9 dicembre forconi: Apple
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domenica 4 agosto 2019

Le spedizioni globali di smartphone si tuffano di nuovo, Huawei sostituisce Apple come n. 2

Il ridimensionamento globale del mercato degli smartphone è attualmente in corso (è stato per un po 'di tempo) - ma c'è una nuova, sorprendente tendenza che potrebbe evidenziare uno dei motivi per cui l'amministrazione Trump ha intrapreso una guerra economica contro la Cina.
Innanzitutto, iniziamo con i dati globali sulle spedizioni di smartphone provenienti dall'International Data Corporation (IDC) Tracker di telefonia mobile trimestrale mondiale.
Questi nuovi dati descrivono in che modo le spedizioni di smartphone in tutto il mondo sono diminuite del 2,3% nel 2 ° trimestre dell'anno. Afferma inoltre che i produttori di smartphone hanno spedito 333,2 milioni di telefoni nel 2Q19, con un aumento del 6,5% su base trimestrale.
Una crescente guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha contribuito a un forte calo delle spedizioni in entrambi i paesi nel corso dell'ultimo anno. Tuttavia, il calo non è stato così grave come previsto in Cina nell'arco di 1H19 contro 1H18, il che suggerisce che tre anni di un blocco dello smartphone in Asia potrebbero avvicinarsi a una fase di recupero. L'Asia / Pacifico (esclusi Giappone e Cina) ha mantenuto un solido slancio nel secondo trimestre dell'anno, con spedizioni in crescita del 3% nel trimestre alimentate dai mercati del Sud-Est asiatico.
La sorprendente tendenza rilevata da IDC è che Huawei ha superato Apple nel 2Q19, rendendolo la prima volta in sette anni che Samsung e Apple non erano i migliori produttori di smartphone al mondo.
Ora sembra che una società della Corea del Sud [Samsung] e una società cinese [Huawei] siano i leader mondiali nelle spedizioni di smartphone, cosa che ha irritato l'amministrazione Trump.
Samsung si è classificata al primo posto con 75,5 milioni di spedizioni nel secondo trimestre del 19, con un aumento del 5,5% su base annua. Huawei era al secondo posto con 58,7 milioni di spedizioni nel secondo trimestre del 19, con un aumento dell'8,3% su base annua. Apple è stata al terzo posto con 33,8 milioni di spedizioni nel secondo trimestre 19, con un calo del -18,2% su base annua.
"Nonostante molta incertezza su Huawei, la società è riuscita a mantenere la sua posizione al numero due in termini di quota di mercato", ha dichiarato Ryan Reith, vicepresidente del programma con Worldwide Mobile Device Tracker di IDC.
"Quando guardi ai vertici del mercato - Samsung, Huawei e Apple - ogni venditore ha perso un po 'di quota nell'ultimo trimestre, e quando guardi in basso nella lista i tre successivi - Xiaomi, OPPO e Vivo - tutti hanno guadagnato. Parte di ciò è legato ai tempi di lancio dei prodotti, ma è difficile non dare per scontato che questa tendenza possa continuare ".
Caratteristiche principali dell'azienda IDC Smartphone:
Samsung
Samsung ha mantenuto la prima posizione sul mercato per il 2 ° trimestre 19, tornando alla crescita annuale del 5,5% con un totale di 75,5 milioni di smartphone spediti. Come notato nella sua recente chiamata sugli utili, la società ha faticato a vendere dispositivi di punta poiché molti consumatori si aggrappano ai dispositivi più a lungo che mai e optano per un'opzione di sostituzione meno costosa. L'annuncio in attesa del prossimo dispositivo Galaxy Note probabilmente ha respinto alcuni di quelli che sono fedeli al marchio. Nel frattempo, i dispositivi Samsung serie A sono andati bene nel trimestre, in particolare l'A50 e A70.
Huawei
Huawei ha visto i suoi volumi di spedizione scendere dello 0,6% rispetto al 1 ° trimestre 19, il che potrebbe essere considerato migliore del previsto date le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. I volumi delle spedizioni in Cina hanno raggiunto il massimo storico e hanno rappresentato il 62% del totale 2Q19 di Huawei con 36,4 milioni di unità. Il successo della Cina nel corso del trimestre è stato in parte dovuto alle azioni intraprese a seguito del divieto commerciale degli Stati Uniti, in quanto Huawei ha trasferito importanti risorse umane in Cina, concentrandosi sulla gestione dei canali di distribuzione nelle città cinesi di livello inferiore. Il P30 e P30 Pro, lanciato a metà aprile, hanno avuto anche una ricezione relativamente buona in quanto il suo predecessore, la serie P20, aveva creato un effetto a catena positivo.
Apple
Apple ha consegnato 33,8 milioni di nuovi iPhone durante il 2 ° trimestre 19, in forte calo rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. Tuttavia, quando si tiene conto del successo del programma di aggiornamento dell'iPhone e della capacità di Apple di vendere più iPhone ricondizionati attraverso i suoi canali, si può facilmente argomentare che la sua posizione sul mercato è ancora dominante. Indipendentemente dalla quota di mercato leggermente inferiore e dai prezzi di vendita dei dispositivi, come sottolineato nella telefonata degli utili di ieri, la base installata per iPhone continua a crescere. Quindi, indipendentemente dall'hardware, come un nuovo iPhone, un modello precedente o un prodotto rinnovato, l'espansione degli utenti iOS è ciò che sembra importare di più in futuro.
IDC fornisce un grafico chiaro che mostra da quando è iniziata la guerra commerciale: Apple ha perso la quota di mercato globale mentre Samsung, Huawei, Xiaomi e OPPO hanno guadagnato o mantenuto la loro rispettata quota di mercato.
Apple è stata spostata come produttore di smartphone n. 2 al mondo da una società cinese suggerisce una ragione per cui l'amministrazione Trump ha intrapreso un'attività economica con il produttore di smartphone con sede a Shenzhen.
Trump si comporta come se avesse tutte le carte nella guerra commerciale, e come abbiamo spiegato prima: "non lo fa". Apple continuerà a emorragizzare la quota di mercato globale mentre gli smartphone cinesi e sudcoreani dominano l'Asia e l'Europa. Apple è una moda morente, cosa ancora più importante, il dominio globale americano è un impero morente.
Fonte: qui

venerdì 7 settembre 2018

Huawei ha battuto Apple: i telefoni cinesi si mangiano la mela


Huawei supera apple

Il mercato degli smartphone subisce un calo, ma conferma che la vera sfida ormai si gioca tra Cina e Corea

Huawei ha compiuto lo storico sorpasso: i suoi telefoni sono più venduti di quelli Apple. Una scalata lunga ma che si rivela vincente, ma resta l’altro grande colosso da battere. Samsung infatti resiste al primo posto

Huawei batte Apple, la mela non vale più la candela

Il sospetto c’era già, basta confrontarsi con gli amici più tech: Apple sta perdendo colpi, e i suoi smartphone non sono più così competitivi sul mercato. Adesso però è arrivata la conferma definitiva dai dati diffusi daGartner, che incorona Huawei come il secondo produttore mondiale di smartphone. Nel secondo trimestre i cinesi hanno infatti superato Apple, confermando che il mercato ruota intorno alla sfida tra Cina e Corea. Le vendite di smartphone targati Huawei sono cresciute nell’ultimo trimestre del 38,6%. «Gli investimenti, la costruzione del marchio e il posizionamento dei dispositivi Honor hanno contribuito a incrementare le vendite – spiega Anshul Gupta, research director di Gartner – il suo investimento nei canali, la costruzione del marchio e il posizionamento dei dispositivi Honor hanno contribuito a spingere le vendite». Sono i modelli Honor infatti a trainare la crescita e vengono distribuiti in 70 mercati in tutto il mondo. Le vendite quest’anno ammontano a 49.8 milioni, facendo salire la quota di mercato al 13.3%: un anno fa le vendite avevano raggiunto i 35.9 milioni di un anno fa. «Huawei continua a introdurre funzionalità innovative nei suoi smartphone e a proporre dispositivi per coprire più segmenti di consumatori – ha spiegato Anshul Gupta – mentre la domanda per l’iPhone X ha iniziato a rallentare molto prima quest’anno rispetto agli anni precedenti». Apple infatti è slittato al terzo posto con una quota di mercato del’11.9%. Un calo rispetto al 12,1% dello scorso anno, sebbene le vendite siano leggermente aumentate raggiungendo i 44.7 milioni di iPhone venduti.

Huawei batte Apple, ma Samsung resiste

Samsung con i suoi 72,3 milioni di smartphone venduti si aggiudica anche quest’anno il posto più alto nel podio, ma anche l’azienda sudcoreana ha risentito del calo della domanda: le sue vendite scendere del 12,7%. «Samsung deve affrontare il rallentamento della domanda globale e la concorrenza sempre crescente dei produttori cinesi» ha spiegato Gupta. Se da un lato Huawei gli sta alle calcagna, anche Xiaomi comincia a far sentire la sua influenza. Nella graduatoria di Gartner risulta al quarto posto, ma è salito del 5.8%. Tra le armi vincenti c’è il  sottomarchio low cost Pocopone. Il modello F1 arriverà in Italia il 30 agosto e, a parte forse un look molto più spartano, non ha nulla da invidiare agli hardware dei concorrenti.
Fonte: qui

sabato 6 gennaio 2018

MA QUALE INTELLIGENZA ARTIFICIALE ...

NON SOLO IL CAPO DI INTEL HA VENDUTO AZIONI PER 24 MILIONI BEN SAPENDO DELLA FALLA DEI SUOI PROCESSORI (IERI IL TITOLO È CROLLATO DEL 5,5% QUANDO SI È DIFFUSA LA NOTIZIA), MA PER ANNI HA USATO METÀ DEGLI UTILI PER RICOMPRARE AZIONI PROPRIE, POMPARNE IL VALORE E COPRIRE I MANAGER DI STOCK OPTION 

ECCO CHE FARE COI VOSTRI TELEFONI, MAC E PC

1. LE STRANE VENDITE DEL MANAGER INTEL
Federico Fubini per il Corriere della Sera

Il mese scorso Forbes ha messo in copertina Brian Krzanich, per una buona ragione: Intel, l' azienda della quale è amministratore delegato dal 2013, era stata selezionata come la più «giusta» degli Usa. Fra le motivazioni «il rispetto dei clienti, la qualità del prodotto e altre priorità del pubblico» (fra le quali l' attenzione per gli azionisti).

il ceo di intel brian krzanichIL CEO DI INTEL BRIAN KRZANICH
Anche questo mese invece Forbes si è occupato di Krzanich, ma per un altro motivo: il manager ha venduto azioni e stock option di Intel per 24 milioni di dollari a novembre, sapendo bene che stava per emergere un problema molto serio sui suoi microchip. Ieri poi quando il caso è esploso, Intel sul mercato di New York ha perso fino al 5,5%. L' azienda ha difeso il suo amministratore delegato: l' operazione era già programmata e comunicata formalmente da ottobre, per evitare i sospetti di insider trading; ma anche allora Krzanich sapeva da mesi ciò che milioni di azionisti e miliardi di clienti di Intel hanno scoperto solo ieri.

La Securities and Exchange, il regolatore di Borsa americano, per il momento non commenta. Krzanich è un ingegnere chimico californiano di 58 anni, entrato in Intel quando ne aveva 24 per lavorare in una fabbrica di microprocessori. È un appassionato di elettronica senza eccessi conosciuti, una famiglia stabile, e un certa dose di coraggio civile: l' estate scorsa ha sostenuto i diritti dei transgender prima e dopo che Donald Trump li bandisse dall' esercito; soprattutto, in agosto è stato uno dei primi capi-azienda americani a dimettersi dal Consiglio pe r l' industria della Casa Bianca quando il presidente ha evitato di condannare chiaramente un corteo di razzisti e neonazi a Charlottesville, in Virginia.

BRIAN KRZANICH INTELBRIAN KRZANICH INTEL
Deciderà la Sec se Krzanich ha violato la legge per aggiungere qualche milione (o centinaia di migliaia di dollari) al suo compenso annuo da 19,1 milioni. Già molto chiaro però è che Intel, e le scelte del suo manager, sono un sintomo dei tempi in un senso più ampio e forse più sconcertante.

Questa azienda che ieri ha dovuto ammettere uno scompenso in un suo prodotto di base, è la stessa che ha speso 24,7 miliardi di dollari nel riacquisto di azioni proprie negli ultimi cinque anni (2017 escluso). In altri termini, per tenere artificialmente alto il prezzo del titolo (e il valore delle stock option dei manager) ha bruciato una somma pari a quasi metà degli utili netti dello stesso periodo: finanza impiegata per la finanza.

Nessuno oggi può dire se il gruppo avrebbe reso i suoi microchip più sicuri, se solo avesse investito di più in ricerca e sviluppo e qualcosa di meno per tenere alto il proprio stesso titolo in Borsa. Di certo però maggiori risorse dedicate al prodotto - anziché alle stock option - avrebbero ridotto le probabilità del fallimento tecnico colossale emerso ieri. 

Per ora ne pagheranno le conseguenze i miliardi di utilizzatori di computer o smartphone che non sanno più se possono fidarsi dei loro strumenti.

microprocessore intel microchipMICROPROCESSORE INTEL MICROCHIP
Del resto anche in Intel è molto visibile un aspetto del legame perverso, per niente raro a Wall Street, fra riacquisti di azioni e compensi dei manager: quei 24,7 miliardi spesi per eliminare azionisti dal mercato, premiando così i soci esistenti con dividenti più alti, non è servito poi a molto. È stato certo un propellente per la corsa sui listini, con l' esplosione del 112% del titolo dal 2013 malgrado un utile netto stabile un po' in calo. Eppure quell' operazione ha ridotto il numero delle azioni in circolazione di poco più della metà di quanto sarebbe stato lecito attendersi, data la spesa.

La ragione è che nel frattempo ne sono state emesse in numero enorme per remunerare il consiglio, l' intera struttura di vertice e l' amministratore delegato. Salito del 30% quest' anno, il compenso annuo di Krzanich oggi vale 207 volte quello medio di un ingegnere di software dell' azienda e 393 volte quello di un operaio specializzato. Ma più di 10 miliardi in riacquisto delle azioni sono andati a nutrire questo ingranaggio piramidale fondato sulle stock option. Il resto, inclusa la più grossa falla informatica della storia, viene dopo.


2. FALLA PROCESSORI, APPLE E MICROSOFT CORRONO AI RIPARI
microchip amdMICROCHIP AMD
 (ANSA) - Dopo la notizia sulla vulnerabilità che affligge i processori, Apple e Microsoft corrono ai ripari. Microsoft ha aggiornato Windows 10 e sta lavorando per proteggere anche i tablet a marchio Surface. Apple ha già aggiornato il sistema operativo di computer e iPhone, e ora si prepara a tutelare il browser di navigazione Safari. In una pagina di supporto del suo sito, Apple spiega di aver risolto il problema "Meltdown", cioè una delle due falle scovata dai ricercatori, che si annida solo nei processori Intel.

La protezione è stata distribuita agli utenti con le ultime versioni dei sistemi operativi di iPhone e iPad, computer Mac e Apple Tv, mentre l'Apple Watch, dice la compagnia, non è coinvolto. Gli aggiornamenti, evidenzia, "non hanno comportato riduzioni misurabili delle performance" dei dispositivi. Per l'altra falla, "Spectre", che interessa anche i chip di Amd e Arm, "nei prossimi giorni rilasceremo un aggiornamento di Safari", dice Cupertino.

Ma le contromisure non finiscono qui: "Continueremo a sviluppare mitigazioni all'interno del sistema operativo per Spectre, e le distribuiremo nei prossimi aggiornamenti" dei sistemi operativi, incluso quello di Apple Watch. Microsoft, da parte sua, dopo aver aggiornato Windows 10 ha annunciato l'arrivo di update volti a proteggere i dispositivi Surface da Meltdown e Spectre. Martedì prossimo, inoltre, dovrebbe arrivare l'aggiornamento per i sistemi operativi più vecchi, Windows 7 e 8.


3. FALLE NELLA SICUREZZA DEI PROCESSORI A RISCHIO COMPUTER E SMARTPHONE
arm processoreARM PROCESSORE
Carola Frediani per la Stampa

Due grosse falle di sicurezza sono rimaste per anni nascoste nel modo in cui sono progettati i processori della maggior parte dei computer.

Due vulnerabilità diffuse su un numero enorme e non facilmente quantificabile di pc, smartphone e server, che potenzialmente permettono a un attaccante di accedere a password o altri contenuti sensibili conservati nella memoria di sistema del dispositivo. Il 2018 è iniziato così, coi ricercatori di sicurezza tirati giù dal letto per cercare di mettere una pezza su una delle crisi informatiche più ampie degli ultimi tempi. In realtà le aziende interessate ci stavano lavorando da mesi in gran segreto, dopo le prime segnalazioni ricevute. Ma la notizia è trapelata prima del tempo: di qui la corsa degli ultimi giorni.

Così, dopo anni a parlare di svariate vulnerabilità a livello software, l' hardware si è preso la sua rivincita, mostrando come una falla a livello di progettazione dei processori possa diventare una voragine. Perché i sistemi vulnerabili sono innumerevoli.

Perché queste falle sono lì latenti da anni. Perché l' hardware complica tutto. Per dirla con le indicazioni di uno degli organi di risposta alle emergenze informatiche negli Usa, il Cert del Software Engineering Institute, il vero rimedio è uno solo: la sostituzione dei processori. Verdetto brutale, anche contestato, ma per dire che la situazione è complessa.

MICROCHIPMICROCHIP
Difficilmente vedremo un richiamo di milioni di computer da parte dei produttori. Che anzi fino a ora nicchiano e minimizzano.

Mentre chi produce software e sistemi operativi sta cercando di sfornare aggiornamenti in grado di chiudere o aggirare alcuni di questi problemi. Ma andiamo con ordine. La prima vulnerabilità, battezzata Meltdown da Google, dalla società Cyberus e dall' Università di Graz, è presente su gran parte dei chip Intel a partire dal 1995. 

La seconda, definita Spectre (trovata da Google e vari ricercatori universitari), su quasi tutti i processori Intel, Amd, Amr, e in generale su quasi ogni moderno processore degli ultimi anni. La dimensione del problema è enorme, ma c' è almeno un dato positivo: le falle più sfruttabili (Meltdown) si possono chiudere con aggiornamenti software; mentre quelle che non si risolvono a breve (Spectre) non sono così facili da usare.

Insomma, gli attacchi sono seri, ma come scrive il ricercatore Martijn Grooten, il loro impatto futuro è difficile da prevedere.
iphone xIPHONE X
Perché sicuramente nelle prossime settimane ci sarà chi troverà modi nuovi per sfruttare queste vulnerabilità. E tuttavia, leggere pezzi arbitrari di memoria, come permesso da queste falle, non si traduce così automaticamente in un' arma; soprattutto è difficile farlo su larga scala. A rischio per ora sembrano essere soprattutto le infrastrutture che offrono servizi cloud.

Per gli utenti normali, l' attacco più preoccupante potrebbe avvenire tramite browser. La fondazione Mozilla ha infatti confermato che Meltdown e Spectre possono essere sfruttate attraverso alcune righe di codice (JavaScript) inserite in un sito web.

Per cui basta che un utente col computer vulnerabile visiti quelle pagine ed ecco che un attaccante potrebbe estrarre informazioni riservate che siano elaborate in quel momento dal suo pc. Per questo chi sviluppa browser è corso subito ai ripari. Mozilla ha mitigato l' attacco in Firefox, così come Microsoft con Edge e Internet Explorer 11. Chrome, il browser di Google, conterrà un importante aggiornamento a partire dal 23 gennaio. Poi ci sono i sistemi operativi: Microsoft ha già una «pezza» per Windows 10, altre versioni saranno aggiornate il 9 gennaio. MacOS di Apple dovrebbe avere avuto già alcuni aggiornamenti. Le distribuzioni Linux stanno correndo ai ripari.
Agli utenti dunque per ora non resta che aggiornare.

Fonte: qui

giovedì 14 settembre 2017

EU: INTERNET, UN PARADISO FISCALE ...

ABBIAMO BISOGNO DI UNA TASSAZIONE ‘SPECIALE’ PER GOOGLE, APPLE, AMAZON E FACEBOOK? PURTROPPO SÌ, ED È UNO DEI PIÙ GRANDI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA 

CERTI PAESI HANNO PERMESSO DI ELUDERE CENTINAIA DI MILIARDI IN TASSE ALLA FACCIA DEI CONTRIBUENTI ITALIANI, FRANCESI, TEDESCHI ECC…

Massimo Sideri per il Corriere della Sera

L' unica domanda che conta è questa: perché abbiamo bisogno di una tassazione «speciale» per le società come Google? Non bastano le 100 o 1.000 che già esistono? Diciamolo una volta per tutte: la risposta è no, non bastano. Lo dicono i numeri. Le leggi sono abituate a movimenti secolari e al passo saggio della tartaruga, ma Internet è stato veloce come un ghepardo.

Ha occupato lo spazio giocando sull' asimmetria informativa di nuove regole del gioco, fatte più dagli algoritmi che dalle istituzioni. La «web tax» è giusta, solo che - questo va riconosciuto - è una delle tasse più infelici della storia se la analizziamo con l' occhio del dizionario: suona più ridicola della tassa sull' ombra (esiste) e della tassa sulle paludi (che è esistita: regio balzello del 1904). Solo pochi anni fa gli utenti, che poi sono i cittadini, mostravano un' indulgenza ideologica e poco informata verso chi ha migliorato la nostra vita quotidiana con la tecnologia.
LE TASSE DI APPLE E GOOGLELE TASSE DI APPLE E GOOGLE

D' altra parte tassare la Rete suona un po' come tassare il sinonimo di libertà e di opposizione ai regimi dittatoriali.

Erdogan in Turchia oscura la Rete e noi la tassiamo? La variante italiana, la Google Tax, suona poi come un attacco «ad aziendam», un balzello su forse l' unico colosso al mondo che non ha mai chiesto un euro all' utente-cittadino. Tutto ciò ha alimentato la «disinformazia», una forma di governo scivolosa basata su informazioni spesso non comprese, talvolta volutamente false come le fake news.
google tasseGOOGLE TASSE

Le tasse sono materiale politico e la politica dipende dalla percezione popolare: ed è questo l' autogol. Si gioca anche su questioni semantiche la difficoltà incontrata da sempre su una tassa del web che più utile sarebbe chiamare «tassa sulle società del web che fatturano miliardi ma eludono il Fisco di mezzo mondo grazie a trucchetti come il "doppio irlandese" o il "panino olandese"». Esattamente come la tassa sulla palude non era un balzello per chi aveva la sfortuna di possedere un terreno paludoso, ma un fondo per le bonifiche a vantaggio dell' intera collettività.

jeff bezosJEFF BEZOS
Il nocciolo della questione è qui: da che mondo è mondo le società hanno usato super consulenti fiscali per «ottimizzare» i soldi da dare agli Stati.

Ottimizzare, si noti bene, è il sinonimo politicamente corretto di eludere, cioè usare gli azzeccagarbugli di manzoniana memoria per riuscire a pagare il meno possibile. Il gioco funziona perché, soprattutto con le proprietà intellettuali, si possono pagare milioni ai superconsulenti per risparmiare miliardi. La cifra non è casuale. La commissaria alla concorrenza europea, Margrethe Vestager, ha calcolato in 13 miliardi le imposte non pagate all' Irlanda dalla Apple (i 2,3 miliardi di multa a Google sono invece per concorrenza scorretta grazie all' utilizzo non neutrale dell' algoritmo).

L' ingegneria fiscale del Double Irish, per esempio, funziona così: nei vari Paesi le multinazionali dicono di non avere «stabili organizzazioni» pur avendo edifici spesso di proprietà e migliaia di dipendenti guidati da un country manager. I redditi così prodotti finiscono in una società A con sede in Irlanda, nell' isola di Cook dove molte aziende hanno migliaia di dipendenti.

mark zuckerbergMARK ZUCKERBERG
Questi guadagni dovrebbero dunque essere tassati al 12,5 per cento, come prevede il regime fiscale irlandese nato in concorrenza agli altri Paesi europei per attirare gli investimenti in un' area che ha sofferto particolarmente in passato.

A questo punto però scatta il pagamento alla società B, sempre in Irlanda ma con sede in qualche Paradiso fiscale, per la «proprietà intellettuale». Il risultato è che nemmeno quel 12,5 per cento viene alla fine pagato se non per una ridotta porzione degli utili miliardari. L' elusione si è spinta troppo oltre lasciando spazio all' avidità: le multinazionali hanno cercato di azzerare in alcuni casi le imposte sugli utili. Il tema è dunque europeo. Impossibile pensare di muoversi singolarmente.

In Italia se ne discute da almeno cinque anni. L' ex premier Matteo Renzi sul tema aveva mostrato pancia politica: prima era andato nel 2015 da Lilli Gruber per dire: «Dopo aver aspettato per due anni una legge europea dal 1 gennaio 2017 immaginiamo una digital tax». Subito dopo, con un tweet prima di un Consiglio dei ministri, aveva fatto marcia indietro. La web tax ci vuole, era stato il nuovo messaggio, ma a livello europeo.

Ora, dunque, l' Europa si muove e l' Italia si accoda (il ministro dell' Economia Pier Carlo Padoan non ha mai fatto mistero di preferire un' azione congiunta). Demonizzare l' economia digitale sarebbe un errore grossolano. Ma tornare a un sano patto sociale è necessario: le tasse sono uguali per tutti.

Fonte: qui


martedì 4 ottobre 2016

Peter Ramsauer: "questa decisione di Washington ha tutte le caratteristiche di una guerra economica contro la Germania"

Diversi e importanti politici tedeschi hanno accusato formalmente gli Stati Uniti di condurre una guerra economica contro la Germania, nello specifico attraverso la maxi multa richiesta a Deutsche Bank. Lo riporta il Financial Times.

Questa misura viene considerata in Germania come una vendetta per le recenti sanzioni imposte dall'Unione europea alla Apple.

Lo scorso settembre è stato annunciato che il Dipartimento di Giustizia statunitense richiederà alla Deutsche Bank il pagamento di una multa di 14.000 milioni di dollari per commercializzato titoli spazzatura negli anni prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2008.

Secondo il presidente del comitato economico del Parlamento tedesco, Peter Ramsauer, questa decisione di Washington "ha tutte le caratteristiche di una guerra economica." Inoltre il deputato sostiene che la nazione americana ha una "lunga tradizione" di guerre commerciali "a beneficio della loro economia" con "pretese esorbitanti e nocivi", come nel caso della banca tedesca.

Queste dichiarazioni sono state rilanciate anche da Markus Ferber, membro del Parlamento europeo della CSU, l'alleato bavarese del cristiano democratica dell'Unione (CDU) Angela Merkel, per i quali l'importo dell'ammenda e la tempistica dagli Stati Uniti suggeriscono che si tratta di un "occhio per occhio", di una vendetta dalla recente decisione dell'Unione europea nei confronti di Apple. Bruxelles lo scorso agosto ha ordinato alla società statunitense il pagamento di 14.500 milioni di dollari in tasse arretrate. 

La Commissione europea ha stabilito che i benefici fiscali illegali concessi da Dublino per anni hanno permesso ad Apple di pagare tasse infinitamente inferiori rispetto ad altre società.

Fonte: lantidiplomatico

domenica 18 settembre 2016

Deutsche Bank, Vw, Bayer: le mosse della guerra Usa-Germania

Gli Stati Uniti chiedono a Deutsche Bank di pagare per la crisi dei subprime. 

Un altro atto di una guerra in corso tra Usa e Germania

“La storia si ripete, e gli schemi delle rivalità sono sempre gli stessi: siamo di nuovo allo scontro Germania-Stati Uniti.
Per fortuna, stavolta senza bombe, ma con molti gravi danni attuali e possibili in futuro sul fronte economico”: la sintesi del vecchio banchiere sulle notizie dell’ennesimo fronte di scontro aperto tra Europa (leggi: Germania) ed estabilishment americano è drastica ma suggestiva. 

Anche perché stavolta la nuova aggressione Usa a un’istituzione economica tedesca ha del sensazionale, e anche del grottesco.

Il governo americano vuol far pagare 14 miliardi alla Deutsche Bank per chiudere lo scandalo dei titoli tossici legati ai mutui, i famosi “titoli subprime”, che nel 2007 innescarono, crollando a Wall Street, la crisi finanziaria coronata poi dal fallimento della Lehman Brothers, la stessa che ha paralizzato per otto anni l’economia di mezzo mondo. 

Dove sta il grottesco? Sta nel fatto che indubbiamente la Deutsche Bank è stata la banca europea più attiva, speculativamente attiva, in questo avvelenato settore di attività.
Ma sono state alcune istituzioni finanziarie americane a sguazzarci dentro all’inverosimile, fino a imporre il fallimento dei due colossi immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac, due finanziarie para-pubbliche che detenevano il grosso del mercato dei mutui subprime.

Non solo: va anche detto che il concetto stesso di mutuo subprime è molto più americano che europeo. Ricordiamone la natura sostanziale: io signor Rossi (o Herr Schmidt o Mister Smith) compro una casa per 100 mila dollari.
Chiedo un mutuo alla banca, e lo ottengo…per 120 mila! per quanto il mio salario mi basti a stento a vivere. Perché la banca mi tratta con tanta generosità? Per due ragioni, una più idiota dell’altra, e in questo tipicamente americani (dove l’idiozia è figlia del cieco e aprioristico ottimismo circa la crescita continua e indefinita dell’economia).

La prima ragione è la fede cieca nell’incremento costante dei valori delle case: per cui, finanziando l’acquirente di un immobile per un importo superiore allo stesso valore d’acquisto, le banche americane scommettevano appunto sul fatto che il valore dell’immobile sarebbe sicuramente e rapidamente cresciuto, e quindi, se anche un domani quel cliente non fosse più stato in grado di pagare le rate del mutuo, vendendo la casa che prendevano in garanzia si sarebbero comunque ampiamente ristorate del prestito.

La seconda ragione è conseguenziale, ma ancora più idiota: quei mutui subprime non rimanevano sulle spalle delle banche che li avevano emessi, ma venivano - come si dice in gergo finanziario - impacchettati con migliaia di altri e scaricati sul mercato dei famosi titoli derivati, o “tossici”, che venivano fatti comprare da ignari risparmiatori per la diabolica abilità di venditori senza scrupoli che li attraevano, come il cacciatore con le allodole, sventolandogli sotto il naso il miraggio degli alti rendimenti che quelle porcherie promettevano. 

Qui l’idiozia si colorava di speculazione, ma restava pur sempre idiozia, perché avrebbe dovuto essere chiaro anche a dei bambini che quel gioco dell’assurdo non avrebbe potuto durare all’infinito. Come infatti accadde…

Ebbene: questo impasto di ottimismo da gonzi, speculazione selvaggia e idiozia diffusa aveva relativamente risparmiato i mercati europei, ma le banche europee più attive all’estero, prima fra tutte la Deutsche, avevano fatto i loro bravi affaracci, scimmiottando quelle americane. 

E a crisi scoppiata le autorità statunitensi - bravissime a chiudere la stalla una volta scappati i buoi - hanno inflitto sanzioni e multe a destra e a manca. 

Spesso di importi irrisori rispetto alle vergognose plusvalenze maturate dalle banche grazie a quelle speculazioni… Ma tant’è.


Per la Deutsche Bank, il “dopo-crisi” non è mai arrivato. Per quanto il governo tedesco abbia avuto il pelo sullo stomaco di iniettare ben 247 miliardi di euro nel suo sistema bancario (a cominciare dalla stessa Deutsche) per farlo resistere alla crisi, la grande banca delle “torri gemelle” di Francoforte - un tempo sinonimo di solidità! - è ancora lì che boccheggia, oppressa da 85 miliardi di euro di titoli tossici che ha in pancia (pressoché uguali al totale delle sofferenze nette del sistema bancario italiano: al quale, per sommo paradosso, oggi Berlino proibisce di ricorrere agli aiuti statali!).

Di qui, da questo pesante coinvolgimento della Deutsche nello scandalo dei subprime, l’attacco degli Usa: “Pagate 14 miliardi di multa”. 

Una batosta insostenibile, che infatti l’istituto multato tenterà di evitare, e per questo ha già mandato a dire: “Non paghiamo”. 

Anche perché, pur temendo una forte multa, la Deutsche ha finora indicato di aver stanziato a riserva per far fronte a costi legali poco più di 6 miliardi di dollari, meno della metà della multa comminata. 

Poi, si sa: il dipartimento di Giustizia americano ha già aperto un negoziato sull’entità della multa (un po’ come l’Agenzia delle Entrate con i nostri maxi-evasori) e un accordo si troverà. Ma sarebbe ingenuo sottovalutare l’incidente.

Al contrario, esso va letto contestualmente ad almeno altri quattro focolai di scontro tra Usa ed Europa (ancora una volta intendendo con “Europa”, sostanzialmente la Germania, che dell’Unione europea è oggi, politicamente, l’indiscussa padrona): il caso Volkswagen, la rottura sul Ttip, l’attacco alla Apple per l’elusione fiscale e il take-over della Bayer sulla Monsanto.

È uno scontro a tutto campo, a ben guardare: una specie di guerra dei mondi. 

Agli Stati Uniti un’Europa davvero forte non fa comodo, chiunque la guidi: tanto meno, però, se la guidano quei tedeschi che sono figli e nipoti delle uniformi grigie che tante decine di migliaia di giovani americani inchiodarono alle spiagge di Normandia e sugli altri campi di battaglia della Seconda (e Prima) guerra mondiale. 

Gli americani - un popolo che ancora oggi custodisce un’arma da guerra in ogni casa - non dimenticano. E non si fidano. 

Avete presente “Salvate il soldato Ryan?” Ecco, è un film-cult di Steven Spielberg di pochi anni fa che ha sbancato i botteghini. Un inno all’eroismo dei marines, un atto d’accusa - l’ennesimo - contro la ferocia nazista.

Fonte: qui

P.S In realtà quello che sta accadendo è un po' diverso ... infatti siamo dentro una guerra finanziaria globale di cannibalizzazione fra le elites trans-atlantiche, in un sistema che sta collassando.

Una guerra ove vige il tutti contro tutti, solo per sopravvivere; invece di prendere la via di uscita, dolorosa si, ma più razionale, che consiste nel riformare profondamente un sistema finanziario/economico che non è più sostenibile!