9 dicembre forconi: LOBBY
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sabato 26 ottobre 2019

LE BANCHE CHE “FRENANO” SUL TAGLIO DELLE COMMISSIONI SUI PAGAMENTI ELETTRONICI SONO LE STESSE CON CUI HA PARLATO CONTE E CHE GLI HANNO DATO “ASSICURAZIONI SULL’ABBASSAMENTO DEI COSTI”?

“IL FATTO”: “LA REALTÀ È UN UCCELLO, CANTAVA GABER. UNO PARTE CON L’OTTIMA INTENZIONE DI COMBATTERE L’EVASIONE E FINISCE A…”

Marco Palombi per “il Fatto Quotidiano”

pagare con il pos 3PAGARE CON IL POS 3
La realtà, com' è noto, si nasconde dove può. A volte, è il caso del Corriere della Sera di ieri, in un colonnino: "Pos, le banche frenano sul taglio dei costi". Chissà come l' ha presa Giuseppe Conte: "Prima di sanzionare gli esercenti che non accettano pagamenti digitali - aveva detto - occorre abbassare le commissioni e quindi stipulare prima accordi con le banche. Io personalmente ho parlato con gli esponenti dei principali gruppi bancari e ho avuto assicurazioni da parte loro". E invece adesso "frenano".
GIUSEPPE CONTEGIUSEPPE CONTE

La realtà, dicevamo, è una faccenda complicata, "è un uccello che non ha memoria", cantava Gaber. Le banche, per dire, una volta erano quegli istituti che facevano soldi essenzialmente prestando denaro, oggi mica tanto: nei bilanci del 2017 quelle italiane - tra economia asfittica e nuove regole di gestione dei prestiti che trattano il credito come una sorta di maledizione (vedere alla voce "sofferenze") - facevano più soldi con le commissioni e il trading che con mutui e simili.
pagare con il pos 2PAGARE CON IL POS

Secondo Intermonte Sim, per dire, i soli ricavi da commissioni sui servizi di pagamenti sono oltre il 10% degli introiti del nostro sistema finanziario("DEDICATO A TUTTI QUEGLI ALLOCCHI CHE CREDONO ALLA STORIELLA CHE SERVE A CONTRASTARE L'EVASIONE FISCALE!"). Come scrive il CorSera: "Azzerare le commissioni è impossibile, tagliarle complesso". Visto che la realtà è complessa? In ipotesi uno potrebbe partire con l' ottima intenzione di combattere l' evasione finendo invece per trasferire qualche miliardo da clienti e commercianti al sistema bancario. La realtà è un uccello, cantava Gaber. Padulo, in qualche caso.

Fonte: qui

NELL’ULTIMA BOZZA DEL DECRETO FISCALE SPUNTANO TAGLI AI MINISTERI PER 3 MILIARDI E 89 MILIONI: LE “RIDUZIONI ALLE DOTAZIONI FINANZIARIE” SONO PREVISTE GIÀ PER IL 2019 E SERVIRANNO PER COPRIRE ALCUNE MISURE, COME LO SPOSTAMENTO AL 2020 DEGLI ACCONTI FISCALI 
PER I COMMERCIANTI CREDITO D’IMPOSTA DEL 30% SUI PAGAMENTI ELETTRONICI: ANCHE PERCHÉ LE BANCHE NON VOGLIONO ABBASSARE LE COMMISSIONI(E DA QUI SI CAPISCE BENE PER CHI LAVORA IL GOVERNO CONTE "TACCHIA", PD-M5S-RENZI, NON CERTO PER I CITTADINI!)…


giuseppe conte roberto gualtieri 9GIUSEPPE CONTE ROBERTO GUALTIERI 
Arriva per i commercianti un credito d'imposta del 30% delle commissioni sulle transazioni con carte e bancomat, che sarà riconosciuto alle piccole attività con ricavi e compensi entro i 400mila euro. E' una delle novità contenute nell'ultima bozza del decreto fiscale.

Il credito d'imposta partirà dalle spese sostenute dal 1 luglio 2020 (quando entreranno in vigore anche le multe per chi non accetta il Pos) e potrà essere utilizzato esclusivamente in compensazione. I costi sono calcolati per il primo anno in 26,95 milioni, che diventano 53,9 milioni.

pagare con il pos 2PAGARE CON IL POS
Tra le novità contenute nell'ultima bozza del decreto fiscale ci sono anche i tagli alle spese dei ministeri per complessivi 3 miliardi e 89 milioni. Le "riduzioni alla dotazioni finanziarie" sono previste già per il 2019 dall'articolo 59 del decreto, contenente le disposizioni finanziarie.

roberto speranza nicola zingaretti vincenzo bianconi luigi di maio giuseppe conteROBERTO SPERANZA NICOLA ZINGARETTI VINCENZO BIANCONI LUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE
E servono a sostenere alcune misure, tra cui lo spostamento degli acconti fiscali al prossimo anno. Lo stesso articolo stabilisce che entro 20 giorni dalla pubblicazione del decreto il Mef può autorizzare rimodulazioni all'interno dei singoli ministeri, ma garantendo comunque i risparmi. Fonte: qui


sabato 28 settembre 2019

Bruxelles dà 1,8 miliardi a Soros (finanziando le sue ONG)

Con  426  voti a favore contro 152 contrari, il parlamento UE ha  creato un nuovo programma  europeo, dal titolo “Diritti e valori”,  il cui scopo è  “la protezione dei diritti democratici”.  Il programma sarà finanziato con 1,8 miliardi di euro, ciò che triplica lo stanziamento di 642 milioni inizialmente previsto dalla Commissione.  Ciò è avvenuto durante la sessione plenaria a Strasburgo nel 17 gennaio,  ma lo si sa solo adesso  – da un giornale ungherese, che era andato a spulciare le carte dei processi verbali. Nessun altro media ha ripreso la notizia. Del resto il mega-stanziamento comincerà dal 2020.
Si tratta di una grande vittoria di Georges Soros, della sua opera di lobby, diretta e indiretta attraverso i suoi lobbisti, e dei suoi “alleati fidati” nel Parlamento: è  praticamente  il  programma della sua Opens Society, che adesso viene finanziato e  coperto dai contribuenti UE.   I fondi andranno di fatto alle ONG che promuovono “la democrazia” all’europea, e i “valori” come l’immigrazione e il meticciato (esaltato da Bergoglio come valore).
Dalle carte spulciate, risulta che  Soros, oltre a mantenere lobbysti permanenti presso la UE, si è recato oltre venti volte di persona a colloquio  con  i capi della Commissione, da quando presidente di detta Commissione è stato scelto (dalla Merkel)  Juncker.
Lui, il miliardario, ha incontrato regolarmente Juncker e Frans Timmermans , il vice-presidente della Kommissija, dando loro consigli sulla direzione della UE, in tema di migrazioni e dell’atteggiamento da tenere verso l’Ungheria. Ovviamente mai Orban, né alcun altro governante, ha mai avuto un simile accesso aperto con i principali commissari.

Il giornale magiaro ha scoperto che altri 12  lobbisti  accreditati, riconducibili  a Soros, hanno incontrato 52 volte l’anno (a partire dal 2014) rappresentanti della Commissione europea, quindi quasi una volta la  settimana.
Il giornale  Magyar Idöka  ha trovato una lista delle riunioni tenuta, oltre che coi commissari, anche coi direttori generali. Per il personale di rango inferiore, la Commissione non è tenuta a rendere pubblici gli incontri che hanno con lobbisti.
All’inizio dell’ondata migratoria” innescata da Angela Merkel, i lobbisti di Soros “hanno innestato il turbo, e decine di loro  andavano all’europarlamento praticamente ogni giorno. Nel 2017, il team dei lobbisti è stato rimpolpato di altri due elementi, per il superlavoro. Hanno incontrato  i dirigenti della Commissione cinquanta volte. Le spese di lobby dichiarate (come d’obbligo) sono state quell’anno 2.499.999 : un ottimo investimento   –  a  cui del resto il grande speculatore ci ha abituato  – se ha reso 1,8 miliardi di fondi pubbliche per le sue ONG pseudo-umanitarie.
Del resto la decisione dell’europarlamento non è strana, se si ricorda (come ha scoperto e denunciato Nigel Farage nell’agosto 2018)  che è trapelata una base di dati interna alla Fondazione Open Society,  una lista di eurodeputati definiti “alleati affidabili” per i fini di Soros:  226 su  751
(qui potete rivedere la lista:
Così diventa più piegabile la solerzia on cui  la Commissione  aprì, nel luglio 2017, la procedura d’infrazione contro l’Ungheria perché aveva  emanato una legge che richiedeva obblighi aggiuntivi e stringenti a ONG “beneficianti di capitali stranieri” –  norma che prendeva di mira le organizzazioni di Soros per la “società aperta”.  “Siamo arrivati alla conclusione che questa legge non è conforme al diritto della UE”, perché  attentatrice  della libertà di associazione, della libera circolazione dei capitali e della protezione della vita privata”, spiegò  il vice-presidente della Commissione, che risponde al nome di Frans Timmermans, l’amicone la cui porta era, per il miliardario, sempre aperta. Ora che tra i commissari c’è Gentiloni, siamo sicuri che la porta sarà spalancata.
Il largo soddisfatto sorriso.
La forma di governo che la UE ha creato, e  che chiama “democrazia”, è dunque  l’oligarchia  dettata da Soros: dove lui  ha più voce in capitolo di ogni  governante  di paese membro “inferiore”, e che  viene gestita secondo  “i valori e  gli ideali” della “società aperta”  tipici di Soros, che come sappiamo si picca di filosofo. Come vediamo,  solo i governi che aderiscono ai valori della “Open Society”,  a cominciare da  immigrazione e meticciato, sono trattati come aventi piena legittimità; gli altri sono mal sopportati e sabotati, trattati con misure più severe e opprimenti rispetto ai “buoni” che aderiscono ai “valori e ideali”, e anche derisi.
Frans Timmermans non ha esitato  di  bollare  da “idioti”   i ministri britannici  che trattavano il Brexit.. Oggi Verhofstad ha rincarato: “Non  voglio sentire mai più Boris Johnson o qualsiasi altro Brexiteer dire di nuovo che l’Unione europea non è democratica”, ha twittato.
Al che Evans Pritchard del Telegraph ha risposto elencando, “senza pretesa di  essere completo”,  gli esempi di democrazia UE nell’ultimo decennio. “Il rovesciamento di leader eletti e l’installazione di juntas  in Grecia (2010) e in Italia (2011, il golpe Monti), il cesarismo monetario della Banca centrale europea (Italia e Spagna 2011, Grecia 2015 ), …  in Francia  i i gilet jaunes si sono scontrati violentemente con la polizia ogni sabato per 45 settimane consecutive, e  Emmanuel Macron ha dovuto arruolare l’esercito con l’autorizzazione a sparare  per contenere le rivolte. Lo scorso fine settimana sono stati arrestati altri 137 manifestanti. Una forza di sicurezza di 7.500 e le brigate di repressione non sono riuscite a impedire ai gilet jaunes e agli infiltrati  black bloc  di distruggere Parigi di nuovo.
“Due anni fa in Spagna la Guardia Civil fu mobilitata per cercare di prevenire il referendum catalano e schiacciare la secessione. Degli elettori  bastonati  picchiati mentre cercavano di entrare nelle cabine elettorali. La Generalitat catalana fu arrestata in massa (alcuni fuggirono in esilio).  I leader chiave di questo movimento non violento sono in prigione da allora, tra cui il vicepresidente catalano Oriol Junqueras e l’attivista della società civile Jordi Cuixart.  Stanno aspettando il processo e rischiano 14 anni di carcere. Un rapporto degli Stati Uniti quest’anno ha definito la loro detenzione “arbitraria” e ne ha chiesto il rilascio. C’è stato un sussurro di protesta da parte dell’UE?”.
No, perché l’Europa è la pace. L’Europa è la sola  democrazia, e  le altre idee di democrazia sono proibite. L’Europa è  la società aperta secondo Soros.  Dove l’intellettuale Alain Soral  viene sbattuto in galera per due anni per delitto d’opinione,
e in Italia  la dottoressa De Mari è  condannata per “razzismo” e secondo la legge Mancino per aver espresso critiche al movimento LGBT:  “La libertà di espressione ha i suoi limiti quando, ad esempio, inneggia al nazismo”,  obietta  il gruppo gay che ha raccolto le firme per  far radiare dall’Ordine dei Medici la dottoressa De Mari.  Il loro gioco è evidente:  noi sodomiti siamo le nuove Vittime dell’Olocausto, chiunque ci critica  infrange i divieti legali adottati per la santificazione del Nuovo Agnello, la Vittima Innocente, del popolo ebraico. Come in Europa si va in galera se si mette in dubbio il numero sacro dei Sei Milioni,  o “si inneggia al nazismo” , si vuole poter mettere in carcere come razzista chi prova a sostenere che  l’omosessualità  è un disturbo, da cui si può guarire.  Sostenuti in questa repressione  odiosa delle idee dalla magistratura, e dai media.
Così stiamo piombando nelll’oscurità della liberà  per alcuni – che possono esprimere odio ed  incitare alla  strage
“Eliminate fisicamente i sovranisti”…Lui non è stato bloccato da Facebook, Fusaro, Borgognone, sì. E’ la Società Aperta ….
E  alla galera per chi ricorda che la sodomia è un disordine e un peccato.  Dove diventa sempre meno tollerato  chi non crede a Greta e  non condivide l’allarme climatico, che ha raggiunto parossismi deliranti:
(Grazie Messora!) ….

lunedì 29 luglio 2019

Nuovo capo del Pentagono USA - Interesse acquisito per la guerra e il conflitto

Mark Esper dovrebbe essere confermato nei prossimi giorni come nuovo Segretario alla Difesa degli Stati Uniti. La sua nomina è in attesa dell'approvazione finale del Congresso dopo le consuete audizioni di questa settimana davanti ai senatori. Il 55enne candidato proposto dal presidente Trump era precedentemente un tenente colonnello decorato e ha prestato servizio negli uffici governativi durante l'amministrazione GW Bush.
Ma ciò che si distingue come la sua più passata occupazione passata sta lavorando per sette anni come lobbista senior per Raytheon, la terza più grande azienda manifatturiera militare degli Stati Uniti. L'azienda è specializzata in sistemi di difesa antimissile, tra cui il sistema Patriot, Iron Dome e Aegis Ashore (quest'ultimo in collaborazione con Lockheed Martin).
Come segretario alla Difesa, Esper sarà il più alto membro esecutivo civile del governo degli Stati Uniti, accanto al presidente, a supervisionare la politica militare, comprese le decisioni sulla dichiarazione di guerra e lo spiegamento delle forze armate americane in tutto il mondo. La sua controparte militare al Pentagono è il Presidente dei Joint Chiefs of Staff, attualmente detenuto dal Generale della Marina Joseph Dunford, che dovrebbe essere presto sostituito dal Generale Mark Milley (anche nel corso delle audizioni del Senato).
Le audizioni di conferma di Esper di questa settimana sono state praticamente una procedura di timbro di gomma, ricevendo domande ingenue da parte dei senatori sulle sue credenziali e punti di vista. L'unica eccezione è stata la senatrice Elizabeth Warren, che ha  sbattuto  il potenziale "conflitto di interessi" a causa del suo passato servizio di lobbying per Raytheon. Ha detto che "sa di corruzione". Oltre alla sua solitaria obiezione, Esper è stato trattato con guanti da bambino da altri senatori e il suo appuntamento dovrebbe essere fischiato entro la prossima settimana. Durante le udienze, l'ex lobbista ha persino rifiutato espressamente di rifiutarsi di qualsiasi questione riguardante Raytheon se diventa il capo della difesa.
Come rivista Rolling Stone  ha scherzato  sulla nomina di Esper, “è così paludosa come ci si aspetterebbe”.
Il gabinetto del presidente Trump è già pieno di corruzione, pieno di ex lobbisti e altri attori del potere dell'industria privata che non sembrano preoccuparsi di sfruttare le loro posizioni governative per arricchirsi personalmente. Esper dovrebbe adattarsi perfettamente ", ha scritto Rolling Stone.
Il legame tra funzionari del governo degli Stati Uniti, il Pentagono e produttori privati ​​è un noto esempio di "porta girevole". Non è insolito, o addirittura straordinario, che gli individui passino da un settore all'altro e viceversa. Quella relazione cronica è fondamentale per il funzionamento del "complesso militare-industriale" che domina l'intera economia americana e il bilancio fiscale (730 miliardi di dollari all'anno - metà della spesa pubblica discrezionale totale del governo federale).
Tuttavia, Esper è un'incarnazione particolarmente sfacciata della perfetta connessione della porta girevole.
Raytheon è una società da $ 25 miliardi la cui attività riguarda la vendita di sistemi di difesa antimissile. I suoi prodotti sono stati distribuiti in dozzine di paesi, tra cui in Medio Oriente, nonché in Giappone, Romania e, dal prossimo anno, in PoloniaÈ nel vitale interesse di Raytheon capitalizzare le presunte minacce alla sicurezza di Iran, Russia, Cina e Corea del Nord al fine di vendere sistemi di "difesa" a nazioni che quindi percepiscono una "minaccia" e devono essere "protette".
È una certezza che Esper condivide la stessa visione del mondo, non solo per motivi ideologici radicati, ma anche per i suoi motivi personali di auto-esaltazione come ex dipendente di Raytheon e molto probabilmente come futuro membro del consiglio quando si ritira dal Pentagono . Il problema non riguarda solo la corruzione e l'etica, enormi sono quelle preoccupazioni. Si tratta anche di come formulare ed eseguire le decisioni in materia di politica estera e militari statunitensi, comprese le decisioni in materia di conflitti e, in definitiva, di guerra. L'insidiosità è quasi farsesca, se le implicazioni non fossero così inquietanti, degne della satira del genere Dr Stranamore o Catch 22.
In che modo il consiglio di Esper al presidente sulle tensioni con Russia, Iran, Cina o Corea del Nord, o qualsiasi altro presunto avversario, dovrebbe essere indipendente, credibile o oggettivo? Esper è un lobbista di fatto per il complesso militare-industriale seduto nell'Oval Office and Situation Room. Tensioni, conflitti e guerre sono carne e patate per questa persona.
Durante le udienze del senato di questa settimana, Esper ha rivelato apertamente la sua dubbia qualità di pensiero e il tipo di politiche che perseguirà come capo del Pentagono. Disse ai senatori creduloni che la Russia era responsabile del crollo del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF). Ciò equivale a maggiori profitti Raytheon dalla vendita di sistemi di difesa in Europa. Inoltre, in un'ammissione involontaria goffa, ha avvertito che gli Stati Uniti devono uscire dall'INF per sviluppare missili a medio raggio per "contrastare la Cina". Quest'ultima ammissione spiega lo scopo cinico per cui l'amministrazione Trump ha abbandonato unilateralmente l'INF all'inizio di quest'anno. Non si tratta di presunte violazioni russe del trattato; il vero motivo è che gli Stati Uniti ottengono una mano più libera per affrontare la Cina.
È ridicolo quanto palese una cosiddetta nazione democratica (l'autoproclamatasi "leader del mondo libero") sia in realtà uno stato corporativo oligarchico le cui relazioni internazionali sono condotte sulla base di profitti osceni da conflitti e guerre.
Non c'è da stupirsi quindi che le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Russia siano in condizioni così terribili. Mark Esper, che sarà presto il principale consigliere militare di Trump, non migliorerà le relazioni bilaterali, questo è certo.
Anche in un momento precario di possibili guerre con l'Iran, l'ultima persona che Trump dovrebbe consultare è qualcuno i cui compagni aziendali stanno bramando di vendere più armi.

venerdì 21 settembre 2018

Direttiva sul copyright: sarà vietato anche pubblicare link in questo modo

copyright Europarlamento
“Ecco perché la direttiva sul copyright è una censura”
Protesta il M5s, ma non solo: sulle barricate anche scrittori, blogger, giornalisti indipendenti
Un bavaglio all’informazione libera. Questa l’accusa più diffusa in queste ore nei confronti della direttiva sul diritto d’autore votata dall’Europarlamento.
Ad esprimere critiche è il M5s, che infatti ha votato contro, ma le voci di dissenso si alzano anche fuori dai palazzi della politica: in stato d’agitazione scrittori, blogger, giornalisti indipendenti.
La preoccupazione riguarda, in particolare, due articoli della direttiva in questione: l’11 e il 13.

La critica del M5s

Per i parlamentari M5s in commissione Attività produttive alla Camera dei deputati si tratta di “un vero e proprio blitz delle lobby che mirano a controllare la rete e dunque l’informazione”.
“Il testo votato dal Parlamento infatti – proseguono – mette a repentaglio, da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, il web così come abbiamo imparato a conoscerlo, cioè libero e aperto”.
Sulla stessa lunghezza d’onda i loro colleghi di partito della commissione Politiche Ue alla Camera.
“Iniziamo a chiamare le cose con il loro nome – scrivono -: la direttiva approvata oggi dal Parlamento europeo non è una riforma del copyright, ma una censura a tutti gli effetti, una scure sul principio di libertà di informazione in rete”.

Direttiva sul copyright, gli articoli 11 e 13

“In base all’articolo 11“, proseguono i portavoce M5s in commissione Politiche Ue, “neanche i link, accompagnati da una descrizione del loro contenuto, potranno più essere pubblicati senza pagare i diritti agli editori per il loro uso.
Mentre l’articolo 13 va ancora oltre nel disegnare uno scenario orwelliano: la gran parte delle piattaforme web avrà il potere di esercitare un controllo preventivo sui contenuti caricati dagli utenti”.
E’ chiaro cosa si nasconde dietro la giustificazione della difesa del diritto d’autore: il via libera alle grandi multinazionali di decidere cosa una persona può o non può pubblicare. In definitiva, cosa può sapere, condividere e cosa no.
Il MoVimento 5 Stelle è per la difesa del diritto d’autore, e infatti abbiamo presentato un emendamento alla direttiva che affronta la questione, ma in modo completamente diverso e più giusto. Ci opporremo fino alla fine a questa norma indecente che sfrutta la maschera del copyright per tradire la vera essenza di Internet“.

Reato d’opinione?

Lancia l’allarme la giornalista e scrittrice Enrica Perucchietti, che già in passato si è distinta per il suo lavoro di indagine su cosa si nasconderebbe dietro la battaglia contro le fake news.
Parlando a Lo Speciale dell’art. 13, la scrittrice ritiene che sia “un ulteriore tassello inserito all’interno di una battaglia molto più ampia, mirata ad imporre una sorta di censura, e che si è già manifestata per altro con l’allarme lanciato mesi fa sulle fake news.
In realtà si starebbe cercando, con una forte accelerazione registrata soprattutto negli ultimi due anni, di bloccare l’informazione alternativa.
Ci sono state infatti delle situazioni che sono completamente sfuggite alle maglie del potere; è avvenuto con la Brexit, è avvenuto con Trump, è avvenuto in Italia con la sconfitta al referendum costituzionale e alle elezioni del 4 marzo scorso”.
La Perucchietti vede “un tentativo di restringere sempre di più le maglie del web per arrivare infine all’introduzione di un vero e proprio reato di opinione”.

Un modo per fermare i populisti?

Scrittore e blogger, nonché biologo, è Enzo Pennetta, il quale, intervistato sempre da Lo Speciale, lancia un appello ai due partiti oggi al governo in Italia, i quali hanno tratto beneficio elettorale dal web.
“Sia la Lega che il Movimento 5 Stelle sono oggi al governo proprio grazie alla contro informazione e alla libertà di internet.
Sarebbe un suicidio politico non impegnarsi perché questa legge non passi. Spero si battono con tutte le loro forze”, afferma.
Il prof. Paolo Becchi, ritenuto fino al 2015 l’ideologo del M5s, ritiene a Lo Speciale giusto censurare “espressioni di odio razziale o di istigazione alla violenza”, afferma tuttavia che “oggi vogliono mettere il bavaglio ai social soltanto perché sanno che la forza dei populisti sta proprio lì.
E lo stanno facendo oggi a pochi mesi dalle elezioni europee. Saranno coincidenze? Non credo proprio”. Fonte: interris

martedì 7 agosto 2018

MARCO LILLO: ''QUANDO ALAN FRIEDMAN CHIEDEVA 200 MILA EURO AL MESE PER FARE LOBBY CON I POLITICI EUROPEI E CON I MEDIA PRO-JANUKOVYCH, IL PRESIDENTE UCRAINO FILO-PUTIN, COME MAI NESSUNO SI MOSSE? SECONDO LE EMAIL DI FRIEDMAN, C'ERA PURE PRODI...''

Estratti dall'articolo di Marco Lillo per ''il Fatto Quotidiano''

Sotto le mura di Capalbio un gruppo di habitué benpensanti e ben vestiti, scopre il sapore forte della resistenza al Governo spalleggiato da Putin.
"Ma l' hai sentita questa cosa dei Tvoll russi contvo Mattavella?", dice la signora con la evve moscia che si porta bene tra Pescia e "Gavavicchio".

Tutti concordano. Vien da chiedersi perché la signora non chieda ai suoi commensali: "L' hai sentita questa storia della società di Alan Friedman che nel luglio 2011 chiedeva 200 mila euro al mese per fare lobby con i politici europei e con i media a favore del presidente Viktor Janukovych, quello filo-Putin?".

Oppure: "L' hai saputo che Friedman era pagato da Paul Manafort, l' uomo della campagna di Trump, quello del Russiagate? E lo hai letto che una società di lobby filo-ucraina pagava l' ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer? E che Friedman sosteneva nelle sue mail di voler usare Gusenbauer per reclutare altri politici e quello poi pagava Romano Prodi per migliorare i rapporti internazionali dell' Ucraina?". O ancora: "Lo sai che Prodi ha scritto un articolo sul New York Times, rivisto con Friedman, prima della pubblicazione, e modificato mediante un tale che poi nel 2017 è diventato portavoce di Rick Gates, il socio di Paul Manafort?".
VLADIMIR PUTIN E ROMANO PRODIVLADIMIR PUTIN E ROMANO PRODI

O ancora: "Lo sai che in quell' articolo Prodi si scagliava contro i manifestanti più violenti e chiedeva di non applicare le sanzioni europee contro Janukovich? E che, proprio quel giorno, il 20 febbraio 2014, la Polizia a Kiev uccideva decine di manifestanti?".
Infine: "lo sai che sul sito del giornale che ha lanciato giovedì l' allarme contro i troll russi, il Corriere, c' è un video del 14 marzo 2014 nel quale Prodi, con Friedman accanto, parla di Ucraina vantandosi di aver votato contro il suo ingresso in Europa e di aver parlato del tema con Putin?".

Nessuna di queste domande echeggia nelle sere di Capalbio, ma nemmeno nelle redazioni dei giornali. Le interferenze russe sono di moda solo se riguardano i tweet che partono da San Pietroburgo in favore di Salvini e Di Maio, non se imbarazzano Prodi e Friedman, due soggetti ben integrati nell' establishment che controlla i giornali.

(…)

trump manafortTRUMP MANAFORT
In questo clima il Corriere ha scomodato la sua migliore cronista, Fiorenza Sarzanini, per scovare la pistola fumante, un tweet, scelto tra tanti forse perché triangola con i sovversivi annidati nel nostro giornale: "In risposta a @fattoquotidiano Mi vergogno di essere siciliano come #Mattarella il siciliano è un popolo da sempre succube della mafia. Ora abbiamo un Presidente della Repubblica SUCCUBE ." Firmato Davide S.".

Il messaggio farebbe parte, secondo il Corriere, della tempesta di tweet anti-Mattarella originata da un' unica fonte, nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2018, quando il Capo dello Stato si oppose alla nascita di un governo con Paolo Savona ministro dell' Economia.

Il pezzo del Corriere bolla quell' attacco come "un tentativo andato a vuoto che però non cancella la pressione politica esercitata sulla più alta carica istituzionale e dunque consente ai magistrati del pool antiterrorismo di Roma di procedere nell' ipotesi che dietro il tweet storm ci fosse un disegno eversivo". Ecco spiegata l' inchiesta per attentato alla libertà di Mattarella. A troll estremi, estremi rimedi.

Paul ManafortPAUL MANAFORT
Nel pezzo si delinea l' identikit di chi avrebbe dato il via al coro anti-Colle: "Una società specializzata () il primo profilo sarebbe stato creato con un' iscrizione avvenuta in Italia, quella dello snodo dati che si trova a Milano".

A ben vedere prima della tempesta di tweet non c' era la quiete. La sera del 27 maggio Luigi Di Maio telefonò a Fabio Fazio in diretta tv per chiedere la messa in stato d' accusa di Mattarella. Quattro milioni di italiani sentirono non un troll ma il leader che aveva appena preso 10,5 milioni di voti fare pressione sul Capo dello Stato. Al confronto la pressione dei tweet messi in circolo dai 360 profili nel mirino della Procura sembra una piuma.

Eppure la Procura ha scelto di sparare con il bazooka dell' articolo 277 codice penale sul branco dei leoni da tastiera anonimi del 27 maggio, ignorando il capo branco a volto scoperto.

marco lilloMARCO LILLO
Se dietro alla tempesta dei tweet ci fosse una sola mano sarebbe una notizia dal punto di vista giornalistico. Se poi la società fosse legata a Lega e M5S sarebbe una doppia notizia anche dal punto di vista politico. 

Ma siamo proprio sicuri che sarebbe anche una notizia di reato?

In fondo un cittadino, se non esagera fino al vilipendio, ha il diritto di criticare il presidente per la scelta (a parere di chi scrive legittima, ma secondo alcuni costituzionalisti al limite delle sue prerogative) di porre il veto su un nome del nascente governo. Magari è stupido ma è lecito chiedere la messa in stato di accusa e le dimissioni di un Capo dello Stato che sacrifica sull' altare dei mercati un ministro indicato dalla maggioranza.

Il limite del codice penale resta quello dei reati di vilipendio e attentato alla libertà del Capo di Stato, ora contestati ai troll ignoti. Entrambi sono un retaggio dell' epoca monarchica e sul reato più grave non c' è praticamente giurisprudenza.
(…)

PUTIN MATTARELLAPUTIN MATTARELLA
Se poi davvero dietro alla fabbrica dei troll anti-Mattarella ci fossero i russi, le cose sarebbero diverse: le interferenze andrebbero investigate a fondo dai servizi segreti e dalla Polizia.
In quel caso sarebbe utile persino una commissione di inchiesta contro le ingerenze della lobby filo-Putin anche per individuare i rimedi normativi alle incursioni estere.

Però, oltre al presunto regista dei tweet anti-Mattarella, bisognerebbe convocare in Commissione anche Prodi per chiedergli dettagli sui soldi che ha preso dall' ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer e sulle mail scambiate con Friedman. Il Fatto ci ha già provato, senza successo.

Fonte: qui