9 dicembre forconi: cause
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martedì 14 maggio 2019

IN USA 44 STATI FANNO CAUSA A "BIG PHARMA" PER I PREZZI DI UN CENTINAIO DI MEDICINALI: LE MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE SI ERANO MESSE D’ACCORDO PER AUMENTARE FINO AL 1000 PER CENTO I PREZZI DEI FARMACI GENERICI, INCLUSI QUELLI CONTRO CANCRO E DIABETE


Flavio Pompetti per “il Messaggero”

william tong attorney general del connecticut 2WILLIAM TONG ATTORNEY GENERAL DEL CONNECTICUT 
Guerra aperta a Washington tra i politici e le case farmaceutiche. Una coalizione di 44 stati ha denunciato venti aziende farmaceutiche per aver fatto cartello a difesa di un meccanismo di incremento dei prezzi: il costo di un centinaio di i medicinali è aumentato in alcuni casi del 1000 per cento.

big pharma 1BIG PHARMA 









Gli aumenti riguarderebbero farmaci generici, inclusi quelli per la terapia di cancro e diabete. L' azione legale, nata dall' attorney general del Connecticut, William Tong, si è concentrata nel periodo compreso tra il luglio 2013 e il gennaio 2015. Tra le società coinvolte anche la multinazionale israeliana Teva Pharmaceuticals, la più grande produttrice di farmaci comuni, che ha respinto ogni addebito e ha annunciato battaglia.
teva pharmaceuticals 1TEVA PHARMACEUTICALS 

Nella causa sono citati 15 persone. Gli amministratori chiedono al tribunale di sanzionare il risarcimento per conto dei consumatori, e una disciplina più incisiva sui brevetti, che fanno da scudo alla strategia impazzita dei prezzi.

big pharma 2BIG PHARMA 







LA BATTAGLIA
Il presidente Donald Trump aveva fatto della lotta al costo crescente delle medicine uno dei punti centrali della campagna elettorale, consapevole dell' impatto che il tema ha sulla popolazione dei baby boomers, oggi in piena ondata di pensionamento.
donald trump 4DONALD TRUMP




Gli Usa registrano ogni anno due terzi dei brevetti per nuovi farmaci, anche se diverse grandi aziende di settore hanno scelto di spostare all' estero la sede per motivi fiscali. L' altro primato meno glorioso è quello della durata dei brevetti, i quali impediscono la creazione di medicine generiche a prezzi più bassi.

teva pharmaceuticals 2TEVA PHARMACEUTICALS
I consumatori negli Usa sono costretti a pagare fino a 100 volte il prezzo corrente in altri mercati stranieri, compreso il Canada. In un tentativo di iniziare a far chiarezza nel settore, il segretario del ministero per la salute Alex Azar ha appena ordinato che il prezzo di vendita di un gran numero di medicinali sia espressamente comunicato al pubblico durante la proiezione di spot televisivi. Una decisione coraggiosa, contro la quale l' industria di settore ha già annunciato sfide legali. Ma il tema è sentito.

Basti pensare che dall' Italia, il ministro della Salute Giulia Grillo ha presentato una risoluzione all' Oms per chiedere «maggiore trasparenza sulla formazione dei prezzi. Da anni mi batto per avere medicinali a prezzi equi e già alcuni Paesi hanno deciso di appoggiarci. In gioco c' è l' accesso alle cure la salute di tutti noi cittadini».

I COSTI
big pharma 3BIG PHARMA 
Le case farmaceutiche difendono l' attuale regime di autoregolazione dei prezzi ripetendo il mantra dei costi stratosferici per la realizzazione di un nuovo farmaco: in media 2,6 miliardi di dollari. Il think tank Public Citizen ha smantellato questa leggenda, e ha mostrato che il costo medio della ricerca e sviluppo è in realtà di 161 milioni di dollari.
giulia grilloGIULIA GRILLO





Gran parte della spesa denunciata dalle aziende riguarda invece il costo di commercializzazione, del quale fanno parte la pubblicità (6 miliardi l' anno), e una miriade di iniziative promozionali, spesso oltre i confini del codice etico e di quelli giuridici, con un totale che è poi detassabile al 50%.La spesa per la ricerca è di ospedali, le università e di istituti governativi, che da soli sborsano l' 84% dei fondi. Le aziende private spendono invece per medicine, spesso varianti della molecola basecorazzata da brevetti.

big pharma 4BIG PHARMA 4
E' così che il costo dell' insulina per i diabetici (scoperto da Frederick Banting a Toronto quasi un secolo fa), è quadruplicato dal 2009, al punto di costringere i pazienti al razionamento. Ed è così che si è potuto vendere fino a tre mesi fa un trattamento per la ipercolesterolimia familiare al prezzo di 14.000 dollari l' anno, anche se il gene PCSK9 era isolato dalla comunità scientifica diffusa La Federal Drugs Administration di Washington aprirà oggi un' udienza pubblica sul rapporto tra farmaci brevettati e quelli generici, con la speranza di abbassare, se non abbattere, il muro che li separa. Fonte: qui

martedì 7 maggio 2019

UNA PERSONA SU DUE SOFFRE DI CAPOGIRO, CHE E' UN DISTURBO DIFFERENTE DALLE VERTIGINI

I GIRAMENTI DI TESTA IMPROVVISI POSSONO AVERE CAUSE DIVERSE: SQUILIBRI CARDIOVASCOLARI O NEUROLOGICI, PROBLEMI CERVICALI O ALL’ORECCHIO. UNO DEI FATTORI MAGGIORMENTE RESPONSABILI DEL CAPOGIRO È…
Melania Rizzoli per “Libero quotidiano”

Il capogiro è un disturbo molto diffuso, se si calcola che oltre metà della popolazione mondiale lo ha provato almeno una volta nella vita. Non va confuso con la vertigine, che è tutt' altra cosa e spesso viene invocata come sinonimo, e soprattutto non va mai ignorato, perché il giramento di testa è un sintomo ben preciso, che può essere provocato da molte cause indotte da apparati differenti del nostro organismo, per cui la diagnosi differenziale è importante per individuarne l' origine e per valutare l' importanza di questo campanello di allarme.

Il capogiro si manifesta sempre improvvisamente, con una sgradevole senso di instabilità, di testa fluttuante che si sente ruotare, ed è quasi sempre accompagnato da un lieve senso di stordimento e di sgomento che dura pochi ma interminabili secondi. È un sintomo che infatti spaventa molto, perché si ha la sensazione di perdere momentaneamente l' equilibrio, per cui il paziente che lo accusa si sente girare lui stesso e tende a fermarsi di colpo e a cercare un punto di appoggio per il timore di cadere a terra.

Fortunatamente spesso si tratta di un sintomo transitorio, non sempre indicativo di una patologia in atto, ma comunque il giramento di testa è una manifestazione di sofferenza, più o meno lieve, di una parte dell' organismo che invia un segnale al cervello per attenzionare il soggetto durante la sua attività motoria e di veglia. Le cause sono molteplici, perché il capogiro improvviso può dipendere da una disfunzione dell' apparato cardiovascolare, di quello neurologico, gastrointestinale ed ematologico, oppure essere correlato a condizioni patologiche della colonna cervicale o dell' orecchio nella sua parte vestibolare, deputata appunto all' equilibrio.

capogiroCAPOGIRO
SINTOMI DA CAPIRE 

Ma come fa una persona a capire immediatamente l' origine e quindi la causa del giramento di testa, e decidere se rivolgersi ad un medico ?

Uno dei fattori maggiormente responsabili del capogiro improvviso è l' ipotensione ortostatica, ovvero lo sbalzo di pressione arteriosa che si manifesta, soprattutto negli individui ipotesi (con la pressione bassa), per esempio durante il rapido passaggio dalla posizione supina o seduta a quella eretta, oppure al mattino quando ci si alza bruscamente dal letto senza dare il tempo all' organismo di stabilizzare il circolo

Ma tale sintomo può essere indice pure di ipertensione, anche se la pressione molto alta, essendo un pericolo a livello vascolare e cardiaco, associa sempre al capogiro altri segnali concomitanti, quali per esempio la cefalea, la nausea, il ronzio auricolare, disturbi visivi di vario genere ed oppressione toracica.

Le alterazioni della glicemia sono un' altra frequente causa di giramenti di testa improvvisi, perché la ridotta concentrazione di glucosio nel sangue (ipoglicemia), che si instaura nel digiuno prolungato o durante un regime dietetico dimagrante privo di glucidi, oppure quando si soffre di diabete e si eccede con i farmaci ipoglicemizzanti, viene immediatamente percepita dal cervello, il quale invia il segnale del capogiro, insieme a vari e importanti altri sintomi indicativi della carenza di zucchero.

L' artrosi delle vertebre cervicali inoltre, comportando la compressione dei vasi sanguigni e dei nervi che sono diretti alle strutture che concorrono al senso di equilibrio, durante l' assunzione di posture scorrette, o quando non si è attenti ad evitare movimenti bruschi del capo, è un' altra delle cause principali responsabili della sintomatologia, spesso associata a cervicalgia ed intorpidimento o formicolio degli arti superiori.

Spesso però il capogiro rappresenta solo uno degli aspetti di un complesso sintomatologico più ampio, ed alcune situazioni patologiche dell' apparato uditivo, a cominciare dall' orecchio, possono far insorgere sintomi che comprendono la sensazione di vertigine ed anche il giramento di testa improvviso, che trova la sua spina irritativa e scatenante in malattie dell' apparato vestibolare (orecchio interno), il quale ha un ruolo fondamentale nel mantenimento dell' equilibrio, e che è strettamente collegato al cervelletto, posizionato nella parte nucale dell' encefalo, il quale controlla la coordinazione dei movimenti del corpo, e con il quale ha una comunicazione continua, diurna e notturna.

La differenza tra capogiro e vertigine è che il primo corrisponde a una sensazione di scarso equilibrio ed è spesso riferita come un' oscillazione del corpo simile a quella che si prova stando in barca, oppure come se si camminasse su un materasso molle, mentre la vertigine è la sensazione di rotazione dell' ambiente, e chi la avverte vede gli oggetti muoversi in cerchio come se si trovasse su una giostra. Inoltre, mentre il capogiro non è una patologia ma un sintomo il più delle volte transitorio, la vertigine, pur manifestandosi sporadicamente, tende a persistere a lungo, e ciò che confonde questi due disturbi è che per entrambi si prova la perdita di equilibrio.
capogiroCAPOGIRO

PATOLOGIE DIVERSE 

Ma la vertigine è espressione di due organi precisi, di un deficit dell' orecchio nella sua parte labirintica oppure dell' encefalo nella sua porzione posteriore (cervelletto e tronco encefalico), ha durata molto breve ed ha come causa scatenante alcuni movimenti della testa, come per esempio abbassarsi a prendere qualcosa, o guardare in alto come cercare un libro in un ripiano alto della libreria, ed inoltre essa si accompagna a sintomi quali nausea, vomito e sudorazione.

Altri fattori che provocano il giramento di testa sono alcune malattie del cuore, l' anemia conclamata, la disidratazione, i colpi di calore, le emorragie, l' ictus cerebrale, le crisi di panico e perfino alcuni farmaci, tra i quali si segnalano con maggiore frequenza quelli della disfunzione erettile, poiché essendo in pratica degli ipotensivi, provocano spesso giramenti di testa nel cambio repentino della postura, con ritardo della regolazione pressoria del sangue, ed elevato rischio di sincope, ovvero di caduta a terra con perdita temporanea di coscienza, anche a un giorno o due di distanza dalla assunzione. Le cause invece più frequenti di vertigini sono, per quanto riguarda l' orecchio, la labirintite, la neurite vestibolare e la sindrome di Ménière, mentre se di origine cerebrale, possono essere causate da emicrania, neurinoma acustico, sclerosi multipla, emorragie cerebrali e da tutti i tumori del cervello. Comunque, sia il capogiro che la vertigine, se sono un sintomo sporadico non ci si deve preoccupare più di tanto, mentre se iniziano a diventare disturbi ricorrenti o cronici, vanno assolutamente approfonditi e diagnosticati, per individuarne la causa precisa, e possibilmente curarla ed eliminarla.

Fonte: qui

venerdì 5 aprile 2019

AVETE CAPITO PERCHÉ BEPPE GRILLO NON È PIÙ GARANTE DEL M5S?

PERCHÉ' FIOCCANO LE CAUSE DEGLI ESPULSI DAL MOVIMENTO E LUI NON LE VUOLE PAGARE: GIÀ 75MILA EURO SONO STATI RICONOSCIUTI A VARI EPURATI, CI SONO PROCEDIMENTI DI ALTRI 30 EX GRILLINI 

POVERO CASALEGGIO: LA NUOVA MULTA DEL GARANTE ARRIVA NEL GIORNO DELLE EURO-PRIMARIE E ALLA VIGILIA DEL MEETING DI IVREA DOVE CI SPIEGA IL FUTURO. LUI CHE NON SA GESTIRE NEMMENO I DATI DEGLI ISCRITTI

Mauro Suttora per ''Libero Quotidiano''

BEPPE GRILLO E DAVIDE CASALEGGIOBEPPE GRILLO E DAVIDE CASALEGGIO
Che sfortunato Davide Casaleggio. Proprio nel giorno delle primarie online per scegliere i candidati alle europee del 26 maggio, la sua piattaforma Rousseau è stata dichiarata fuorilegge dal Garante della Privacy. «Non garantisce gli standard minimi di segretezza e sicurezza del voto, che è manipolabile dagli organizzatori in qualsiasi momento, senza lasciar traccia». La sanzione è salata: 50mila euro. Da sempre i dissidenti grillini denunciavano l' assurdità di far votare gli iscritti del primo partito italiano sul server privato della società commerciale milanese Casaleggio & Associati. E senza alcuna certificazione esterna, tranne in due casi (le presidenziali 2013 e il voto per un nuovo statuto).

Il Garante avvertiva già da due anni della fragilità di Rousseau. Il rampollo Casaleggio, succeduto dinasticamente al padre Gianroberto dopo la sua morte tre anni fa, aveva assicurato di avere riparato le falle del sistema. Che però qualche burlone hackera allegramente in varie votazioni. E che ora viene giudicato irregolare alla radice.
sum2019 1SUM2019 1

La tegola sul Movimento 5 stelle (M5s) arriva proprio alla vigilia di Sum 2019, che si apre domani a Ivrea: il convegno annuale in cui Casaleggio junior si autoproclama «guru del futuro», giurando però di non essere il capo del M5s con Luigi Di Maio, ma un semplice «tecnico al servizio del movimento».

A Ivrea in livrea arriveranno domani, fra gli altri, Franco Bernabé (ex ad Eni e Telecom, dirigente del club Bilderberg, una volta odiato dai grillini complottisti), Marco Travaglio e l' allenatore Zeman. Sarà dura, questa volta, magnificare le doti di Rousseau («piattaforma per la democrazia unica al mondo«), ma rivelatasi una ciofeca.

beppe grillo davide casaleggioBEPPE GRILLO DAVIDE CASALEGGIO
Qualche grillino ora per disperazione sosterrà che si tratta di una vendetta in extremis del presidente della authority Garante della Privacy, Antonello Soro, ex deputato Pd, in scadenza quest' anno. Ma la multa di 50mila euro rischia di essere nulla in confronto ai 75mila euro di risarcimento danni cui è già stato condannato finora il M5s nelle cause intentate dai numerosi grillini radiati ingiustamente in questi anni. 

Cifra che aumenterà di molto, perché riguarda solo i primi espulsi: Roberto Motta e Antonio Caracciolo a Roma hanno ottenuto 30mila euro nel 2018, Mario Canino sempre a Roma 22mila euro a gennaio, più sei attivisti napoletani.

NOVE PROCEDIMENTI
Ma sono pendenti altre nove cause con una trentina di "vittime" in tutta Italia: due a Palermo con l' ex deputato Riccardo Nuti, una a Genova con Marika Cassimatis, cacciata da Grillo dopo aver vinto le primarie per sindaco, altre due a Napoli con ben 23 attivisti, e altre quattro a Roma.
Cassimatis grilloCASSIMATIS GRILLO

I soldi dovranno tirarli fuori Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Ed è questo il principale motivo per cui il comico genovese si è allontanato dalla sua creatura: per non essere travolto finanziariamente dalla gestione autoritaria del movimento fondato nel 2009.
Intanto ieri i Cinquestelle sono stati messi sotto scrutinio in un convegno all' Umanitaria di Milano dall' associazione di giuristi Italiastatodidiritto, presieduta dall' avvocato Simona Viola. Il tema era: «Il M5s crede veramente alla democrazia, o si regge su princìpi non democratici riducendo i suoi 330 parlamentari a semplici portavoce?»

Per Fabrizio Cassella, docente di diritto costituzionale all' università di Torino, la risposta è chiara: «I Cinquestelle violano la Costituzione, che all' articolo 67 esclude il vincolo di mandato. Ogni parlamentare rappresenta la Nazione, e per approvare leggi nell' interesse generale dev' essere libero di argomentare, dibattere e negoziare, arrivando assieme ai suoi colleghi a una sintesi che bilanci i vari interessi particolari».
riccardo nutiRICCARDO NUTI

Ai deputati e senatori grillini, invece, tocca obbedire a una ferrea disciplina di partito.
E chi osa dissentire viene punito con l' espulsione. È capitato a 40 di loro la scorsa legislatura, e ad altri quattro in questa.

Il comandante Gregorio De Falco, in particolare, che un anno fa fu l' acquisto più prestigioso nella nuova compagine parlamentare (noto per aver intimato al capitano Francesco Schettino di non abbandonare la sua nave), è stato cacciato a gennaio. Non aveva votato la fiducia sul decreto sicurezza.
«Mi rendo conto che difendere il divieto di vincolo di mandato in un Paese di trasformisti non è popolare», ammette l' avvocato Guido Camera, «ma in democrazia la forma è tutto. Possiamo avere idee diverse sul contenuto delle leggi, ma sulle regole del gioco per farle dobbiamo essere tutti d' accordo».

gregorio de falco paola nugnesGREGORIO DE FALCO PAOLA NUGNES
E i referendum, caposaldo della democrazia diretta propagandata dai grillini? «Guardiamo alla Svizzera, il loro Paese ideale», ha detto il professor Dino Guido Rinoldi dell' università Cattolica di Milano, «dove lo scorso 25 novembre i cittadini hanno detto no a un quesito che voleva ridurre l' efficacia dei trattati internazionali». Tipico tema sovranista, mentre gli elvetici si sono dichiarati ben felici di sottostare a leggi sovranazionali. «Principio presente nell' articolo 11 della nostra Costituzione: l' Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

CHI DECIDE? 

«In realtà nei referendum la risposta è sempre importante quanto la domanda», ha avvertito Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale. Chi decide quali argomenti sottoporre a un sì e a un no, e in che forma? Nel caso dei grillini, è sempre la srl Casaleggio, dall' alto, a formulare i quesiti online per i suoi iscritti. Non c' è mai stata una votazione su iniziativa della base.

nicola biondo marco canestrari il sistema casaleggioNICOLA BIONDO MARCO CANESTRARI IL SISTEMA CASALEGGIO
In questo senso una testimonianza preziosa è, dall' interno, quella di Nicola Biondo.
Già responsabile della comunicazione dei deputati grillini, Biondo pubblica proprio in questi giorni il suo secondo libro sul M5s: 'Il sistema Casaleggio' (ed. Ponte alle Grazie, con Marco Canestrari): «Il vero padrone del movimento non è mai stato Grillo, ma prima Gianroberto Casaleggio e poi il figlio Davide.

Fonte: qui

lunedì 12 novembre 2018

Sono vent’anni che l’economia italiana fa schifo ... e si continua a non affrontare le cause del declino.

Come vogliamo commentare i dati congiunturali europei resi pubblici ieri? Nel modo più banale possibile: tutto scontato. Almeno da chi non usi paraocchi e fette di soppressa per analizzare la realtà, focalizzando invece la propria attenzione sugli aspetti strutturali dei sistemi economici e sulle tendenze globali in atto. Che la crescita europea stesse rallentando era evidente da tempo e che, all’interno di questo quadro di rallentamento, l’Italia fosse una volta ancora il fanalino di coda era ugualmente evidente. Che questo rallentamento continui nei mesi a venire è ugualmente probabile a meno di positive sorprese che, rebus sic stantibus, non saprei da dove possano venire visto che anche la crescita USA – oramai nel sul nono eccezionale anno – sembra dare segni di stanchezza ai quali si aggiungono le incertezze che le erratiche politiche dell’amministrazione Trump.

I cicli economici esistono e le recessioni prima o poi arrivano: quel che conta è la crescita media nel lungo periodo, da un lato, e saper evitare che le fisiologiche recessioni non si trasformino in durature stagnazioni, dall’altro. La politica economica a questi due obiettivi dovrebbe sempre mirare, non ad altro. Queste considerazioni, ripeto, sono abbastanza banali e, non possedendo particolari doti divinatorie, credo opportuno fermarmi qui ed evitare ulteriori ed improbabili esercizi di previsione. Concentriamoci invece sulla situazione del nostro paese in questo quadro di rallentamento della crescita globale perché è questo il terreno che oggi ci interessa e sul quale si possono dire delle cose che, per ripetitive che siano, non appaiono scontate nel dibattito pubblico italiano.

Due preliminari, anch’essi abbastanza scontati. Come l’asfittica crescita post-2015 non fu merito dei governi Letta-Renzi-Gentiloni – le riforme, per piccole che siano, non hanno effetti immediatamente ma solo dopo svariati mesi ed anni – così il rallentamento, confermato ieri dallo 0,0% di crescita in Q3, non va attribuito alle demenziali politiche annunciate o intraprese da questo governo. Consiglio di evitare il manicheismo delle discussioni televisive secondo il quale i sistemi economici reagiscono istantaneamente ad ogni provvedimento che la politica prenda o anche solo annunci. Non funziona così e continuare a far finta che invece così funzioni serve solo a rendere impossibile un’obiettiva comprensione della situazione. Che, anno dopo anno e governo dopo governo, per il nostro paese si fa da due decenni sempre più seria.
È dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso che – superata la crisi finanziaria del ’92 e riportato sotto un minimo di controllo il deficit pubblico, acchiappando per la coda l’entrata nell’euro con la conseguente boccata d’ossigeno che la riduzione del costo del debito ci concesse – ogni singolo governo continua a fare finta che le questioni strutturali non esistano e che si possa ricominciare a crescere in maniera sostenuta solamente aumentando la spesa pubblica. Abbiamo gettato nella pattumiera della storia due interi decenni, arrivando nel 2011 di nuovo al bordo dell’abisso e ricominciando, poi, a cercare di fare maggior debito per redistribuire a questo o quel gruppo d’interesse a seconda che a Palazzo Chigi sedesse un esponente del centro-destra o del centro-sinistra. Di cambiamenti strutturali non se ne sono fatti ed il tema è persino scomparso dal dibattito pubblico. Gli unici due tentativi di riforma strutturale – rispettivamente di Dini e Fornero, sulle pensioni – sono stati il primo evirato dall’azione sindacale che ne ha posticipato alle calende greche gli effetti ed il secondo dalla rabbia populista che ha condotto al potere questo governo. Il risultato sono stati due decenni di declino economico-sociale, interrotto da brevi ed asfittici rimbalzi di cui quello che ora abbiamo avuto conferma essere terminato è l’ultimo esempio. Questa la vera malattia italiana, non lo spread che ne rappresenta solo la febbre come misurata dal termometro finanziario.

Il “governo del cambiamento” oggi in carica questo doveva cambiare e questo non sta cambiando ma sta anzi peggiorando: il totale e cieco disinteressamento al problema della crescita economica e delle condizioni strutturali che la rendano possibile. Le quali continuano a non esistere e di cui assolutamente nessuno – né al governo, né all’opposizione, né fra le parti sociali – sembra minimamente preoccuparsi. Questo è molto più grave dei pur sconsiderati tentativi di scontro con l’Unione Europea che il governo compie ingaggiando assurdi bracci di ferro su un punto addizionale di deficit per spese e condoni clientelari che comprino voti nel maggio 2019.

Questo governo non è il governo del cambiamento perché non ha né l’intenzione né la capacità intellettuale e politica di rompere il ciclo vizioso di stagnazione-assistenza-debito-crisi finanziaria che sta strozzando il paese da decenni. Anzi, continua a perseguire esattamente le stesse politiche dei suoi predecessori aggravandole e portandole agli estremi di insensatezza e dilettantismo a cui stiamo assistendo. Il governo del cambiamento si è rivelato, come previsto, il governo del peggioramento perché peggiora, lungo ogni possibile dimensione, le già dannose politiche adottate dai suoi predecessori. Questo il messaggio che i dati congiunturali pubblicati ieri ci inviano: il declino si aggrava e la responsabilità del peggioramento è tutta nostra perché questo governo, ed i precedenti, ce li siamo eletti noi italiani.

Da Linkiesta

Fonte: qui

martedì 11 settembre 2018

Il risiko di Usa e Cina sull'Europa

Usa e Cina sono in guerra per il dominio globale e l’Europa è pronta a diventare terra di conquista, Eldorado di spartizione tra queste due potenze. 


In quello che a mio parere è da considerarsi il suo capolavoro, I demoni, Fedor Dostoevskij ammonisce così il lettore da facili giustizialismi e ricorsi a soluzioni “di pancia”: «Capisci che se mettete in primo piano la ghigliottina e con tanto entusiasmo è semplicemente perché tagliar teste è la cosa più facile, mentre avere un’idea è la più difficile». Oggi come non mai, quella lezione pare di stringente e inquietante attualità. E non mi riferisco in particolar modo alla questione immigrazione, la stessa che ha portato la destra estrema svedese al suo miglior risultato elettorale di sempre alle politiche di domenica, di fatto paralizzando la scena politica di una nazione che da inizio Novecento (1908, per la precisione) vedeva al potere i Socialdemocratici, parlo di un’impostazione generale, una narrativa nata con la vittoria di Donald Trump, germogliata con il “sì” al Brexit e poi dilagata in mezzo mondo. Chiamatelo sovranismo, chiamatelo populismo, chiamatelo come vi pare: è una bugia sesquipedale. E pericolosa. Perché strumentale al mondo perverso che l’ha creata: ovvero, le stesse élites che formalmente dice di voler contrastare, combattere e rimpiazzare in nome del famoso 99% di popolazione esclusa dalla cosiddetta “ripresa globale” e dal benessere garantito dalla rivoluzione globalista partita con Clinton e Blair.
Più che il millantare emergenze e vendere false vittorie sul fronte sicuritario, infatti, mi spaventa altro. Sono altre le ghigliottine che contano, quelle nelle cui lame si specchiano le opinioni pubbliche in modalità Robespierre e alla ricerca di vendetta, di sangue, di rabbiosa rivalsa. Prendete l’economia. E prendete proprio Trump e il suo mantra, America first. Un qualcosa che parte da lontano, lo slogan della campagna elettorale, ma che aveva fin da principio un obiettivo chiaro: millantare con una patriottica quanto fantomatica autarchia la necessità dell’America, intesa proprio come motore globalista, di riequilibrare le distorsioni prima di un processo di globalizzazione senza freni sfuggito dal controllo e poi di anni e anni di tassi a zero e denaro a pioggia messi in campo dalle Banche centrali per tamponare gli eccessi del braccio armato e operativo delle vere élites, ovvero Wall Street.
Ecco quindi emergere, di colpo, la nuova emergenza: la guerra commerciale con la Cina. La quale, quasi immediatamente, subisce un silenzioso morphing in contrasto e offensiva economica contro l’Ue, vero bersaglio di un processo più ampio. Ecco scattare minacce e, soprattutto, sanzioni e contro-sanzioni sui beni per centinaia di miliardi di dollari: tu tassi il mio export? Il tasso il tuo per identico controvalore e vediamo chi cede per primo. Serve davvero a qualcosa questa politica? Ha un’utilità reale a livello di crescita delle economie sovrane? Davvero i dazi garantiscono l’opzione fattiva al progetto di America first che i sovranisti di mezzo mondo ora vorrebbero copiare, pur sapendo che un mondo interconnesso come quello in cui viviamo non garantisce nemmeno una settimana di sopravvivenza a chi esca dal sistema, dal Matrix? No, è solo un’enorme bugia nella bugia. Al netto della retorica e dell’ulteriore minaccia della Casa Bianca di nuove sanzioni su prodotti cinesi per 267 miliardi di dollari, la realtà della cosiddetta “guerra commerciale” comincia infatti a emergere sempre più nitida, come ci mostra questo grafico.
Dopo l’ammissione del peggioramento del deficit commerciale Usa verso la Cina nel mese di luglio delle autorità statunitensi di venerdì, sabato è stata la volta dell’Agenzia per le dogane di Pechino, la quale ha confermato un nuovo record mensile di surplus in agosto verso Washington, registrando una lettura di 31,05 miliardi contro i 28,09 del mese precedente. Il perché di questo dato è presto detto: al netto della retorica della Casa Bianca e dei suoi megafoni interni ed esteri, ad agosto le importazioni cinesi di beni statunitensi sono cresciute solo del 2,7% contro l’11,1% di luglio, mentre l’export di Pechino verso gli Stati Uniti ha accelerato, crescendo del 13,2% dall’11,2% di luglio. Questo, nonostante il mese di agosto sia stato il primo con in vigore a pieno le tariffe sull’export di beni cinesi per 50 miliardi di dollari imposte da Washington.
Insomma, il Re comincia davvero a essere nudo. Ma la gente non lo sa, perché ciò che viene raccontato è altro. Da un lato i sovranisti e la loro delirante ma efficacissima macchina di propaganda social spandono a piene mani la vulgata del successo senza se e senza ma della ricetta autarchica, sia essa quella statunitense che quella dell’Ungheria di Orban (dimenticando, in questo secondo caso, ad esempio di dire quanto pesino i fondi strutturali dell’odiata Ue su quei dati di crescita che tanto entusiasmano), dall’altra la stampa cosiddetta mainstream o autorevole è tutta compiaciuta e concentrata nella battaglia cosiddetta “culturale” contro i barbari che bussano alle porte, sposando ad esempio crociate di retroguardia come quelle del movimento Metoo e del caso Weinstein, brandita come una clava contro il sessismo violento e reazionario del trumpismo, salvo poi dover prendere imbarazzate distanze dall’Asia Argento di turno. Ma come stanno le cose, non ve lo dice nessuno. E la dinamica in atto, per quanto sottenda strategie economiche e geopolitiche fittissime e intricate, è semplice: Usa e Cina vogliono arrivare al redde rationem su chi governerà il mondo (e in tal senso, il neo-annunciato piano di ulteriore investimento economico cinese in Africa para chiaro su chi sia ampiamente in vantaggio) senza l’ingombro europeo fra i piedi. O meglio, con un’Europa talmente debole da diventare essa stessa bersaglio del loro Risiko, terra di conquista, Eldorado di spartizione.
Come leggere, altrimenti, l’addio del conglomerato cinese Hna Group all’azionariato di maggioranza relativa in Deutsche Bank, annunciato lo scorso venerdì dal Wall Street Journal, casualmente a pochi giorni dall’estromissione ufficiale del titolo del gigante tedesco del credito (e dei derivati) dall’indice benchmark europeo dei titoli a maggiore capitalizzazione, lo Stoxx 50? I cinesi scappano perché temono il botto, la seconda Lehman? Idiozie, per il semplice fatto che se saltasse Deutsche, il problema non sarebbero i 22 miliardi di perdita potenziale sui derivati (letale, visto che la capitalizzazione attuale è di 21 miliardi), bensì la catena di controparte che innescherebbe attraverso i contratti di cui è primary dealer e broker: DB è davvero too big to fail. Anche per Usa e Cina. Si vuole fare paura, si vuole intimidire, minacciare. Si lanciano avvertimenti.
Come quello partito solo domenica da un gruppo di avvocati statunitensi nei confronti della sempre tedesca Bayer e riportato in splendida solitudine da Euronews. Casualmente, infatti, i legali in questione stanno curando una causa contro Monsanto di fronte a un Corte della California ed ecco le parole rilasciate, in sprezzo della deontologia, da uno di loro, Robert Kennedy Jr: «Ciò che abbiamo visto finora è soltanto la punta dell’iceberg. Infatti, oggi noi abbiamo a disposizione nuovi documenti, diverse centinaia di documenti, che non erano stati declassificati e alcuni dei quali sono addirittura esplosivi. E molti di essi riguardando attività di Monsanto proprio in Europa». E chi ha acquistato lo scorso giugno Monsanto per la cifra record di 66 miliardi di dollari? La Bayer AG, appunto, leader industriale e punta di diamante dell’economia tedesca a livello globale, non fosse altro per i brevetti e la ricerca.
Insomma, nell’arco di 72 ore, da Washington e Pechino sono giunti due siluri contro Berlino potenzialmente devastanti: l’azionista cinese che dice addio a Deutsche Bank, la quale vedrà quindi al comando nella prospettiva futura, oltre al fondo del Qatar, due soggetti statunitensi, BlackRock e Cerberus e quindi pare ora obbligata all’arrocco (molto rischioso) della fusione con Commerzbank e dall’altro la minaccia di un trattamento proprio stile Deutsche Bank verso Bayer, ovvero multe miliardarie per altrettante cause molto mediatiche intentate negli USA. Come quella che poche settimane fa ha visto un ex giardiniere, Dewayne Johnson, risarcito con 289 milioni di dollari da un tribunale Usa che ha ritenuto responsabile per il suo tumore il prodotto diserbante Roundup, prodotto proprio della Monsanto. Direte voi, giusto così, se avveleni la gente, devi pagare. Vero, peccato che dopo anni e anni di denunce, le prove della nocività dei prodotti Monsanto per l’agricoltura siano miracolosamente saltate fuori solo adesso, quando la proprietà non è più statunitense ma tedesca! Che combinazione!
 E sapete, colmo della più classica beffa che si unisce al danno, cosa accade proprio in ambito farmaceutico-sanitario negli Usa, esattamente in contemporanea con la nemmeno troppo velata minaccia dei solerti avvocati californiani? Lo ha scritto il Financial Times ma in Italia nessuno ha ritenuto che la notizia avesse i crismi sufficienti per essere ripresa: la Purdue Pharmaceutical, colosso dei farmaci Usa essa stessa oberata di cause nelle aule dei tribunali americani per il suo brevetto di un farmaco, l’Oxycontin, a base di oppiacei che porta dipendenza letale, ha ottenuto il via libera per il brevetto di un nuovo prodotto che verrà utilizzato per curare la dipendenza da farmaci oppiacei! Prima fai esplodere l’epidemia, poi commercializzi la cura: ecco l’enorme moralità dell’America che minaccia Bayer di cause miliardarie per le eventuali colpe di Monsanto, quando questa era ancora di proprietà statunitense! Un po’ come se una ditta produttrice di metal-detector si scoprisse che produce anche particolari pistole in ceramica che riescono a sfuggire ai controlli all’ingresso delle banche. Ma queste cose non ve le dicono, state certi. Perché cadrebbe l’intero castello stesso della retorica sovranista dell’amministrazione Usa come faro di libertà e Sol dell’avvenire, quella che qualche genio del sovranismo nostrano vorrebbe come stella polare della politica estera ed economica italiana.
E, casualmente, domenica sera è giunta la notizia, ufficiosa ma molto credibile, che la Germania si sarebbe detta pronta a partecipare al bombardamento di obiettivi siriani accanto a Francia, Usa e Gran Bretagna, se Assad usasse armi chimiche durante l’attacco finale per liberare Idlib. E, sempre casualmente, ieri il Wall Street Journalapriva la sua edizione con la notizia, attribuita a una fonte anonima dell’amministrazione Usa, in base alla quale «Bashar al-Assad ha già approvato il piano di utilizzo di gas al cloro per l’offensiva finale da lanciare contro la roccaforte dei ribelli». Siamo all’accusa preventiva, all’accertamento ex ante dei fatti, roba orwelliana da psico-polizia. Anzi no, amici miei, siamo soltanto alla normale prassi di lotta geopolitica fra apparati dello Stato al massimo livello. E senza esclusione di colpi e nefandezze, roba da far impallidire Machiavelli. E questa la rivoluzione sovranista, piegare a colpi di minacce mafiose e attacchi concentrici a livello economico l’architrave dell’Unione europea e, nel frattempo, proseguire con la campagna di destabilizzazione bellica mondiale per mantenere vivo il warfare, il moltiplicatore del Pil che fa la fortuna del comparto bellico-industriale su cui si regge, insieme al debito, l’intera struttura della società statunitense, oltre all’amministrazione Trump e al suo stanziamento record per il Pentagono nel Budget 2019? È questo l’alleato che volete, pur di fare un dispetto alla Merkel? Ma, soprattutto, è questo il modello di società cui aspirate?
L’Ue, al netto delle balle e della retorica, nacque per un unico motivo e su mandato specifico statunitense: tenere sotto controllo il nazionalismo tedesco dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Col tempo, però, quella creatura si è evoluta e ora è un competitor, prima economico che politico: che va eliminato, almeno nella sua forma ed equilibrio attuali. La battaglia in atto è questa, niente altro. Ricordatevene bene il prossimo maggio, quando vi recherete ai seggi per le elezioni europee e dovrete mettere una croce su un futuro tremendamente imperfetto ma perfettibile di indipendenza come Unione o il diventare i sorridenti schiavi di Usa e Cina.
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