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mercoledì 7 agosto 2019

SE UN PEDONE È STATO IMPRUDENTE, NON HA RISPETTATO TUTTE LE NORME SULLA CIRCOLAZIONE E VIENE TRAVOLTO, LA RESPONSABILITÀ, ANCHE PENALE, DELL'INCIDENTE RICADE INTERAMENTE SUL CONDUCENTE

LO STABILISCE UNA SENTENZA DELLA CASSAZIONE 
ECCO COSA E’ STATO DECISO...
Guia Baggi per “la Stampa”

nonnetta alla guida 2NONNETTA ALLA GUIDA
Un pedone attraversa la strada. Non cammina proprio sulle strisce. E' notte. L'illuminazione è scarsa. Viene travolto. Anche se è stato imprudente e non ha rispettato tutte le norme sulla circolazione, la responsabilità, anche penale, dell' incidente ricade interamente sul conducente. Lo stabilisce una recente sentenza della Corte di Cassazione, la numero 34406, depositata dalla IV Sezione penale lo scorso 29 luglio.

guidare con i tacchi 6GUIDARE CON I TACCHI 6
Il dispositivo esamina proprio un caso di omicidio stradale con una dinamica simile a quella esposta. Sostanzialmente la sentenza sancisce che in caso di incidente chi guida è sempre colpevole, anche se investe un pedone che attraversa le strisce imprudentemente.
Il concorso di colpa del pedone subentra solo nel momento in cui l'automobilista non sia stato in grado di prevedere il comportamento di chi è appiedato o di effettuare le necessarie manovre di emergenza per evitare lo scontro.

La ratio dietro alla decisione degli Ermellini è da rintracciare nell' articolo 141 del Codice della Strada che afferma che «è obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che (...) sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose ed ogni altra causa di disordine per la circolazione».
GUIDARE SCALZI 2GUIDARE SCALZI

La sentenza della Cassazione L' automobilista ha dunque l' obbligo di prevedere eventuali condotte imprudenti altrui e mettersi sempre nelle condizioni di evitare ogni pericolo. Al pedone, secondo il portale di informazione giuridica laleggepertutti.it, viene così riconosciuto un concorso di colpa solo quando la sua azione sia stata tanto fulminea o imprevedibile da non poter essere anticipata e minimamente sospettata.

INCIDENTE STRADALEINCIDENTE STRADALE
Nel diffondere e nel commentare il pronunciamento, il quotidiano giuridico dirittoegiustizia.it invece sottolinea: «In tema di omicidio stradale, ciò che deve essere valutato nel caso concreto è la ragionevole prevedibilità della condotta della vittima e la possibilità di porre in essere le manovre di emergenza necessarie a evitare l' evento, qualora il pericolo temuto si concretizzi a causa del comportamento imprudente altrui o della violazione delle norme di circolazione da parte della vittima». Secondo dati Istat, delle 3.325 vittime di incidenti del 2018, 609 erano pedoni, oltre il 18 per cento.

Fonte: qui

mercoledì 10 luglio 2019

QUANDO HA TORTO IL PEDONE INVESTITO? SE ATTRAVERSA LA STRADA CON GLI OCCHI O LE ORECCHIE INCOLLATI ALLO SMARTPHONE

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TRIESTE SU UN INCIDENTE DEL 2010: ATTRAVERSANDO MENTRE ERA AL TELEFONO, LA VITTIMA AVREBBE AGITO "IN DISPREZZO DELLE REGOLE SULLA CIRCOLAZIONE STRADALE E DI NORMALE PRUDENZA" ED E’ STATA RITENUTA RESPONSABILE ALL’80% DELL’INCIDENTE
Chiara Severgnini per corriere.it

pedone investimentoPEDONE INVESTIMENTO
Attraversare la strada con gli occhi o le orecchie incollati allo smartphone può costare caro: in caso di incidente, il pedone può essere ritenuto responsabile (in parte) del suo stesso investimento. Lo ha stabilito il Tribunale di Trieste con una sentenza (la 380/2019) che non rappresenta un caso del tutto isolato: da tempo la giurisprudenza ha stabilito che il pedone non ha sempre ragione, perché può — per distrazione o imprudenza — concorrere nel causare un incidente. Del resto, i cittadini che si aggirano per le città prestando più attenzione allo smartphone che alle regole (e al buon senso) sono un problema noto da tempo: alcuni Stati, come lo Utah e l’Australia, hanno introdotto delle multe proprio nel tentativo di arginare il fenomeno.

L’articolo 2054 del codice civile stabilisce che, in caso di incidente, «il conducente di un veicolo (...) è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno». Di norma, quindi, quando viene investito un pedone la responsabilità è del conducente dell’auto, come ha ribadito anche la Cassazione a fine giugno.

pedone investimentoPEDONE INVESTIMENTO
Ma, come riferisce il quotidiano giuridico StudioCataldi, il Tribunale di Trieste ha stabilito che se il comportamento del pedone è stato «fattore causale esclusivo dell’evento dannoso», la responsabilità può essere condivisa. Purché, beninteso, il guidatore dimostri che non era possibile evitare l’impatto con una manovra d’emergenza, come già stabilito dalla Cassazione nel 2017, secondo cui «in caso di investimento di pedone» la responsabilità del conducente è «esclusa» se non c’era «alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale».

Nel caso esaminato a giugno dal Tribunale di Trieste, chiamato a giudicare in appello dopo una sentenza di primo grado del Giudice di Pace, il «comportamento imprevedibile e anormale» sarebbe legato proprio all’uso del telefonino. I fatti risalgono al febbraio del 2010. L’incidente si è verificato nei pressi di una fermata dell’autobus e ad essere investita è stata una donna che stava proprio per salire sul mezzo pubblico. Nella sentenza si legge che la vittima dell’incidente «aveva attraversato la strada parlando al cellulare e senza preventivamente guardare se stessero sopraggiungendo altri veicoli». Di conseguenza, secondo il giudice «risulta incontrovertibile la connotazione colposa della condotta della pedone», che avrebbe agito «in disprezzo delle regole sulla circolazione stradale e di normale prudenza». La colpa dell’incidente, quindi, è da attribuire all’80% alla ragazza che è stata investita e al 20% al guidatore. Chi era alla guida dell’auto non viene completamente discolpato dal Tribunale perché avrebbe dovuto prevedere il comportamento della donna, dal momento che l’aveva vista correre sul marciapiede per avvicinarsi all’autobus. Fonte: qui

mercoledì 19 giugno 2019

L’ONU PUNTA IL DITO SUL PRINCIPE EREDITARIO SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN PER L’OMICIDIO DEL GIORNALISTA

SECONDO IL RAPPORTO CI SONO “PROVE CREDIBILI” CHE COLLEGANO LA MORTE AL PRINCIPE E AD ALTRI FUNZIONARI DEL REGNO SAUDITA: “UN’ESECUZIONE DELIBERATA E PREMEDITATA. 
UN CRIMINE EXTRAGIUDIZIALE DEL QUALE LO STATO DELL’ARABIA SAUDITA È RESPONSABILE…”

JAMAL KHASHOGGIJAMAL KHASHOGGI
«Prove credibili», che collegano il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e altri alti funzionari del Regno saudita alla morte del giornalista Jamal Khashoggi. È quanto emerge dal rapporto della relatrice speciale Onu, Agnes Callamard, che chiede alle stesse Nazioni Unite di indagare sul ruolo di Mbs nell’omicidio.

mohammed bin salman foto luca locatelli per il timeMOHAMMED BIN SALMAN FOTO LUCA LOCATELLI PER IL TIME






Nel documento di 100 pagine sulla morte lo scorso ottobre del reporter del Washington Post, acceso critico della Corona saudita, si definisce il suo omicidio come «un crimine extragiudiziale del quale lo Stato dell’Arabia Saudita è responsabile in base alle leggi internazionali sui diritti umani» e «un’esecuzione deliberata e premeditata».
JAMAL KHASHOGGIJAMAL KHASHOGGI




Analizzando la registrazioni delle conversazioni all’interno del consolato di Istanbul dove Khashoggi, fu ucciso, il rapporto ricostruisce gli ultimi momenti in vita del giornalista e gli scambi con gli emissari sauditi. Khashoggi si rifiutava di cooperare e ad un certo punto si percepisce il rumore di una colluttazione e un forte ansimare.

MOHAMMED BIN SALMANMOHAMMED BIN SALMAN
«L’analisi delle registrazioni effettuate dagli agenti dei servizi segreti turchi e di altri Paesi suggeriscono che a Khashoggi potrebbe essere stato iniettato un sedativo e che sia stato poi soffocato con un sacchetto di plastica». Secondo il relatore Onu, l’inchiesta saudita non è stata condotta in buona fede e potrebbe addirittura essere configurata come un ostacolo alla giustizia.

JAMAL KHASHOGGIJAMAL KHASHOGGI
Non solo, aggiunge il Guardian che ha potuto leggere l’intero rapporto: l’uccisione del giornalista ha messo in evidenza la vulnerabilità dei dissidenti che trovano riparo all’estero e anche il fatto che spesso debbano affrontare azioni sotto copertura da parte delle autorità dei loro Paesi d’origine o anche da parte di attori non statali ad essi collegati. «Ad oggi -scrive ancora la relatrice- lo Stato saudita non ha riconosciuto pubblicamente la sua responsabilità nell’uccisione di Khashoggi, né ha offerto le sue scuse alla famiglia, agli amici e ai colleghi di Khashoggi per la sua morte e per il modo in cui è stato ucciso».
i principi carlo e william con il principe della corona saudita mohammed bin salmanI PRINCIPI CARLO E WILLIAM CON IL PRINCIPE DELLA CORONA SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN

Callamard aggiunge di esser venuta a conoscenza di soldi offerti ai figli del dissidente, «ma è discutibile -sottolinea- che tale pacchetto di aiuti finanziari costituisca un risarcimento ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani».

Fonte: qui


KHASHOGGI TI INGUAIA IL DOMANI – L’ONU PUNTA IL DITO SUL PRINCIPE EREDITARIO SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN PER L’OMICIDIO DEL GIORNALISTA - SECONDO IL RAPPORTO CI SONO “PROVE CREDIBILI” CHE COLLEGANO LA MORTE AL PRINCIPE E AD ALTRI FUNZIONARI DEL REGNO SAUDITA: “UN’ESECUZIONE DELIBERATA E PREMEDITATA. UN CRIMINE EXTRAGIUDIZIALE DEL QUALE LO STATO DELL’ARABIA SAUDITA È RESPONSABILE…”

sabato 15 dicembre 2018

Il senato americano ha accusato principe ereditario saudita dell'omicidio Khashoggi

Il Senato degli Stati Uniti giovedì ha adottato una risoluzione dalla quale risulta che il principe ereditario dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, è responsabile della morte del giornalista dell'opposizione saudita Jamal Khashoggi.
I senatori hanno sostenuto all'unanimità la risoluzione, come risulta dai risultati delle votazioni.
In precedenza, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ammesso che il principe ereditario saudita era a conoscenza dell'omicidio del giornalista, ma ha chiarito che non ha intenzione di adottare nuove misure contro il Regno. Gli Stati Uniti hanno stilato di sanzioni contro 17 sudditi sauditi, che secondo Washington sono coinvolti nell'omicidio.
Fonte: qui

venerdì 14 dicembre 2018

IL TERRORISTA RESPONSABILE DELLA STRAGE DI STRASBURGO E' STATO UCCISO DALLA POLIZIA


L'UOMO NON AVEVA MAI LASCIATO LA CITTA' 

IL SOSPETTATO SI ERA RIFUGIATO IN UN MAGAZZINO: AVEVA UNA PISTOLA E UN COLTELLO 



strasburgo killerSTRASBURGO KILLER
Cherif Chekatt, il terrorista responsabile della strage di Strasburgo è stato ucciso dalla polizia durante un’operazione nella città alsaziana: ne ha dato notizia l’agenzia France Info. Il sospettato si era rifugiato in un magazzino a Neudorf, la zona di Strasburgo dove Chekatt era sfuggito a un primo blitz poche ore dopo la sparatoria. Il terrorista era ancora in possesso di una pistola e un coltello, le stesse armi con le quali martedì sera aveva ucciso tre persone al mercatino di Natale della città alsaziana. Secondo la testimonianza di un tassista preso in ostaggio durante la fuga, l’uomo era rimasto ferito in un primo conflitto a fuoco con la polizia subito dopo la strage.

L’ultima sparatoria e gli applausi della folla
ATTENTATO A STRASBURGO - CHERIF CHEKATTATTENTATO A STRASBURGO - CHERIF CHEKATT
Il terrorista è stato intrappolato dalla polizia in un edificio di rue du Lazaret e avrebbe sparato per primo alla vista degli agenti. Questi ultimi hanno reagito uccidendolo. Turisti e abitanti del quartiere si sono riversati nelle strade di Neudorf e hanno lungamente applaudito da dietro le transenne gli agenti che hanno partecipato all’operazione. A indirizzare le ricerche sarebbero state alcune testimonianze raccolte dalla polizia nel pomeriggio; era ben presto tramontata l’ipotesi che l’estremista fosse fuggito in Germania.

Fonte: qui

sabato 7 luglio 2018

SHOKO ASAHARA, FONDATORE E LEADER DEL CULTO 'AIM SHINRIKYO' È STATO IMPICCATO

SHOKO ASAHARA ERA RESPONSABILE DEGLI ATTACCHI COL GAS SARIN NELLA METROPOLITANA DI TOKYO NEL 1995 

É IL PRIMO DI 13 PERSONE A ESSERE GIUSTIZIATO: TUTTI LEGATI ALLA SETTA CHE IDEALIZZAVA LA FINE DEL MONDO



shoko asahara 1SHOKO ASAHARA
Shoko Asahara, fondatore e leader del culto Aim Shinrikyo, responsabile degli attacchi compiuti nella metropolitana di Tokyo nel 1995 col gas sarin, è stato giustiziato lo scorso venerdì, tramite impiccagione.

Il 63enne Asahara, il cui vero nome era Chizuo Matsumoto, è il primo ad essere giustiziato di 13 persone, legate a una serie di crimini commessi dal culto della «Verità suprema» che idealizzava la fine del mondo. Oltre al fondatore Shoko Asahara, sono stati oggi giustiziati venerdì altri 6 componenti del culto Aum Shinrikyo, responsabili dell’attacco.  

l'attacco 2L'ATTACCO

Asahara era stato arrestato nel maggio del 1995, due mesi dopo l’attacco del 20 marzo compiuto nella metropolitana di Tokyo, che aveva provocato 13 morti e coinvolto almeno 6.200 persone.

Inizialmente Asahara aveva negato di aver architettato l’operazione, ma durante il processo del 2004 ha ammesso di meritare la condanna per aver pianificato l’esecuzione dell’attacco. 
shoko asahara 2SHOKO ASAHARA 






La sua condanna a morte era stata decisa definitivamente nel 2006. Le udienze dei membri del culto Aum Shinrikyo sono andate avanti per oltre 20 anni nelle aule dei tribunali giapponesi, con quasi 200 incriminazioni e 12 condanne a morte. 

6 Luglio 2018

Fonte: qui

giovedì 24 maggio 2018

Incidente a Caluso(To), scontro tra Tir e treno: due morti e 23 feriti

Un grave incidente ferroviario è avvenuto mercoledì sera in provincia di Torino. In seguito all’urto sono deragliate le tre vetture di testa. Il Tir trasportava un carico eccezionale. Morti il macchinista del treno e un autista di un furgone di supporto




TORINO - È di due morti e 23 feriti il bilancio definitivo del grave incidente ferroviario avvenuto mercoledì sera attorno alle 23,20 sulla linea tra Torino e Ivrea: tre vagoni del treno regionale 10027, tra cui la motrice, sono deragliati dopo che il convoglio si è scontrato con un tir, che sarebbe rimasto bloccato sui binari, all’altezza di un passaggio a livello. Le vittime sono il macchinista del treno, Roberto Madau, 61 anni, e Stefan Aureliana, 64, che conduceva il mezzo di scorta tecnica al tir che a bordo aveva un carico eccezionale.

Autista lituano indagato per disastro colposo

È invece indagato per disastro ferroviario Darius Zujis, l’autista lituano di 39 anni alla guida del tir. L’uomo sarebbe risultato negativo all’alcoltest. A coordinare le indagini sull’incidente è il procuratore di Ivrea, Giuseppe Ferrando.

Tra Rodallo e Caluso

Lo scontro è avvenuto nella frazione di Are, tra le stazioni di Rodallo e Caluso, distanti cinque chilometri. Sul convoglio - l’ultimo della giornata su quella tratta - viaggiavano una trentina di persone, salite alla stazione di Torino Porta Nuova e dirette nei centri abitati della provincia nord del capoluogo piemontese. Ancora non è chiara la dinamica dei fatti ma una prima ipotesi parla di errore umano. La procura di Ivrea ha aperto un’inchiesta e l’autista del tir è indagato per disastro ferroviario.

Tre feriti gravi
Il macchinista Roberto Madau: ha perso la vita
Il macchinista Roberto Madau: ha perso la vita


Tra i 23 feriti tre sono più gravi, tra cui la capotreno, che sono ricoverati all’ospedale Cto di Torino. Al San Giovanni Bosco, sempre a Torino, sono stati trasportati tre feriti, tra cui un codice giallo. Un codice giallo, e uno verde, anche all’ospedale di Cirié. Sono invece tutti codici verdi i feriti trasportati all’ospedale di Chivasso, sette, e di Ivrea, otto.
Le vittime

Il primo bilancio, come detto, è di due morti e 23 feriti. Le vittime sono il macchinista del treno, Roberto Madau, 61 anni, e Stefan Aureliana, 64, che conduceva il mezzo di scorta tecnica al tir che a bordo aveva un carico eccezionale. Tra i feriti sono tre quelli in gravi condizioni tra cui la capotreno, ricoverata al Cto di Torino. Intubata e in coma farmacologico, la donna - incastrata tra le lamiere dei vagoni per un’ora prima che i soccorritori potessero recuperarla - ha riportato numerosi traumi da sindrome da schiacciamento e una frattura al bacino per la quale si trova ora in sala operatoria.

L’incidente

Secondo una prima ricostruzionefatta dai militari e dai vigili del fuoco e anche in base alle testimonianze, il tir adibito a trasporti eccezionali (container), e con targa lituana, avrebbe attraversato il passaggio a livello nonostante il semaforo stesse gia lampeggiando per annunciare l’arrivo del convoglio, partito da Torino alle 22,27. Il Tir, con targa lituana, procedeva a passo d’uomo con l’ausilio di tecnici a terra quando le sbarre del passaggio a livello si sono abbassate incastrando il cassone del mezzo mentre la motrice aveva già superato i binari. Un palo della luce è stato abbattuto e i cavi dell’alta tensione sono stati tranciati. Lo scontro, violentissimo, è stato inevitabile, con un vagone finito sull’altra, e decine di passeggeri incastrati. .«Il treno regionale 10027 era composto da 5 vetture e un locomotore - ha precisato Rete ferroviaria italiana - e in seguito all’urto sono deragliate le tre vetture di testa». La procura di Ivrea ha aperto un’inchiesta e indagato per disastro ferroviario Darius Zujis, l’autista lituano di 39 anni alla guida del tir travolto dl treno.

Piano ospedali

Nel frattempo, negli ospedali di Torino, Ivrea e Chivassoera già scattato il piano di maxi emergenza per accogliere i feriti. A coordinare le indagini, sul posto, è arrivato il procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando che, assistito al comandante provinciale dei carabinieri Emanuele De Santis ha sentito le prime testimonianze, di chi aveva assistito all’incidente o ne era rimasto coinvolto. Lo schianto ha praticamente troncato in due il mezzo pesante, con la cabina del tir da una parte, quasi verso i campi e il rimorchio sventrato.
Le indagini

L’autista del Tir, rimasto praticamente illeso nello scontro, è stato sottoposto all’alcoltest, per capire se avesse bevuto o guidasse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Secondo le prime testimonianze raccolte dagli investigatori, e le informazioni delle Ferrovie dello Stato, il passaggio a livello era perfettamente funzionante: bisognerà capire per quale motivo il tir è passato lo stesso, per poi rimanere fermo, praticamente sui binari. Il treno, che stava viaggiando normalmente, s’è trovato davanti il mezzo, senza praticamente avere il tempo per frenare.
La linea ferroviaria è interrotta per la rimozione delle carrozze. Per garantire gli spostamenti ai pendolari della linea Chivasso - Aosta Trenitalia garantirà i collegamenti con autobus sostitutivi. Fonte: qui

martedì 13 marzo 2018

THERESA MAY: ‘LA RUSSIA È MOLTO PROBABILMENTE RESPONSABILE DELL’AVVELENAMENTO DELLA SPIA SERGHEI SKRIPAL. L'AMBASCIATORE DI MOSCA DOVRÀ RISPONDERE ENTRO DOMANI A QUESTE DOMANDE: LA RUSSIA HA CONDOTTO L'ATTACCO O HA PERSO IL CONTROLLO DI SOSTANZE PERICOLOSE?’

RISPONDE MOSCA: ‘QUELLO DI THERESA MAY È UNO SHOW DA CIRCO’

SPIA RUSSA:MAY,RUSSIA MOLTO PROBABILMENTE RESPONSABILE
may putinMAY PUTIN

(ANSA) - La Russia è "molto probabilmente" responsabile dell'avvelenamento di Serghei Skripal. Lo ha detto la premier Theresa May in parlamento, sulla base delle indagini condotte finora, informando che l'ambasciatore di Mosca è stato convocato stamattina e dovrà "rispondere entro domani" a domande che gli sono state rivolte: ossia se la Russia abbia condotto l'attacco o "abbia perso il controllo" di sostanze pericolose dai suoi laboratori chimici. Secondo May, le tossine usate a Salisbury sono "del tipo" di sostanze che Mosca produce.

May ha ricordato quelli che la Gran Bretagna considera i precedenti a carico della Russia, dal caso Litvinenko, all'annessione della Crimea, alle accuse di interferenze nelle elezioni in altri Paesi. La premier ha quindi aggiunto che il governo britannico è pronto a denunciare l'attacco di Salisbury come "uso della forza illegale contro il Regno Unito" da parte di Mosca se non riceverà spiegazioni convincenti alla richiesta di chiarimenti indirizzata all'ambasciatore.
SKRIPAL1SKRIPAL1

  1. SPIA RUSSA: MAY, FATTO DEPLOREVOLE E SCONSIDERATO
(ANSA) - La premier britannica Theresa May ha ribadito in parlamento la condanna dell'avvelenamento dell'ex spia russa Serghei Skripal come "deprecabile e sconsiderato".

  1. SPIA RUSSA: POLEMICA CORBYN-MAY SU DONAZIONE OLIGARCHI RUSSI
SKRIPAL E FIGLIA 1SKRIPAL E FIGLIA 1
(ANSA) - Polemica sui contributi elettorali degli oligarchi russi fra il leader dell'opposizione laburista Jeremy Corbyn e la premier conservatrice Theresa May a margine del dibattito parlamentare di oggi sul caso dell'ex spia russa Serghei Skripal avvelenata con agente nervino a Salisbury. Corbyn ha chiesto conto delle centinaia di migliaia di sterline di donazioni di uomini d'affari russi ricevute da esponenti Tory.

May ha risposto che il suo partito "rispetta le regole" e le precauzioni fissate al riguardo. Quanto all'approvazione di una versione britannica del cosiddetto Magnitsky Act americano, per il sequestro di beni e divieto d'ingresso nei confronti di funzionari russi accusati di violazioni dei diritti umani o businessmen sospettati di corruzione e riciclaggio, May ha detto che il governo sta cercando "il massimo consenso" parlamentare sul testo. La premier non ha invece ha risposto sull'eventuale protezione accordata a Skripal, mentre sui rischi per la salute pubblica a Salisbury ha ribadito che ora sono "molto bassi".
SKRIPAL AVVELENATOSKRIPAL AVVELENATO

  1. SPIA RUSSA: MOSCA, DA MAY 'UNO SHOW DA CIRCO'
(ANSA) - Il ministero degli Esteri russo ha bollato come "uno show da circo" le dichiarazioni rese in Parlamento dalla premier britannica Theresa May, che ha accusato la Russia di essere "molto probabilmente" dietro l'avvelenamento di Serghei Skripal. Lo riferisce l'Interfax.

Fonte: qui

sabato 20 gennaio 2018

LA NUOVA SCUOLA: ECCO COME SMARTPHONE E TABLET PORTATI DA CASA SARANNO PERMESSI IN CLASSE.

IL MINISTERO STA PREPARANDO IL DECALOGO PER UN USO "ACCETTABILE" DEI TELEFONINI DENTRO AGLI ISTITUTI. 

FEDELI: "CON LA TECNOLOGIA CAMBIANO I MODELLI EDUCATIVI. SAREMO ALL'AVANGUARDIA DELL'EDUCAZIONE DIGITALE. RIFIUTARE CHE ENTRINO A SCUOLA NON È LA SOLUZIONE"

Ilaria Venturi per "la Repubblica"

a scuola con il tabletA SCUOLA CON IL TABLET
Si potranno usare per documentare, con video e foto, una gita, per tracciare percorsi col Gps durante una visita, per conoscere, grazie alle mappe, una città. Saranno utili per riassunti via twitter, per risolvere problemi matematici a colpi di touch: invece di alzare la mano, si preme il tasto sullo schermo dal banco. Potrà anche capitare nel bel mezzo di una lezione di sentirsi dire dal prof: "Prendete il cellulare, accendetelo, andate su Minecraft (il videogioco per costruire mondi, ndr): ora realizziamo insieme un museo e una biblioteca».

La svolta, annunciata a settembre dalla ministra Valeria Fedeli, ora fa un passo avanti. Il gruppo di esperti nominato dal ministero ha chiuso i lavori e definito una sorta di decalogo su come usare a scuola i dispositivi mobili degli alunni, lasciati sino ad oggi spenti negli zaini.

a scuola con il tablet 3A SCUOLA CON IL TABLET 3
Il presidente Macron ha appena bandito, al rientro dalle vacanze natalizie, i telefonini dalle scuole francesi. Noi li sdoganiamo per fare lezione, dopo che una circolare a firma del ministro Fioroni nel 2007 li aveva vietati sull' onda dei primi casi di cyberbullismo. «Il primo segnale che la scuola italiana è al centro del futuro», dichiara la ministra che oggi a Bologna, alla tre giorni dedicata alla scuola digitale, annuncerà le linee guida che si tradurranno («spero prima del nuovo governo») in una nuova circolare.

Fuor di retorica, Valeria Fedeli precisa: «La proibizione all' uso personale dei cellulari a scuola rimane, stiamo regolando il loro uso didattico, sotto il controllo del docente».

La ministra parte da un presupposto: «La natura del digitale cambia i comportamenti di una società e i modelli educativi. Di qui la necessità di assumerci questa responsabilità: dare contenuti certificati alla didattica digitale e governare fenomeni che comunque coinvolgono i nostri ragazzi fuori dalla scuola.

a scuola con il tablet 5A SCUOLA CON IL TABLET 5
Per fare questo sarà importante dare ai docenti una formazione adeguata, chiamare in causa anche università e case editrici. La scuola deve diventare anticorpo della società nei confronti di verità confuse, dibattiti superficiali, fake news, informazioni prive di fondamento scientifico». È l' assunto degli esperti: «Il telefonino è nelle mani di tutti, rifiutare che entri a scuola non è la soluzione. Meglio negoziare un uso responsabile».

Per questo l' indicazione agli istituti è di adottare una "politica di uso accettabile": un regolamento condiviso, e non calato dall' alto, che dica chiaramente cosa si può fare e cosa rimane proibito, quando accenderli, come evitare i furti, come non discriminare chi non ce l' ha o non scatenare la corsa all' ultimo modello. Il tutto coinvolgendo i consigli di classe e, soprattutto, spiegando bene agli studenti e alle famiglie regole e motivazioni.

a scuola con il tablet 4A SCUOLA CON IL TABLET 4
Vale per tutti gli ordini di scuola, in particolare per le medie e superiori. Ma anche alla primaria si potrà chiedere di portare un tablet da casa - spiegano gli autori del documento - e di condividerlo coi compagni per imparare grazie a piattaforme digitali dedicate.

Anche i videogiochi, quelli educativi, sono ammessi. Aule che così si trasformano all' istante in laboratori informatici. Purché s' insegni, insistono le linee guida, a usare questi strumenti in modo critico.

E se arrivano messaggi e i ragazzi si distraggono? «Insegnate loro a disattivare le notifiche, a non rispondere perché non è il momento: sono loro i padroni del mezzo.

Dobbiamo regolamentare ed educare all' uso: vale anche per i docenti nel rapporto con le studentesse », avverte la ministra riferendosi al caso degli abusi sessuali al liceo Massimo di Roma.
a scuola con il tablet 2A SCUOLA CON IL TABLET 

Per fare tutto questo, viene detto agli istituti di dotarsi di connessioni in grado di reggere. Il piano nazionale per la scuola digitale ha messo sul piatto un miliardo e 200mila euro, ne sono stati spesi la metà.

«Avrei voluto fare più in fretta - ammette Fedeli - ma è un investimento che deve andare avanti». Per arrivare a una vera e propria educazione civica digitale. Anche su questo gli esperti hanno già scritto un sillabo per le scuole.

Fonte: qui

mercoledì 18 gennaio 2017

IL MANAGER DI UBI CHE SPARA A ZERO CONTRO I VERTICI DELL'ISTITUTO

IL RESPONSABILE DELL'ANTIRICICLAGGIO DI UBI BANCA RIVELA AI MAGISTRATI TUTTE LE PORCHERIE NELLA GESTIONE DELLA BANCA, TRA EVASIONI, CAPITALI ALL'ESTERO, FILIALI IN PARADISI FISCALI CHE FINISCONO NEI PANAMA PAPERS E TRATTAMENTI SPECIALI PER CLIENTI ''SOSPETTI''

Maurizio Tortorella per La Verità

L’annotazione di servizio dei carabinieri è di sole 10 cartellette, quasi una goccia in un mare di oltre 46.000 pagine, depositate lo scorso 17 novembre dalla Procura di Bergamo alla chiusura delle indagini contro 39 indagati per una serie di presunti, gravi illeciti nella gestione di Ubi Banca.
UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

Ma quelle 10 cartellette contengono accuse durissime nei confronti dei vertici del quarto gruppo creditizio italiano: accuse quasi incredibili, ma tutte molto circostanziate e provenienti da una fonte decisamente autorevole, visto che ad affidarle agli investigatori nel maggio 2014 fu Roberto Peroni, all’epoca responsabile dell’Ufficio rischi di riciclaggio, finanziamento al terrorismo, segnalazioni operazioni sospette e indagini penali di Ubi Banca, cioè uno dei principali organi di controllo interni all’istituto.

Ora la denuncia di Peroni, di cui La Verità è entrata in possesso, dovrà ovviamente essere verificata e confermata in un giudizio che dev’essere ancora richiesto dalla Procura: ma rischia di aprire un nuovo fronte giudiziario particolarmente gravoso per alcuni dei 39 indagati di Bergamo. Le 10 paginette riguardano soprattutto l’industriale bresciano dell’acciaio Franco Polotti, al momento della denuncia (e fino al 14 aprile 2016) presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca.

Dopo una serie di segnalazioni interne, a suo dire frustrate dai vertici dell’istituto, il 23 maggio 2014 Peroni si decide a raccontare ai carabinieri quel che sostiene di aver visto. Chiede così un contatto via email con il comando dell’Arma, a Roma, e viene interrogato quattro giorni dopo, a Brescia. A due marescialli e un appuntato, che registrano le sue parole, il manager denuncia i collegamenti tra Polotti e Mariliano Mazzoleni, imprenditore dei rottami ferrosi e cliente della banca.

Su di lui, Peroni racconta parecchie cose: che la Popolare di Bergamo avrebbe già segnalato all’Ufficio italiano cambi nel 2005 per «movimentazioni milionarie della società rottami Cmps, poi liquidata», e che l’uomo sarebbe stato anche indagato per inquinamento ambientale. Ma quel che più conta è quel che Peroni dichiara di aver visto con i suoi occhi, come responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi Banca: «Ci arriva una se- gnalazione di operazione sospetta », racconta, «per un rimpatrio di ingenti quantità di denaro dalla Svizzera: stiamo parlando di 3,7 milioni di euro su un conto scudato, tramite una fiduciaria che abbiamo più volte segnalato per attività sospette e alla quale abbiamo chiuso tutti i rapporti perché evidentemente “scudava”, cosa che non potevamo accettare » .

BANCA UBIBANCA UBI
Peroni consegna ai militari copia delle segnalazioni che il suo ufficio ha fatto all’Unità di informazione finanziaria, cioè l’Uif, che dal 2008 è subentrata all’Ufficio italiano dei cambi come autorità centrale antiriciclaggio. Poi continua nella sua denuncia e racconta che contro Mazzoleni era stato addirittura disposto il sequestro di un’azienda, la Aom rottami: «Questa, però, è stata poi esclusa dall’indagine in quanto non controllata direttamente dal soggetto (cioè Mazzoleni, ndr), ma solo indirettamente. Perché c’era anche un altro socio. Allora noi facciamo gli approfondimenti e si scopre che l’altro socio di questa Aom rottami, al 50 per cento, è la Ori Martin, acciaierie e ferriera di Brescia: riconducibile come proprietà al presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca».

Insomma, le indagini del responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi gli fanno comprendere, a sorpresa, che l’uomo su cui sta indagando è in affari proprio con Polotti, cioè con il numero uno della sua banca. E sul punto, oltre alla denuncia, Peroni sembra voler consegnare ai carabinieri anche il suo personale scandalo:
PIERO GUSSALLI BERETTAPIERO GUSSALLI BERETTA

«Che un’azienda come la Ori Martin, con l’immagine e lo standing che ha su questa piazza, veda il suo presidente mettersi in società al 50 per cento con un soggetto che, stante il ruolo che Polotti ha in questo gruppo, sicuramente lo portava a conoscenza del fatto che (Mazzoleni ,ndr) è già stato inquisito in passato per queste cose e che grazie a queste attività ha portato notevolissime disponibilità economiche anche all’estero, che in parte ha scudato e fatto ritornare in Italia, e che quindi si è messo in società, mi si permetta di dire, con un disonesto…».

Dice proprio così, Peroni: usa il termine «disonesto», e l’aggettivo introduce una categoria moralistica, in quanto tale opinabile e certamente non condivisibile, nei confronti di chi non abbia subìto finora condanne definitive. Ma ben più grave è la sequenza di accuse che segue. Perché Peroni sostiene che Mazzoleni avrebbe fatto rientrare in Italia «notevoli capitali» tramite la fiduciaria Ser-Fid «che era quella che gli ha scudato alcuni rapporti che ha in Lussemburgo». E qui parte la denuncia più grave: «La Ubi Banca International in Lussemburgo», dichiara Peroni, «è in pratica la banca utilizzata dagli amici degli amici per fare le peggio schifezze ».

Va ricordato, a questo punto, che la Ubi Banca international del Lussemburgo, di cui nel maggio 2014 era presidente l’industriale bresciano delle armi Piero Gussalli Beretta, è comparsa anche nei cosiddetti «Panama papers»: una massa di 2,5 terabyte di dati, pubblicati nell’aprile scorso e provenienti da una fonte anonima interna allo studio legale panamense Mossack- Fonseca, che avrebbe curato gli interessi di centinaia e centinaia di soggetti (anche italiani) desiderosi di sottrarsi al fisco.
FAISSOLAFAISSOLA

Quell’immensa massa d’informazioni è stata minuziosamente analizzata, elaborata e pubblicata dai giornalisti dell’International consortium of investigative journalists, un circuito internazionale di cui in Italia fa parte l’Espresso . Quando ai primi dell’aprile 2016 l’Espresso aveva rivelato l’esistenza «di 40 sigle offshore, registrate a Panama e alle isole Seychelles, che appaiono legate a Ubi» attraverso la sua controllata lussemburghese, la banca prima aveva negato tutto.

Poi il 28 aprile, in meno di un mese, aveva velocemente ceduto Ubi International a una banca di Zurigo, la Efg International. E Beretta aveva lasciato la sua presidenza per diventare vicepresidente vicario nel consiglio di sorveglianza del gruppo Ubi. Ma torniamo a Peroni e alla sua denuncia.

Sulla filiale di Ubi in Lussemburgo, nel 2014 il capo dell’antiriciclaggio racconta ai carabinieri di essersi scontrato con un vero muro di gomma, all’interno del suo stesso istituto: «C’erano cose», sostiene, «che non si voleva fare emergere.

(…) Mi è stato inibito di farlo, e le inibizioni arrivavano anche sulle cose più allucinanti. Faccio due esempi pratici. Sono riuscito a ottenere che la (nostra , ndr) banca lussemburghese sottoponesse ogni nuovo potenziale cliente a un’analisi preliminare per verificare se c’erano pregiudiziali: se aveva avuto indagini penali, se aveva un rischio di riciclaggio, se fosse stato oggetto di segnalazione di operazione sospetta.

(…) Inizio a ottenere queste evidenze, e ogni settimana c’è qualche nostro cliente italiano che apre rapporti in Lussemburgo. Sono tutte persone che in Italia hanno basso rischio. Allora ai miei superiori faccio un ragionamento: scusate, ma se io voglio fare investimenti all’estero e sono a rischio basso o irrilevante, posso farlo tramite la mia filiale italiana; nel momento in cui invece voglio aprire un conto in Lussemburgo è perché ho qualcosa da movimentare o da gestire che in Italia non verrebbe accettato come lecito».

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Peroni propone quindi ai suoi superiori di elevare per tutti quei clienti «anomali» il livello di rischio riciclaggio. È una misura forte, probabilmente eccessiva in certi casi. Ma la risposta che gli arriva dalla banca è, a sua volta, eccessivamente garantista: «La risposta è stata: dimentica di aver fatto questa proposta». Infine, Peroni passa a un altro capitolo che definisce «allucinante », quello delle nomine.

E ai carabinieri racconta che nel marzo 2014 Ubi ha provveduto al rinnovo del consiglio d’amministrazione. Tra i premiati sono due figli di ex presidenti del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca: Cristina Faissola, figlia di Corrado, l’avvocato che dal 2006 al 2010 è stato anche presidente dell’Associazione bancaria italiana (è poi deceduto nel dicembre 2012); e Matteo Zanetti, figlio di Emilio. «Hanno trovato entrambi un posto», dice Peroni, «uno nel consiglio d’amministrazione della Popolare di Bergamo, l’altro nel consiglio della Banca Regionale Europea. Non hanno alcuna competenza specifica, se non il fatto di essere della famiglia».

La famiglia, già. E proprio sui Faissola, Peroni aggiunge un altro carico da 90: «Mesi fa», dice ai carabinieri, «ho avuto evidenza che il fratello di Corrado Faissola avesse fatto arrivare dalla Svizzera 350.000 euro in tranche da 50.000. Ho detto (ai miei superiori, ndr): questa è importazione di capitali, dobbiamo segnalarla all’Uif. No, non puoi segnalarla. E perché non posso? Vedi, mi hanno detto: l’ordinante è il figlio, un alto dirigente della Deutsche Bank a Londra, quindi guadagna molto, e può mandare soldi al padre. Ma io replico: i soldi arrivano dal Credit Suisse di Basilea, che cosa ha a che fare con la Deutsche Bank di Londra? Questi sono soldi che l’avvocato Faissola (Corrado , ndr) aveva illecitamente in Svizzera, e che dopo la sua morte il fratello sta facendo rientrare». Sospetti motivati o eccessivi, quelli di Peroni? Al momento non è dato saperlo.

Contattata dalla Verità , Ubi Banca oggi risponde alle dure accuse del suo manager sottolineando che la stessa Procura di Bergamo non deve avere trovato particolari riscontri alle sue parole, se è vero che nessuno dei capi d’accusa elevati nei confronti degli indagati contempla quel tipo d’ipotesi di reato.
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Nel verbale del maggio 2014 il manager si lamentava anche dell’eccessivo carico di lavoro, sostenendo fosse «una delle tecniche» per distrarlo dai suoi compiti: «Il fatto di ammazzarmi di lavoro è per impedirmi di avere tempo per fare altri approfondimenti », spiegava. 

È un dato di fatto che dal suo ufficio all’antiriciclaggio, dove due anni fa gestiva 45 persone, Peroni è stato poi trasferito a un’altra società del gruppo. Oggi ha molti dipendenti in meno. E si occupa di factoring.


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