9 dicembre forconi

martedì 4 ottobre 2016

OBAMA ROMPE LE RELAZIONI BILATERALI CON LA RUSSIA PER LA GESTIONE DELLA GUERRA IN SIRIA

PUTIN RILANCIA E BLOCCA L'ACCORDO SUL DISARMO NUCLEARE 

I RAPPORTI TRA LE DUE SUPERPOTENZE NON SONO MAI STATE COSÌ IN BASSO DALLA FINE DELL’URSS

Paolo Mastrolilli per “La Stampa”

PUTIN OBAMA 1PUTIN OBAMA 
Da una parte, gli Stati Uniti interrompono le relazioni bilaterali con la Russia sulla Siria; dall' altra, Mosca risponde bloccando l'applicazione di un accordo per il disarmo nucleare con Washington, alzando subito il livello dello scontro per riportarlo su toni da Guerra fredda. Non c'è più alcun dubbio che i rapporti tra le due ex superpotenze sono al livello più basso dalla fine dell'Urss.

Nei giorni scorsi John Kerry aveva minacciato di fermare le comunicazioni dirette, se il Cremlino non avesse fermato l'offensiva su Aleppo e applicato l'accordo sulla tregua raggiunto a Ginevra. Le operazioni militari però vanno avanti, e quindi ieri Washington ha confermato lo stop delle relazioni: «La pazienza di tutti con la Russia sulla Siria è finita», ha detto il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest. Washington si spinge anche oltre e fa sapere che Obama «valuterà una serie di opzioni nei prossimi giorni, compresa la possibilità di sanzioni contro la Russia».
PUTIN E OBAMAPUTIN E OBAMA
Vladimir Putin però non è rimasto impressionato da un provvedimento - la rottura della collaborazione - che ormai dava per scontato. Anzi, ha rilanciato, firmando un decreto con cui ha bloccato l'applicazione di un accordo con Washington sul disarmo nucleare, perché gli Usa hanno provocato una «minaccia alla stabilità strategica, come risultato di azioni non amichevoli».

L'intesa, firmata nel 2000 e confermata nel 2010, prevedeva l' eliminazione di 34 tonnellate ciascuno di plutonio utilizzabile per la costruzione di armi. La mossa di Mosca dimostra che Putin non è intimorito dai passi di Obama, e anzi lo sfida, alzando la posta fino a minacciare l'equilibrio nucleare.

PUTIN E OBAMAPUTIN E OBAMA
Non c'è dubbio che questa escalation non si fermerà, almeno fino all'8 novembre, quando conosceremo il nome del nuovo presidente americano. Trump, forse aiutato dalle incursioni digitali degli hacker russi, ha già detto di ammirare Putin e di voler fare la pace. Clinton invece si presenta come la prosecuzione della linea attuale, forse più muscolosa, e la sua elezione costringerebbe Mosca a decidere se metterla alla prova, oppure tornare a discutere per trovare un nuovo equilibrio.

Fonte: qui

Peter Ramsauer: "questa decisione di Washington ha tutte le caratteristiche di una guerra economica contro la Germania"

Diversi e importanti politici tedeschi hanno accusato formalmente gli Stati Uniti di condurre una guerra economica contro la Germania, nello specifico attraverso la maxi multa richiesta a Deutsche Bank. Lo riporta il Financial Times.

Questa misura viene considerata in Germania come una vendetta per le recenti sanzioni imposte dall'Unione europea alla Apple.

Lo scorso settembre è stato annunciato che il Dipartimento di Giustizia statunitense richiederà alla Deutsche Bank il pagamento di una multa di 14.000 milioni di dollari per commercializzato titoli spazzatura negli anni prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2008.

Secondo il presidente del comitato economico del Parlamento tedesco, Peter Ramsauer, questa decisione di Washington "ha tutte le caratteristiche di una guerra economica." Inoltre il deputato sostiene che la nazione americana ha una "lunga tradizione" di guerre commerciali "a beneficio della loro economia" con "pretese esorbitanti e nocivi", come nel caso della banca tedesca.

Queste dichiarazioni sono state rilanciate anche da Markus Ferber, membro del Parlamento europeo della CSU, l'alleato bavarese del cristiano democratica dell'Unione (CDU) Angela Merkel, per i quali l'importo dell'ammenda e la tempistica dagli Stati Uniti suggeriscono che si tratta di un "occhio per occhio", di una vendetta dalla recente decisione dell'Unione europea nei confronti di Apple. Bruxelles lo scorso agosto ha ordinato alla società statunitense il pagamento di 14.500 milioni di dollari in tasse arretrate. 

La Commissione europea ha stabilito che i benefici fiscali illegali concessi da Dublino per anni hanno permesso ad Apple di pagare tasse infinitamente inferiori rispetto ad altre società.

Fonte: lantidiplomatico

lunedì 3 ottobre 2016

QUEL PALLONARO DI RENZI ORA RICICCIA IL PROGETTO FOLLE DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA MA CON LE “GRANDI OPERE” L’ITALIA DIVENTA SOLTANTO UNA SUPER MANGIATOIA

COME NEL CASO DEL “MOSE”, LA BARRIERA-MOSTRO CHE DOVREBBE DIFENDERE VENEZIA DALL’ACQUA ALTA. NONOSTANTE I 6 MILIARDI DI SPESA, L’OPERA CHE DOVREBBE DURARE UN SECOLO, SEMBRA CHE NON FUNZIONI TANTO BENE: GLI INCIDENTI NEI TEST SI MOLTIPLICANO; LA STRUTTURA A CAUSA DEL SUO STESSO PESO PUO’ ANDARE GIÙ DI 3 CENTIMETRI L’ANNO, AVRA’ DEI COSTI DI MANUTENZIONE SPAVENTOSI (ERANO 2 MILIONI L’ANNO SALITI POI A 60)

IL PONTE NON SI FARA’ MAI PERO' GIRERANNO UN SACCO DI SOLDI: L'EUROLINK CONTROLLATA DA IMPREGILO GIA' VUOLE 790 MILIONI DI INDENNIZZO PER LA PERDITA DEL CONTRATTO


RENZI PADOANRENZI PADOAN
«Diamogli caviale»: Matteo Renzi è talmente spregiudicato nella campagna per il sì al referendum sulla riforma costituzionale, cui ha legato il suo stesso destino, che ha riesumato il ponte sullo Stretto di Messina, come le brioches di Maria Antonietta. Pare che a destra piaccia assai la filosofia delle grandi opere. Ma non vi è chi non veda che questo paese ha bisogno d'altro, di una miriade di "piccole opere", di pane e non di caviale e che il ponte non si farà mai, soprattutto se partirà davvero (?) il progetto antisismico che durerebbe interi decenni.
RENZI - IL PONTE DELLO STRETTORENZI - IL PONTE DELLO STRETTO

La filosofia delle grandi opere del resto ha un caso di scuola-fotocopia, che si chiama Mose (o "il mostro", secondo l' ex sindaco Massimo Cacciari) che dovrebbe difendere Venezia dall' acqua alta. Sono passati 33 anni da quando le nostre migliori intelligenze ingegneristiche e matematiche progettarono l' avveniristica difesa dall' acqua alle bocche di porto. Ma, a parte la grande ruberia che continua a procurarci sconcerto, e 6 miliardi di spesa, che alla fine diventeranno 8, contro i 3,4 iniziali, la grande opera che dovrebbe durare un secolo, sembra che non funzioni tanto bene. Gli incidenti nei test si moltiplicano.
PONTE SULLO STRETTOPONTE SULLO STRETTO

Pochi giorni fa alla bocca di porto Lido-Nord-Treporti due paratoie sono scese, ma non sono risalite. Incidente analogo a Punta Sabbioni. I blocchi di calcestruzzo, su cui è stata fatta una cresta di 8 milioni l'uno, sono sensibili persino all'accumulo di peoci, che ne compromettono la stabilità. Secondo una ricerca del Cnr, "il Mostro" può andare giù di 3 centimetri l'anno con i suoi cassoni di calcestruzzo.

Tutto il sistema, se mai nel 2018 entrerà davvero in funzione, avrà dei costi di manutenzione spaventosi. La stima iniziale era di 2 milioni l'anno, ma visti i problemi, la stima è cresciuta fino a 60 milioni, che potrebbero ancora lievitare fino a 80. Questo, dopo più di 30 anni, è il punto sulla grande opera per eccellenza, caso di scuola per il ponte. Da un punto di vista ingegneristico, il ponte non è meno complesso.
venezia mose chioggia armatura inox ripresa boccola nastro espansivo lamiera per giunti impermeabilizzazione acqua di mareVENEZIA MOSE CHIOGGIA ARMATURA INOX RIPRESA BOCCOLA NASTRO ESPANSIVO LAMIERA PER GIUNTI IMPERMEABILIZZAZIONE ACQUA DI MARE

Tre chilometri e 666 metri a campata unica, retti da torri alte 400 metri nell'area geologicamente e tettonicamente più attiva di tutto il Mediterraneo. I problemi tecnici e ingegneristici sono colossali, come mostra per l'appunto la storia del mostro veneziano e pochi sono pronti a giurare che il ponte starà in piedi senza problemi.

Naturalmente Renzi i soldi non li ha (4 miliardi di base d'asta già lievitati fino a 8) e sa benissimo che il ponte non si farà, ma lui crede che serva per sedurre quell' elettorato berlusconiano che credette a tutte le promesse vergate sulla lavagnetta televisiva. Sapete come finirà? Mentre il Mose arrugginirà tra gli accumuli di cozze, si continuerà ad almanaccare sull'altra grande opera impossibile.
VENEZIA CANTIERI DEL MOSEVENEZIA CANTIERI DEL MOSE

Ma alla fine saranno tutti felici perché l'ennesima messa in sonno del progetto farà girare un sacco di soldi, in aggiunta ai 500 milioni già spesi per mantenere la società Stretto di Messina. L'Eurolink controllata da Impregilo vuole 790 milioni come indennizzo per la perdita del contratto (la Stretto di Messina ne vuole 325). Andato a male il caviale elettorale, si troverà certo il modo di dare soddisfazione finanziaria all' amico Salini dell' Impregilo.

Fonte: qui

UNGHERIA NULLA DI FATTO - IL REFERENDUM CONTRO LE QUOTE DEI MIGRANTI ASSEGNATE DA BRUXELLES NON RAGGIUNGE IL QUORUM (AFFLUENZA AL 43,9%)

MA TRA I VOTANTI, PIÙ DI 9 SU 10 ERANO PER IL PUGNO DI FERRO 

IL GOVERNO ORA VUOLE UNA LEGGE: NIENTE STRANIERI SENZA IL VIA LIBERA DEL PARLAMENTO

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera”

Lo schiaffone che Viktor Orbán voleva dare all' Unione Europea si rivela al massimo uno scappellotto, con potenziale effetto boomerang. Il referendum contro le quote dei migranti assegnate da Bruxelles, voluto e imposto dal primo ministro non ha raggiuntoil quorum del cinquanta per cento, quindi non è valido. Il suo risultato non conta nulla. O almeno non dovrebbe contare, Costituzione ungherese alla mano.


Al mattino presto, dopo aver votato nella scuola di un ricco sobborgo di Budapest, Orbán aveva già messo le mani avanti, dicendo che a prescindere dalla percentuale dei partecipanti, lo scontato plebiscito per il No all' accoglienza dei 1.300 profughi deciso da Bruxelles avrebbe avuto comunque serie conseguenze giuridiche. Le dichiarazioni fatte all' uscita del ginnasio non sono state solo un tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno in vista di un possibile fallimento. Rappresentano anche una anticipazione di quel che ben presto avverrà in Ungheria.

«Meglio un referendum valido che uno non valido - ha detto -. Le conseguenze legali si applicheranno in ogni caso. L' unica cosa importante è che ci siano più No che Sì».
Cambierà la Costituzione. Lo strappo con l'Unione europea ci sarà comunque. A urne ancora aperte Orbán ha promesso di creare una linea politica che permetta al Parlamento ungherese di essere l' unico soggetto tenuto a decidere sull' eventuale accoglienza dei migranti. «Noi, e non altri», ha sorriso prima di salutare.

Il copione sembra già scritto, a prescindere dal referendum. Il suo esito ha una importanza relativa, almeno in Ungheria. E infatti le prime parole ufficiali dopo l' annuncio del mancato quorum sembrano un inno alla gioia. «Una vittoria a valanga».

Al vicepremier Zsolt Semjén è toccata la parte dell' entusiasta. «Con questa alta partecipazione il governo ha ricevuto un chiaro mandato per rigettare le quote imposte dall' Unione europea, ed è esattamente quel che faremo, se necessario modificando anche la nostra carta costituzionale».

La surreale conferenza stampa tenuta da Orbán in una sala dove non sono stati ammessi i giornalisti testimonia però un certo nervosismo latente tra le fila dell' aspirante uomo forte del blocco dell' Est. Sottovoce e silenziati dall' enfasi governativa, ma i numeri parlano chiaro. La maggioranza degli ungheresi è rimasta a casa, accogliendo l' invito all' astensione fatto da una maggioranza quasi sempre silenziata e per giunta divisa. Potevano votare 8.167.068 persone.

Lo hanno fatto solo in tre milioni e duecentomila, pari al 43,9 degli aventi diritto. Il No ha vinto con il 95 per cento. Le cifre sul mancato quorum avrebbero potuto essere ancora più pesanti di altri sette punti percentuali per il governo se alcune formazioni politiche minori non si fossero distinte facendo appello per il Sì o per la scheda nulla.

Il plebiscito che Orbán chiedeva non c' è stato. Alla fine l' esuberante primo ministro ungherese si ritrova con lo stesso risultato delle elezioni politiche del 2014. La base elettorale del No corrisponde infatti alla somma dei voti presi da Fidesz, il partito di governo, e dall' ultradestra di Joppik, che si è mobilitata per la consultazione ma è stata la prima a presentare il conto chiedendo le dimissioni del premier. «Si è fatto un autogol, il referendum è stato un fallimento politico».

arrivo dei migranti in ungheria 4ARRIVO DEI MIGRANTI IN UNGHERIA
Il capo della Coalizione democratica Ferenc Gyurcsàny si è invece ritrovato con una opposizione rivitalizzata per grazia ricevuta. «Se il governo non ascolta la voce della maggioranza significa che è politicamente sordo».

La prima sconfitta di un uomo non abituato a perdere può provocare problemi di udito. Viktor Orbán infatti ha reagito alla sua maniera, tirando dritto come fa da quando ha preso il potere. «Si tratta di un risultato sensazionale. Abbiamo vinto. Ha votato No alla quote di Bruxelles lo stesso numero di persone che nel 2003 avevano approvato l' ingresso nell' Unione europea. Il nostro governo intende inserire nella Costituzione la decisione presa oggi dagli ungheresi. Entro un paio di giorni farò la proposta ufficiale al Parlamento». Fonte: qui

confine ungheria austria 9CONFINE UNGHERIA AUSTRIA 

domenica 2 ottobre 2016

Rischi tedeschi

Ascesa e declino di una banca tedesca che voleva conquistare il mondo e che ora invece deve chiedere aiuto al governo. Da Die Zeit. 

Ha giocato d'azzardo e ha perso: Deutsche Bank voleva conquistare Londra e Wall Street, ora si parla invece di aiuti pubblici.

Deutsche Bank ha raggiunto il punto più' basso. Le azioni dell'istituto di Francoforte, che un tempo voleva dominare i mercati finanziari internazionali, all'inizio della settimana sono scese di oltre il 6% fino a 10.29 € per azione. Da quando il dipartimento di Giustizia americano ha minacciato la banca con una multa da 14 miliardi di dollari per la vendita dei mutui ipotecari, i mercati si chiedono se la banca, dato il ridotto margine di capitale, sia veramente in grado di far fronte a questa cifra. Circolano voci di una richiesta di aiuto al governo tedesco. Sono state categoricamente smentite dal governo e dalla banca.

Sono passati esattamente 20 anni dall'ingresso della banca nel settore dell'investment banking su scala globale, da quando con i suoi ambiziosi piani di espansione voleva conquistare Londra e Wall Street. Deutsche Bank a New York voleva diventare grande almeno come le banche di investimento americane in Europa - era l'obiettivo aziendale nel 1996. Le agenzie di rating già allora erano stupite. Moody's sottolineava che Deutsche Bank con l'ingresso nell'investment banking sarebbe sicuramente diventata meno dipendente dai ricavi sul mercato interno. Allo stesso tempo pero', con l'investment banking internazionale sarebbe aumentata la volatilità degli utili, i rischi di mercato e i rischi di bilancio da coprire con capitale proprio.

Stava piu' o meno accadendo a tutte le grandi banche europee: nel mercato interno cresceva la concorrenza e c'erano sempre piu' banche straniere nel corporate e retail banking domestico. A Londra e Wall Street la banca era attratta dai grandi guadagni degli affari di borsa su scala globale, dal trading sui titoli e sulle divise, dalla ristrutturazione delle aziende nell'era della globalizzazione. Deutsche Bank accompagnava le aziende tedesche nella loro espansione internazionale.

Gli azionisti erano felici, gli avvertimenti erano ignorati

L'espansione nell'investment banking, per 10 anni, fino alla crisi finanziaria del 2007, ha portato lauti guadagni. Ritorni a due cifre sul capitale proprio non erano rari, a volte anche oltre il 20%. Gli azionisti applaudivano.

Gli avvertimenti delle banche tedesche tradizionali cadevano nel vuoto. Deutsche Bank dipendeva dagli alti guadagni realizzati a Londra e Wall Street. E i guadagni sembravano dare ragione alla sua politica di espansione.

L'espansione aveva funzionato, ma solo perché gli esorbitanti guadagni provenienti dalla forte crescita dell'investment banking nascondevano i rischi del business, la scarsa copertura del rischio, i costi in rapida crescita e le conseguenze di pratiche commerciali alquanto discutibili. 

Il modello di business in sé non veniva messo in discussione, sebbene l'istituto di credito fosse pericolosamente dipendente dall'Investment banking. 

Deutsche Bank non poteva in realtà appoggiarsi al grande mercato americano, ma solo ad un meno remunerativo mercato interno - a causa dell'influenza delle Sparkasse e delle Landesbank pubbliche. Non aveva nessuna gestione patrimoniale lucrativa come colonna portante, come invece accade alle grandi banche svizzere. Non aveva il controllo del mercato asiatico, come la concorrenza britannica di HSBC e Standard Chartered. E non era Goldman Sachs. Goldman Sachs era pagata per la competenza e l'esperienza nella consulenza dei suoi dipendenti (e a volte anche per la loro mancanza di scrupoli). Deutsche Bank era invece pagata per l'utilizzo rischioso dei suoi bilanci. Cosi' nel 2007 è riuscita a raggiungere il suo obiettivo: era fra le 3 piu' potenti banche di investimento del mondo.

Un cambiamento tardivo

Poi è arrivata la crisi finanziaria ed è diventato chiaro che la rapida crescita economica finanziata a debito non si sarebbe ripetuta per decenni. Non è passato un anno senza l'introduzione di un requisito di capitale più' alto, di una più' rigida gestione dei rischi negli attivi o di normative più' severe in tema di liquidità. L'investment banking è diventato piu' costoso, l'uso rischioso del bilancio insostenibile.

Deutsche Bank inizialmente non ha reagito. Proprio come Bob Diamond, il capo di Barclays, Anshu Jain, l'allora capo dell'investement banking e successivamente amministratore di Deutsche Bank, si aspettava che le altre banche indebolite dalla crisi finanziaria si sarebbero ritirate dal business dell'investment banking globale, che la concorrenza si sarebbe fatta più' sottile, e che i ricavi dal trading in un periodo di incertezza e volatilità sarebbero stati maggiori. Ma Jain aveva sottovalutato quanto la regolamentazione avesse reso più' costoso il business, che il bilancio delle banche universali non poteva piu' sostenere i rischi dell'investment banking e che la politica di tassi a zero delle banche centrali avrebbe eroso i margini sul mercato interno.

Da allora per Deutsche Bank le cose vanno sempre peggio, il modello di business non funziona piu'. Nei primi nove mesi del 2016 è scesa in ottava posizione dietro a J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch, Morgan Stanley, Citigroup, Barclays e Credit Suisse. In tutte e 3 le aree dell'investment banking, obbligazioni, azioni e finanziamenti in pool, secondo le indicazioni della società di ricerca Dealogic, la banca ha perso quote di mercato, e non solo sui mercati globali, ma anche nei mercati domestici europei.

La banca di Francoforte ora ha iniziato a risparmiare. Il cost-income ratio, pari al 115.3%, è ancora molto superiore rispetto a quello della concorrenza globale. Fa in maniera solo marginale quello che altri istituti fanno da molto tempo, e cerca di ridurre l'investment banking. La banca non riesce né a raggiungere guadagni sufficienti, che potrebbe trattenere per generare capitale, né ci sono compratori a cui poter cedere in maniera sufficientemente rapida dei business, per poter liberare capitale: la cessione di una partecipazione del 20% nella banca cinese Hua Xia Bank potrebbe portare alla banca 4 miliardi di dollari entro l'anno. La vendita di Postbank, che assorbe il 10,5 % del capitale di rischio, e che contribuisce tuttavia all'11% degli utili, è sempre piu' difficile.

La minaccia di una multa da 14 miliardi di dollari da parte del Dipartimento di Giustizia americano è il momento in cui la discussione sul modello di business della banca si infiamma - questa volta con conseguenze esistenziali. L'istituto ha accantonato circa 6.2 miliardi di Euro per coprire eventuali sanzioni legali. Fino al 2017 si aggiungeranno 3.3 miliardi di dollari. Poiché una larga parte di questi 9.4 miliardi di Euro dovranno essere utilizzati per altri pagamenti diversi dal contenzioso con il Ministero della Giustizia americano, restano solo 4 miliardi di dollari per il pagamento agli americani.

Alla ricerca di capitale

Anche se gli americani dovessero ridurre la loro attuale richiesta di 14 miliardi di dollari, per ogni miliardo superiore ai 4 miliardi coperti, le cose si fanno difficili, calcola Kian Abouhossein, analista bancario di JP Morgan. Deutsche Bank non avrebbe piu' alcun spazio per pagare sanzioni superiori. Dovrebbe trovare denaro per altre riserve oppure raccogliere capitali. Alla fine della prima metà dell'anno il coefficiente di adeguatezza patrimoniale era del 10.8%, entro la fine del 2018 dovrà pero' raggiungere il 12.5%.

Altrettanto importante è la domanda se la prossima primavera Deutsche Bank avrà liquidità sufficiente per pagare le cedole sulle obbligazioni, che in caso di necessità possono essere trasformate in capitale (AT1). Sembra tecnico ma è importante: le cedole possono essere pagate solo se le riserve sono sufficientemente alte. Qualora non accadesse, gli investitori sul mercato obbligazionario scomparirebbero, e salirebbe il costo per rifinanziarsi sul mercato obbligazionario.

La situazione è difficile. La politica americana probabilmente non vuole avere la reputazione di aver contribuito al collasso del sistema bancario europeo. Il Ministero di Giustizia potrebbe tendere una mano in questo modo: una parte della multa viene pagata dalla banca immediatamente. Un'altra parte viene ripagata nel corso degli anni ai clienti a cui sono stati rifilati i mutui ipotecari. Le autorità di vigilanza potrebbero anche riflettere se in caso di necessità non sia possibile utilizzare gli spazi di manovra offerti dalle norme vigenti. Cio' aiuterebbe Deutsche Bank ad evitare un aumento di capitale precipitoso, che in considerazione dell'attuale prezzo delle azioni sarebbe molto caro e finirebbe per scoraggiare tutti gli azionisti.

John Cryan, da oltre un anno co-amministratore di Deutsche Bank è sulla strada giusta, sta cambiando la cultura e riducendo i rischi. Dal 2007 Deutsche Bank ha aumentato il capitale da 37 a 62 miliardi di Euro, ha triplicato le riserve da 65 a 223 miliardi di Euro, ha ridotto le sue posizioni a rischio da 88 a 29 miliardi di Euro. In secondo luogo, per poter tornare alla crescita, si dovrà procedere ad una digitalizzazione della rete al dettaglio nazionale e del business con i clienti piu' piccoli.

Fino ad ora tuttavia non sembra essere cambiato molto, il management della banca sotto il presidente Paul Achleitner non ha indicato nessuna vera alternativa rispetto al modello di business attuale. E' necessario un cambiamento, affinché gli investitori tornino ad avere coraggio.

Fonte: qui

sabato 1 ottobre 2016

Il parassitismo in Italia è religione di Stato

L’Italia credo sia l’unico paese al mondo nel quale la religione laica di Stato sia divenuta il parassitismo.

Se un italiano onesto ed intelligente (tra quelli rimasti e non ancora emigrati o deceduto prematuramente) raccontasse ad uno straniero anglosassone, scandinavo o elvetico, le traversie quotidiane vissute a causa della burocrazia, in particolare quella fiscale, elaborata per riscuotere gabelle, ticket, ed ogni sorta di escamotage per attingere alle tasche dei contribuenti italiani, e soprattutto raccontasse tutte le ripercussioni deleterie ed assillanti che si subiscono per la ciclopica impalcatura burocratica istituzionale costruita nei decenni, dubiterebbero del nostro senno. Non solo per la verosimiglianza del racconto stesso, poco credibile per chi è abituato a vivere in un paese civile e meglio organizzato ed efficiente, ma per il fatto di subire queste vessazioni e disagi senza reazioni adeguate. Lamentarsi ed imprecare serve a poco, ma gli italiani si limitano perlopiù a queste reazioni puerili e vane.
Vi faccio due semplici esempi di vessazioni burocratiche, tra l’altro capitatomi proprio stamane, significativi non solo perché emblematici ma perché rivelano anche gli intrecci perversi, le correlazioni tra le varie forme di parassitismo vessatorio, spesso collaterale, complementare e sinergico (a danno dei contribuenti, ovviamente).

Il primo, ve lo avevo già descritto in un articolo precedente, si riferisce all’ormai stantio problema del canone Rai addebitato nella bolletta elettrica, senza alcuna pianificazione preventiva, direi senza alcun criterio, cui non era valso a nulla aver inviato da parte mia ben due raccomandate nei tempi e modi previsti e consigliati dalle associazioni dei consumatori ed utenti, per far loro capire che avendo due contatori in casa, ognuno intestato ad un coniuge, avrei rischiato di vedermi addebitati due canoni, pur costituendo una sola famiglia con un’unica utenza Rai. Infatti mi pervennero “puntualmente” due addebiti del cosiddetto canone, termine ambiguo ed ipocrita per indicare una tassa, che serve al mantenimento di un apparato parassitario composto da circa diecimila dipendenti, alcuni lautamente stipendiati, per produrre programmi inguardabili e telegiornali fasulli e mistificatori.

Orbene, compilato l’ennesimo modulo concepito per la richiesta di rimborso del canone impropriamente versato, mi sono recato nell’ufficio postale più vicino per inviare la raccomandata (spesa complessiva considerando le precedenti, circa 20 euro, per evitare di pagarne 100, senza contare il tempo dedicato e la benzina). Parlando con la sportellista emerge un fatto sconvolgente per un utente che non sia decerebrato. Mi chiede perché non avessi piegato il plico anziché inserito in una normale busta. Mi spiega che i moduli precedenti, quelli per richiedere l’esenzione dal canone rai, cioè il motivo delle mie precedenti raccomandate, dovevano essere piegati e spediti senza busta. 

Avete capito il marchingegno? 

Tutti coloro che non hanno a suo tempo seguito questi espedienti da legulei kafkiani, hanno prodotto migliaia di buste finite nel cestino della carta da burocrati appositamente investiti di questa responsabilità funzionale al sistema. 

Non sarebbe stato più semplice e meno irritante ed irrispettoso imporre a tutti indistintamente di pagare, che possiedano a meno un televisore o siano intestatari di più contatori dell’energia elettrica? 

Sarebbe stata comunque una vessazione, ma almeno si evitava di farsi beffe dell’utenza e dei contribuenti, facendo perdere tempo e denaro.

Dulcis in fundo, sulla strada del ritorno a casa rimango in coda ad un incrocio, il motivo era una corsa ciclistica, per la quale hanno bloccato ogni accesso alla strada principale per circa un’ora, dicasi un’ora, con uno schieramento di forze dell’ordine talmente impressionante che ho sospettato che distogliendo tanti uomini alle loro mansioni primarie, i malviventi ne avrebbero potuto approfittare. Nulla da obiettare sul diritto di organizzare queste gare, anche se a me personalmente non interessano minimamente, ma non sarebbe bastato, per garantire la sicurezza, utilizzare una staffetta ed una retroguardia di auto con sirene e lampeggianti accesi? 

Occorreva proprio bloccare tutte le strade per un’ora? 

Impedendo a moltissime persone di recarsi al lavoro ed alle proprie incombenze? 

SONO COMPORTAMENTI DA PAESE CIVILE? 

Anche in questa occasione, come in tutte le altre, gli italiani presenti che subivano questa vessazione si limitavano ad imprecare al cellulare con i loro interlocutori, attribuendo al paese epiteti impronunciabili …

Concludendo queste brevi note, vorrei solo aggiungere che spesso i contribuenti e vittime italiane del parassitismo si sfogano con coloro che stanno agli sportelli o comunque sulla “linea del fronte”, che sono solo pedine, è vero che partecipano al parassitismo di stato, ma ne raccolgono solo le briciole e sono partecipi loro malgrado, con scarsissima consapevolezza e responsabilità, sono le vittime designate, gli ultimi anelli della catena, i capri espiatori per il popolino rozzo ed incolto, che rappresenta una cospicua parte della popolazione, ridotta all’analfabetizzazione di ritorno da decenni di tv demenziale appositamente programmata.

In realtà i parassiti “officianti”, le alte gerarchie, che potremmo definire i generali del parassitismo politico burocratico e mediatico italico, coloro che ne traggono i massimi benefici e sono ricolmi di privilegi, si riduce a poche decine di migliaia di individui, gente con redditi attinti dal settore pubblico che vanno dai 200mila euro annui in su, molto in su.

E’ per mantenere questa “casta” che servono le tasse, e più aumentano le entrate fiscali dello stato e più aumentano i loro redditi ed il numero dei “selezionati” partecipanti alla greppia, e non aumentano affatto i servizi alla popolazione, ne in qualità ne in quantità, semmai peggiorano.

Questo è il funzionamento dello stato italiano, togliere a molti per dare a pochi, pochissimi, e la cosiddetta redistribuzione avviene in maniera sperequativa ai massimi livelli, proprio per un’impostazione patologica della macchina dello stato, che è inefficiente e scriteriata, non possedendo la benché minima coscienza civica e del senso del servizio alla collettività.

Claudio S. Martinotti Doria  claudio@gc-colibri.com

Fonte: ticinolive.ch

Massimo Colomban: l’uomo che aprì le porte di Confapri a Casaleggio, assessore alle Partecipate di Roma

Arriva in Campidoglio e in passato sul Movimento disse: «A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg». 

30 stettembre 2016 ore 13.45 – Ora è ufficiale. Massimo Colomban è il nuovo assessore capitolino alle Partecipate.



MASSIMO COLOMBAN: CHI È

E' un industriale trevigiano. Ha fondato nel 1973, a 23 anni, il gruppo Permasteelisa, società di costruzioni specializzata in involucri per architetture monumentali, che da piccola azienda è cresciuta diventando un gruppo da oltre un miliardo di euro di fatturato nel 2002, anno in cui cede l’azienda. Colomban non è uno sconosciuto nel mondo della Casaleggio Associati. Era molto vicino a Gianroberto Casaleggio e ha avuto un ruolo importante nella Confapri, associazione che da sempre ha trattenuto legami con i vertici e i parlamentari 5 stelle con tanto di eventi e tavole rotonde.


Lei si è detto deluso dal movimento di Grillo. Perché?
«A febbraio ci avevano convinto di essere innovatori e di saper invertire la rotta del transatlantico Italia che va dritto verso l’iceberg».
L’Italia come il Titanic?
«Sì. Con una classe, alcuni la chiamano casta, che balla mentre gli altri si schiantano. I grandi economisti parlano del piano B: euro a due velocità, o fuori dall’eurozona, o rinegoziare il debito».
Come è nato l’invito a Casaleggio? Vi conoscete?
«C’erano stati contatti. Abbiamo invitato una ventina di parlamentari neo-eletti di tutti i partiti. I grillini per noi rappresentano la volontà di migliorare l’Italia, anche se non si sta trasformando in una vera organizzazione perché la loro idea che «uno vale uno» li porta ad agire in ordine sparso. Serve una struttura anche sul territorio».
Non fanno abbastanza rete? È un bel paradosso, in fondo.
«Secondo me, poi, non dovrebbero rifiutare interamente il finanziamento pubblico. Dovrebbero tenerne il 20-30% come negli altri Paesi, altrimenti la politica la faranno i ricconi e le lobby. E l’idea che i partiti siano tutti marci e corrotti non ci trova d’accordo: ci sono anche persone perbene, forze innovative che vanno aiutate a emergere. E i media in questo hanno un ruolo».

Furono proprio Arturo Artom e Colomban a organizzare i primi incontri tra il guru del Movimento e alcuni imprenditori prima delle elezioni nazionali del 2013. Artom stesso ha passato l’ultimo Ferragosto sullo yacht di Beppe Grillo. «Quando una persona così giovane manca improvvisamente - affermò  Colomban quando scomparve Gianroberto – è sempre un dolore. Gli va dato atto che si è schierato al fianco dei più deboli contro i poteri forti». 

Ora la Permasteelisa del trevigiano, secondo quanto riportò qualche mese fa il Financial Times, sarebbe in vendita. E lui non molla. Vuole riprenderne il comando dopo averla affidata a un board di fidatissimi che l’ha portata in declino. Una recente intervista di Colomban su La Tribuna di Treviso spiega bene la situazione.
Quell’occhiolino strizzato al turismo e poi alla politica, costretto però sempre a fare i conti con un’Italietta troppo parcellizzata «il cui male peggiore sta nell’incapacità di fare squadra e vivere di campanilismi». Amministratore delegato di Sviluppo Italia Veneto, presidente di Vegapark. Poi Colomban, da qualcuno definito il “grillino” solo perché, aggiunge lui «sempre a sostenere l’innovazione, anche politica», quindi sostenitore di Renzi. «Mi hanno associato a chiunque. In realtà ho cercato di dialogare con tutti solo per cercare di riaffermare il ruolo sociale dell’impresa. Quando io iniziai era tutto diverso: le tasse erano più basse, c’era un clima generale a favore. Ora l’imprenditore è ritenuto una sorta di speculatore, che non lavora per gli altri e che si intasca solo i guadagni. Invece chi fa impresa lavora 12, 15 ore al giorno, ed arricchisce i collaboratori ed il territorio. Così è stato anche per me, ho fatto più di 8 mila ore di volo. E non mi è mai pesato: per essere imprenditori ci vuole il fuoco dentro e un imprenditore non getta mai la spugna».
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P.S.

Permasteelisa Spa, nata nel 1973, è oggi leader mondiale nella progettazione, realizzazione e installazione di facciate continue per grandi edifici (impiegate per il rivestimento esterno di grattacieli, teatri, sedi congressuali e fieristiche, musei), adottando soluzioni tecnologicamente innovative per produrre opere uniche.
Inoltre è attiva nella produzione e installazione di pareti e divisori interni, nonchè di sistemi di arredo per negozi ed uffici.
Il Gruppo opera in quattro continenti con più di 60 società collocate in 27 paesi; sono attive quattro sub-holding, in Europa America ed Asia, tre delle quali sono gestite dalla holding Permasteelisa Spa.
Questa società capogruppo, quotata dal 1999 a Piazza Affari, ha acquisito nel dicembre 2000 la tedesca Gartner & Co KG, leader nella realizzazione di rivestimenti architettonici in alluminio e acciaio.
Il Gruppo è controllato dalla Holding Bau (società creata dal management di Permasteelisa) e Investindustrial, con una quota del 15%.
In Italia gli uffici principali si trovano a Vittorio Veneto (Tr), dove sono presenti anche laboratori di ricerca e di product test.
STORIA
Nel 1985 Permasteelisa comincia la sua espansione inglobando sempre più società specializzate, fino ad assumere dimensioni che le consentono di espandere l’attività a livello europeo.
Nel 1986 il primo passo verso i mercati internazionali è dato dall’acquisizione di una partecipazione minoritaria nella società australiana Permastell Industries Pty Ltd.: il nome Permasteelisa deriva da questa combinazione.
Nel 1988 si ha l’incorporazione di Permasteelisa Spa, holding del gruppo.
Negli anni ’90 prosegue la politica di espansione in Europa e Asia, costituendo delle filiali commerciali negli UK, nel Benelux, Francia e Spagna, Olanda, Belgio, Hong Kong, Singapore, in Thailandia, Cina, Taiwan; in Italia si ha l’acquisione di Steelbenetton e Alcom.
Nel 1998 viene fondata la permasteelisa Cladding Technologies Inc. per presidiare il mercato americano.
Nel 2001 viene acquisita la Gartner, e nascono le filiali Permasteelisa Espana e Permasteelisa Japan.
Nel 2003 Permasteelisa Spa ha acquistato il 100% della Glassaum Holding Corporation, compagnia leader nel rivestimento di edifici monumentale con sede a Miami, divenendo così leader anche sul mercato americano.

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