domenica 11 settembre 2016
GERMANIA: CROLLA VIRTUALMENTE IL MARCO!

L’ho scritto l’altro giorno, non siamo mai sicuri in una certa misura siamo sempre ignari, direbbe il nostro caro Kenneth Arrows, la nostra conoscenza del modo in cui funzionano le cose, nella società o nella natura, è avvolta nella nebbia della vaghezza, quella su come funziona questa unione monetaria, questo euro addirittura non è vaghezza ma buio totale, totale blackout della consapevolezza.
Chi è con noi solo da poco, deve fare uno sforzo di rileggersi buona parte della nostra avventura per cercare di comprendere quello che in realtà sta accadendo, per semplificare, basta utlizzare il motore di ricerca Google, scrivere il nostro nome non a fianco l’argomento che interessa.
Visto che probabilmente non è stata una buona idea proporre questo post sotto l’ombrellone, in mezzo all’estate ad agosto, forse è il caso di riproporlo aggiungendovi una tabella che spiega nel dettaglio quanto sia insopportabile per la nostra economia questa terribile gabbia denominata euro.
Ma tu guarda abbiamo passato anni a raccontare al mondo intero il fallimento di questa unione monetaria, di questo sistema monetario, di una moneta fallita ancora prima di nascere, mentre loro, i giornali mainstream, cercavano di raccontare favole e leggende metropolitane.
Ricordo ancora ad esempio qualche anno fa uno dei tanti “dotti, medici e sapienti” che ho incontrato in occasione delle mie conferenze, che sdegnato mi disse. ” Mazzalai lei è un inconsciente, non sa quello che potrebbe accadere al nostro sistema bancario fuori dall’euro! “
In effetti, ho visto quello che è successo dentro l’euro al nostro sistema bancario e mi basta e avanza.
Poi all’improvviso una folgore sulla via di Damasco…
The One-Size Euro Mightn’t Be So Tight After All – Bloomberg
Quanto vale un euro: tra Grecia e Germania la differenza ha superato i 40 cent…

No dai, chi l’avrebbe mai detto! Talvolta alla talevisione, spesso ultimamente sui giornali con sfumature varie, si incomincia a raccontare che…
La forza della moneta unica sul dollaro, varia da Paese a Paese. L’equilibrio rispetto ai fondamentali dell’economia tedesca sarebbe a 1,4 dollari, mentre per quelli greci dovrebbe essere sotto la parità. L’azione della Bce ha ridotto le differenze, ma le mosse di Draghi non riescono a soddisfare a pieno nessuno.
MILANO – Se c’è un luogo nel quale mettere in discussione il motto che “l’unione fa la forza” è senza dubbio l’Eurozona e uno studio che arriva da Oxford Economics rinforza questa percezione.
L’economista Angel Talavera da Londra ha realizzato a inizio agosto una ricerca per Bloomberg Benchmark sull’euro e su quale dovrebbe essere la “giusta” quotazione contro il dollaro, se rispettasse la “forza” dell’economia dei suoi singoli componenti. In pratica, quale sarebbe il tasso di cambio equilibrato sul biglietto verde per otto delle economie rappresentative dell’area con la moneta unica.
Un modo per mostrare come le ampie differenze tra Nord e Sud del blocco europeo non sono rappresentate dalla forza della valuta comune, che per sua natura non può oscillare liberamente in ogni Paese (come invece accadeva fino ai tempi della lira, del marco o della dracma).
Proprio Germania e Grecia sono i due poli di questa osservazione, mentre l’Italia sta nel mezzo e ringrazia l’intervento della Bce per aver ritrovato un equilibrio. I numeri spiegano meglio il concetto.
Se la forza dell’euro dovesse rispondere solo ai fondamentali tedeschi (cioè alla solidità del bilancio di Berlino, alle sue prospettive di crescita e al suo saldo positivo nella bilancia dei pagamenti), il valore dell’euro dovrebbe essere intorno agli 1,4 dollari (attualmente siamo a 1,13 dollari).
Se invece rispondesse a una egemonia greca, dovrebbe stare sotto la parità.
Per l’Italia le cose vanno abbastanza bene, visto che il cambio ideale sarebbe poco sopra 1,15 dollari e quindi non lontano dalla situazione attuale.
Ovviamente, dietro questi numeri c’è tutto l’impatto del valore della moneta unica sulla presenza delle aziende dei vari Paesi europei sui mercati internazionali: la Germania sta di fatto presenziando il mondo con una divisa svalutata, della quale riescono a beneficiare le sue imprese esportatrici. La Grecia avrebbe invece bisogno di indebolire la moneta, cosa che non può evidentemente fare.
Peccato che questa è solo una faccia della stessa medaglia, peccato che in realtà, guardando il tutto da un’altra prospettiva, il cambio poco sopra a 1,15 non è affatto un buon cambio per la nostra economia, per le nostre esportazioni…
Come proposto ieri da Giovanni Zibordi su Twitter, secondo una ricerca targata Morgan Stanley, la Germania esporta fuori dall’Europa con un tasso di cambio svalutato di oltre il 26 % rispetto all’ Italia, la stessa percentuale di svalutazione subita dalla sterlina nell’ultimo anno.
«Alla luce di quanto è accaduto dal giorno del referendum sono assolutamente sereno». Nessun ripensamento per il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney accusato di aver previsto una dinamica economica in toni negativi e di aver varato troppo presto un nuovo allentamento monetario. Il numero uno dell’istituto centrale nell’audizione alla Commissione Tesoro di Westminster non ha rinunciato, però, a un’importante puntualizzazione.
«Il rischio di una recessione tecnica – ha detto – è oggi più lontano. E questo grazie alle misure adottate dal Comitato di politica monetaria». Ovvero al taglio dei tassi d’interesse al minimo storico di 0,25% e al nuovo round di quantitative easing, azioni varate ai primi di agosto.
Balle, ma quale politica monetaria, tutto grazie alla svalutazione della sterlina, il resto sono chiacchiere da bar dei banchieri centrali.
sabato 10 settembre 2016
Finanziamenti Italia-UE: per il Belpaese saldo negativo di 5,4 miliardi, ma è anche colpa nostra
La corte dei Conti ha pubblicato la Relazione annuale 2015 al Parlamento su “I rapporti finanziari con l’Unione Europea e l'utilizzazione dei fondi comunitari” che mette sulla bilancia i contributi economici che l’Italia versa all’Unione e i soldi che Bruxelles versa, invece, all’Italia per progetti di sviluppo e occupazione.
PUBBLICATO il su novedicembreforconi
Secondo la Corte dal 2008 al 2014, la casse italiane registrano un saldo negativo di 39 miliardi, che rappresenta quindi la differenza tra quanto abbiamo dato e ricevuto in quel periodo di tempo.
Soltanto nel 2014 l’Italia ha versato 5,4 miliardi in più di quanto abbiamo ricevuto come finanziamenti.
Su questi calcoli si alzano le voci di protesta contro i burocrati di Bruxelles, contro l’UE brutta e cattiva che complotta contro l’Italia. Ma in realtà, il fatto che l’Italia versi più di quanto riceve è fatto noto da tempo, da quanto sono in vigore le modalità di calcolo dei contributi dovuti dai Paesi membri all’UE. Il dato interessante che, però, la Corte dei Conti aggiunge alla discussione è che la responsabilità delle minori entrate rispetto alle uscite è anche nostra, perché non sappiamo spendere i finanziamenti provenienti dall’UE.
Come si finanzia l’UE
Basta andare sul sito dell’Unione Europa per verificare le modalità con cui si finanzia l’UE. La fonte principale è il contributo dei Paesi membri calcolato in circa lo 0,7% del reddito nazionale lordo. “I principi di base – si spiega - sono la solidarietà e la capacità contributiva, ma se ne risulta un onere eccessivo per determinati paesi, si procede ad aggiustamenti”. Un’altra parte dei soldi arriva dall’IVA di ciascun Paese (circa lo 0,3%) e dai dazi all'importazione sui prodotti provenienti dall'esterno dell'UE.
Per quanto riguarda il 2014, ultimo dato disponibile, la Corte dei Conti indica un saldo (negativo per l’Italia) di 5,4 miliardi di euro.
Il contributo italiano è diminuito del 7,5% rispetto all’anno precedente a fronte, però, di una flessione degli accrediti ricevuti dall’Unione per la realizzazione di programmi europei del 15,1%.
Inoltre, sottolinea la Corte, l’Italia continua a farsi carico insieme ad altri Paesi di una quota dei rimborsi al Regno Unito per la correzione dei suoi “squilibri di bilancio” (circa 1,2 miliardi di euro nel 2014, con un incremento di circa il 29% rispetto all’anno precedente). Le contribuzioni di Danimarca, Irlanda e Regno Unito sono ridotte rispetto agli altri Paesi perché non partecipano a certe politiche nel settore della giustizia e degli affari interni e quindi gli altri membri devono compensare versando a loro parte dei contributi.
Questi i grafici pubblicati sul sito dell'Unione Europea che indicano i fondi dati e ricevuti dall'Italia nel 2014.



Le responsabilità italiane del saldo negativo
Ma se la notizia dei contributi italiani maggiori dei finanziamenti non è nuova, risulta interessante il dato evidenziato dalla Corte dei Conti sulla gestione italiana dei soldi provenienti dall’UE.
L’analisi della Corte ha evidenziato che “per far fronte ai ritardi nell’utilizzo di tali fondi ed evitare perdita di risorse comunitarie, le Autorità italiane, d’intesa con la Commissione Europea, hanno ridotto la quota di cofinanziamento nazionale, attraverso le riprogrammazioni definite nell'ambito del Piano di Azione Coesione”.
L’Italia da una parte non impiega soldi per i confinanziamenti con l’UE e dall’altra utilizza male i fondi accreditati dall’Unione. La Corte sottolinea il capitolo delle frodi e delle irregolarità per i contributi illeciti che continuano a crescere di anno in anno, tanto da raggiungere quota 142,2 milioni in salita rispetto agli 82 milioni di un anno prima. Questo dato di fatto non solo ci fa perdere in termini di credibilità internazionale, ma anche in termini economici veri e propri.
Formazione, occupazione, imprenditoria e agricoltura sono i settori maggiormente coinvolti nelle frodi e nelle truffe con i soldi europei.
“Un fenomeno che desta allarme” e che porta spesso alla “mancata realizzazione delle attività finanziate, soprattutto con riguardo ai contributi pubblici”. Insomma miliardi che partono dall’Europa, finiscono nella casse italiane che le impiega per opere o attività fantasma.
Ma ormai la programmazione dei finanziamenti europei 2007-2013 è andata, ma siamo ancora in tempo per cercare di recuperare quella in corso, 2014-2020. A riguardo la Corte osserva che “l’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione europea, del novembre 2014, prevede che le criticità dei cicli precedenti vengano superate attraverso una programmazione più trasparente e verificabile, un monitoraggio permanente ed un supporto all’attuazione, anche grazie alla Agenzia per la coesione territoriale, i piani settoriali nazionali di riferimento nonché i piani di rafforzamento amministrativo per le Amministrazioni centrali e per le Regioni”. Speriamo che la trasparenza sia sufficiente a contrastare il malaffare tutto italiano.
Insomma, il saldo tra soldi ricevuti e versati dall’UE resta anche nel 2014 negativo, ma non per un accanimento dell’Unione nei confronti dell’Italia, ma perché è l’Italia stessa che continua a dimostrarsi bravissima nel darsi la tappa sui piedi da sola. E poi addossare la colpa agli altri.
MA POTREMMO FAR DI MEGLIO, MANDARE TUTTA LA UE A QUEL PAESE E CHIUDERE QUELL'IGNOBILE TEATRINO PER FALLIMENTO E RISPARMIARE LE SOMME RELATIVE AL SUO INUTILE MANTENIMENTO!!!!
Fonte: qui
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I COLOSSI USA DI MORGAN STANLEY E GOLDMAN SACHS PREVEDONO BOCCIATURA PER IL REFERENDUM BY RENZI: "I NO AL 65%"
COSI' PIU' DIFFICILE IL SALVATAGGIO DI MONTEPASCHI, TARGATO JP MORGAN
"NON HA UN PIANO INDUSTRIALE", DICONO GLI INVESTITORI (TRADUZIONE: LA BANCA NON HA FUTURO)
PASSERA STA ALLA FINESTRA
Giovanni Pons per “La Repubblica”
Le nubi che si stanno addensando sull’autunno- inverno delle banche italiane sono plumbee. In soli due giorni due merchant bank di standing mondiale come Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno prodotto ricerche per fornire la loro previsione sul referendum costituzionale che avrà luogo in Italia tra fine novembre e i primi di dicembre. Come mai?
In effetti l’esito del referendum e il conseguente destino del governo di Matteo Renzi possono avere una notevole influenza sul sentiment degli investitori internazionali verso l’Italia.
Se poi si aggiunge che al voto del referendum è legata anche la ricapitalizzazione da 5 miliardi del Monte dei Paschi, in cui si stanno impegnando JP Morgan e Mediobanca, si capisce perchè le principali banche d’affari Usa abbiano preso carta e penna per mettere in guardia i loro clienti.
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«I nostri economisti vedono una probabilità del 65% di rigetto del referendum costituzionale», scrivono gli analisti di Morgan Stanley specializzati sul settore bancario, «se sarà così vi sarà un periodo di incertezza, con ricadute sulla fiducia e sulla crescita del Pil».
E la conseguenza sulle banche e su Mps sarà inevitabile.
«Più importante, noi pensiamo che una vittoria del “No” andrà a influenzare le banche italiane, creando difficoltà al piano di ristrutturazione di Mps e un rischio di contagio per tutto il settore bancario europeo»(LA VITTORIA DEL "NO" AL REFERENDUM CREEREBBE PIU' DI QUALCHE PROBLEMA AGLI USURAI E AGLI SPECULATORI FINANZIARI!!!).
Insomma, ciò che i più acuti osservatori temevano ora si sta verificando. E il cambio in corsa del numero uno del Monte annunciata ieri è la prima conseguenza di una situazione che si sta progressivamente complicando. Quali sono le possibili soluzioni?
Il governo, che attraverso il ministero dell’Economia è anche il primo azionista di Mps con il 4%, per non dover intervenire attraverso una procedura di risoluzione si è affidato mani e piedi alla soluzione prospettata da JP Morgan e Mediobanca. E cioè vendita di 27 miliardi di sofferenze lorde al fondo Atlante e successiva ricapitalizzazione da 5 miliardi da effettuarsi sul mercato.
Ma questo piano è entrato ben presto in difficoltà per una serie di motivi ben precisi.
L’ammontare dell’aumento è troppo elevato, il prezzo a cui verranno offerte le azioni Mps sarà al di sopra della media a cui quotano le banche italiane, l’ad aveva già chiesto al mercato 8 miliardi dicendo che erano gli ultimi, non c’è un piano industriale a supporto dell’operazione che per l’appunto risente del rischio referendum. La prossima sostituzione dell’ad risolve uno di questi problemi ma gli altri rimangono sul tavolo inclusa una accesa rivalità tra banche d’affari che impedisce di trovare altre vie d’uscita.
Finora non è stata infatti presa in considerazione l’opzione Passera-Ubs, il cui piano di risanamento non è stato esaminato da Siena. Nella sua versione più aggiornata il piano dell’ex ad di Intesa Sanpaolo prevede 2,5 miliardi di aumento di capitale per Mps che sarebbe già coperto da investitori istituzionali americani.
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Dunque non si passerebbe dalle forche caudine del mercato e si sterilizzerebbe l’effetto referendum. La bad bank con 30-32 miliardi di sofferenze lorde verrebbe gestita con più calma e le azioni della “good” e della “bad” verrebbero distribuite agli azionisti. Un miliardo arriverebbe dalla conversione volontaria di bond e gli utili dei prossimi due anni sarebbero destinati a riserva. Senza pagare commissioni esagerate per il prestito ponte. Si vedrà nei prossimi giorni se il cda del Monte vorrà esaminare questa soluzione.
Fonte: qui
venerdì 9 settembre 2016
LA COREA DEL NORD ANNUNCIA DI AVER EFFETTUATO CON SUCCESSO IL QUINTO TEST NUCLEARE
ALLE 2:30 ORA ITALIANA, NEL SITO DI PUNGGYE-RI, SI E’ REGISTRATA UN’ESPLOSIONE CHE HA PROVOCATO UN TERREMOTO DI MAGNITUDO 5.3
OBAMA MINACCIA CICCIO KIM: "CI SARANNO SERIE CONSEGUENZE"
Da www.ansa.it
La tv di stato della Corea del Nord ha annunciato il successo del quinto test nucleare del paese. Lo riferisce l'agenzia cinese Xinhua su Twitter. Pyongyang ha detto di aver effettuato un test di una "esplosione di testata nucleare" per contrastare quella che definisce "ostilità" degli Stati Uniti. Le testate "possono essere montate su missili strategici balistici", secondo quanto riferisce la tv di Stato Kctv, come riporta la Cnn. L'emittente specifica che tali testate possono essere "prodotte in quantità ed in vari formati".
Una "esplosione" che ha provocato un terremoto di magnitudo 5.3 è stata segnalata dal Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) alle 2:30 di venerdì ora italiana nei pressi di un sito di test nucleari nel nordest della Corea del Nord, a Punggye-ri.
Il sisma artificiale registrato oggi nel nordest della Corea del Nord, di magnitudo 5 secondo le rilevazioni di Seul, potrebbe essere un test nucleare deciso per celebrare il 68/o anniversario della nascita della Repubblica democratica di Corea, avvenuta il 9 settembre del 1948 su iniziativa di Kim Il-sung.
E' l'ipotesi rilanciata dall'agenzia Yonhap, citando una fonte governativa sudcoreana, secondo cui sono in corso le verifiche sulla detonazione atomica. Se confermata, sarebbe il quinto test nucleare dopo quelli del 2006, del 2009, del 2013 e di gennaio 2016
Il test nucleare effettuato oggi dalla Corea del Nord "è il più potente fino ad ora, poco meno forte dell'esplosione della bomba atomica su Hiroshima". Lo hanno riferito fonti militari di Seul secondo quanto riportato dai media internazionali. La potenza sprigionata dal quinto test di Pyongyang, hanno spiegato l'agenzia meteorologica sudcoreana, è stata pari a "10 kilotoni, quella di Hiroshima a 15".
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| KIM JONG UN |
"Lo sviluppo delle armi atomiche da parte della Corea del Nord costituisce una grave minaccia per il Giappone", ha detto il premier nipponico Shinzo Abe dopo che il governo di Tokyo ha confermato che il tremore registrato, pari a un'intensità sismica di 5.0 nelle coste nord orientali della penisola coreana, è stato causato da un test nucleare condotto dal regime di Pyongyang.
Il capo di Gabinetto giapponese, Yoshihide Suga, ha ribadito che un nuovo sistema di sanzioni unilaterali verrà applicato e l'esecutivo continuerà a cooperare con i principali paesi dell'area incluse la Cina la Russia. L'esperimento odierno ha provocato le maggiori onde sismiche mai registrate prima, rispetto ai 4 precedenti test atomici condotti dalla Corea del Nord.
Obama avverte: 'Gravi conseguenze'
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| KIM JONG UN ASSISTE AL LANCIO DI MISSILI |
Dopo il nuovo test nucleare della Corea del Nord, la Casa Bianca ha "ribadito l'incrollabile impegno degli Stati Uniti per la sicurezza dei nostri alleati in Asia e in tutto il mondo". E il presidente americano Barack Obama, che è in contatto con i partner giapponese e sudcoreano, "ha indicato che continuerà a consultare i nostri alleati e partner nei prossimi giorni, per garantire che le azioni provocatorie della Corea del Nord avranno conseguenze molte serie". Lo si apprende dalla Bbc.
Anche la Germania è stufa. Sì, ora tutto è possibile in Europa
La Merkel si accorge di aver sbagliato sui profughi. Ora. Troppo tardi.
Come è tardiva la reazione dell’establishment all’ondata dei movimenti di protesta che sta avendo successo in molti Paesi europei. Non entro nel merito delle ragioni che hanno portato a un risultato storico in Meclemburgo-Pomeriana, ragioni che peraltro sono ovvie. Il significato del voto di domenica, nella sua accezione più politica, travalica i confini della Germania. Si potrebbe dire che il tappo è saltato.
Quale tappo?
Quei condizionamenti psicologici e culturali che fino a giugno inibivano molti elettori dal dare le proprie preferenze a partiti che il politically correct bollava come “populisti”.
Ma a giugno i britannici hanno votato per il Brexit dando ragione a Boris Johnson ma soprattutto a Nigel Farage, l’ex uomo d’affari che per 17 anni si è battuto contro l’Europa fino ad ottenere un voto che veniva considerato impossibile e foriero di catastrofiche conseguenze economiche.
Farage era un impresentabile, ora è considerato un politico rispettabile e soprattutto vincente mentre la Gran Bretagna è tutt’altro che in ginocchio. L’impressione è che quel voto segni uno spartiacque, che abbia sdoganato idee e movimenti che il pubblico moderato non considera più off limits.
La cavalcata di Alternative für Deutschland non sembra destinata ad esaurirsi rapidamente, tanto più a un anno dalle politiche.
Il quadro politico è in movimento anche altrove. Fra meno di un mese l’Ungheria andrà alle urne per dire sì o no alla ripartizione di quote di profughi decisa dall’Ue e si profila un risultato plebiscitario contro Bruxelles. Lo stesso giorno, domenica 2 ottobre, gli austriaci ripeteranno il ballottaggio presidenziale e le chances che a prevalere sia il leader del Partito delle Libertà Norbert Hofer sono alte. Negli Stati Uniti, Trump ha recuperato gran parte dello svantaggio su Hillary. In Francia si vota tra meno di un anno e Marine Le Pen appare destinata ad approdare al ballottaggio. Negli altri Paesi europei i partiti di centrodestra e di centrosinista soffrono la concorrenza di liste di ogni orientamento.
In Italia le potenzialità del voto di protesta sono notevoli, nonostante le vicissitudini della giunta Raggi abbiano tolto tanto smalto al Movimento 5 Stelle e benché la Lega di Salvini si sia fermata nei sondaggi.
La sfida, però, per tutti questi movimenti è quella di riuscire a passare alla fase 2 ovvero a dimostrare di essere capaci non solo di ottenere ampi consensi elettorali ma di saper governare, il che significa riuscire a evitare di commettere un errore ricorrente: quello di scegliere la squadra dopo aver vinto le elezioni, di scoprire la macchina burocratica solo quando si entra nel Palazzo, di studiare i dossier in “real time” ovvero troppo tardi.
Insomma di dimostrarsi sin dalle prime battute competenti, informati e autorevoli.
Solo in questo modo potranno durare. Solo così potranno cambiare davvero le cose o perlomeno tentarci seriamente.
Fonte: blog.ilgiornale.it/foa
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L'Austria schiera l'esercito lungo le frontiere e chiude i confini
Un'intesa raggiunta dai partiti di maggiornaza prevede non soltanto l'utilizzo dei militari ma anche la chiusura alle richieste di asilo e il rimpatrio dei non aventi diritto
L'Austria schiera l'esercito lungo le proprie frontiere, chiude i confini e rifiuta le nuove richieste di asilo.
Il governo di Vienna ha approvato un provvedimento d’emergenza anti-immigrazione che prevede il blocco delle richieste d’asilo e 2.200 soldati schierati al confine. Oltre a ciò vengono inaugurate delle misure mai utilizzate in precedenza: l'accordo prevede infatti anche il rimpatrio dei non aventi diritto nei Paesi d'origine, purché si tratti di "Paesi sicuri". Il decreto avrà una durata di sei mesi ma potrà essere prolungato tre volte, informa Der Standard. Non è ancora chiaro se entrerà in vigore quando sarà raggiunto il tetto delle 37.500 richieste di asilo previsto per il 2016 o prima.
L'intesa è stata raggiunta dopo lunghe trattative tra socialdemocratici della Spö e il partito popolari della Övp.
Una volta entrata in vigore, richieste di asilo al confine saranno possibili solo in casi eccezionali (come il rischio di torture nel paese di provenienza oppure la presenza di parenti in Austria) e se il richiedente viene trovato su territorio nazionale e se la via della sua fuga verso l'Austria non potrà più essere ricostruita.
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