9 dicembre forconi: Bruxelles
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sabato 28 settembre 2019

Bruxelles dà 1,8 miliardi a Soros (finanziando le sue ONG)

Con  426  voti a favore contro 152 contrari, il parlamento UE ha  creato un nuovo programma  europeo, dal titolo “Diritti e valori”,  il cui scopo è  “la protezione dei diritti democratici”.  Il programma sarà finanziato con 1,8 miliardi di euro, ciò che triplica lo stanziamento di 642 milioni inizialmente previsto dalla Commissione.  Ciò è avvenuto durante la sessione plenaria a Strasburgo nel 17 gennaio,  ma lo si sa solo adesso  – da un giornale ungherese, che era andato a spulciare le carte dei processi verbali. Nessun altro media ha ripreso la notizia. Del resto il mega-stanziamento comincerà dal 2020.
Si tratta di una grande vittoria di Georges Soros, della sua opera di lobby, diretta e indiretta attraverso i suoi lobbisti, e dei suoi “alleati fidati” nel Parlamento: è  praticamente  il  programma della sua Opens Society, che adesso viene finanziato e  coperto dai contribuenti UE.   I fondi andranno di fatto alle ONG che promuovono “la democrazia” all’europea, e i “valori” come l’immigrazione e il meticciato (esaltato da Bergoglio come valore).
Dalle carte spulciate, risulta che  Soros, oltre a mantenere lobbysti permanenti presso la UE, si è recato oltre venti volte di persona a colloquio  con  i capi della Commissione, da quando presidente di detta Commissione è stato scelto (dalla Merkel)  Juncker.
Lui, il miliardario, ha incontrato regolarmente Juncker e Frans Timmermans , il vice-presidente della Kommissija, dando loro consigli sulla direzione della UE, in tema di migrazioni e dell’atteggiamento da tenere verso l’Ungheria. Ovviamente mai Orban, né alcun altro governante, ha mai avuto un simile accesso aperto con i principali commissari.

Il giornale magiaro ha scoperto che altri 12  lobbisti  accreditati, riconducibili  a Soros, hanno incontrato 52 volte l’anno (a partire dal 2014) rappresentanti della Commissione europea, quindi quasi una volta la  settimana.
Il giornale  Magyar Idöka  ha trovato una lista delle riunioni tenuta, oltre che coi commissari, anche coi direttori generali. Per il personale di rango inferiore, la Commissione non è tenuta a rendere pubblici gli incontri che hanno con lobbisti.
All’inizio dell’ondata migratoria” innescata da Angela Merkel, i lobbisti di Soros “hanno innestato il turbo, e decine di loro  andavano all’europarlamento praticamente ogni giorno. Nel 2017, il team dei lobbisti è stato rimpolpato di altri due elementi, per il superlavoro. Hanno incontrato  i dirigenti della Commissione cinquanta volte. Le spese di lobby dichiarate (come d’obbligo) sono state quell’anno 2.499.999 : un ottimo investimento   –  a  cui del resto il grande speculatore ci ha abituato  – se ha reso 1,8 miliardi di fondi pubbliche per le sue ONG pseudo-umanitarie.
Del resto la decisione dell’europarlamento non è strana, se si ricorda (come ha scoperto e denunciato Nigel Farage nell’agosto 2018)  che è trapelata una base di dati interna alla Fondazione Open Society,  una lista di eurodeputati definiti “alleati affidabili” per i fini di Soros:  226 su  751
(qui potete rivedere la lista:
Così diventa più piegabile la solerzia on cui  la Commissione  aprì, nel luglio 2017, la procedura d’infrazione contro l’Ungheria perché aveva  emanato una legge che richiedeva obblighi aggiuntivi e stringenti a ONG “beneficianti di capitali stranieri” –  norma che prendeva di mira le organizzazioni di Soros per la “società aperta”.  “Siamo arrivati alla conclusione che questa legge non è conforme al diritto della UE”, perché  attentatrice  della libertà di associazione, della libera circolazione dei capitali e della protezione della vita privata”, spiegò  il vice-presidente della Commissione, che risponde al nome di Frans Timmermans, l’amicone la cui porta era, per il miliardario, sempre aperta. Ora che tra i commissari c’è Gentiloni, siamo sicuri che la porta sarà spalancata.
Il largo soddisfatto sorriso.
La forma di governo che la UE ha creato, e  che chiama “democrazia”, è dunque  l’oligarchia  dettata da Soros: dove lui  ha più voce in capitolo di ogni  governante  di paese membro “inferiore”, e che  viene gestita secondo  “i valori e  gli ideali” della “società aperta”  tipici di Soros, che come sappiamo si picca di filosofo. Come vediamo,  solo i governi che aderiscono ai valori della “Open Society”,  a cominciare da  immigrazione e meticciato, sono trattati come aventi piena legittimità; gli altri sono mal sopportati e sabotati, trattati con misure più severe e opprimenti rispetto ai “buoni” che aderiscono ai “valori e ideali”, e anche derisi.
Frans Timmermans non ha esitato  di  bollare  da “idioti”   i ministri britannici  che trattavano il Brexit.. Oggi Verhofstad ha rincarato: “Non  voglio sentire mai più Boris Johnson o qualsiasi altro Brexiteer dire di nuovo che l’Unione europea non è democratica”, ha twittato.
Al che Evans Pritchard del Telegraph ha risposto elencando, “senza pretesa di  essere completo”,  gli esempi di democrazia UE nell’ultimo decennio. “Il rovesciamento di leader eletti e l’installazione di juntas  in Grecia (2010) e in Italia (2011, il golpe Monti), il cesarismo monetario della Banca centrale europea (Italia e Spagna 2011, Grecia 2015 ), …  in Francia  i i gilet jaunes si sono scontrati violentemente con la polizia ogni sabato per 45 settimane consecutive, e  Emmanuel Macron ha dovuto arruolare l’esercito con l’autorizzazione a sparare  per contenere le rivolte. Lo scorso fine settimana sono stati arrestati altri 137 manifestanti. Una forza di sicurezza di 7.500 e le brigate di repressione non sono riuscite a impedire ai gilet jaunes e agli infiltrati  black bloc  di distruggere Parigi di nuovo.
“Due anni fa in Spagna la Guardia Civil fu mobilitata per cercare di prevenire il referendum catalano e schiacciare la secessione. Degli elettori  bastonati  picchiati mentre cercavano di entrare nelle cabine elettorali. La Generalitat catalana fu arrestata in massa (alcuni fuggirono in esilio).  I leader chiave di questo movimento non violento sono in prigione da allora, tra cui il vicepresidente catalano Oriol Junqueras e l’attivista della società civile Jordi Cuixart.  Stanno aspettando il processo e rischiano 14 anni di carcere. Un rapporto degli Stati Uniti quest’anno ha definito la loro detenzione “arbitraria” e ne ha chiesto il rilascio. C’è stato un sussurro di protesta da parte dell’UE?”.
No, perché l’Europa è la pace. L’Europa è la sola  democrazia, e  le altre idee di democrazia sono proibite. L’Europa è  la società aperta secondo Soros.  Dove l’intellettuale Alain Soral  viene sbattuto in galera per due anni per delitto d’opinione,
e in Italia  la dottoressa De Mari è  condannata per “razzismo” e secondo la legge Mancino per aver espresso critiche al movimento LGBT:  “La libertà di espressione ha i suoi limiti quando, ad esempio, inneggia al nazismo”,  obietta  il gruppo gay che ha raccolto le firme per  far radiare dall’Ordine dei Medici la dottoressa De Mari.  Il loro gioco è evidente:  noi sodomiti siamo le nuove Vittime dell’Olocausto, chiunque ci critica  infrange i divieti legali adottati per la santificazione del Nuovo Agnello, la Vittima Innocente, del popolo ebraico. Come in Europa si va in galera se si mette in dubbio il numero sacro dei Sei Milioni,  o “si inneggia al nazismo” , si vuole poter mettere in carcere come razzista chi prova a sostenere che  l’omosessualità  è un disturbo, da cui si può guarire.  Sostenuti in questa repressione  odiosa delle idee dalla magistratura, e dai media.
Così stiamo piombando nelll’oscurità della liberà  per alcuni – che possono esprimere odio ed  incitare alla  strage
“Eliminate fisicamente i sovranisti”…Lui non è stato bloccato da Facebook, Fusaro, Borgognone, sì. E’ la Società Aperta ….
E  alla galera per chi ricorda che la sodomia è un disordine e un peccato.  Dove diventa sempre meno tollerato  chi non crede a Greta e  non condivide l’allarme climatico, che ha raggiunto parossismi deliranti:
(Grazie Messora!) ….

venerdì 17 maggio 2019

Il ministro austriaco: "Italia nuova Grecia". Tria: "Pensi prima di parlare"

Bruxelles, 16 maggio 2019 - Il ministro dell'Economia Giovanni Tria arriva a Bruxelles, alla riunione dell'Eurogruppo, e prova a rassicurare i partner europei sugli obiettivi di finanza pubblica del Governo, e quindi sul debito che calerà come prevede il Def, un documento “approvato anche dal ministro dell'Interno” spiega. “C'è un Def approvato da Governo e Parlamento”, e il Governo “sta lavorando” per attenersi a quegli obiettivi, sottolinea Tria.
Quanto detto qualche giorno fa dal vicepremier Salvini, disposto a portare il debito al 140%, avevano provocato dure reazioni tra le capitali europee. La bordata più pesante è arrivata dal ministro delle Finanze austriaco, Hartwig Loeger che già alla vigilia dell'Eurogruppo, in un'intervista, aveva detto che l'Italia rischia di diventare 'la nuova Grecia' e che l'Austria non pagherà per il debito italiano. Poi ha attaccato Tria: “Il comportamento dell'Italia non può essere accettato”, ha detto. E ancora, “ha ceduto” a Salvini “e non guarda la verità in faccia” auspicando che l'Ue “metta in chiaro che Roma sta andando nella direzione sbagliata”.

Penso che le persone prima di parlare debbano pensare”, ha replicato Tria, ricordando che l'Italia “non chiede che qualcuno paghi per il proprio debito”, ed ha pagato “abbondantemente per i debiti altrui aiutando altri Paesi europei, non avendo mai chiesto un euro”. Al contrario, “non credo che l'Austria abbia pagato quanto l'Italia per aiutare altri Paesi”, ha detto Tria. L'Austria, ripete Loeger, chiederà alla Commissione questa volta di non fare sconti all'Italia e rimetterà sul tavolo la richiesta di sanzioni per chi non rispetta le regole. Fonte: qui

domenica 17 marzo 2019

LO STRANO SUICIDIO DELLA FUNZIONARIA ITALIANA LAURA PIGNATARO, PRECIPITATA GIÙ DA UN EDIFICIO NEL DICEMBRE SCORSO

“LIBERATION” IPOTIZZA CHE POTREBBE ESSERE STATA MESSA SOTTO PRESSIONE PER DELLE NOMINE DALLA POTENTISSIMA LOBBY INTERNA GUIDATA DAL TEDESCO MARTIN SELMAYR, IL RASPUTIN DI JUNCKER CHE…

Adriano Scianca per “la Verità”

laura pignataro 1LAURA PIGNATARO
Lo chiamano «il mostro di palazzo Berlaymont», il «Rasputin di Jean-Claude Juncker», il «Frank Underwood dell' Ue». Adesso, sulla strada di Martin Selmayr, il controverso segretario generale della Commissione europea, capita davvero una storia alla House of Cards. C' è un' inchiesta di Libération, infatti, che sta facendo tremare le stanze ovattate di Bruxelles.

C' è di mezzo un uso spregiudicato del potere, lo strano suicidio di una funzionaria italiana di cui anche in patria si è saputo poco o nulla e un certo clima di terrore che si respirerebbe proprio in quei corridoi da cui arrivano tanti appelli ai buoni sentimenti e al rigore morale. Ma andiamo con ordine.

MARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKERMARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKER
Il 17 dicembre 2018, a Bruxelles, una donna si getta da un palazzo e muore.
Si chiama Laura Pignataro, è italiana, ha 50 anni ed è un alto funzionario della burocrazia europea. Nel 2016 è stata messa nella direzione delle risorse umane del Servizio giuridico della Commissione europea. Sta a lei, quindi, vigilare sulla regolarità delle nomine.

laura pignataro 2LAURA PIGNATARO





Ed è in questa veste che la sua strada incrocia quella di Selmayr. Questo tedesco di 49 anni, con la faccia da turista che si fa fregare sul conto del ristorante a Venezia, è in realtà il vero dominus dell' intera Ue, l' incarnazione dell' eurocrate spietato. Ex braccio destro di Juncker, è diventato oggetto di una querelle fra la Commissione europea e il Parlamento Ue, che ne contesta la nomina a segretario generale dell' esecutivo europeo attraverso procedure giudicate «poco trasparenti». Un eufemismo, perché c' è chi parla di un vero golpe.

Come ricostruito da Daniele Capezzone sulla Verità lo scorso settembre, Selmayr si fece nominare vice segretario generale (cioè vice capo dell' intera struttura amministrativa Ue), sapendo bene che, nelle ore successive, il capo, Alexander Italianer si sarebbe dimesso, lasciandogli nelle mani un esercito di 32.000 dipendenti.

commissione europea 6COMMISSIONE EUROPEA
Dopo mesi di polemiche e investigazioni, Emily O' Reilly, l' ombudsman Ue, cioè il difensore civico europeo, ha rilevato nella vicenda diversi profili di mala amministrazione, un misto di conflitti di interessi, regole aggirate, finte urgenze create ad arte per fare i propri comodi. Verdetto pesante, ma senza conseguenze, così come lettera morta è restata la richiesta di dimissioni arrivata dal Parlamento europeo.

Martin Selmayr JunckerMARTIN SELMAYR JUNCKER
Il 28 febbraio 2018, la commissione per il controllo del budget del Parlamento europeo invia 134 domande sulla questione alla Commissione, piuttosto agitata dalla vicenda. Secondo quanto scrive Libération, il 24 marzo, 10 persone del Servizio giuridico si riuniscono per preparare le risposte. Tra loro anche Laura Pignataro. Se non che, sempre secondo il racconto del quotidiano francese, a un certo punto Selmayr entra nella stanza.
Il direttore generale del Servizio giuridico, Luis Romero, lascia la sala per evitare un conflitto di interessi palese. Pignataro, pur in imbarazzo, resta, anche perché lei è stata nominata proprio da Selmayr.

Martin SelmayrMARTIN SELMAYR
Una seconda riunione per rispondere a nuove domande dei parlamentari è indetta il 2 aprile. Anche stavolta, il segretario generale si palesa. Fonti anonime citate da Libération descrivono la Pignataro come furiosa per le violazioni al regolamento che le vengono imposte.

A maggio entra in scena Emily O' Reilly. Chiede l' accesso ai server della Commissione: niente da fare. Vuole tutte le mail concernenti la nomina di Selmayr: niet. Fedele alle istituzioni, più che agli uomini, la Pignataro cede: consegna alla O' Reilly quanto richiesto. Un atto dovuto, secondo lei. Un tradimento, secondo Selmayr. L' uomo è furioso. Secondo Libération «le impone di non parlare con nessuno», la mette nella situazione di essere «obbligata a mentire», «la chiama nel cuore della notte per darle delle direttive».
Martin SelmayrMARTIN SELMAYR

Il 12 dicembre, la donna avrebbe confidato ai suoi cari di essere al capolinea: «Sono finita. Tu non puoi immaginare cosa sono stata obbligata a fare in queste settimane». Secondo tale fonte, la donna «aveva l' aria terrorizzata dall' ostilità di Selmayr». Quattro giorni dopo, si è uccisa. Secondo Libération, «né Martin Selmayr, né Günther Oettinger, il commissario incaricato dell' amministrazione, né Jean-Claude Juncker hanno ritenuto utile inviare le condoglianze alla famiglia». La testata francese precisa che la donna aveva anche una situazione familiare difficile per via della separazione dal marito. Ma certo il quadro delle segrete stanze europee viste dall' interno è devastante. E infatti il racconto non è passato inosservato.

commissione europea 6COMMISSIONE EUROPEA
Ieri l' account Twitter della Commissione era iperattivo nel tentativo di tamponare la situazione. 

È poi uscita una lunga smentita, i cui punti salienti sono: 

1) Non c' era alcun conflitto d' interesse nella presenza di Selmayr alla riunione del 24 marzo; 

2) Romero non ha mai lasciato la sala nel corso di tale riunione; 

3) il 2 aprile, peraltro lunedì di Pasqua, non c' è stata alcuna riunione; 

4) è stato l' entourage del segretario generale a fornire il materiale alla O' Reilly; 

5) Selmayr conosceva appena la Pignataro, l' ha vista solo due volte e non l' ha mai chiamata; 

6) lo stesso voleva inviare le condoglianze alla famiglia della donna dopo il suicidio, ma è stato dissuaso per via di certe «circostanze personali delicate» alla base della tragedia. Intanto, su Twitter, l' account «Commission Européenne» invita il giornalista di Libération a «ricordarsi come inizia la seconda stagione di House of Cards».

commissione europea 3COMMISSIONE EUROPEA
A quel punto della serie, infatti, Frank Underwood uccide la giornalista troppo curiosa Zoe Barnes, gettandola sotto la metropolitana. Ma state tranquilli: l' account «Commission Européenne» è un profilo fake.

Fonte: qui

venerdì 1 febbraio 2019

UNO STUDENTE DI BRUXELLES È MORTO NEL SONNO DOPO AVER MANGIATO SPAGHETTI CHE ERANO RIMASTI FUORI DAL FRIGO PER 5 GIORNI


A TROVARLO PRIVO DI VITA NEL SUO LETTO SONO STATI I GENITORI CHE HANNO IMMEDIATAMENTE CHIAMATO I SOCCORSI 
ECCO COSA LO HA UCCISO


pasta killer 4PASTA KILLER 
Uno studente è morto nel sonno dopo aver mangiato spaghetti che erano rimasti fuori dal frigo per 5 giorni. A trovarlo morto nel suo letto i genitori che hanno immediatamente chiamato i soccorsi.

Sul corpo del ragazzo, originario di Bruxelles è stata effettuata l'autopsia da cui è emerso che il giovane sarebbe morto per avvelenamento da cibo causato da batteri chiamati bacillus cereus.
pasta killer 3PASTA KILLER 

Il Bacillus cereus è un batterio che forma spore che produce tossine, provocando vomito e diarrea, secondo la Food Standards Authority. Prima di andare a dormire il ragazzo aveva avuto questi sintomi, aveva bevuto molta acqua ed era andato a letto senza prendere medicine.

Fonte: qui

lunedì 17 dicembre 2018

5MILA PERSONE IN PIAZZA A BRUXELLES CONTRO IL “GLOBAL COMPACT” CREANO IL PANDEMONIO


I MANIFESTANTI A VOLTO COPERTO, APPARTENENTI A GRUPPI E ASSOCIAZIONI DI ESTREMA DESTRA, HANNO TENTATO DI ENTRARE NEL PALAZZO DELLA COMMISSIONE EUROPEA E HANNO LANCIATO OGGETTI CONTRO LE FORZE DELL'ORDINE 

LE PROTESTE ERANO STATE VIETATE DALLE AUTORITÀ CITTADINE, MA…. 


Giorgia Baroncini per www.ilgiornale.it

bruxelles i cortei dell'estrema destra contro il global compact 6BRUXELLES I CORTEI DELL'ESTREMA DESTRA CONTRO IL GLOBAL COMPACT
Sono ore di tensione a Bruxelles, dove due manifestazioni stanno paralizzando il centro della città. Circa 5mila persone si sono date appuntamento per protestare contro il Global compact, approvato a Marrakech lo scorso 10 dicembre. In parallelo, un altro migliaio di manifestanti è in marcia contro il razzismo.

Secondo quanto riferito dai media locali, i partecipanti alla prima manifestazione hanno lanciato oggetti contro le forze dell'ordine, che hanno risposto cercando di disperderli con cannoni ad acqua. Tra gli slogan scanditi, "Prima il nostro popolo", "Basta, chiudiamo le frontiere" e diverse richieste di dimissioni al premier Charles Michel. In Belgio, il Global compact aveva già aperto una crisi di governo.
bruxelles i cortei dell'estrema destra contro il global compact 10BRUXELLES I CORTEI DELL'ESTREMA DESTRA CONTRO IL GLOBAL COMPACT 




A organizzare il loro corteo "contro Marrakesh", gruppi di estrema destra e associazioni di destra. I manifestanti, alcuni dei quali a volto coperto, hanno inoltre tentato di entrare nel palazzo che ospita la Commissione dell'Unione europea a Bruxelles. Il sindaco Philippe Close ha dato notizia di 70 persone arrestate.
Le proteste erano state vietate dalle autorità cittadine per il timore di scontri, ma il Consiglio di Stato aveva annullato la decisione ritenendo le motivazioni "non sufficienti" a limitare la libertà di manifestare. Oltre al corteo contro il Global compact, si sta svolgendo una pacifica contromanifestazione antirazzista che vede la partecipazione di un collettivo di Gilet gialli.

Fonte: qui
bruxelles i cortei dell'estrema destra contro il global compact 13BRUXELLES I CORTEI DELL'ESTREMA DESTRA CONTRO IL GLOBAL COMPACT bruxelles i cortei dell'estrema destra contro il global compact 12BRUXELLES I CORTEI DELL'ESTREMA DESTRA CONTRO IL GLOBAL COMPACT 

venerdì 10 novembre 2017

LA COMMISSIONE UE SCARICA SUL PROSSIMO GOVERNO LA CORREZIONE DEI CONTI: FARLA IN CAMPAGNA ELETTORALE SAREBBE UN ASSIST A GRILLO

GENTILONI (SE SUCCEDERA’ A SE STESSO) RISCHIA UNA PROCEDURA D’INFRAZIONE PER LA MANCATA RIDUZIONE DEL DEBITO 
Marco Bresolin per ‘La Stampa’

Ci sono due mine in arrivo da Bruxelles, pronte per essere posizionate sul tavolo del governo. Ma non di questo, bensì del prossimo. L' esecutivo che uscirà dalle elezioni di primavera rischia infatti di dover affrontare come primo - e urgente - dossier quello dei conti pubblici. Una manovra-bis, in prima battuta. E teoricamente addirittura una procedura di infrazione.

GENTILONI PADOANGENTILONI PADOAN
Un' ipotesi certamente estrema, che legherebbe le mani per i prossimi anni al futuro capo del Tesoro. Scenari ipotetici, ma non impossibili. Al momento - si bisbiglia in Commissione - non è stata presa ancora alcuna decisione. Ufficialmente ogni giudizio è rinviato al 22 novembre, quando l' esecutivo Ue pubblicherà le opinioni sulle leggi di bilancio. Lì sarà molto chiaro ciò che è già filtrato ieri: nella manovra per il 2018 mancano 3,5 miliardi. Da qualche parte, prima o poi, qualcuno dovrà tirarli fuori. Ma non solo, perché c' è pure il rischio concreto di una «deviazione significativa» nel 2017. Il «non rispetto» dei vincoli fissati dal Patto di Stabilità potrebbe, nel caso limite, portare alla procedura.

JUNCKER GENTILONIJUNCKER GENTILONI
Nessuna delle due mine, però, esploderà entro la fine dell' anno. Con una serie di acrobazie, la Commissione è pronta a concedere ulteriore tempo all' Italia. La richiesta di una manovra-bis (come quella fatta all' inizio di quest' anno) in piena campagna elettorale sarebbe controproducente, secondo il governo e secondo Bruxelles. Jean-Claude Juncker teme l' avanzata dei partiti populisti ed è disposto a tendere entrambe le mani verso il governo. Però le cifre parlano chiaro.

I 3,5 miliardi di euro di «buco» corrispondono allo 0,2% del Pil, ossia la quota che mancherebbe all' Italia per rispettare l' accordo informale preso con Bruxelles prima dell' estate. Le parti si erano accordate su una riduzione del deficit strutturale pari allo 0,3% del Pil (anziché lo 0,6% come previsto dai vincoli del Patto), circa 5,25 miliardi. Il problema è che i tecnici della Commissione si sono accorti che la manovra italiana non arriva a quella cifra: lo sforzo strutturale non va oltre lo 0,1%, ossia 1,75 miliardi. Ne mancano 3,5.
juncker gentiloni draghiJUNCKER GENTILONI DRAGHI

Magari Bruxelles non li chiederà tutti fino all' ultimo centesimo e si troverà il modo di abbassare la cifra, anche perché con Roma resta una divergenza nel modo in cui vengono calcolati i parametri. Ma, si dice, «qualcosa andrà fatto». Resta da capire a chi spetterà farlo: la campagna elettorale è certamente il momento peggiore per chiedere a un governo una manovra aggiuntiva. L' ipotesi di un rinvio, dunque, resta la più accreditata.

Anche sull' eventuale procedura d' infrazione, alla fine, si prenderà tempo. Bruxelles dovrà per forza di cose redigere un rapporto sul debito pubblico italiano. Non è detto che lo faccia entro la fine dell' anno, potrebbe attendere: soltanto in primavera i dati Eurostat certificheranno le cifre definitive per il 2017. A oggi, però, le stime dicono che nell' anno in corso l' Italia ha sforato. Il saldo strutturale - tra il 2016 e il 2017 - è peggiorato di 0,4%.

Considerato che l' Italia avrebbe dovuto migliorarlo di 0,6%, lo scostamento è di un punto di Pil: 17,5 miliardi. Da questi, però, va scontata la quota di flessibilità ottenuta per sisma e migranti, circa lo 0,34% del Pil (6 miliardi). Nonostante ciò resta uno scostamento dello 0,66%: 11,5 miliardi. Se confermata in primavera, la cifra potrebbe portare teoricamente all' apertura di una procedura di infrazione. 

Ma sarà, eventualmente, un problema del prossimo governo.

Certo è che la Commissione non potrà rinviare troppo a lungo le proprie decisioni e quindi la questione rischia pesare anche sulla data delle prossime elezioni. L' ipotesi, ormai lontana, di un voto a maggio, renderebbe più difficile anche questa partita.

Fonte: qui

sabato 10 dicembre 2016

PADOAN PERDE LA FACCIA A BRUXELLES

BOCCIATO DALLA BCE SU MPS

AVEVA PROMESSO ALLA COMMISSIONE CHE AL SENATO ABBATTEVA IL DEFICIT 

LA SCONFITTA DEL REFERENDUM, L’APPROVAZIONE DELLA MANOVRA IN 24 ORE, LE DIMISSIONI DI RENZI NON GLI HANNO PERMESSO DI RISPETTARE LA PAROLA:

COME PERDERE UNA CREDIBILITA’ ACQUISITA IN DECENNI DI SHERPA

Dagoreport

jpmorgan dimon renzi padoanJPMORGAN DIMON RENZI PADOAN IL BISCOTTO 
A dare il colpo di grazie sulle aspettative di Piercarlo Padoan di arrivare a Palazzo Chigi ci ha pensato Mario Draghi. La scelta della Bce di non concedere ulteriore tempo all’aumento di capitale del Montepaschi diventa una colpa per il ministro dell’Economia. Sebbene lui abbia fatta soltanto il prestanome di Renzi.

Nei corridoi di via Venti settembre era nota a tutti l’idea del ministro di intervenire con il sostegno pubblico per Mps. Ma a stopparlo è sempre stato il premierino, che aveva stretto un patto di ferro con Jamie Dimon, ceo di JpMorgan, e con Claudio Costamagna che lo aveva accompagnato a Palazzo Chigi.
RENZI PADOAN ORECCHIEFALLITI

La sua credibilità di economista, poi, Padoan l’aveva messa sul piatto della Commissione europea per giustificare un deficit sopra le aspettative. La Commissione, come funziona fra gentiluomini, gli ha creduto. Ma subito dopo il referendum perso è passata all’incasso.

Era noto a tutti che i conti italiani fossero fuori linea. Ma Padoan aveva messo sul piatto della bilancia il suo nome e la sua parola per garantire che, una volta passato (e vinto) il referendum, il governo avrebbe introdotto i correttivi necessari durante l’esame della manovra al Senato.
pier carlo padoan, pierre moscovici e michel sapin 4193e149PIER CARLO PADOAN, PIERRE MOSCOVICI E MICHEL SAPIN 4193E149

Renzi, però, ha pensato bene di dimettersi. Palazzo Madama ha approvato in 24 ore la legge di Bilancio, senza quelle misure concordate con Bruxelles. Il risultato che la Commissione sta interpretando come il ministro dell’Economia non sia più in grado di rispettare la parola data.

Per fair-play hanno chiesto che le correzioni dei conti pubblici su deficit e debito vengano prese entro marzo. Ma avrebbero fatto anche capire che preferirebbero non avere più a che fare con Padoan. In poche parole, si sentono presi in giro da Piercarlo: vittima politica degli avvitamenti politici di Renzi. E Palazzo Chigi s’allontana.

Fonte: qui

venerdì 25 novembre 2016

CIALTRONI ITALIANI: IL VOLO DI STATO DI BENIGNI E LE TRASMISSIONI IN RAI DI VELTRONI


LA DIVINA COMMEDIA DEL VOLO SU UN FALCON PRIVATO PER PORTARE NEL 2011 ROBERTO BENIGNI A BRUXELLES A SPESE DELL’UNIVERSITA’ DI PERUGIA, COSTATO BEN 16MILA EURO

LA CORTE DEI CONTI RITIENE UNO SPRECO AVERE UTILIZZATO COSÌ TANTI SOLDI PER UNA TRASFERTA E ACCUSA LA MINISTRA STEFANIA GIANNINI, EX RETTORE DELL’ATENEO PERUGINO

PERCHE’ E’ STATO AFFITTATO UN JET PRIVATO? LA GIANNINI SI DIFENDE: ''ERA UN'INIZIATIVA ISTITUZIONALE (150 DELLA REPUBBLICA) E POI BENIGNI AVEVA UNA GAMBA INGESSATA''

Italo Carmignani e Federico Fabrizi per www.ilmessaggero.it


Un ministro, Stefania Giannini, un premio Oscar, Roberto Benigni, la Divina Commedia, il Parlamento europeo e un Falcon in volo da Roma a Bruxelles.

Sono gli elementi della storia riassunta in un invito a dedurre notificato in queste ore dalla Procura della Corte dei Conti di Perugia per una vicenda di cinque anni fa. Destinatarie del provvedimento, arrivato sul filo della prescrizione, lo stesso ministro e il direttore generale dell' Università per Stranieri Antonella Bianconi ai tempi in cui la Giannini era rettore dell' ateneo perugino.

STEFANIA GIANNINISTEFANIA GIANNINI
Nel documento in cui si chiede di spiegare i motivi di una spesa costata quanto un viaggio ministeriale è riportata la cifra di 16mila euro utilizzata per affittare un Falcon, un jet privato, per portare Roberto Benigni da Ciampino a Bruxelles a tempi di record.

LA TRASFERTA A pagare fu l' Università di Perugia. E se la Corte dei Conti, attraverso il sostituto procuratore contabile Pasquale Principato, ritiene uno spreco avere utilizzato così tanti soldi per una trasferta, al tempo stesso la Giannini spiega in due passaggi la sua linea difensiva. Primo, si trattava di un' iniziativa istituzionale legata alle celebrazioni dei 150 anni della Repubblica.

BENIGNIBENIGNI
Secondo, per avere Benigni a Bruxelles era necessario utilizzare un jet perché il comico aveva una gamba ingessata. Probabilmente era stato lo stesso Benigni, costretto a spostarsi in stampelle, a porre la condizione del volo privato.
Passo indietro di cinque anni.

È il nove novembre 2011, l' anno delle celebrazioni dei 150 anni, l' Università per Stranieri organizza a Bruxelles un incontro con i parlamentari per la divulgazione della lingua italiana. Il programma prevede un recital di Benigni, un paio d' ore da dedicare alla lettura del di un canto dell' Inferno, il XXVI, di fronte ai parlamentari europei. Titolo dell' evento: La lingua italiana come fattore d' identità e unità nazionale.
FALCON JETFALCON JET
Benigni raccoglie un mare di applausi. E tutti paiono felici.

L' ALTRO PROCESSO Al ritorno in patria, però, i revisori dei conti dell' Università segnalano un problema: quella spesa disposta dalla Giannini con tanto di modifica del bilancio per giustificarla, non piace. I revisori informano la Corte dei Conti. E i magistrati contabili avviano subito gli accertamenti. Sul filo dei cinque anni dalla prescrizione, arriva l' invito a dedurre per l' attuale ministro e l' ex direttore che avrebbe solo obbedito a un ordine.

TAPIRO BENIGNI STRISCIA STAFFELLITAPIRO BENIGNI STRISCIA STAFFELLI
Non è la prima volta che la Giannini deve misurarsi con la magistratura contabile per il periodo in cui era rettore. Già in un altro processo i giudici hanno ravvisato uno spreco relativo a un affitto non incassato.

L' affitto mancato sarebbe dovuto arrivare da una società che gestiva un pub. In questo caso, condanna in primo grado per la Giannini e i componenti del cda per complessivi 60mila euro. Strano, ma vero, a non accontentarsi della sentenza è stata proprio la Procura contabile che in appello ha chiesto altri 210mila euro di sanzione. In fondo l' inchiesta era predestinata, il canto dell' Inferno declamato da Benigni parla di Ulisse. Guarda caso, un viaggiatore.

Fonte: qui

VELTRONI VIENE RICOMPENSATO PER IL FLOP DI ‘DIECI COSE’ CON SEI DOCUMENTARI SU RAISTORIA. E RICORDA CHE ‘L’AUDITEL NON È IMPORTANTE’. NO, SE TI CHIAMI UOLTER! (E TI SCHIERI PER IL SÌ) - 

PER QUANTI ANNI LA TELEVISIONE DI STATO (OVVERO NOI) DOVRÀ FINANZIARE IL SUO PENSIONAMENTO DORATO PRODUCENDO PRODOTTI DI M....?

1. VELTRONI EVITA L’AUDITEL
Da “il Giornale

Secondo Walter Veltroni «la Rai non può scambiare la qualità con la quantità».
CAMPO DALLORTO veltroniCAMPO DALLORTO VELTRONI
Insomma la tv di Stato non dovrebbe badare al fatto che un programma faccia o meno ascolti. Insomma a viale Mazzini non dovrebbero preoccuparsi che la trasmissione da lui ideata, «Le dieci cose», abbia ottenuto uno share bassissimo per gli obiettivi di rete di Raiuno.

Insomma secondo Veltroni il fatto che gli spettatori non vogliano vedere il suo programma, non significa che sia brutto. Messaggio recepito da viale Mazzini: gli hanno affidato anche sei documentari in onda su Raistoria da fine dicembre. Argomento: la Rai e la storia italiana. Tanto lui la tv la conosce davvero bene.


2. VELTRONI HA TROVATO LAVORO: CONVERTIRSI AL SÌ
Francesco Bonazzi per la Verità

Alzarsi ogni mattina e andare a lavorare è una sfida.
Ma alzarsi ed essere Walter Veltroni è un piacere. E anche un' arte.
VELTRONIVELTRONI
Lui non è un personaggio acido, disegnato con lo spray come il suo ex compagno Massimo D' Alema, ma somiglia a uno di quegli acquerelli delle elementari di fronte ai quali i genitori si chiedono se il pupo sia un angelo o un potenziale serial killer. Uolter, come lo chiamano per il suo americanismo casareccio, è caotico, ma levigato come un pavimento di graniglia degli anni Sessanta.

Di quelli che cambiano a seconda della luce e ti possono piacere, ma anche non piacere, e comunque, alla fine, ti dici che si tratta solo di un pavimento. Ma intanto lui è lì. È sempre lì. Tu invece chissà.

walter veltroni paolo del debbio alessandro sallustiWALTER VELTRONI PAOLO DEL DEBBIO ALESSANDRO SALLUSTI
Ci sono le grandi migrazioni, il terrorismo di matrice islamica (anzi «islamista», direbbe il nostro), il cambio di presidente alla Casa bianca, Renzi al quale stanno esplodendo in mano le banche, il Sud ormai lasciato a se stesso, milioni di cittadini disoccupati o disperatamente aggrappati a posti di lavoro sempre più traballanti. E poi c' è Veltroni, 61 anni, abbronzato, levigato, sorridente, rilassato, sempre garbato. La dimostrazione vivente che il lavoro nobilita, ma gli hobby sono meglio. I suoi sono il calcio, l' impegno politico, la lettura, il cinema, i vernissage e, naturalmente, la televisione.

Perché il padre Vittorio lavorava alla Rai e la mamma anche. Che fuori ci sia un' Italia che campa d' altro, studiando, producendo e vendendo cose che si toccano, è una miseria che non l' ha mai sfiorato. Vuoi mettere tra una cava di ghiaia sul Ticino e certi tramonti sulla terrazza Caffarelli, ripassando la formazione del Catanzaro dei miracoli?
veltroni michele emiliano ravetto ginefraVELTRONI MICHELE EMILIANO RAVETTO GINEFRA

Ebbene, ieri il Corriere della Sera gli ha concesso una pagina di intervista così titolata: «La Rai non pensi solo all' Auditel. Paghiamo il canone per avere qualità». Una summa perfetta di quel geniale «ma anche» che Maurizio Crozza gli ha affibbiato anni fa.

Perché Veltroni riconosce che lo share non può essere misura di tutta le cose, ma non trova il coraggio di contestarlo apertamente, né come sostituto della linea editoriale né come indice davvero attendibile. E poi si mette sul divano insieme al popolo, che notoriamente paga il canone «per avere qualità», e ci ricorda che anche lui, che è stato vicepremier e segretario dei Ds e del Pd ai tempi in cui Silvio Berlusconi gli faceva uno share così, insomma, anche lui ha dei diritti in quanto pagatore di canone.
walter veltroniWALTER VELTRONI

Il diritto naturalmente è quello di vedere sulla televisione di Stato programmi come il suo «Le dieci cose», che in prima serata su Raiuno ha racimolato un misero 12% di ascolto. L' intervistatore del Corriere, Paolo Conti, glielo ricorda con garbo: «C' è chi ha parlato di flop» (La Verità, per esempio). E l' uomo, che diventò giornalista dirigendo l' Unità, prende le distanze da se stesso: «Io ho fornito l' idea, senza ovviamente interferire nelle scelte autoriali».

«Autoriale sarà lei», gli risponderebbe Totò, anche a nome della lingua italiana, ma sono minuzie. Anche se «chi parla male, pensa male», come diceva uno dei massimi filosofi di riferimento di Uòlter, Nanni Moretti, in Palombella rossa. E tanto per pensar male, se il programma Rai dell' ideatore Veltroni è costato la bellezza di un milione a puntata, ha ancora un senso pagare un canone? O non faremmo meglio a dirgli: «A Valterì, quanto vuoi per fare solo lo spettatore?»

E invece no. Quest' uomo sfuggito abilmente a qualsiasi lavoro per quasi mezzo secolo, e che ha saputo anche farsi una cultura evitando licei e università (però frequenta Giovanna Melandri e il Maxxi), si prepara a dimostrarci che anche la storia, in fondo, non è altro che un grande budino.
chicco testa veltroni e bettiniCHICCO TESTA VELTRONI E BETTINI

«Su richiesta di Rai Storia ho lavorato per mesi a sei documentari dedicati al rapporto tra programmazione Rai e storia italiana», ha annunciato al Corriere.
Casualmente, ha trovato anche il modo di dire che la Rai del direttore generale Antonio Campo dall' Orto «sta cercando di cambiare passo» e certi nuovi programmi non sono niente male, anzi.

Anche «su richiesta di Rai Storia» è una di quelle for mule che ti fanno capire che la Rai sta cercando di cambiare passo. Basta con i raccomandati! Adesso la sedicente «prima azienda culturale del paese» sceglie per i sudditi televisivi solo le teste migliori, in totale autonomia dalla politica.

Certo, Veltroni ormai è uno storico, ma è pur sempre un ex politico. E che cosa penserà del referendum del 4 dicembre? La scorsa settimana è andato a Otto e mezzo su La7 a fare il suo bravo spottino di regime: «Voterò sì, contro l' instabilità».

OCCHETTO VELTRONIOCCHETTO VELTRONI
Ora, non è ancora chiaro, neppure allo storico e documentarista Veltroni, se i filmati dei telegiornali di 10 anni fa siano già «Storia» con la «s» maiuscola, ma su Youtube si gode da giorni con il video di un certo «Vincenzo», che dimostra come perfino un concetto vuoto come quello di servizio pubblico possa improvvisamente prendere vita se si adopera la prima delle virtù civili: la memoria.

Nel filmato si vedono tre personaggi della sinistra, che oggi sono per il «sì», arringare le folle contro la riforma costituzionale di Berlusconi, bocciata dal referendum del 2006. Si contempla Anna Finocchiaro, che per diventare il primo presidente della Repubblica donna avrebbe adottato anche la costituzione della Corea del Nord, travestirsi da Nilde Iotti del nuovo millennio: «Siamo qui per difendere la costituzione, quel patto che è nato dalla Resistenza e che io credo che ancora oggi sia uno degli esempi più straordinari e moderni di costituzione del mondo intero».

VELTRONIVELTRONI
Si ammira Dario Franceschini, oggi ministro della cultura con Renzi, stracciarsi le grisaglie: «Abbiamo un Berlusconi che disprezza i principi della nostra democrazia e che offende la costituzione». Ma soprattutto c' è un UMlter già pronto per le teche Rai: «Diremo no al tentativo di Berlusconi di mettere in discussione la Costituzione e di revocarne le radici, trasferendo tutto il potere nelle mani di una sola persona». Perché essere Veltroni, alla fine, è soprattutto un' esperienza paracula.

Fonte: qui