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lunedì 12 novembre 2018

Sono vent’anni che l’economia italiana fa schifo ... e si continua a non affrontare le cause del declino.

Come vogliamo commentare i dati congiunturali europei resi pubblici ieri? Nel modo più banale possibile: tutto scontato. Almeno da chi non usi paraocchi e fette di soppressa per analizzare la realtà, focalizzando invece la propria attenzione sugli aspetti strutturali dei sistemi economici e sulle tendenze globali in atto. Che la crescita europea stesse rallentando era evidente da tempo e che, all’interno di questo quadro di rallentamento, l’Italia fosse una volta ancora il fanalino di coda era ugualmente evidente. Che questo rallentamento continui nei mesi a venire è ugualmente probabile a meno di positive sorprese che, rebus sic stantibus, non saprei da dove possano venire visto che anche la crescita USA – oramai nel sul nono eccezionale anno – sembra dare segni di stanchezza ai quali si aggiungono le incertezze che le erratiche politiche dell’amministrazione Trump.

I cicli economici esistono e le recessioni prima o poi arrivano: quel che conta è la crescita media nel lungo periodo, da un lato, e saper evitare che le fisiologiche recessioni non si trasformino in durature stagnazioni, dall’altro. La politica economica a questi due obiettivi dovrebbe sempre mirare, non ad altro. Queste considerazioni, ripeto, sono abbastanza banali e, non possedendo particolari doti divinatorie, credo opportuno fermarmi qui ed evitare ulteriori ed improbabili esercizi di previsione. Concentriamoci invece sulla situazione del nostro paese in questo quadro di rallentamento della crescita globale perché è questo il terreno che oggi ci interessa e sul quale si possono dire delle cose che, per ripetitive che siano, non appaiono scontate nel dibattito pubblico italiano.

Due preliminari, anch’essi abbastanza scontati. Come l’asfittica crescita post-2015 non fu merito dei governi Letta-Renzi-Gentiloni – le riforme, per piccole che siano, non hanno effetti immediatamente ma solo dopo svariati mesi ed anni – così il rallentamento, confermato ieri dallo 0,0% di crescita in Q3, non va attribuito alle demenziali politiche annunciate o intraprese da questo governo. Consiglio di evitare il manicheismo delle discussioni televisive secondo il quale i sistemi economici reagiscono istantaneamente ad ogni provvedimento che la politica prenda o anche solo annunci. Non funziona così e continuare a far finta che invece così funzioni serve solo a rendere impossibile un’obiettiva comprensione della situazione. Che, anno dopo anno e governo dopo governo, per il nostro paese si fa da due decenni sempre più seria.
È dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso che – superata la crisi finanziaria del ’92 e riportato sotto un minimo di controllo il deficit pubblico, acchiappando per la coda l’entrata nell’euro con la conseguente boccata d’ossigeno che la riduzione del costo del debito ci concesse – ogni singolo governo continua a fare finta che le questioni strutturali non esistano e che si possa ricominciare a crescere in maniera sostenuta solamente aumentando la spesa pubblica. Abbiamo gettato nella pattumiera della storia due interi decenni, arrivando nel 2011 di nuovo al bordo dell’abisso e ricominciando, poi, a cercare di fare maggior debito per redistribuire a questo o quel gruppo d’interesse a seconda che a Palazzo Chigi sedesse un esponente del centro-destra o del centro-sinistra. Di cambiamenti strutturali non se ne sono fatti ed il tema è persino scomparso dal dibattito pubblico. Gli unici due tentativi di riforma strutturale – rispettivamente di Dini e Fornero, sulle pensioni – sono stati il primo evirato dall’azione sindacale che ne ha posticipato alle calende greche gli effetti ed il secondo dalla rabbia populista che ha condotto al potere questo governo. Il risultato sono stati due decenni di declino economico-sociale, interrotto da brevi ed asfittici rimbalzi di cui quello che ora abbiamo avuto conferma essere terminato è l’ultimo esempio. Questa la vera malattia italiana, non lo spread che ne rappresenta solo la febbre come misurata dal termometro finanziario.

Il “governo del cambiamento” oggi in carica questo doveva cambiare e questo non sta cambiando ma sta anzi peggiorando: il totale e cieco disinteressamento al problema della crescita economica e delle condizioni strutturali che la rendano possibile. Le quali continuano a non esistere e di cui assolutamente nessuno – né al governo, né all’opposizione, né fra le parti sociali – sembra minimamente preoccuparsi. Questo è molto più grave dei pur sconsiderati tentativi di scontro con l’Unione Europea che il governo compie ingaggiando assurdi bracci di ferro su un punto addizionale di deficit per spese e condoni clientelari che comprino voti nel maggio 2019.

Questo governo non è il governo del cambiamento perché non ha né l’intenzione né la capacità intellettuale e politica di rompere il ciclo vizioso di stagnazione-assistenza-debito-crisi finanziaria che sta strozzando il paese da decenni. Anzi, continua a perseguire esattamente le stesse politiche dei suoi predecessori aggravandole e portandole agli estremi di insensatezza e dilettantismo a cui stiamo assistendo. Il governo del cambiamento si è rivelato, come previsto, il governo del peggioramento perché peggiora, lungo ogni possibile dimensione, le già dannose politiche adottate dai suoi predecessori. Questo il messaggio che i dati congiunturali pubblicati ieri ci inviano: il declino si aggrava e la responsabilità del peggioramento è tutta nostra perché questo governo, ed i precedenti, ce li siamo eletti noi italiani.

Da Linkiesta

Fonte: qui

martedì 24 aprile 2018

GLI ANZIANI SONO SEMPRE PIÙ SOLI – SI VIVE PIÙ A LUNGO MA SI VIVE PEGGIO: LA TRISTE REALTÀ DEGLI OVER 65 CHE NON SONO AUTONOMI E HANNO DIFFICOLTÀ NEI GESTI QUOTIDIANI

IL 30 PER CENTO DI LORO NON RIESCE A MANGIARE DA SOLO O ALZARSI E NEL SUD ITALIA VA ANCORA PEGGIO: A NAPOLI SI VIVE SEI ANNI DI MENO CHE A STOCCOLMA…

Flavia Amabile per “la Stampa

Si invecchia di più ma si invecchia peggio.
In questa Italia dove la vita dei giovani è tutta in salita, anche quella degli anziani non è affatto semplice. Vivono in uno dei Paesi più longevi al mondo, dove l'aspettativa di vita è di nuovo in aumento dopo il calo di due anni fa ma sono in crescita anche i problemi e le difficoltà di chi ha più di 65 anni, in particolare di chi abita al Sud.

La vita nel Meridione è un'emergenza continua, A Napoli si vive sei anni in meno che a Stoccolma e, se è vero che oggi in Italia si muore meno per tumori e malattie croniche, è anche vero che questo vale solo per le regioni dove la prevenzione funziona, principalmente al Nord. Nel Mezzogiorno, invece, il tasso di mortalità per queste malattie è maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28 per cento e la Campania è la regione con i dati peggiori.

ANZIANO IN MACCHINAANZIANO IN MACCHINA
I problemi sono numerosi non solo per chi soffre di patologie gravi. Il 30,3 per cento degli ultrasessantacinquenni non è in grado di vivere da solo. Si tratta di persone che hanno molta difficoltà a usare il telefono, oppure non sono proprio in grado di farlo. Non riescono a prendere le medicine e gestire le risorse economiche, preparare i pasti, fare la spesa, svolgere attività domestiche leggere e, occasionalmente, attività domestiche pesanti.

È un quadro triste quello che viene delineato nel rapporto Osservasalute 2017, presentato a Roma al Policlinico universitario Agostino Gemelli. Le difficoltà sono meno presenti fino ai 74 anni (13%), aumentano al 38% negli anziani tra i 75-84 anni e al 69,8% tra gli ultra ottantacinquenni.

anziano badanteANZIANO BADANTE
La situazione si complica se si scende nel dettaglio dei gesti da compiere. Un ultrasessantacinquenne su 10 ha molta difficoltà o non è in grado di svolgere le attività quotidiane di cura della persona senza un aiuto. Vuol dire non riuscire a mangiare da soli e tagliarsi il cibo, sdraiarsi e alzarsi dal letto o sedersi e alzarsi da una sedia.

Si dirà che è l'età ma c'è chi invecchia meglio degli italiani: in Danimarca a non riuscire a compiere questi gesti sono il 3,1% degli ultrasessantacinquenni - valore più basso in Europa - in Svezia il 4,1%. Gli anziani italiani hanno più problemi di quanti non ce ne siano in media in Europa, dove la percentuale è dell'8,8%. «Da ciò si evince una richiesta di aiuto e una difficoltà di gestione della quotidianità», sottolinea il rapporto.

La richiesta sarà sempre maggiore in futuro e nulla lascia pensare che vi sarà un miglioramento dell'assistenza agli anziani. Il rapporto segnala le previsioni fra dieci anni, sottolineando che per il 2028 «tra gli ultrasessantacinquenni le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura di se stessi (dal lavarsi al mangiare) saranno circa 1,6 milioni (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche, ecc.) arriveranno a 4,7 milioni (700 mila in più), solo considerando il trend demografico di invecchiamento e gli attuali tassi di disabilità. ma i dati potrebbero rappresentare una sottostima del problema».

Insomma, «Ci troveremo di fronte a seri problemi per garantire un'adeguata assistenza agli anziani, in particolare quelli con limitazioni funzionali (che non sono autonomi), perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando a causa della bassissima natalità che affligge il nostro Paese da anni e della precarietà dell'attuale mondo del lavoro che non offre tutele ai familiari caregiver», avverte il direttore scientifico dell'Osservatorio, Alessandro Solipaca.

Ancora più difficile la situazione di chi è anziano e vive nel Meridione. Il divario della sanità tra nord e Sud è «divenuto ormai insopportabile e contrario alla nostra stessa Costituzione, a tutela della salute di tutti i cittadini», ha affermato il direttore dell'Osservatorio e presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi che ha deciso di lanciare un appello al futuro governo perché si pensi ad «una sorta di Piano Marshall per il Sud», una serie di interventi che riducano le differenze.

L' aspettativa di vita nel Paese, ha sottolineato Ricciardi, «è diseguale e nel Mezzogiorno si vive in media fino a 4 anni in meno». Ma non solo: in Campania si registra un +28% di mortalità per tumori e malattie croniche rispetto alla media nazionale del 2,3%, in Sicilia la mortalità è del +10%, in Sardegna è del +7% ed in Calabria è del +4,7%.

Fonte: qui