9 dicembre forconi

domenica 12 giugno 2016

Da dove arriverà il nuovo collasso dell’economia

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COLLASSO ECONOMICO - «C’è una supernova pronta a esplodere», ha avvertito Bill Gross, numero uno di Janus Capital. Si riferiva ai 10 trilioni di bond con tassi negativi. Ma in giro ci sono molte altre micce: il petrolio che non risalirà, Trump, la Brexit. Senza dimenticare, sullo sfondo, la Cina e i Paesi emergenti

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Arriverà la Supernova?

Ci sarà un nuovo 2008?

Una nuova era di fallimenti a catena è più dietro l’angolo di quanto non pensiamo?

La sfera di cristallo non è ancora in commercio, ma il nervosismo si sta impossessando dei mercati. I sondaggi favorevoi ala Brexit hanno affondato le borse europee, venerdì 10 giugno, e i rendimenti ai minimi storici del Bund decennale tedesco (arrivati allo 0,01%) fanno temere nuove bolle, come hanno avvertito venerdì, in Germania, il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble e il governatore della Bundesbank, Jens Wiedmann. Che di rischi all’orizzonte ci sia abbondanza è facile capirlo. Sono di origine finanziaria, ma oggi in larga parte anche politica. Vediamoli, in ordine di pericolosità.

Petrolio

Se ne parla meno di qualche mese fa, perché i livelli sono risaliti da 30 a 50 dollari al barile. Ma l’Opec tra aprile e giugno non ha trovato un accordo sulla riduzione della produzione e l’aumento sembra più derivare dagli incendi in Alberta (Canada) e da vari scioperi che hanno interessato il settore. Stimare il prossimo andamento dei prezzi è diventato un esercizio quanto mai aleatorio, come ha sottolineato anche un recentissimo paper di McKinsey. Ci, in ogni caso, molte ragioni per pensare che il prezzo del petrolio non risalga nei prossimi cinque anni. Come ha sottolineato un “guru” dell’energia come Leonardo Maugeri, professore di Harvard, a parte le crisi politiche tra Arabia e Iran, tutto lascia pensare che non ci sarà una risalita.
Questo è un problema innanzitutto per i produttori indipendenti di shale oil, che hanno costi di produzione elevati. I loro debiti, tuttavia, non stanno aumentando, perché le banche hanno tagliato di un terzo le loro linee di credito. Continuano invece a crescere i debiti delle grandi compagnie. Il meccanismo è spiegato daun’analisi pubblicata dall’economista Giorgio Arfaras sul sito del Centro Einaudi. Le società hanno in questo momento un “clash flow” insufficiente. Se possono tagliare investimenti futuri (come l’esplorazione nell’Artico), non possono tagliare investimenti correnti, come quelli per le manutenzioni. Non solo: hanno la necessità di distribuire comunque i dividendi, perché tra i loro azionisti figurano tipicamente fondi pensione o Stati. Con quali conseguenze? Non di tipo sistemico, spiega Arfaras, soprattutto per i produttori indipendenti. «Gli effetti ci sarebbero sulle obbligazioni delle azioni collegate alle aziende, ma non sulle banche». Uno scenario quindi diverso dalla crisi dei mutui subprime del 2008.
E allora perché mettere il petrolio al primo posto tra i rischi mondiali? La risposta va cercata in Russia, Iran e Venezuela. Tutti posti dove, con tutte le limitazioni del caso, si tengono delle elezioni. E, quindi, un sistema sociale va tenuto in piedi. Bene. In Russia questo sistema sociale ha bisogno di un petrolio a 80 dollari al barile. Se il tappo salta, le conseguenze sono imprevedibili. Dei rischi di tensioni geopolitiche legati all’instabilità sociale dell’Iran è appena il caso di parlare. Sarebbero maggiori di quelli che ha di fronte l’Arabia Saudita. Anche il suo sistema sociale è messo in crisi, ma Riad ha abbastanza riserve da poter resistere qualche anno. Il suo piano di sviluppo, i cui primi punti sono stati appena presentati, può poggiarsi sulla privatizzazione di una parte dell’Aramco, il più grande fondo sovrano al mondo.

Trump

I sondaggi non lasciano tranquilli. Uno scandalo in grande stile che coinvolgesse Hillary Clinton potrebbe mettere Donald Trump nelle condizioni di vincere la gara della presidenza. I sondaggi cambiano e andranno visti quelli effettuati con la nomination in manno alla Clinton. Tuttavia il rischio c’è. C’è quello di una guerra commerciale con la Cina e, in misura minore, con la Russia. «Si tornerebbe a un clima da Guerra Fredda», dice a Linkiesta l’economista dell’Università di Bologna Paolo Manasse. Ma soprattutto c’è il rischio di un’esplosione del debito pubblico, se fossero attuate le riforme fiscali promesse, a partire dalla “flat tax” e dai tagli alle tasse per 10mila miliardi di dollari. «Il Congresso probabilmente lo impallinerebbe, ma se realizzasse le sue promesse, Trump incrementerebbe il debito del 38% rispetto a uno scenario base», aggiunge Giorgio Arfaras. La conseguenza? Una debolezza dell’economia Usa che si riverberebbe sul resto del mondo.
Un economista di parte ma autorevole come Larry Summers (già segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton e rettore di Harvard) è andato già durissimo. «I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr) - ha scritto in un articolo del Financial Times ripreso dal Sole 24 Ore -. Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi. Le ripercussioni si farebbero sentire ben oltre i confini degli Stati Uniti». Non solo. «Non c’è bisogno dell’approvazione del Congresso per revocare un trattato commerciale - continuato Summers -. Se Trump facesse anche solo la metà di quello che ha promesso, scatenerebbe senza alcun dubbio la peggiore guerra commerciale dai tempi della Grande Depressione». Problemi che sarebbero aumentati dalle tensioni geopolitiche e dalla discesa della fiducia delle imprese.
«I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr). Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi»
Larry Summers

Banche e assicurazioni europee

I tassi a zero della Bce danno respiro agli Stati, e in particolare a Stati come l’Italia che sono molto indebitati. Tuttavia stanno creando sempre più problemi alle banche, assicurazioni e fondi pensione. La sfilza di risultati negativi in tutta Europa è stata ricordata, tra gli altri, dal presidente del fondo Atlante Alessandro Penati, al Festival dell’economia di Trento. Le banche in difficoltà sono un campanello d’allarme da non sottostimare. Per quelle italiane la difficoltà a fare utili significa, in primo luogo, l’impossibilità di togliersi di dosso il macigno di incagli e sofferenze, anche per l’impossibilità di una bad bank di sistema e il limitato effetto delle Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze), le mini-bad bank locali dove il prezzo di garanzia deve essere a valori di mercato.
C‘è anche un altro risvolto dei tassi bassi: il basso costo del debito (con l’Euribor negativo) spinge gli operatori di private equity a tornare a usare in modo aggressivo l’effetto leva. Il risultato: acquisti di aziende a costi stratosferici per lo più a debito. Come faceva Lehman Brothers. A mettere in guardia dai rischi di tassi troppo bassi è stato tra gli altri il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau. E poi c’è l’arci-nemico di Draghi, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che al G7 di Sendai di fine maggio è stato chiarissimo. «Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti».
E se economisti e politici non fossero sufficienti, meglio dare retta a chi i soldi li muove, e tanti. Come Larry Fink, Ceo di BlackRock. O Bill Gross, ex numero uno e co-fondatore di Pimco, che ha lasciato da un anno e mezzo per Janus Capital Group. «I rendimenti globali sono al loro punto più basso in 500 anni di storia. 10 trilioni di dollari (10mila miliardi, ndr) di bond con tassi negativi. Questa è una supernova che un giorno esploderà», ha scritto Gross in un commento su Twitter che ha messo in agitazione il mondo della finanza globale.
 


«Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti»
Wolfgang Schäuble

Brexit

Quali sarebbero gli effetti di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea? Lo si scoprirà dopo il 23 giugno, se dovessero vincere i favorevoli alla Brexit. Le conseguenze sarebbero negative innanzitutto per la Gran Bretagna: una serie di studi, da quelli del Tesoro a quelli degli industriali, hanno ipotizzato discese del Pil, aumento del debito pubblico e conseguenti tagli sociali. L’Ocse ha quantificato in una diminuzione della crescita del 3% entro il 2020 e del 6% entro il 2030. Ma per il resto d’Europa che cambierebbe? «Se la seconda economia del continente entra in recessione, l’impatto non può che farsi sentire anche sugli altri Paesi», prevede Manasse. Di certo nel breve periodo si spalancherebbero le porte ai ribassisti. «Sarebbe un’ottima scusa per imbastire politiche al ribasso in Europa» da parte degli investitori, prevede Arfaras. L’azione di acquisto di bond da parte della Bce, attraverso il Quantitative Easing, dovrebbe porre al riparo i titoli di Stato e non fare impennare, in Italia, lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Tuttavia le conseguenze si farebbero sentire fortemente sui mercati azionari. Dove, se guardiamo a Piazza Affari, i primi mesi dell’anno sono già stati funesti, soprattutto per il fragile e cruciale settore bancario.
E nel lungo periodo? Tutto dipenderà dalle conseguenze politiche sugli altri Paesi. La Brexit potrebbe rinvigorire i partiti anti-europeisti, in Francia e nei Paesi dell’Est. Qualcuno dei quali potrebbe essere tentato di seguire la via inglese.

Cina

«China, China, China». L’ossessione di Donald Trump è stata tra lo scorso luglio e lo scorso gennaio lo spauracchio delle economie mondiali, a causa delle brusche discese della Borsa di Shanghai dopo anni di crescita elevatissima. Ma in seguito abbiamo capito che le banche cinesi, almeno per ora, vedono una partecipazione molto ridotta da parte di investitori occidentali. L‘effetto sistemico non c’è stato.
La situazione cinese resta comunque di difficile lettura: da una parte ci sono i segnali positivi di una transizione in atto senza troppi scossoni da un’economia basata su investimenti pubblici ed export a una di servizi e consumi, accompagnata da una rinnovata spinta agli investimenti esteri. Dall‘altra tornano in maniera carsica le preoccupazioni su due spine cinesi: la situazione delle “shadow bank” e il rischio di una bolla immobiliare. «La verità è che non sappiamo molto della vera situazione delle banche cinesi. Sospettiamo che sia un pasticcio e che abbiano problemi di riscossione dei debiti» spiega Arfaras. «La Cina diventerà importante se, saltando il suo sistema finanziario, le aziende si trovassero costrette ad abbassare i prezzi per vendere i beni all’estero. Questo creerebbe un problema di deflazione generale nel mondo».

Paesi emergenti

In genere ce ne preoccupiamo solo per i riflessi sull’export italiano. Ma che rischi comporta il rallentamento dei Paesi emergenti, a partire da Brasile e Russia, colpiti dal calo dei prezzi delle materie prime? Il vero problema è il loro indebitamento e in particolare la loro esposizione in dollari. Per questo una politica di rialzo dei tassi da parte della Fed (la banca centrale statunitense), con il probabile aumento del valore del dollaro, aggraverebbe la situazione degli emergenti e metterebbe il mondo di fronte a un rischio sistemico. Questo, però, è noto da tempo e l’estrema prudenza e gradualità nell’aumento dei tassi da parte di Janet Yellen ha lo scopo di evitare passaggi traumatici.
Fonte: qui

Massimo Fini e il flop della democrazia: «In Italia non siamo cittadini, siamo sudditi»

arton37126-7572A più di dieci anni dall'uscita del suo "Sudditi", Massimo Fini torna a parlare del fallimento della Democrazia, che doveve essere "il migliore dei sistemi possibili", ma si sta rivelando l'antitesi di se stessa

Nel nostro sistema di valori occidentale, costruito sui valori del razionalismo, del positivismo e del relativismo, ci sono poche parole che sono ancora intoccabili e sacre. Una di queste è senz'altro la parola Democrazia, ammantata da decenni dell'aura leibniziana del «migliore dei sistemi possibili» e considerato praticamente all'unanimità come il punto di arrivo della storia politica dell'Umanità.
Tanto ne siamo convinti di questa certezza, che, come altre certezze più antiche, è sventolando il suo vessillo che abbiamo seminato il caos in mezzo mondo. Per tentare di esportarla, dicevamo. Per regalare, in nome della nostra infinita bontà e magnificenza, la libertà e il benessere a tutto il mondo.
Eppure, in questo modello di società, qualcosa non va. La democrazia doveva essere un tavolo attorno al quale far sedere le parti opposte, quelle da sempre in conflitto all'interno della società, per arrivare a dei compromessi. Ma è diventato tutto il contrario. E la dialettica tra maggioranza e minoranza si è trasformata in dittatura della maggioranza in nome della governabilità e della velocità decisionale.
Svuotata del suo senso, la democrazia si avvia al fallimento? Il più titolato, almeno in Italia, per rispondere a questa domanda è Massimo Fini, giornalista, polemista, intellettuale disallineato e perennemente fedele a se stesso, autore, nel lontano 2004, di un attacco durissimo sotto forma di pamphlet e sotto il titolo di Sudditi, Manifesto contro la Democrazia, edito da Marsilio.
«La democrazia, in Italia, non c'entra niente con la democrazia», dice Fini. «La nostra più che una democrazia è una partitocrazia, ovvero una superstizione con, come protagonisti assoluti, soggetti di diritto privato, i partiti, che come tali non hanno più valore di una bocciofila. È una spartizione di potere tra queste lobby che utilizzano metodi mafiosi, in senso lato del termine. Questa non è democrazia».

Perché?


Perché la democrazia nasce dal pensiero liberale, e il pensiero liberale voleva valorizzare capacità meriti e potenzialità del singolo individuo. Questo invece non è avvenuto. L'ha detto bene la scuola elitista italiana dell'inizio del Novecento, considerata chissà perché di destra, Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Roberto Michels. Dice giustamente Mosca che, quando cento persone agiscono di concerto contro mille che sono disperse, i cento vincono e vinceranno sempre. La minoranza organizzata sconfiggerà sempre le moltitudini disorganizzate.
«La nostra più che una democrazia è una partitocrazia, ovvero una superstizione con protagonisti assoluti soggetti di diritto privato, quali sono i partiti, che come tali non hanno più valore di una bocciofila»

Cosa vuol dire questo?


Vuol dire che il cittadino che non vuole piegarsi a umilianti infeudamenti — cittadino che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia se solo questa esistesse davvero — invece che il protagonista della democrazia ne è la vittima designata. Questo, per la verità, è un discorso che si potrebbe allungare anche nel tempo passato. Pensa che l'ha detto già Catilina, intorno al 64 prima di Cristo. «Noi siamo schiavi di coloro a cui faremmo paura se la Repubblica esistesse davvero», diceva. Siamo sudditi, non siamo cittadini liberi. I cittadini liberi sono i poveracci che si ritrovano accerchiati dalle forze soverchianti delle lobby e dei partiti, che delle lobby sono le manifestazioni più evidenti. La lotta è impari.

Può esistere una vera democrazia?


In via teorica sì, ma l'unica vera democrazia possibile è la democrazia diretta, che però può esercitarsi solo in ambiti molto limitati. La democrazia esisteva quando non sapeva di essere democrazia: nella comunità di villaggio, oppure in quella industriale, c'era l'assemblea dei capi famiglia che decideva tutto ciò che riguardava la comunità. Decideva del suo e sul suo. Una democrazia diretta in senso planetario, però, come ipotizzava Casaleggio, non ha senso.

Perché?


Perché le persone si troverebbero a decidere su cose di cui non sanno nulla. Quel che penso io è che ci vorrebbe una frantumazione delle strutture politiche globali, i cui vertici ormai prendono decisioni in luoghi che sono lontanissimi dalla nostra capacità di incidere.

Come dobbiamo interpretare la montante astensione?


L'astensione in realtà è un voto. È il segnale di una disaffezione, ma anche una protesta contro un sistema a cui non si crede più. Può anche esserci una persona per bene nel parlamento o nel consiglio regionale, ma il problema è di sistema. Anche perché ormai quasi il 40 per cento della popolazione non crede più al sistema. In un certo senso, è proprio il Movimento 5 Stelle che in questo momento sta tenendo in vita la pseudo democrazia in questo paese, perché quel 30 per cento di elettori che votano Grillo non andrebbero a votare se non ci fosse. Senza i 5 Stelle l'astensione arriverebbe quasi al 60 per cento.
«Gli italiani sono troppo fiacchi, indeboliti, qualunquisti e menefreghisti. Eppure una rivolta organizzata, violenta ma non armata, butterebbe giù questo sistema in due mesi»

Cosa succederebbe se questa tendenza dovesse continuare e aggravarsi?


Se il 70 per cento dei cittadini non andasse a votare certamente al 30 per cento non fregherebbe nulla e cercherebbe di andare avanti autolegittimandosi. Però, in un contesto in cui 7 persone su 10 non votano vien da pensare che succederebbe qualcosa.

Che cosa ti aspetteresti?


Che ne so, una rivolta, una ribellione, una reazione violenta. Soprattutto se la situazione economica dovesse continuare a peggiorare. Il problema è che credo che in Italia non avverrà proprio nulla.

Perché?


Gli italiani sono troppo fiacchi, indeboliti, qualunquisti e menefreghisti. Eppure una rivolta organizzata, violenta ma non armata, butterebbe giù questo sistema in due mesi.

È possibile che l'istanza per il ritorno di regimi più assolutisti venga, paradossalmente, dal basso? È possibile che dopo 70 anni i cittadini rinuncino ai propri diritti politici perché, semplicemente, non gli interessano più?


Sì, sembra assurdo, ma è possibile. Viviamo da circa settanta anni in questo sistema, gli ultimi 40 sono stati veramente inguardabili e si sa che le democrazie sono i sistemi più corrotti del mondo. In questo contesto è chiaro che è possibile che venga a galla la tentazione autoritaria, sia da parte del potere, sia in chiave contraria, da parte del popolo che, disaffezionato e impotente, potrebbe decidere di abdicare e tornare a farsi governare da tiranni e da regimi assoluti. Potremmo iniziare presto a pensare che, in fondo, se dobbiamo essere sudditi, allora tanto vale esserlo veramente, senza l'illusione di essere liberi.

La pretesa necessità di velocità anche nella vita politica è un nemico della democrazia?


Sì, senza dubbio, anche se questo è un problema che la democrazia avrebbe anche se esistesse davvero. È ovvio che, in un contesto politico di mediazione, come quello tipicamente democratico, i tempi di decisione sono molto più lunghi di quelli della tirannia, che, per definizione, non ha il problema della mediazione tra parti sociali diverse. Il problema vero però è il fatto che questa nostra democrazia è diventata una pura spartizione del potere tra attori che non ne hanno il minimo diritto.
«L'Impero Romano era uno sputo nel vasto mondo di allora rispetto a quel che è ora il Mondo Globale. E quando crollerà questo Mondo Globale saranno lacrime e sangue»

Credi che siamo arrivati alla frutta o che la democrazia abbia ancora delle cartucce da sparare?


Dal punto di vista globale in realtà questo è un non problema, perché prima o poi questo sistema che noi definiamo occidentale, ma che ormai ha coinvolto tutto il mondo, collasserà. Perché come al solito non saremo noi a cambiare le cose, saranno le cose a cambiare noi. Il collasso è sicuro, perché un sistema che si basa sulle crescite progressive esponenziali — cose che al limite esistono soltanto in matematica — non ha che il collasso come orizzonte davanti a sé. Solo i tempi non possiamo prevederli, ma la strada è segnata.

Come diresti che andrà, alla fine?


Credo che uno dei futuri possibili sarà simile a quello che ha vissuto l'Impero Romano alla fine della sua storia, quando il suo processo di dissoluzione diede l'avvio al feudalesimo. Ma conta che l'Impero Romano era uno sputo nel vasto mondo di allora rispetto a quel che è ora il Mondo Globale. E quando crollerà questo Mondo Globale saranno lacrime e sangue.

Un'ultima domanda, da quando hai scritto Sudditi, più di dieci anni fa, che cosa è cambiato?


È cambiato molto, ed è peggiorato tutto e di molto. Prendi per esempio la corruzione, che prima aveva infettato tutte le alte sfere e che oggi è scesa ai gangli più bassi della società, arrivando dappertutto. Ma la cosa peggiore di tutti è che ha inquinato la gente comune. Per essere corretti e onesti in Italia devi essere un eroe, perché in questo paese, come si suol dire, il più sano ha la rogna.

Fonte: qui

sabato 11 giugno 2016

FED , Federal Reserve System: ecco perché non c’è più da fidarsi

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La Fed è la prima responsabile del benessere economico mondiale ma ha troppi poteri e un interesse non direttamente rivolto ai cittadini. Capiamo il perché.

La Fed, ovvero la Federal Reserve System, nasce come un sistema, non una banca, incaricata di salvaguardare lo stato dell’economia degli Stati Uniti.
Nota l’importanza economica che ricoprono al giorno d’oggi gli USA, le decisioni intraprese dalla Fed arrivano così, in un senso più generico, a condizionare se non determinare le sorti di tutta l’economia mondiale.
I creatori della Fed furono ben attenti a non chiamarla “banca” proprio perché non doveva in alcun modo rappresentare il ruolo che ricoprono le altre banche con i loro interessi privati.
Lo scorso lunedì Janet Yellen, la presidente in carica della Fed, ha tenuto un discorso nel quale ha cercato di convincere il mercato che la situazione è sotto controllo, che bisogna essere ottimisti e che la Fed è lì pronta a risolvere i problemi.

Secondo un analista della testata MoneyMorning le cose non stanno così e la Fed rappresenta un falso profeta, con troppi poteri e che i problemi, piuttosto che risolverli, tende a crearli.

Federal Reserve System e finalità operative

Con il Federal Reserve Act del 1913 il Congresso americano cedette il compito di creazione della moneta alla Federal Reserve, un sistema imprenditoriale privato costituito da banchieri e politici sulla Jekyll Island, in Georgia, tre anni prima.
Il Tesoro americano da quel momento stampa i dollari USA ma questi non sono né emessi né sono di proprietà dello Stato a stelle e strisce ma della Fed.
Il giornalista della testa MoneyMorning Shah Gilani si schiera contro la banca centrale americana proprio in virtù della sua natura e dei principi che la dovrebbero guidare: la Fed è una banca centrale privata sancita dal governo e in quanto tale non ha a cuore le sorti dei cittadini americani, finendone col pregiudicare il benessere sociale.
Le ragioni alla base di queste affermazioni non si fermano ovviamente qui.
Il potere nelle mani di una banca centrale, sia essa un organo governativo o un ente privato, è quello di immettere nel sistema una quantità di denaro virtualmente infinita.
Il denaro da loro fornito non arriva però direttamente ai cittadini ma passa dalle banche. Nel momento in cui queste incontrano difficoltà nella raccolta delle risorse, siano esse depositi, capitale, debito o prestiti da altre banche, è la banca centrale a correre in loro soccorso.
Al fine di prevenire eventuali default di attori di mercato dalla consistenza rilevante, la banca centrale può correre in aiuto delle banche con problemi di liquidità e fornire loro nuovo credito, creato dal nulla.
Questo potere, definito dal giornalista “divino”, di creare dal nulla salvagenti per le grandi banche che arrivano a vivere situazioni irrecuperabili, è il primo motivo per il quale nacque questo accordo tra banchieri e politici, così da garantire la sopravvivenza del sistema.
Ma sopravvivenza non vuol dire benessere.

La Fed e le crisi finanziarie: l’importanza dei tassi di interesse

Il discorso della Yellen di pochi giorni fa era molto atteso dai mercati soprattutto in vista di possibili chiarimenti su un rialzo dei tassi di interesse, non arrivati.
Tramite l’applicazione di un regime di tassi di interesse bassi la Fed si è posta in prima persona tra le cause della scorsa crisi finanziaria.
I celebri mutui subprime, in un regime di tassi di interesse attraverso il quale la Fed li teneva artificialmente bassi, hanno consentito a molti cittadini americani di sottoscrivere mutui a costi molto bassi, finanziamenti che poi non furono in grado di ripagare.
Sempre i tassi di interesse bassi hanno portato le banche americane a cercare modi alternativi di realizzare profitto, avendo le vie tradizionali prive di un margine sufficiente al loro fabbisogno.

Da qui sono partiti gli investimenti in asset dal rischio sempre maggiore, tutti quei prodotti finanziari costruiti sulla base degli stessi mutui subprime che potessero foraggiare le banche di quel denaro che con la normale operatività, a causa dei tassi di interesse bassi, non era possibile ottenere.

Lo scoppio della bolla immobiliare ha portato molte banche a situazioni prossime al default, con la Fed pronta ad intervenire per migliorare il loro stato, del quale essa stessa era stata la causa.

A quel punto tutte le manovre di Quantitative Easing hanno tenuto in vita queste banche e fornito loro le risorse che le politiche monetarie tenute in piedi non erano in grado di offrire.

Risalgono a poche settimane fa le notizie che le maggiori banche americane hanno chiuso il loro primo trimestre 2016 con un calo nei ricavi nell’ordine del -40%.
Le attuali politiche monetarie non permettono loro di generare profitti con gli attuali tassi di interesse e la Fed, di nuovo dopo il 2008, si ritrova ad avere il potere di decidere della loro salute e di quella di tutti i cittadini americani, e non solo.

Le decisioni adottate fino ad oggi, come detto, non hanno condotto a nessuna soluzione efficace. C’è ancora modo di fidarsi?

Fonte: qui

Lavoratori di tutto il mondo, sottomettetevi!


Il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo

Fino a 2 anni fa, a Milano, sorgeva in Viale Sarca uno stabilimento della Marcegaglia Buildtech, deputato alla produzione di profilati e manufatti in acciaio destinati al settore edile. Poi accade che l’area in cui ricade lo stabilimento, “Grande Milano Bicocca”, comincia ad apprezzarsi dal punto di vista fondiario, e la dirigenza di Marcegaglia decide di puntare sulla speculazione immobiliare delocalizzando la produzione e “negoziando” al ribasso con gli operai.
Ad Aprile del 2014 viene comunicata l’intenzione di chiudere lo stabilimento e delocalizzare la produzione a Pozzolo Formigaro, vincolando il destino dei 165 operai in produzione all’accettazione di un accordo interno. Tale accordo, siglato nel Giugno successivo, prevedeva per gli operai tre alternative.
La prima, accettare la delocalizzazione a Pozzolo, con trasporto aziendale da/per Milano e incentivo mensile lordo di 150€, che sale a 250€ lordi nel caso in cui lo spostamento avvenga con mezzi propri.
La seconda, accettare l’uscita volontaria a fronte di una compensazione di 30.000€ lordi.
La terza, entrare in CIGS e “Entro il termine di validità della CIGS l’azienda si impegna ad offrire a tutti i dipendenti eventualmente ancora in forza la ricollocazione presso altri stabilimenti del gruppo, in funzione delle esigenze tecnico produttive e a partire dagli stabilimenti più vicini all’area di residenza”
I nodi vengono al pettine, tuttavia, nel momento in cui sette di questi operai decidono di accettare la CIGS e attendere, come previsto dall’accordo, una ricollocazione nell’hinterland, non potendo per motivi di salute e familiari né spostarsi da Milano e tantomeno perdere il lavoro accettando l’esodo volontario.
Il loro problema è solo uno: il sindacato di cui fanno parte, la FIOM, non ha sottoscritto quell’accordo (firmato invece da FIM Cisl e UILM Uil), e dunque vanno colpiti con tutta la violenza possibile.
A Giugno 2015 viene loro comunicato che non si tenterà neanche di aprire il secondo anno di CIGS e che, se non vogliono essere licenziati, devono accettare il trasferimento a Pozzolo.
Dopo avere occupato il tetto dello stabilimento di Viale Sarca per sei giorni, ottengono un tavolo di confronto in Prefettura, a seguito del quale viene sbloccato il secondo dei due anni di CIGS e fatto presente all’azienda di rispettare il terzo punto dell’accordo, ricercando soluzioni di inserimento in uno dei quattro stabilimenti dell’area milanese. Nel frattempo, la Marcegaglia ci riprova, offrendo ai sette una compensazione di 29.000€ lordi per l’esodo volontario. Loro rifiutano nuovamente, e fanno rilevare come nei quattro stabilimenti di Lainate, Lomagna, Corsico e Boltiere si faccia ricorso a centinaia di ore di straordinario per sopperire alla evidente carenza di organico. Ma, ancora una volta, per i sette operai non arrivano soluzioni, se non quella di accettare lo spostamento a Pozzolo, stavolta senza alcuna agevolazione, o, in alternativa, licenziamento.
Siamo a Maggio 2016 e i sette, in un tentativo disperato e a pochi mesi dalla scadenza del secondo ed ultimo anno di CIGS, si incatenano ai cancelli della sede legale di Marcegaglia Buildtech, in via della Casa 12, a Milano. Ottengono un nuovo tavolo in Prefettura, il 7 Giugno 2016, il cui risultato è più grottesco che altro. In sostanza, ai sette operai viene detto, chiaramente, che ormai non hanno diritto a nulla. A questo punto, la loro ricollocazione o l’esodo volontario dietro compensazione sarebbero “un’offesa per quei lavoratori che precedentemente avevano accettato una delle due soluzioni alternative alla CIGS” (testuali parole pronunciate davanti al funzionario prefettizio) e nel loro futuro esiste solo una prospettiva: il licenziamento. Non viene neanche presa in considerazione la loro contro-proposta, ragionevole in un’ottica distensiva, ovvero il loro reintegro in produzione con contratti part-time invece che a tempo pieno, in maniera tale da “dividere” tre posti e mezzo di lavoro per sette persone.
Da tutta questa storia, una storiaccia come tante ne esistono in questo paese del capitalismo straccione, emerge una morale chiara: chi sfida il potere, semplicemente anteponendo la propria dignità al ragionamento puramente economicistico, costituisce un pericolo. Rivendicare il diritto al lavoro, rifiutando un accordo capestro, è un comportamento intollerabile da parte di una dirigenza che pretende dai propri sottoposti fedeltà, abnegazione e servilismo. Un po’ come ha predicato Starace in una sua “illuminata” (nel senso di massonica) lectio alla Luiss di Roma, riferendosi alla necessità di spargere il terrore tra i lavoratori per tenerli soggiogati. Il lavoratore, oggi più che mai, è uno strumento al servizio del capitale. Nel momento in cui si azzarda a comportarsi da essere umano, viene subito schiacciato con la testa nel fango, da uomini in colletto bianco che hanno imparato molto bene cosa sia la lotta di classe e come si eserciti. L’atteggiamento di Marcegaglia nei confronti di Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio dimostra chiaramente che ciò che si vuole ottenere non è l’efficienza dei rapporti di produzione, ma la trasformazione del lavoro in schiavitù dissimulata. L’atteggiamento di Marcegaglia svela una verità che troppo spesso si vuole nascondere, e cioè che il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo. 

Da questo punto di vista, sarebbe interessante chiedere al Governo Renzi quali prospettive si profilano per i 16.000 lavoratori dell’Ilva di Taranto, dal momento che la Marcegaglia, in cordata con Arcelor-Mittal, si è candidata a rilevare la gestione dello stabilimento. 
Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio un’idea ce l’hanno.
P.S.: Martedì 14 Giugno, alla Prefettura di Milano si svolgerà un altro incontro, durante il quale i vertici della Marcegaglia comunicheranno le loro decisioni finali. E’ convocato per le 14:00 un presidio in solidarietà.

Fonte: qui

Europa, la Soluzione Finale - La sporca guerra dell’élite contro di noi

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Questa Europa è un lager.

Perfino il “Corriere della Sera” ha pubblicato giorni fa uno studio dove si evidenzia come negli ultimi anni sia esploso anche in Italia il numero dei bambini poveri;

dei bambini che, cioè, nel cuore dell’Occidente “opulento” e “libero”, vivono in condizioni paragonabili a quelle che scandiscono la vita delle famigerate favelas brasiliane.

Il “Corriere della Sera”, al pari dei boss mafiosi che mandano una corona di fiori per onorare il funerale di quelli che hanno appena finito di scannare, è parte del progetto genocida in atto. Un progetto che espleta i suoi velenosi effetti senza ricorrere a metodi formalmente cruenti.

Perché uccidere, quando si può indurre al suicidio? Perché depredare con la forza ciò che può essere estorto con la carta bollata? Devo ammettere che i nazisti tecnocratici che comandano il globo, appena riunitisi in Giappone per pianificare nuovi stermini e rappresaglie contro una umanità che considerano inferiore e bestiale, sono davvero scaltri.

Uno dei miti più in voga che dà forza alla narrazione luciferina prevalente che tende a legittimare un modello di governo fondato sulla menzogna, sul sopruso e sull’imbroglio riguarda il tema della guerra.

«Chi di voi ha nostalgia delle brutture del Novecento, Napolitanoquando le guerre lasciavano sul campo milioni di morti sacrificati sull’altare di un nazionalismo anacronistico e aggressivo? Se oggi domina la pace, anzi, se da settanta anni gli europei vivono in armonia, il merito è del processo di unificazione avviato all’indomani del secondo conflitto mondiale. Nessuno ha il diritto di buttare a mare un patrimonio così nobile nato con Spinelli sull’isola di Ventotene». Non è forse questo il ritornello che i servi del regime massonico-mondialista ripetono di continuo come pappagalli ammaestrati?

Siete poveri, disoccupati, disperati, ammalati e non curati?

Non lamentatevi, dal momento che vi abbiamo perlomeno lasciato la libertà di ammazzarvi da soli, rispondono tra le righe i padroni del vapore. Ebbene, sappiate che il ricatto della “pace” è falso come una banconota da tre euro.

Intanto quelli che si  gloriano di avere condotto l’umanità sulla via della tolleranza e del progresso sono gli stessi che fomentano, finanziano, pianificano e realizzano di continuo stragi in Medio Oriente. Basta studiare en passant il profilo di una Hillary Clinton, appoggiata discretamente pure dal clan Bush nella corsa alle presidenziali americane, per rendersene conto. In secondo luogo non è vero che la guerra è stata bandita  nel “mondo libero”, avendo semmai assunto forme asimmetriche, ipocrite e dissimulate.
La guerra, è vero, non si combatte più “orizzontalmente” tra eserciti regolari. La guerra moderna, che è in atto ed è altrettanto sanguinaria e spietata, la combattono trasversalmente i pochi potenti – ovunque dislocati nell’orbe terracqueo – contro i tanti poveracci che brulicano senza sosta in cerca di sicurezze che mai troveranno.

Detta in termini più chiari ed espliciti: Obama, Merkel, Hollande, Abe, Cameron e compagnia non si combattono tra di loro perché già impegnati nel combattere insieme una guerra sporca contro tutti noi; i rappresentanti politici delle élite economiche e finanziarie dei rispettivi Hillary Clintonpaesi colpiscono come un sol uomo gli esclusi e i deboli in quanto tali, senza cioè farsi condizionare da questioni di razza, sesso o religione, fattori da essi stessi marxianamente considerati poco più che “sovrastruttura”.

In questo modo le élite colpiscono nell’ombra e non rischiano quasi nulla. Immaginate come sarebbe oggi il mondo se Hilter e Stalin, anziché sfidarsi mortalmente, avessero trovato all’epoca un accordo tra di loro sulle pelle delle classi subordinate tanto russe quanto tedesche.

La “pace” di cui oggi “godiamo” è frutto di uno scellerato patto che “blinda” soltanto i vertici della Piramide.

Per cui non bisogna lasciarsi impaurire dalle letture distorte e interessate veicolate da figuri come Giorgio Napolitano, pericolosissimo elemento che ha lavorato e lavora come pochi per disintegrare il benessere materiale e spirituale dell’Italia. Chi governa sulla paura è ontologicamente un farabutto.

Chi propone di accettare una scelta dolorosa, non Blairper convinzione ma per evitare guai peggiori, è certamente un delinquente da segnare con matita rossa per poi colpire (politicamente s’intende) con intensità e cinismo nel momento più opportuno. Fretta e isteria sono sempre cattive consigliere.

Per Tony Blair, ad esempio, macellaio che falsificò documenti per giustificare una scellerata guerra in Iraq, il momento delle “spiegazioni” è quasi arrivato. Il 6 luglio verrà infatti pubblicato un report all’interno del quale saranno messe in evidenza le tante porcherie commesse dall’ex premier inglese. Solo chi insegua la “giustizia” prima o poi rischia di trovarla.

Il “sistema” eretto dai massoni mondialisti e nazisti tecnocratici, che punta finalisticamente alla creazione di un mondo reso omogeneo dalla divinizzazione dei “diritti cosmetici” (a scapito di quelli sostanziali, economici e sociali), da realizzare per mezzo di endemici shock sapientemente cadenzati nel tempo, comincia a scricchiolare.

In Austria hanno dovuto ricorrere all’utilizzo di pacchiani brogli elettorali per insediare al potere l’ennesimo personaggio “tegolato” e “ammaestrato”. In Francia il premier Valls ha già dato il via a rastrellamenti in stile Petain. Insomma la resa dei conti è già iniziata e i nemici della verità, della libertà e della democrazia sono spietati e pronti a tutto. I loro effimeri troni, a breve, verranno definitivamente spazzati.

(Francesco Maria Toscano, “I nazisti tecnocratici pianificano la Soluzione Finale in danno delle classi subalterne”, dal blog “Il Moralista” del 27 maggio 2016).

Coop il prestito non è garantito

d17_bNon erano bastati i numerosi crac di coop edili, con relativa perdita parziale o totale dei prestiti soci, a far muovere la Banca d’Italia.

Quando il fenomeno ha toccato le coop di consumo, con la messa in liquidazione delle friulane Coop Operaie Trieste e Coop Carnica, con oltre 20000 soci prestatori, da via Nazionale hanno drizzato le orecchie ed emanato una direttiva più stringente, anche perché ancora manca il previsto,schema di garanzia dei prestiti sociali, da costituirsi in ambito cooperativo.
Insomma, per i prestatori sociali non è prevista alcuna garanzia, né informazione, come quella che le banche devono dare sul bail in, visto che gli obblighi di trasparenza informativa e contrattuale, per i prestiti sociali introdotti nel ’94, sono stati rimossi dal Comitato per il Credito ed il Risparmio nel 2006.
Da allora le coop sono esentate dagli obblighi e dai controlli a cui sono sottoposti banche e operatori finanziari, sebbene le prime 9 coop, con 11 miliardi di prestito, rientrino tra le prime 25 banche.

Banca d’Italia precisa che l’ammontare dei prestiti non deve superare di tre volte il netto consolidato e non il civilistico.

Vediamo di che numeri si tratta: i prestatori sono 1,3 milioni, il prestito complessivo è di 15 miliardi.
La soglia di tre volte è superata da Unicoop Tirreno 6,22, con un patrimonio di 191 milioni e un prestito di 1miliardo 189 milioni, con 123000 soci prestatori. Situazione come si vede, delicata. Si avvicinano alla soglia, Coop Centro Italia, 2,98 con 582 mln e Coop Lombardia, 2,68 con 1 miliardo 150 milioni.
Come stanno le coop emiliane di cui è in corso la fusione?
Coop Adriatica è al 2,07 con 255.000 soci e un prestito di 2 mld 284 milioni, poi Coop Nordest, 1,59 con 117.000 soci e un prestito 1 mld 500 milioni, infine Coop Estense, 1,22 con 84500 soci e 831 milioni di prestito.
Come si vede, anche le emiliane hanno un consistente prestito soci di 4 miliardi e mezzo, a cui vanno aggiunti i debiti verso terzi, banche comprese. Il prestito soci non sempre è amministrato bene, a parte le società messe in liquidazione, il patrimonio è investito spesso in attività finanziarie che non sempre danno soddisfazione, Coop Firenze ha ad esempio perso 400 mln investiti nel Monte Paschi, le emiliane e quelle del nord, controllano Finsoe, che controlla il gruppo Unipol-Sai, un gruppo importante, ma molto “nazionale” e che potrebbe in futuro necessitare di ricapitalizzazioni pesanti, insomma molte uova in uno stesso paniere.
Certamente il prestito serve alle Coop di consumo, che negli ultimi cinque anni con la rendita finanziaria hanno guadagnato 900 milioni, mentre con l’attività industriale 250.

Il patrimonio netto complessivo è di circa 2 miliardi 700 milioni, poco più della metà del prestito soci.

Dati rassicuranti?

Ognuno può farsi una opinione. Di sicuro c’è che la Banca d’Italia detta regole, ma non ha l’attività di controllo, che è in capo al ministero dell’Economia, che la appalta alle cooperative medesime.
Di certo le coop sono esentate dal costituire un fondo di garanzia a tutela dei depositi, ai quali il prestito soci può essere equiparato e invece ha meno garanzie di una obbligazione subordinata tier 1. E’ difficile anche spiegare perché le Coop di consumo guadagnino poco, probabilmente scontano una bassa efficienza, un esubero di personale, soprattutto nei ruoli impiegatizi e dirigenziali, conseguenza del legame con la politica, ma anche il disperdere energie a sostegno del Pd, attraverso sponsorizzazioni a feste, a giornali locali e attraverso il possesso di televisioni locali, che non solo producono perdite, ma divorano pubblicità, senza che vi sia un corrispettivo aumento delle vendite.
Fonte: qui

venerdì 10 giugno 2016

Il ritorno dei subprime (e della recessione)

Non si intravvedono buone notizie dal mondo finanziario, dove le manovre delle  rischiano di creare pericolose conseguenze(recessione)

Era il 1 luglio del 2005 quando il numero uno del Council of Economic Advisors dell'allora presidente, George W. Bush, parlò in questi termini alla Cnbc: «Non abbiamo mai vissuto un calo dei prezzi immobiliari su base nazionale. Quindi, io penso che i prezzi rallenteranno, forse si stabilizzeranno e potrebbero far rallentare un po' la spesa per consumi. Ma non penso che scosterà troppo il cammino dell'economia verso la piena occupazione».
L'uomo che pronunciò queste parole era Ben Bernanke, divenuto l'anno successivo presidente della Federal Reserve. Ovviamente, non aveva capito nulla e nell'arco di due anni il mercato immobiliare Usa si schiantò letteralmente e trascinò con sé l'intera economia, tanto che la gestione di Bernanke della Banca centrale Usa fu interamente dedicata a fare i conti con le conseguenze di quel crollo. 
Una delle ragioni base dell'accaduto fu l'esplosione della bolla subprime, dopo che le banche avevano passato anni a garantire mutui anche oltre il valore dell'immobile a cani e porci, inclusi appunto i clienti subprime, di fatto insolventi fin da principio.
Così facendo, ovvero offrendo mutui al 103-105% del valore dell'immobile, il mutuatario subprime di fatto veniva pagato per ottenere soldi: detto fatto, nel 2008 l'intero castello crollò miseramente. 
Bene, i subprime sono tornati. E non parlo dei prestiti legati al credito al consumo per l'acquisto di automobili o ai mutui scolastici, bensì della vera, grande bolla: i prestiti con tassi di interessi negativi fatti verso i governi sovrani.
Come vi pare possibile che il Giappone, la cui ratio debito/Pil è del 220%, sia anch'esso entrato a far parte del club di quei Paesi che possono indebitarsi a tassi negativi?
Parliamo di una nazione dove il servizio del debito drena ogni anno il 41% delle entrate del governo!
E vogliamo parlare della nostra Italia con il 133% di rapporto tra debito e crescita?
Anche noi, su alcune scadenze della curva obbligazionaria, piazziamo debito con tassi negativi. Insomma, i governi vengono pagati per prendere a prestito denaro, proprio come i mutuatari pre-2008 negli Usa: quando il bond va a maturazione, chi ha prestato soldi al governo di turno, riceve meno di quanto investito.  
Cosa lega le due cose?
Le certezze mal riposte. Nel primo caso di un mercato immobiliare i cui prezzi sarebbero continuati a salire, nel secondo l'assunto risk-free in base al quale gli Stati non falliscono e ripagano sempre i propri obbligazionisti. C'è però una differenza chiave: al picco della bolla immobiliare, dieci anni fa, si raggiunse un controvalore di mutui subprime nel sistema finanziario pari a 1,3 triliardi di dollari e quella cifra fu sufficiente a far collassare il sistema a livello globale e far fallire parecchie banche, Lehman in testa.

Sapete invece qual è il controvalore attuale della bolla sui prestiti a tassi negativi? 10,4 triliardi di dollari, otto volte tanto! Quella cifra mostruosa rappresenta il controvalore in circolazione di bond governativi con tassi di interessi sotto zero. 

E la cosa ancora più inquietante è la velocità con cui questa bolla è cresciuta e sta ancora crescendo: a gennaio di quest'anno il totale era di 5,5 triliardi, mentre solo un mese dopo si era arrivati a 7 triliardi e a maggio il controvalore nozionale era di 9,9 miliardi. Oggi siamo a 10,4. Praticamente raddoppiata da inizio anno, una bolla di dimensioni spaventose.

Questo cosa significa, che il sistema finanziario crollerà domani o tra un mese? No, soltanto che siamo nel medesimo trend che ha portato al 2008, ma con proporzioni di otto volte tanto e in continuo aumento, viste le scelte sia della Bce che della Bank of Japan. 
E la Fed? Il pessimo dato sull'occupazione di maggio reso noto venerdì ha tolto dal tavolo l'ipotesi di rialzo dei tassi alla prossima riunione del Fomc e, a parere di molti, occorrerà aspettare l'autunno perché se ne riparli. Lunedì la stessa Janet Yellen ha affermato che un numero «considerevole e inevitabile di incertezze potrebbe intaccare l'economia Usa e la strada intrapresa dalla Banca centrale statunitense». Tra queste, la debole crescita globale, gli scarsi investimenti societari, la bassa produttività negli Stati Uniti e le attese sull'inflazione. La Yellen ha quindi rimarcato che le scelte di politica monetaria non sono predeterminate, ma dipendono dai dati, aggiungendo che si «focalizzano sugli sviluppi economici di medio e lungo termine e sottolineando di essere pronta ad affrontare i rischi alla stabilità». Stando alla numero uno della Fed, inoltre, il Brexit avrebbe «ripercussioni notevoli sull'economia» e potrebbe cambiare in modo repentino il punto di vista degli investitori. Come dire, alla riunione del 15 giugno è escluso il rialzo dei tassi d'interesse. 

Porta aperta all'ipotesi di luglio? Nemmeno a parlarne. E sapete perché? Guardate il grafico sottostante, il quale ci mostra come negli Usa il totale del debito in circolazione non abbia precedenti. Il valore facciale totale di tutti i bond statunitensi, inclusi Treasuries, debito delle agenzie federali, mutui, debito corporate, municipale e Abs è pari a 40 triliardi di dollari stando a dati della Securities Industry and Financial Markets Association, mentre per Barclays quella cifra è inferiore, esattamente 17 triliardi, visto che il suo indice US non include alcune categorie di debito come i money markets con una bassa durata. 

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In termine di dollari reali, il debito Usa in circolazione è aumentato del 60% dal 2000 a oggi, ma utilizziamo per la nostra simulazione il dato conservativo di Barclays, ovvero i 17 triliardi. Ma non è solo l'ammontare nozionale di quel debito a contare, bensì anche la sua durata: la maturity media del debito corporate Usa emesso nel 2015 e nel 2016 è di oltre 16 anni, contro la media di 8,6 anni del periodo 1995-2005 e questo vale anche per i Treasuries, ancorché con prolungamenti meno accentuati. Nel 1994, lo yield medio sul bond index era del 5,6% contro l'attuale 2,2% e questo ci dice una cosa semplice: coupon obbligazionari più bassi significano che proporzionalmente sempre più cash-flow di quei bond proviene dal principale, il quale tende a essere distribuito verso la fine della durata dell'obbligazione. 
Bene, sapete in un contesto del genere cosa significherebbe un aumento dei tassi del Fed di un punto percentuale? Combinando la durata stimata del bond medio di 5,6 anni e un'esposizione nozionale di 17 triliardi di dollari, come nel calcolo di Barclays e l'attuale prezzo del bond in dollari di 105,6, abbiamo che uno scostamento di 100 punti basi sui tassi di interesse si sostanzierebbe in perdita di valore di mercato pari a 1 triliardo di dollari. Ma, come vi ho detto, questo usando la cifra conservativa di Barclays. Se usiamo il controvalore inclusivo di tutte le categorie di debito Usa, ovvero 40 triliardi, la perdita stimata di valore di mercato sarebbe di 2,4 triliardi di dollari.
E guardate che anche la perdita più bassa, quella da 1 triliardo di dollari, farebbe un danno notevole al mercato, visto che sarebbe il doppio della perdita di valore di mercato patita durante la sell-off obbligazionari del 1994, aggiustando ovviamente il dato all'inflazione. 
Capito perché, miracolosamente, il dato occupazionale di maggio negli Usa, dopo mesi consecutivi di record infranti, è stato così deludente? Serviva un alibi credibile per calciare ancora un po' in avanti il barattolo, tanto più che da questa settimana la Bce comincerà ad acquistare debito corporate in seno al programma del Qe e quindi molti emittenti statunitensi in euro potranno piazzare altri bond alla Banca centrale, la quale opera front-load sul mercato e acquista pressoché tutto ciò che non è finanziario. 
Ma c'è un rischio insito anche in questa dinamica e ce lo mostra il grafico più sotto, il quale ci fa vedere come, in base a calcoli di Deutsche Bank, il debito corporate non finanziario sia aumentato di 2 triliardi di dollari tra il quarto trimestre del 2010 e lo stesso periodo del 2015: bene, il grafico mostra come la ratio tra debito corporate non finanziario e Pil nominale sia oggi al livello più alto dal secondo trimestre del 2009, quando l'economia era in recessione e la produzione nominale era sostanzialmente depressa. Ecco la seconda ragione per cui la Fed deve essere tremendamente cauta sul rialzo dei tassi, nonostante i proclami pubblici: il ciclo del business si sta esaurendo con un'esposizione debitoria corporate ai massimi, mentre in contemporanea cresce la bolla dei tassi di interessi negativi sul debito sovrano. Un combinato devastante che fa dire a Deutsche Bank, al termine del suo report, quanto segue:  «Questa dinamica implica che l'economia potrebbe entrare in recessione già nella seconda metà di quest'anno». Auguroni. 
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8 giugno 2016
Mauro Bottarelli
Fonte: qui