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venerdì 26 luglio 2019
domenica 24 febbraio 2019
IL MINISTRO DICE CHE NON C’E’ UNA SOLA OPERA CONGELATA (TRANNE LA TAV SOSPESA) MA LA ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI EDILI LO SMASCHERA ...
IL MINISTRO DICE CHE NON C’E’ UNA SOLA OPERA CONGELATA (TRANNE LA TAV SOSPESA) MA LA ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI EDILI LO SMASCHERA: 27 CANTIERI BLOCCATI IN ITALIA CHE COMPORTANO INVESTIMENTI PER 24,67 MILIARDI E 380MILA POSTI DI LAVORO
TUTTO FERMO DALLA BRESCIA-VERONA ALLA ROMA-LATINA, ANNUNCIATA 18 ANNI FA. E IN PUGLIA...
Francesca Angeli per il Giornale
«Non c'è una sola opera bloccata in questo paese. C'è soltanto la Tav sospesa». Nessun dubbio da parte del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che regala ai cittadini granitiche certezze.
Peccato che siano del tutto infondate.
Possibile che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti non sappia che ci sono almeno 27 opere bloccate sparse lungo la nostra penisola?
Possibile che il responsabile del dicastero che si occupa esattamente di questo rilasci in pubblico affermazioni prive di fondamento?
Possibile, certo, se l'assertore dell'ennesima castroneria è l'ineffabile Toninelli.
Eppure basta fare un semplicissimo controllo sul sito Ance, quello dei costruttori edili, e verificare la mole di cantieri aperti e fermi per svariati motivi. Molti da anni certo ma non è che questo governo si stia dando molto da fare per mandarli avanti.
I cantieri in disarmo sono in tutte le regioni. Si va dalla punta dell'iceberg, ovvero la Torino-Lione in Piemonte attraverso la Lombardia, dove si attende l'alta velocità sulla tratta Brescia-Verona, per proseguire in Toscana che da tanto agogna ad un'autostrada tirrenica. Poi giù attraverso il Lazio dove la Roma-Latina era stata annunciata 18 anni fa per arrivare poi in Puglia dove non si riesce ad avere la strada statale Maglie-Leuca da 24 anni. Si arriva ad un totale di 27 opere che comportano investimenti per 24,67 miliardi. Se tutti i cantieri riaprissero si sbloccherebbero 380.000 posti di lavoro.
Toninelli poi torna anche sulla oramai tristemente famosa analisi costi-benefici sulla Tav che, sostiene «è di natura scientifica e i dati io non li posso confutare». Peccato che lo stesso presidente della Commissione che ha elaborato l'analisi, il professor Marco Ponti, abbia dichiarato davanti alla commissione Trasporti della Camera giusto una settimana fa che «l'analisi costi-benefici è uno strumento imperfetto» e che «è manipolabile» anche se è comunque il migliore a disposizione.
Ma Toninelli, intervistato da Radio24, insiste: «dopo aver visitato le strade groviera che ci sono in Italia, gli 8 miliardi e 100 del Tav preferirei usarli per mettere in sicurezza l'esistente». Insomma Toninelli non dice che la Torino-Lione «non serve in termini assoluti» ma piuttosto che «non è al primo posto tra le priorità». Poi aggiunge un'altra chicca delle sue. «L'Ue ha dato finora all'Italia e alla Francia degli spiccioli», dice il ministro. Ma il finanziamento Ue per Tav è di 451 milioni di euro. Spiccioli per il ministro grillino che insiste su un costo per l'Italia di 20 miliardi mentre il costo per il nostro paese è inferiore ai 5.
«Fino al 2020 sono state date pochissime centinaia di milioni si sta parlando di un'opera dove il solo buco nella montagna costa 11 miliardi», prosegue. Toninelli poi annuncia che il governo sta per approvare un decreto per modificare il «codice dei contratti pubblici che sono quelli che veramente bloccano i cantieri e non permettono ai tecnici dei comuni di fare quella firmetta necessaria perché hanno paura di metterla sbagliata». Preoccupato per la perdita di investimenti e posti di lavoro il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani: «Se la Tav dovesse venire definitivamente abbandonata, andrebbero in fumo 4,2 miliardi di euro e 50mila posti di lavoro».
Fonte: qui
I GRILLINI SULLE GRANDI OPERE SONO COME I COMUNISTI: CON LA DIFFERENZA CHE IL PCI ERA ALL'OPPOSIZIONE, IL M5S GOVERNA
IL NO DEI GIALLOVERDI ALLA TAV RICORDA LA TAMBUREGGIANTE CAMPAGNA DEL PCI CONTRO L'AUTOSOLE
L'UNITÀ NEL '64 STRONCÒ L'A1 CON LE STESSE RAGIONI DEL M5S: “NON SAPPIAMO BENE A COSA SERVA, NON ESISTE UNO STUDIO SERIO, MEGLIO USARE I SOLDI PER ALTRO"
Paolo Bracalini per il Giornale
L'Autostrada del Sole? «Non sappiamo bene a cosa serva, non esiste uno studio serio e completo sulle conseguenze che il colossale nastro stradale avrà sull'economia del paese, non sono state calcolate le conseguenze del permanere di un sistema di viabilità ordinaria assolutamente rachitico attorno alla fettuccia autostradale», è evidente insomma «l'impegno di spremere l'economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata» mentre «i problemi dello sviluppo industriale, della viabilità ordinaria, del'urbanizzazione, delle campagne, sono stati tranquillamente ignorati».
Ci fosse il Pci, ma quello degli anni '60, sarebbe contro la Tav. Basta rileggersi le pagine dell'Unità, allora organo del Partito Comunista Italiano, nei mesi in cui l'A1, l'Autostrada del Sole prima grande infrastruttura nazionale, stava per essere inaugurata sotto la presidenza del Consiglio di Aldo Moro, nell'ottobre 1964. Bollata come un'opera troppo costosa, frutto degli interessi capitalistici dell'industria dell'automobile, foriera di incidenti stradali e ingorghi, inutile visto lo stato delle strade statali che andavano sistemate prima di progettare un'arteria autostradale del genere. Lo stesso armamentario ideologico che il M5s (coadiuvato dalla Lega, favorevole ma non troppo) ripropone contro l'Alta velocità ferroviaria, con sessant'anni di ritardo rispetto al quotidiano del Pci sulla A1.
L'analisi costi benefici sull'Autosole, fatta dall'Unità, aveva dato esito negativo. La costruzione di autostrade, roba per ricchi, andava a togliere risorse per le infrastrutture usate dagli italiani meno abbienti. Stessa solfa della Tav, contrapposta ai treni dei pendolari. Leggiamo l'Unità di allora: «La contraddizione è palese. Si procede fra stridenti assurdi, riempiendo gli occhi di autostrade e dimenticando che mancano le strade normali in città e nel resto del paese. Velocità alte e comode, insomma. Soltanto per i redditi più elevati». I titoli di quel giorno, la vigilia dell'inaugurazione dell'Autostrada del Sole: «La spina dorsale di un sistema rachitico», «Una visione soltanto automobilistica», «L'Italia più corta?», con punto di domanda retorico perché la risposta era no.
Ma l'Unità avrebbe continuato negli anni successivi la sua campagna di stampa contro l'A1. Attribuendo all'autostrada la responsabilità di immani sciagure, dalla piaga dell'«invasione di turisti motorizzati», alle morti in incidenti stradali. Nel '67 titola «Rete autostradale sempre più fitta in Italia», come se fosse una disgrazia e non un progresso. Il motivo è il solito: «Un enorme pompaggio di risorse finanziarie sottratte ad altri investimenti». Leggiamo: «La trama delle autostrade ha compiuto certamente un grosso balzo avanti nel corso del '67. Migliaia di miliardi sottratti ad altre spese per servizi pubblici hanno fatto il miracolo.
Tuttavia malgrado le nuove realizzazioni sia per quanto riguarda svincoli che tangenziali, gli ingorghi sulle autostrade si sono verificati puntualmente anche quest'anno, dando luogo a una catena luttuosa di incidenti». L'impegno del Partito comunista, propagandato tramite il suo organo di stampa, era chiaro: «Mettere fine agli sperperi in una ragnatela di autostrade, dando rigorosa precedenza a investimenti sociali e produttivi, ecco il nostro impegno». Fosse stato per loro, l'A1 non si sarebbe fatta, a vantaggio di più moderne mulattiere. Come i grillini con le grandi infrastrutture. Con la differenza che il Pci era all'opposizione, il M5s governa.
Fonte: qui
Paolo Bracalini per il Giornale
L'Autostrada del Sole? «Non sappiamo bene a cosa serva, non esiste uno studio serio e completo sulle conseguenze che il colossale nastro stradale avrà sull'economia del paese, non sono state calcolate le conseguenze del permanere di un sistema di viabilità ordinaria assolutamente rachitico attorno alla fettuccia autostradale», è evidente insomma «l'impegno di spremere l'economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata» mentre «i problemi dello sviluppo industriale, della viabilità ordinaria, del'urbanizzazione, delle campagne, sono stati tranquillamente ignorati».
Ci fosse il Pci, ma quello degli anni '60, sarebbe contro la Tav. Basta rileggersi le pagine dell'Unità, allora organo del Partito Comunista Italiano, nei mesi in cui l'A1, l'Autostrada del Sole prima grande infrastruttura nazionale, stava per essere inaugurata sotto la presidenza del Consiglio di Aldo Moro, nell'ottobre 1964. Bollata come un'opera troppo costosa, frutto degli interessi capitalistici dell'industria dell'automobile, foriera di incidenti stradali e ingorghi, inutile visto lo stato delle strade statali che andavano sistemate prima di progettare un'arteria autostradale del genere. Lo stesso armamentario ideologico che il M5s (coadiuvato dalla Lega, favorevole ma non troppo) ripropone contro l'Alta velocità ferroviaria, con sessant'anni di ritardo rispetto al quotidiano del Pci sulla A1.
mercoledì 3 ottobre 2018
LA DISTRUZIONE DELLE COSTRUZIONI
DOPO CONDOTTE E ASTALDI, BALLA PURE TREVI: A RISCHIO 22MILA POSTI DI LAVORO IN UN SETTORE IN PROFONDA CRISI, FIACCATO ANCHE DAI PAGAMENTI IN RITARDO (O SALTATI DEL TUTTO) DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
IL GOVERNO HA PROMESSO UN MEGA PIANO DI INFRASTRUTTURE. SENZA, RISCHIANO DI SALTARE ALCUNE DELLE PRINCIPALI AZIENDE DEL SETTORE (CHI SOPRAVVIVE E' PERCHE' SI E' BUTTATO SULL'ESTERO…)
Gianluca Baldini per la Verità
Astaldi, Trevi e Condotte sono tre colossi del settore delle costruzioni. Insieme danno lavoro a quasi 22.000 persone. Il problema è che si trovano nel mezzo del comparto che forse ha pagato più di tutti lo scotto della crisi.
L' ultima ad arrendersi è stata Astaldi, 11.500 dipendenti, colosso fiaccato dalle molte amministrazioni pubbliche che non hanno pagato come e quanto avrebbero dovuto per le opere realizzata dal gruppo romano. Venerdì scorso il consiglio di amministrazione ha «valutato e deliberato di presentare, dinanzi al Tribunale di Roma, una domanda di concordato preventivo «con riserva» prodromica al deposito di una proposta di concordato preventivo in continuità aziendale».
Dopo l' annuncio, in Borsa è stato un crollo continuo. Ieri il titolo è stato sospeso per eccesso di ribasso, dopo aver registrato un calo teorico del 55% (e da oggi e fino a successivo provvedimento sulle azioni ordinarie Astaldi non sarà consentita l' immissione di ordini senza limite di prezzo). Inoltre, l' azienda ha fornito un aggiornamento sulla situazione patrimoniale dell' azienda. A fine giugno 2018 l' indebitamento netto era salito a 1,76 miliardi di euro, rispetto agli 1,27 miliardi di inizio anno. Insomma, gli investitori sono scappati a gambe levate.
Anche perché, se a Piazza Affari il titolo Astaldi è crollato, sul fronte obbligazionario la situazione non è ugualmente rosea. Sulla graticola c' è un bond da 700 milioni di euro che scade tra due anni. In primis c' è l' ostacolo della cedola: bisogna capire se con il concordato anche questi pagamenti verranno congelati. C' è poi da capire cosa fare con il rimborso: nella migliore delle ipotesi gli obbligazionisti senior potrebbero rivedere al massimo il 60% di quando investito. Ma, se i possessori di debito Astaldi venissero paragonati a creditori chirografari, allora la percentuale di rimborso potrebbe scendere ancora.
C' è però il rovescio della medaglia. Visto il fuggi fuggi generale c' è anche chi ha visto un' opportunità nel bond con scadenza dicembre 2020. Da venerdì ad oggi il valore del prestito 2020 è sceso in area 20 euro (ora viaggia intorno ai 26 euro), quando nel 2013 era stato emesso a 100 euro. Anche se l' emissione dovesse subire il congelamento delle cedole (3,5625% ogni sei mesi) è facile intuire che l' investitore potrebbe trarne comunque un guadagno potenzialmente molto elevato, anche se i rischi di grosse perdite non mancherebbero.
C' è poi un gruppo come Trevi. Si tratta di una società da 7.200 addetti specializzata nell' ingegneria del sottosuolo.
Anche in questo caso il bilancio fa acqua da tutte le parti. Il gruppo di Cesena ha bisogno di capitali freschi per andare avanti a fronte di debiti per 650 milioni. A luglio, per questo ha approvato un aumento da 400 milioni, da sottoscriversi fino a 150 milioni in contanti e per il resto con la conversione di crediti in capitale. Un percorso lungo che vede protagoniste molte banche.
L' azienda a metà settembre aveva detto no a Bain capital credit, società che si era offerta concedere, attraverso un bond, un finanziamento «super senior» fino a 100 milioni a Trevi e Soilmec (società del gruppo Trevi operanti nel settore delle fondazioni), purché fosse accompagnato da una conversione dell' indebitamento finanziario del gruppo. Ora invece Trevi dovrà procedere da sola all' aumento di capitale.
Nel frattempo, però, la società ha fatto sapere di aver ricevuto conferma dell' accettazione dell' accordo di standstill da parte di un numero di creditori finanziari rappresentativi del 93% dell' indebitamento complessivo, percentuale sufficiente a consentire l' entrata in vigore dell' intesa.
In poche parole Trevi avrà più tempo per pagare i suoi debitori. Ciò non toglie che il titolo dell' azienda, rispetto a 12 mesi fa, viaggia a Piazza Affari attorno a un calo del 58%. Solo ieri ha chiuso la seduta in Borsa a 0,297 euro con una perdita dell' 1,66%.
La più piccola dei tre gruppi in crisi è Condotte (2800 dipendenti). In questo caso il concordato in bianco al Tribunale di Roma è stato richiesto a gennaio. Intanto, poco più di un mese fa, sono stati nominati i tre commissari straordinari che cercheranno di garantire la «continuità». Anche nel caso di Condotte ci sono di mezzo buchi di bilancio da capogiro: 833 milioni a fronte di 1,3 miliardi di fatturato.
Di certe queste non sono le uniche realtà italiane del settore delle grandi opere in difficoltà. La pubblica amministrazione che non paga come dovrebbe. Il governo vuole puntare un mega piano per le infrastrutture. C' è da sperare che lo faccia. Al contrario, migliaia di persone rischiano di rimanere senza lavoro.
Fonte: qui
martedì 6 febbraio 2018
COME SAREBBE LA TERRA SE L'UOMO SPARISSE IMPROVVISAMENTE: ENTRO POCHE ORE NON CI SAREBBE PIÙ ENERGIA ELETTRICA E A DISTANZA DI UN MESE LA CATASTROFE NUCLEARE SAREBBE INEVITABILE.
Se tutti gli esseri umani sparissero oggi dalla faccia della Terra, il mondo assumerebbe velocemente tutto un altro aspetto.
Prime 24 ore
In poche ore si spegnerebbero tutte le luci, perché le centrali elettriche finirebbero le scorte di carburante e i pannelli solari si ricoprirebbero di polvere. Le uniche fonti energetiche a restare in uso sarebbero le centrali idroelettriche.
48-72 ore
La maggior parte delle stazioni della metropolitana finirebbero allagate poiché le pompe anti allagamento smetterebbero di funzionare.
10 giorni
Gli animali domestici e quelli da allevamento inizierebbero a morire di fame, mentre i cani formerebbero delle mute per andare a caccia di altri animali.
1 mese
L’acqua di raffreddamento degli impianti nucleari evaporerebbe del tutto, portando a una serie di scenari disastrosi sparsi per tutto il globo, causando una reazione più potente di quella di Chernobyl e Fukushima messe insieme.
Il pianeta tuttavia riuscirebbe a guarire dalla contaminazione radioattiva nel tempo.
1 anno
I satelliti che circumnavigano la Terra inizierebbero a precipitare dalle loro orbite, formando delle palle di fuoco simili a stelle cadenti in cielo.
25 anni
La vegetazione avrà coperto tutto quanto, alcune città verrebbero coperte dalla sabbia.
300 anni
Le costruzioni in metallo come edifici, ponti e torri inizierebbero a crollare a pezzi per via dell’erosione.
10.000 anni
L’unica evidenza del nostro passaggio saranno le costruzioni fatte in pietra, come le piramidi egiziane, la Grande Muraglia cinese o le rovine romane.
Se il mondo mai riuscirà a evitare la catastrofe, che sia a causa di un asteroide mortale o di un’apocalisse nucleare autoinflitta, la vita sulla Terra potrebbe durare ancora per 500 milioni di anni.
Tuttavia, a 6 miliardi di anni da oggi, il sole dovrebbe implodere potando via con se anche la nostra bella Terra.
sabato 1 ottobre 2016
Massimo Colomban: l’uomo che aprì le porte di Confapri a Casaleggio, assessore alle Partecipate di Roma
Arriva in Campidoglio e in passato sul Movimento disse: «A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg».
30 stettembre 2016 ore 13.45 – Ora è ufficiale. Massimo Colomban è il nuovo assessore capitolino alle Partecipate.
MASSIMO COLOMBAN: CHI È
E' un industriale trevigiano. Ha fondato nel 1973, a 23 anni, il gruppo Permasteelisa, società di costruzioni specializzata in involucri per architetture monumentali, che da piccola azienda è cresciuta diventando un gruppo da oltre un miliardo di euro di fatturato nel 2002, anno in cui cede l’azienda. Colomban non è uno sconosciuto nel mondo della Casaleggio Associati. Era molto vicino a Gianroberto Casaleggio e ha avuto un ruolo importante nella Confapri, associazione che da sempre ha trattenuto legami con i vertici e i parlamentari 5 stelle con tanto di eventi e tavole rotonde.
Lei si è detto deluso dal movimento di Grillo. Perché?«A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg».L’Italia come il Titanic?«Sì. Con una classe, alcuni la chiamano casta, che balla mentre gli altri si schiantano. I grandi economisti parlano del piano B: euro a due velocità, o fuori dall’eurozona, o rinegoziare il debito».Come è nato l’invito a Casaleggio? Vi conoscete?«C’erano stati contatti. Abbiamo invitato una ventina di parlamentari neo-eletti di tutti i partiti. I grillini per noi rappresentano la volontà di migliorare l’Italia, anche se non si sta trasformando in una vera organizzazione perché la loro idea che «uno vale uno» li porta ad agire in ordine sparso. Serve una struttura anche sul territorio».Non fanno abbastanza rete? È un bel paradosso, in fondo.«Secondo me, poi, non dovrebbero rifiutare interamente il finanziamento pubblico. Dovrebbero tenerne il 20-30% come negli altri Paesi, altrimenti la politica la faranno i ricconi e le lobby. E l’idea che i partiti siano tutti marci e corrotti non ci trova d’accordo: ci sono anche persone perbene, forze innovative che vanno aiutate a emergere. E i media in questo hanno un ruolo».
Furono proprio Arturo Artom e Colomban a organizzare i primi incontri tra il guru del Movimento e alcuni imprenditori prima delle elezioni nazionali del 2013. Artom stesso ha passato l’ultimo Ferragosto sullo yacht di Beppe Grillo. «Quando una persona così giovane manca improvvisamente - affermò Colomban quando scomparve Gianroberto – è sempre un dolore. Gli va dato atto che si è schierato al fianco dei più deboli contro i poteri forti».
Ora la Permasteelisa del trevigiano, secondo quanto riportò qualche mese fa il Financial Times, sarebbe in vendita. E lui non molla. Vuole riprenderne il comando dopo averla affidata a un board di fidatissimi che l’ha portata in declino. Una recente intervista di Colomban su La Tribuna di Treviso spiega bene la situazione.
Fonte: quiQuell’occhiolino strizzato al turismo e poi alla politica, costretto però sempre a fare i conti con un’Italietta troppo parcellizzata «il cui male peggiore sta nell’incapacità di fare squadra e vivere di campanilismi». Amministratore delegato di Sviluppo Italia Veneto, presidente di Vegapark. Poi Colomban, da qualcuno definito il “grillino” solo perché, aggiunge lui «sempre a sostenere l’innovazione, anche politica», quindi sostenitore di Renzi. «Mi hanno associato a chiunque. In realtà ho cercato di dialogare con tutti solo per cercare di riaffermare il ruolo sociale dell’impresa. Quando io iniziai era tutto diverso: le tasse erano più basse, c’era un clima generale a favore. Ora l’imprenditore è ritenuto una sorta di speculatore, che non lavora per gli altri e che si intasca solo i guadagni. Invece chi fa impresa lavora 12, 15 ore al giorno, ed arricchisce i collaboratori ed il territorio. Così è stato anche per me, ho fatto più di 8 mila ore di volo. E non mi è mai pesato: per essere imprenditori ci vuole il fuoco dentro e un imprenditore non getta mai la spugna».
P.S.
Permasteelisa Spa, nata nel 1973, è oggi leader mondiale nella progettazione, realizzazione e installazione di facciate continue per grandi edifici (impiegate per il rivestimento esterno di grattacieli, teatri, sedi congressuali e fieristiche, musei), adottando soluzioni tecnologicamente innovative per produrre opere uniche.Inoltre è attiva nella produzione e installazione di pareti e divisori interni, nonchè di sistemi di arredo per negozi ed uffici.Il Gruppo opera in quattro continenti con più di 60 società collocate in 27 paesi; sono attive quattro sub-holding, in Europa America ed Asia, tre delle quali sono gestite dalla holding Permasteelisa Spa.Questa società capogruppo, quotata dal 1999 a Piazza Affari, ha acquisito nel dicembre 2000 la tedesca Gartner & Co KG, leader nella realizzazione di rivestimenti architettonici in alluminio e acciaio.Il Gruppo è controllato dalla Holding Bau (società creata dal management di Permasteelisa) e Investindustrial, con una quota del 15%.In Italia gli uffici principali si trovano a Vittorio Veneto (Tr), dove sono presenti anche laboratori di ricerca e di product test.STORIANel 1985 Permasteelisa comincia la sua espansione inglobando sempre più società specializzate, fino ad assumere dimensioni che le consentono di espandere l’attività a livello europeo.Nel 1986 il primo passo verso i mercati internazionali è dato dall’acquisizione di una partecipazione minoritaria nella società australiana Permastell Industries Pty Ltd.: il nome Permasteelisa deriva da questa combinazione.Nel 1988 si ha l’incorporazione di Permasteelisa Spa, holding del gruppo.Negli anni ’90 prosegue la politica di espansione in Europa e Asia, costituendo delle filiali commerciali negli UK, nel Benelux, Francia e Spagna, Olanda, Belgio, Hong Kong, Singapore, in Thailandia, Cina, Taiwan; in Italia si ha l’acquisione di Steelbenetton e Alcom.Nel 1998 viene fondata la permasteelisa Cladding Technologies Inc. per presidiare il mercato americano.Nel 2001 viene acquisita la Gartner, e nascono le filiali Permasteelisa Espana e Permasteelisa Japan.Nel 2003 Permasteelisa Spa ha acquistato il 100% della Glassaum Holding Corporation, compagnia leader nel rivestimento di edifici monumentale con sede a Miami, divenendo così leader anche sul mercato americano.
Fonte: qui
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