9 dicembre forconi: Monsanto
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martedì 11 settembre 2018

Il risiko di Usa e Cina sull'Europa

Usa e Cina sono in guerra per il dominio globale e l’Europa è pronta a diventare terra di conquista, Eldorado di spartizione tra queste due potenze. 


In quello che a mio parere è da considerarsi il suo capolavoro, I demoni, Fedor Dostoevskij ammonisce così il lettore da facili giustizialismi e ricorsi a soluzioni “di pancia”: «Capisci che se mettete in primo piano la ghigliottina e con tanto entusiasmo è semplicemente perché tagliar teste è la cosa più facile, mentre avere un’idea è la più difficile». Oggi come non mai, quella lezione pare di stringente e inquietante attualità. E non mi riferisco in particolar modo alla questione immigrazione, la stessa che ha portato la destra estrema svedese al suo miglior risultato elettorale di sempre alle politiche di domenica, di fatto paralizzando la scena politica di una nazione che da inizio Novecento (1908, per la precisione) vedeva al potere i Socialdemocratici, parlo di un’impostazione generale, una narrativa nata con la vittoria di Donald Trump, germogliata con il “sì” al Brexit e poi dilagata in mezzo mondo. Chiamatelo sovranismo, chiamatelo populismo, chiamatelo come vi pare: è una bugia sesquipedale. E pericolosa. Perché strumentale al mondo perverso che l’ha creata: ovvero, le stesse élites che formalmente dice di voler contrastare, combattere e rimpiazzare in nome del famoso 99% di popolazione esclusa dalla cosiddetta “ripresa globale” e dal benessere garantito dalla rivoluzione globalista partita con Clinton e Blair.
Più che il millantare emergenze e vendere false vittorie sul fronte sicuritario, infatti, mi spaventa altro. Sono altre le ghigliottine che contano, quelle nelle cui lame si specchiano le opinioni pubbliche in modalità Robespierre e alla ricerca di vendetta, di sangue, di rabbiosa rivalsa. Prendete l’economia. E prendete proprio Trump e il suo mantra, America first. Un qualcosa che parte da lontano, lo slogan della campagna elettorale, ma che aveva fin da principio un obiettivo chiaro: millantare con una patriottica quanto fantomatica autarchia la necessità dell’America, intesa proprio come motore globalista, di riequilibrare le distorsioni prima di un processo di globalizzazione senza freni sfuggito dal controllo e poi di anni e anni di tassi a zero e denaro a pioggia messi in campo dalle Banche centrali per tamponare gli eccessi del braccio armato e operativo delle vere élites, ovvero Wall Street.
Ecco quindi emergere, di colpo, la nuova emergenza: la guerra commerciale con la Cina. La quale, quasi immediatamente, subisce un silenzioso morphing in contrasto e offensiva economica contro l’Ue, vero bersaglio di un processo più ampio. Ecco scattare minacce e, soprattutto, sanzioni e contro-sanzioni sui beni per centinaia di miliardi di dollari: tu tassi il mio export? Il tasso il tuo per identico controvalore e vediamo chi cede per primo. Serve davvero a qualcosa questa politica? Ha un’utilità reale a livello di crescita delle economie sovrane? Davvero i dazi garantiscono l’opzione fattiva al progetto di America first che i sovranisti di mezzo mondo ora vorrebbero copiare, pur sapendo che un mondo interconnesso come quello in cui viviamo non garantisce nemmeno una settimana di sopravvivenza a chi esca dal sistema, dal Matrix? No, è solo un’enorme bugia nella bugia. Al netto della retorica e dell’ulteriore minaccia della Casa Bianca di nuove sanzioni su prodotti cinesi per 267 miliardi di dollari, la realtà della cosiddetta “guerra commerciale” comincia infatti a emergere sempre più nitida, come ci mostra questo grafico.
Dopo l’ammissione del peggioramento del deficit commerciale Usa verso la Cina nel mese di luglio delle autorità statunitensi di venerdì, sabato è stata la volta dell’Agenzia per le dogane di Pechino, la quale ha confermato un nuovo record mensile di surplus in agosto verso Washington, registrando una lettura di 31,05 miliardi contro i 28,09 del mese precedente. Il perché di questo dato è presto detto: al netto della retorica della Casa Bianca e dei suoi megafoni interni ed esteri, ad agosto le importazioni cinesi di beni statunitensi sono cresciute solo del 2,7% contro l’11,1% di luglio, mentre l’export di Pechino verso gli Stati Uniti ha accelerato, crescendo del 13,2% dall’11,2% di luglio. Questo, nonostante il mese di agosto sia stato il primo con in vigore a pieno le tariffe sull’export di beni cinesi per 50 miliardi di dollari imposte da Washington.
Insomma, il Re comincia davvero a essere nudo. Ma la gente non lo sa, perché ciò che viene raccontato è altro. Da un lato i sovranisti e la loro delirante ma efficacissima macchina di propaganda social spandono a piene mani la vulgata del successo senza se e senza ma della ricetta autarchica, sia essa quella statunitense che quella dell’Ungheria di Orban (dimenticando, in questo secondo caso, ad esempio di dire quanto pesino i fondi strutturali dell’odiata Ue su quei dati di crescita che tanto entusiasmano), dall’altra la stampa cosiddetta mainstream o autorevole è tutta compiaciuta e concentrata nella battaglia cosiddetta “culturale” contro i barbari che bussano alle porte, sposando ad esempio crociate di retroguardia come quelle del movimento Metoo e del caso Weinstein, brandita come una clava contro il sessismo violento e reazionario del trumpismo, salvo poi dover prendere imbarazzate distanze dall’Asia Argento di turno. Ma come stanno le cose, non ve lo dice nessuno. E la dinamica in atto, per quanto sottenda strategie economiche e geopolitiche fittissime e intricate, è semplice: Usa e Cina vogliono arrivare al redde rationem su chi governerà il mondo (e in tal senso, il neo-annunciato piano di ulteriore investimento economico cinese in Africa para chiaro su chi sia ampiamente in vantaggio) senza l’ingombro europeo fra i piedi. O meglio, con un’Europa talmente debole da diventare essa stessa bersaglio del loro Risiko, terra di conquista, Eldorado di spartizione.
Come leggere, altrimenti, l’addio del conglomerato cinese Hna Group all’azionariato di maggioranza relativa in Deutsche Bank, annunciato lo scorso venerdì dal Wall Street Journal, casualmente a pochi giorni dall’estromissione ufficiale del titolo del gigante tedesco del credito (e dei derivati) dall’indice benchmark europeo dei titoli a maggiore capitalizzazione, lo Stoxx 50? I cinesi scappano perché temono il botto, la seconda Lehman? Idiozie, per il semplice fatto che se saltasse Deutsche, il problema non sarebbero i 22 miliardi di perdita potenziale sui derivati (letale, visto che la capitalizzazione attuale è di 21 miliardi), bensì la catena di controparte che innescherebbe attraverso i contratti di cui è primary dealer e broker: DB è davvero too big to fail. Anche per Usa e Cina. Si vuole fare paura, si vuole intimidire, minacciare. Si lanciano avvertimenti.
Come quello partito solo domenica da un gruppo di avvocati statunitensi nei confronti della sempre tedesca Bayer e riportato in splendida solitudine da Euronews. Casualmente, infatti, i legali in questione stanno curando una causa contro Monsanto di fronte a un Corte della California ed ecco le parole rilasciate, in sprezzo della deontologia, da uno di loro, Robert Kennedy Jr: «Ciò che abbiamo visto finora è soltanto la punta dell’iceberg. Infatti, oggi noi abbiamo a disposizione nuovi documenti, diverse centinaia di documenti, che non erano stati declassificati e alcuni dei quali sono addirittura esplosivi. E molti di essi riguardando attività di Monsanto proprio in Europa». E chi ha acquistato lo scorso giugno Monsanto per la cifra record di 66 miliardi di dollari? La Bayer AG, appunto, leader industriale e punta di diamante dell’economia tedesca a livello globale, non fosse altro per i brevetti e la ricerca.
Insomma, nell’arco di 72 ore, da Washington e Pechino sono giunti due siluri contro Berlino potenzialmente devastanti: l’azionista cinese che dice addio a Deutsche Bank, la quale vedrà quindi al comando nella prospettiva futura, oltre al fondo del Qatar, due soggetti statunitensi, BlackRock e Cerberus e quindi pare ora obbligata all’arrocco (molto rischioso) della fusione con Commerzbank e dall’altro la minaccia di un trattamento proprio stile Deutsche Bank verso Bayer, ovvero multe miliardarie per altrettante cause molto mediatiche intentate negli USA. Come quella che poche settimane fa ha visto un ex giardiniere, Dewayne Johnson, risarcito con 289 milioni di dollari da un tribunale Usa che ha ritenuto responsabile per il suo tumore il prodotto diserbante Roundup, prodotto proprio della Monsanto. Direte voi, giusto così, se avveleni la gente, devi pagare. Vero, peccato che dopo anni e anni di denunce, le prove della nocività dei prodotti Monsanto per l’agricoltura siano miracolosamente saltate fuori solo adesso, quando la proprietà non è più statunitense ma tedesca! Che combinazione!
 E sapete, colmo della più classica beffa che si unisce al danno, cosa accade proprio in ambito farmaceutico-sanitario negli Usa, esattamente in contemporanea con la nemmeno troppo velata minaccia dei solerti avvocati californiani? Lo ha scritto il Financial Times ma in Italia nessuno ha ritenuto che la notizia avesse i crismi sufficienti per essere ripresa: la Purdue Pharmaceutical, colosso dei farmaci Usa essa stessa oberata di cause nelle aule dei tribunali americani per il suo brevetto di un farmaco, l’Oxycontin, a base di oppiacei che porta dipendenza letale, ha ottenuto il via libera per il brevetto di un nuovo prodotto che verrà utilizzato per curare la dipendenza da farmaci oppiacei! Prima fai esplodere l’epidemia, poi commercializzi la cura: ecco l’enorme moralità dell’America che minaccia Bayer di cause miliardarie per le eventuali colpe di Monsanto, quando questa era ancora di proprietà statunitense! Un po’ come se una ditta produttrice di metal-detector si scoprisse che produce anche particolari pistole in ceramica che riescono a sfuggire ai controlli all’ingresso delle banche. Ma queste cose non ve le dicono, state certi. Perché cadrebbe l’intero castello stesso della retorica sovranista dell’amministrazione Usa come faro di libertà e Sol dell’avvenire, quella che qualche genio del sovranismo nostrano vorrebbe come stella polare della politica estera ed economica italiana.
E, casualmente, domenica sera è giunta la notizia, ufficiosa ma molto credibile, che la Germania si sarebbe detta pronta a partecipare al bombardamento di obiettivi siriani accanto a Francia, Usa e Gran Bretagna, se Assad usasse armi chimiche durante l’attacco finale per liberare Idlib. E, sempre casualmente, ieri il Wall Street Journalapriva la sua edizione con la notizia, attribuita a una fonte anonima dell’amministrazione Usa, in base alla quale «Bashar al-Assad ha già approvato il piano di utilizzo di gas al cloro per l’offensiva finale da lanciare contro la roccaforte dei ribelli». Siamo all’accusa preventiva, all’accertamento ex ante dei fatti, roba orwelliana da psico-polizia. Anzi no, amici miei, siamo soltanto alla normale prassi di lotta geopolitica fra apparati dello Stato al massimo livello. E senza esclusione di colpi e nefandezze, roba da far impallidire Machiavelli. E questa la rivoluzione sovranista, piegare a colpi di minacce mafiose e attacchi concentrici a livello economico l’architrave dell’Unione europea e, nel frattempo, proseguire con la campagna di destabilizzazione bellica mondiale per mantenere vivo il warfare, il moltiplicatore del Pil che fa la fortuna del comparto bellico-industriale su cui si regge, insieme al debito, l’intera struttura della società statunitense, oltre all’amministrazione Trump e al suo stanziamento record per il Pentagono nel Budget 2019? È questo l’alleato che volete, pur di fare un dispetto alla Merkel? Ma, soprattutto, è questo il modello di società cui aspirate?
L’Ue, al netto delle balle e della retorica, nacque per un unico motivo e su mandato specifico statunitense: tenere sotto controllo il nazionalismo tedesco dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Col tempo, però, quella creatura si è evoluta e ora è un competitor, prima economico che politico: che va eliminato, almeno nella sua forma ed equilibrio attuali. La battaglia in atto è questa, niente altro. Ricordatevene bene il prossimo maggio, quando vi recherete ai seggi per le elezioni europee e dovrete mettere una croce su un futuro tremendamente imperfetto ma perfettibile di indipendenza come Unione o il diventare i sorridenti schiavi di Usa e Cina.
Fonte: qui

domenica 18 settembre 2016

Deutsche Bank, Vw, Bayer: le mosse della guerra Usa-Germania

Gli Stati Uniti chiedono a Deutsche Bank di pagare per la crisi dei subprime. 

Un altro atto di una guerra in corso tra Usa e Germania

“La storia si ripete, e gli schemi delle rivalità sono sempre gli stessi: siamo di nuovo allo scontro Germania-Stati Uniti.
Per fortuna, stavolta senza bombe, ma con molti gravi danni attuali e possibili in futuro sul fronte economico”: la sintesi del vecchio banchiere sulle notizie dell’ennesimo fronte di scontro aperto tra Europa (leggi: Germania) ed estabilishment americano è drastica ma suggestiva. 

Anche perché stavolta la nuova aggressione Usa a un’istituzione economica tedesca ha del sensazionale, e anche del grottesco.

Il governo americano vuol far pagare 14 miliardi alla Deutsche Bank per chiudere lo scandalo dei titoli tossici legati ai mutui, i famosi “titoli subprime”, che nel 2007 innescarono, crollando a Wall Street, la crisi finanziaria coronata poi dal fallimento della Lehman Brothers, la stessa che ha paralizzato per otto anni l’economia di mezzo mondo. 

Dove sta il grottesco? Sta nel fatto che indubbiamente la Deutsche Bank è stata la banca europea più attiva, speculativamente attiva, in questo avvelenato settore di attività.
Ma sono state alcune istituzioni finanziarie americane a sguazzarci dentro all’inverosimile, fino a imporre il fallimento dei due colossi immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac, due finanziarie para-pubbliche che detenevano il grosso del mercato dei mutui subprime.

Non solo: va anche detto che il concetto stesso di mutuo subprime è molto più americano che europeo. Ricordiamone la natura sostanziale: io signor Rossi (o Herr Schmidt o Mister Smith) compro una casa per 100 mila dollari.
Chiedo un mutuo alla banca, e lo ottengo…per 120 mila! per quanto il mio salario mi basti a stento a vivere. Perché la banca mi tratta con tanta generosità? Per due ragioni, una più idiota dell’altra, e in questo tipicamente americani (dove l’idiozia è figlia del cieco e aprioristico ottimismo circa la crescita continua e indefinita dell’economia).

La prima ragione è la fede cieca nell’incremento costante dei valori delle case: per cui, finanziando l’acquirente di un immobile per un importo superiore allo stesso valore d’acquisto, le banche americane scommettevano appunto sul fatto che il valore dell’immobile sarebbe sicuramente e rapidamente cresciuto, e quindi, se anche un domani quel cliente non fosse più stato in grado di pagare le rate del mutuo, vendendo la casa che prendevano in garanzia si sarebbero comunque ampiamente ristorate del prestito.

La seconda ragione è conseguenziale, ma ancora più idiota: quei mutui subprime non rimanevano sulle spalle delle banche che li avevano emessi, ma venivano - come si dice in gergo finanziario - impacchettati con migliaia di altri e scaricati sul mercato dei famosi titoli derivati, o “tossici”, che venivano fatti comprare da ignari risparmiatori per la diabolica abilità di venditori senza scrupoli che li attraevano, come il cacciatore con le allodole, sventolandogli sotto il naso il miraggio degli alti rendimenti che quelle porcherie promettevano. 

Qui l’idiozia si colorava di speculazione, ma restava pur sempre idiozia, perché avrebbe dovuto essere chiaro anche a dei bambini che quel gioco dell’assurdo non avrebbe potuto durare all’infinito. Come infatti accadde…

Ebbene: questo impasto di ottimismo da gonzi, speculazione selvaggia e idiozia diffusa aveva relativamente risparmiato i mercati europei, ma le banche europee più attive all’estero, prima fra tutte la Deutsche, avevano fatto i loro bravi affaracci, scimmiottando quelle americane. 

E a crisi scoppiata le autorità statunitensi - bravissime a chiudere la stalla una volta scappati i buoi - hanno inflitto sanzioni e multe a destra e a manca. 

Spesso di importi irrisori rispetto alle vergognose plusvalenze maturate dalle banche grazie a quelle speculazioni… Ma tant’è.


Per la Deutsche Bank, il “dopo-crisi” non è mai arrivato. Per quanto il governo tedesco abbia avuto il pelo sullo stomaco di iniettare ben 247 miliardi di euro nel suo sistema bancario (a cominciare dalla stessa Deutsche) per farlo resistere alla crisi, la grande banca delle “torri gemelle” di Francoforte - un tempo sinonimo di solidità! - è ancora lì che boccheggia, oppressa da 85 miliardi di euro di titoli tossici che ha in pancia (pressoché uguali al totale delle sofferenze nette del sistema bancario italiano: al quale, per sommo paradosso, oggi Berlino proibisce di ricorrere agli aiuti statali!).

Di qui, da questo pesante coinvolgimento della Deutsche nello scandalo dei subprime, l’attacco degli Usa: “Pagate 14 miliardi di multa”. 

Una batosta insostenibile, che infatti l’istituto multato tenterà di evitare, e per questo ha già mandato a dire: “Non paghiamo”. 

Anche perché, pur temendo una forte multa, la Deutsche ha finora indicato di aver stanziato a riserva per far fronte a costi legali poco più di 6 miliardi di dollari, meno della metà della multa comminata. 

Poi, si sa: il dipartimento di Giustizia americano ha già aperto un negoziato sull’entità della multa (un po’ come l’Agenzia delle Entrate con i nostri maxi-evasori) e un accordo si troverà. Ma sarebbe ingenuo sottovalutare l’incidente.

Al contrario, esso va letto contestualmente ad almeno altri quattro focolai di scontro tra Usa ed Europa (ancora una volta intendendo con “Europa”, sostanzialmente la Germania, che dell’Unione europea è oggi, politicamente, l’indiscussa padrona): il caso Volkswagen, la rottura sul Ttip, l’attacco alla Apple per l’elusione fiscale e il take-over della Bayer sulla Monsanto.

È uno scontro a tutto campo, a ben guardare: una specie di guerra dei mondi. 

Agli Stati Uniti un’Europa davvero forte non fa comodo, chiunque la guidi: tanto meno, però, se la guidano quei tedeschi che sono figli e nipoti delle uniformi grigie che tante decine di migliaia di giovani americani inchiodarono alle spiagge di Normandia e sugli altri campi di battaglia della Seconda (e Prima) guerra mondiale. 

Gli americani - un popolo che ancora oggi custodisce un’arma da guerra in ogni casa - non dimenticano. E non si fidano. 

Avete presente “Salvate il soldato Ryan?” Ecco, è un film-cult di Steven Spielberg di pochi anni fa che ha sbancato i botteghini. Un inno all’eroismo dei marines, un atto d’accusa - l’ennesimo - contro la ferocia nazista.

Fonte: qui

P.S In realtà quello che sta accadendo è un po' diverso ... infatti siamo dentro una guerra finanziaria globale di cannibalizzazione fra le elites trans-atlantiche, in un sistema che sta collassando.

Una guerra ove vige il tutti contro tutti, solo per sopravvivere; invece di prendere la via di uscita, dolorosa si, ma più razionale, che consiste nel riformare profondamente un sistema finanziario/economico che non è più sostenibile!

Il golpe in atto in Italia

Siamo in pieno 1992, nella versione 2.0, e nemmeno ce ne accorgiamo. 

È in atto un golpe da parte di soggetti finanziari esteri e istituzioni europee

Mi sono sbagliato e di grosso. E, per questo, vi chiedo scusa. Ho ritenuto Matteo Renzi più intelligente di quello che in realtà è: non sta facendo nessun giochino con la Consulta per tirare in lungo la data del referendum. E questo non perché non ci siano un interesse strategico e un'agenda nascosta dietro alla consultazione, ma perché, come diceva Rino Formica in un'intervista su queste pagine la scorsa settimana, il fenomeno di Rignano sta governando per conto terzi, è soltanto un prestanome per interessi più grandi. 

Da giovedì sappiamo che la data del referendum verrà decisa nel Consiglio dei ministri del 26 settembre prossimo e se volete vi dico già quale sarà: domenica 4 dicembre. Casualmente la stessa data in cui gli austriaci torneranno alle urne per scegliere il proprio presidente della Repubblica nel turno di ballottaggio, dopo che uno strano incidente con la colla delle buste per il voto postale ha fatto slittare in avanti la data originaria del 2 ottobre. 

È una strategia decisa ai piani alti, non credete alle coincidenze. 

Come lo so? Semplice, basta guardare l'andamento di ieri di Piazza Affari. 

All'ora di pranzo, il listino milanese era l'unico in negativo di tutta Europa e non di poco, visto che perdeva il 2% e a trascinare al ribasso il mercato italiano erano, guarda caso, soprattutto i titoli bancari. Certo, il comparto era in rosso in tutta Europa in scia alle forti vendite su Deutsche Bank (-7% a Francoforte) dopo la notizia che il Dipartimento di Giustizia americano ha proposto all'istituto tedesco di pagare 14 miliardi di dollari per chiudere l'indagine sui mutui subprime, ma un tonfo come quello milanese aveva altre spiegazioni. 

Quali? A pesare era anche l'atteggiamento difensivo degli investitori nei confronti dell'Italia in vista del referendum: "Mancano gli operatori esteri che possono fare la differenza in termini di volumi", ha dichiarato Claudia Segre, presidente della Global Thinking Foundation, all'agenzia MF-Dowjones. A detta dell'esperta, "c'è bisogno della percezione che la variabile politica sia sotto controllo. È chiaro che in questi momenti di smarrimento la speculazione trova terreno fertile per cercare di forzare i livelli tecnici". 

Guarda caso, ultimamente ci sono stati report di alcune importanti case d'affari che hanno messo in guardia gli investitori in vista del referendum italiano, un tema che ha anche allargato lo spread Btp/Bund, ora a quota 132 punti base.

Sul listino milanese soffriva Mps. tanto che nell'intraday l'azione ha aggiornato il minimo storico a quota 0,2054 euro, in scia alle indiscrezioni stando alle quali l'aumento di capitale dovrebbe essere eseguito senza il diritto d'opzione a favore degli attuali azionisti, i quali non sembrano tanto propensi ad aderire alla terza ricapitalizzazione in tre anni: si tratterebbe, quindi, di un collocamento privato. 

Capito perché si sono dovuti fare fuori, con procedura che definire irrituale è un eufemismo, prima Viola e poi Tononi dal board? 

La legge la impone JP Morgan, mica Siena e Roma. 

Inoltre, l'operazione dovrebbe prevedere anche la conversione di una parte dei bond in azioni

"Lo schema di ricapitalizzazione suggerito sembra piuttosto credibile, vista la difficoltà di raccogliere nuove risorse dall'azionariato corrente", sottolineano gli analisti di Icbpi, a detta dei quali, però, "la dimensione del rafforzamento patrimoniale rimane comunque sconosciuta, dato che la valutazione dell'ammontare dei non-performing loans che dovrà essere ceduto non è stata ancora completata, cosa che dipenderà dal valore attuale netto ottenibile dalla vendita. In ogni caso, nuove transazioni avranno effetti molto diluitivi sul capitale, elemento che a nostro parere è riflesso nella debolezza del prezzo dell'azione". 

Preparatevi, perché da qui a dicembre giornate borsistiche simili saranno la norma. 

Hanno bisogno di spaventare la gente, devono instillare il dubbio che il voto per il "no" sia un voto a favore del baratro, devono prospettare cavallette e piaghe d'Egitto, esattamente lo storytelling utilizzato prima del referendum sul Brexit. 

Peccato che gli italiani non abbiano il sangue freddo e gli attributi dei britannici: vedrete cosa succederà da qui al 4 dicembre. 

Passerà lo scandalo del pensionamento anticipato previa accensione del mutuo in banca, passerà qualsiasi porcheria di intervento sul comparto bancario, passeranno tagli indiscriminati per evitare che scattino le clausole di salvaguardia della scorsa Legge di stabilità, si metterà mano alla legge elettorale, visto che è stata fatta sull'onda del 40% del Pd alle europee del 2014, ma, oggi come oggi, vedrebbe favoriti i Cinque Stelle con il premio di maggioranza. 

Si ricollocheranno migranti ovunque, si opererà in spregio di qualsiasi normativa o buon senso in nome dell'emergenza finanziaria, la quale sarà debitamente amplificata dai cani di Pavlov dell'informazione filo-governativa con servizi e articoli ad altissimo tasso ansiogeno. 

Siamo in pieno nella versione 2.0 del 1992 e nemmeno ce ne accorgiamo, è in atto un golpe da parte di soggetti finanziari esteri e istituzioni europee e noi stiamo qui a vedere se la Raggi trova o meno l'assessore: siamo ormai assuefatti ai soprusi. 

E state certi che l'allarme terrorismo giocherà la sua parte: in Germania e Francia sono ormai allo stato di emergenza, addirittura Berlino ha annunciato una grande esercitazione congiunta di esercito e polizia a gennaio del prossimo anno, il tutto nell'ipotesi che i soldati siano dislocati nelle strade in supporto all'antiterrorismo. Siamo allo stato d'assedio: l'altro giorno a Parigi ci sono stati ancora scontri al termine dell'ennesimo (13mo) corteo contro la legge sul lavoro ma i numeri della piazza erano risibili rispetto a quelli registrati nelle manifestazioni prima dell'estate. 

Il perché è preso detto; la strage di Nizza ha portato alla proroga fino all'anno prossimo dello stato di emergenza e Hollande ha poteri assoluti su tutto, la gente comincia ad aver paura di protestare. 

Paradossi del nostro tempo: apriamo le porte a chiunque, nonostante gli allarmi degli analisti di intelligence, ma al contempo militarizziamo le nostre società per paura e prevenzione.

Non vi pare un controsenso? 

Ma non lo è, perché elites politiche così scadenti servono a questo, a fare il lavoro sporco per conto terzi: chi credete che comandi in Europa, forse Superciuk Juncker? 

Per carità, quello va bene per dire quattro idiozie a Strasburgo nella giornata di apertura dei lavori, le cose serie vengono decise altrove. 

Alla Bce, prima di tutto e nei comitati d'affari che gravitano attorno alle grandi corporations: Bayer ha appena comprato Monsanto per 66 miliardi di euro, pensate che dagli Usa non arrivino ritorsioni? 


Abbiamo multato Apple, loro multano Deutsche Bank: siamo in guerra e nemmeno lo sappiamo, stiamo qui placidi a sentirci dire dai telegiornali che Carlo Azeglio Ciampi è stato il presidente del ritrovato orgoglio nazionale. Per carità di Patria e rispetto della morte, evito di dire cosa penso, ma immagino lo possiate intuire. 

Sarà autunno caldo. E, questa volta, davvero. 


Fonte: qui