoro circa 4300 euro al mese.

Quindi tu elettore e lavoratore, ogni mese produci almeno 4300 euro di cui 1600 ti vengono dati, mentre gli altri 2700 il tuo datore di lavoro è obbligato a versarli allo stato.

Poi dei 1600 che ti rimangono in tasca, supponendo che tu li spenda tutti per vivere,
il 22% va allo stato sotto forma di IVA, circa 350 Euro,
altri 150/200 euro vanno allo Stato sotto forma di accise sui carburanti,
altri 200/250 euro vanno allo stato sotto forma di imposte "doppie" e "occulte" su acqua, gas e corrente elettrica,
altri 50 euro vanno allo stato sotto forma di tari tasi ed imu,
altri 50 euro vanno allo stato sotto forma di bolli auto e tasse su assicurazione obbligatoria,
in totale dei tuoi 1600 euro, altri 900 euro vanno allo stato nelle varie imposte, tasse e balzelli che giornalmente paghiamo senza oramai nemmeno più accorgercene.
(Per comodità, tralasciamo di calcolare eventuali altre tasse come parcheggi, multe, ticket e quant'altro che si pagano generalmente)

In totale, caro lavoratore-elettore tu ogni mese produci almeno 4300 euro di ricchezza, di cui 3600 vanno allo stato, e 700 euro rimangono per te per vivere.

Poi ti chiedi come mai i soldi non bastano e, come ti suggerisce il tuo politico di riferimento, dai la colpa all'euro, al migrante, alla Merkel, agli evasori, ecc ecc...

Te lo ripeto: Tu produci 4300 al mese di cui: 700 rimangono per te, 3600 vanno allo stato.

La pressione fiscale totale dell'esempio è del 83.72% e non comprende nemmeno tutte le voci di spesa per imposte tasse e balzelli e ticket esistenti. (circa un altro 3 - 4 % a spanne)

Quindi caro lavoratore-elettore, la prossima volta urla più convinto contro il nemico di turno e vai a votare più forte, vedrai che le cose cambieranno...

P.S.: a quelli col PhD, questo è il mondo reale della gente comune, ora, venitemi a parlare che il problema principale in Italia è la produttività, che vi rido in faccia come ad un grullo qualsiasi.

Disclaimer: i dati sono relativi ai costi medi in Veneto per una busta paga di un dipendente settore commercio con netto in busta di 1600 euro, 14 mensilità pagate + contributi e tasse varie. 
Conteggi fatti con i calcolatori di buste paga che si trovano on line.

Saluti.

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La maggioranza chiede PIÙ STATO, PIÙ PPPUBLICO
A me invece sembra vagamente di intuire che ce ne vorrebbe di MENO... ;-)
ma che lo dico a fare?
#BUONAPROSECUZIONEDIDECLINO 



Fonte: qui