9 dicembre forconi: paesi
Visualizzazione post con etichetta paesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta paesi. Mostra tutti i post

lunedì 12 novembre 2018

L'Iran prevede "mesi dolorosi" per il mercato petrolifero

Le nuove sanzioni sull'Iran imposte dagli Stati Uniti porteranno "mesi dolorosi" per il mercato petrolifero, avverte il ministro del Petrolio iraniano Biyan Namdar Zangane.


In un'intervista rilasciata a Shana, il sito ufficiale del Ministero del Petrolio dell'Iran, Biyan Namdar Zangane osserva che la decisione di Washington di esentare temporaneamente otto paesi da sanzioni contro l'Iran non può soddisfare la domanda globale di greggio in futuro.

"Il livello delle esenzioni non corrisponde alla domanda globale. Pertanto, devo dire che, purtroppo, nel prossimo futuro potrebbero essere previsti dolorosi mesi per i consumatori di petrolio ", ha affermato.

L'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha applicato il suo secondo round di sanzioni contro l'Iran lunedì scorso, prendendo di mira i settori del petrolio, delle banche e dei trasporti, anche se Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia sono stati esclusi.

 
La decisione di esentare questi otto paesi, afferma Zangane nella sua intervista, equivale al riconoscimento da parte dell'amministrazione statunitense dell'impossibilità di eliminare l'Iran dal mercato petrolifero mondiale.
 
"Nonostante le grida di battaglia lanciate da Mr. Trump e diversi produttori di petrolio nella regione, il governo degli Stati Uniti ha finalmente riconosciuto che c'è una grave carenza di petrolio nel mercato mondiale e l'impossibilità di far uscire l'Iran da questo mercato", ha spiegato il ministro.
 
 
Fonte: Shana
Notizia del: 

domenica 29 luglio 2018

ECCO LA CLASSIFICA DEGLI STATI MIGLIORI PER INVESTIRE PAGANDO QUASI ZERO TASSE

LA LISTA NON È GUIDATA DALLE CAYMAN O DA QUALCHE SPERDUTA ISOLA CARAIBICA, MA DA UN PAESE EUROPEO…


necker island paradiso fiscaleNECKER ISLAND PARADISO FISCALE
Molto probabilmente i più grandi paradisi fiscali del pianeta non sono quelli che ti aspetti. Almeno stando a uno studio prodotto dagli economisti della Berkeley University e dell'Università di Copenaghen.

Thomas Torslov, Ludvig Wier e Gabriel Zucman nel loro "The missing profits of nations" hanno messo insieme una mole imponente di dati combinando statistiche macroeconomiche, l'attività delle multinazionali e i conti pubblici di numerosi Paesi nel mondo. 

Risultato dell'analisi: il 40% dei profitti delle multinazionali sono dirottati ogni anno verso Paesi a bassa tassazione.
paradiso fiscalePARADISO FISCALE

I "migliori" in questa pratica sono i gruppi multinazionali statunitensi - scrivono gli autori dello studio - mentre la perdita di gettito più ampia riguarda i Paesi dell'Unione europea (il 18% circa) e quelli in via di sviluppo. Dagli Stati Uniti prendono il volo qualcosa come 142 miliardi di dollari (dall'Italia 23).

Tra i molti dati presenti nello studio, riferiti al 2015, di particolare interesse sono quelli riferiti ai profitti trasferiti dalle multinazionali.

Madeira, il paradiso fiscale al centro della vicenda Sigma TauMADEIRA, IL PARADISO FISCALE AL CENTRO DELLA VICENDA SIGMA TAU






Questa speciale classifica non è guidata dalle Cayman o da qualche sperduta isola caraibica.

Il Paese che attrae la parte principale dei profitti che le aziende multinazionali disperdono nel mondo è infatti l'Irlanda, Paese che offre numerosi vantaggi fiscali alle multinazionali, su tutti una corporate tax al 12,5%.

Ecco la classifica dei Paesi che hanno attirato la maggior parte dei profitti delle multinazionali secondo i dati presenti nello studio:

Irlanda                - 106 miliardi di dollari

Isole caraibiche    - 97 miliardi di dollari

Singapore           - 70 miliardi di dollari

Svizzera              - 58 miliardi di dollari

Paesi Bassi          - 57 miliardi di dollari

Lussemburgo      - 47 miliardi di dollari

Porto Rico           - 42 miliardi di dollari

Hong Kong          - 39 miliardi di dollari

Bermuda             - 24 miliardi di dollari

Belgio                 - 13 miliardi di dollari

Malta                  - 12 miliardi di dollari

evasione-fiscaleELUSIONE FISCALE
Gli autori concludono che i Paesi ad alta tassazione stanno fallendo nel creare disincentivi al trasferimento di profitti verso i Paesi a tassazione più favorevole, concentrandosi invece sul recupero dei profitti prodotti in altri Paesi ad alta tassazione.

Fonte: qui


domenica 8 ottobre 2017

Italia: un Paese da G7, uno Stato da terzo mondo

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum certifica lo stato terrificante del nostro apparato pubblico, la vera zavorra di un sistema economico che potrebbe volare, se non fosse per le tasse, la giustizia, la burocrazia (e pure il suo sistema finanziario)


Appunti per la prossima campagna elettorale, per la prossima legislatura, per i prossimi cinque, dieci, cento anni: la riforma radicale dello Stato italiano, di quel pachiderma pubblico che governa la nostra economia e i nostri rapporti sociali è la cosa più importante da fare, forse l’unica che conta. Non bastasse l’esperienza diretta con la burocrazia, con la giustizia, con il fisco, potete rafforzare le vostre convinzioni leggendo i numeri del Global Competitiveness Report 2017-2018 del World Economic Forum, pubblicato qualche giorno fa.
Per i meno avvezzi: si tratta di un rapporto che mette in fila 137 Paesi del mondo sulla base di 12 macro categorie, dalle istituzioni alle infrastrutture, dalle efficienza del mercato ai dati macroeconomici, sino al sistema finanziario, a quello educativo, all’ecosistema dell’innovazione. 

Risultato finale? Siamo 43esimi su 137, una posizione avanti rispetto allo scorso anno, sei avanti rispetto al 2015, una indietro rispetto al Portogallo, l’ultimo Paese dell’Europa occidentale ad averci superato. Per gli ottimisti, un segnale di ripresa. Per i pessimisti, la prova maestra che stiamo arretrando rispetto al resto del Vecchio Continente.

Fate voi. Indipendentemente da come vanno gli altri, a noi interessa capire perché andiamo così noi. Perché una delle prime dieci economie del mondo ha un indice di competitività inferiore a quello di Cile, Thailandia, Polonia e Azerbaijan. Ci limitiamo agli highlight: siamo 134esimi (su 137, non dimenticatelo: in classifica ci sono pure mamma Africa e tutto il cosiddetto Terzo Mondo) come fardello della regolazione governativa e come efficienza della cornice legale nelle dispute civili. Ancora: 126esimi come trasparenza nel policymaking e nell’efficienza nella spesa pubblica. Il tutto, ci costa una tassazione che è la 126esima più salata del mondo (anche se stiamo migliorando un po’, pare), la quale a sua volta è la terzultima sul pianeta (135esima, se vi piace leggerla dritta) per quanto disincentiva gli investimenti. E ovviamente un debito pubblico in rapporto al Pil superato (in negativo) solo da quattro Paesi.

Al cocktail, se volete, possiamo aggiungere un sistema finanziario che complessivamente si posiziona al 126esimo posto, soprattutto per una disponibilità di venture capital che vede al 127esimo posto, per un accesso al credito che si piazza al 120esimo e una solidità bancaria - quelle banche che “erano le più solide di tutte” nel 2008: come cambiano le cose - che ci posiziona al 116esimo posto. E un mercato del lavoro che è leggermente migliorato, ma che nonostante il Jobs Act è ancora uno dei meno efficienti del pianeta (116esimo).

E dire che abbiamo un sistema d’imprese sofisticato e con un livello di specializzazione altissimo, che abbiamo distretti sviluppati (ottavi al mondo) e catene del valore lunghe e solide (undicesimi). Non bastasse, abbiamo pure il dodicesimo Pil pro-capite al mondo e pure il dodicesimo mercato interno. Perle ai porci, fino a quando ci porteremo dietro zavorre come quelle attuali, fino a quando non capiremo che un pezzo alla volta, il brutto Stato che ci rallenta e ostacola, va smontato pezzo per pezzo e ricostruito ex novo. Non un lavoro semplice, né breve. Ma abbiamo la terza aspettativa di vita al mondo. Possiamo aspettare, purché cominciate.

Fonte: qui

venerdì 10 febbraio 2017

Le economie più forti del mondo nel 2050: cattive notizie per l’Italia


Le economie più forti del mondo nel 2050? Il panorama globale cambierà e l’Italia sarà piuttosto penalizzata. Lo studio Pwc.


Quali saranno le economie più forti del mondo nel 2050, e soprattutto che fine farà l’Italia tra poco più di 30 anni?
È stato uno studio di Pwc, intitolato “Come cambierà l’ordine economico globale entro il 2050? a rivelare l’aspetto che avrà il mondo e ad evidenziare quali saranno le economie più forti. Dove sarà l’Italia?
Innanzitutto vale la pena di sottolineare come lo studio sulle economie più forti del mondo nel 2050 si sia basato sulle previsioni relative al Pil - a parità di potere d’acquisto - di ciascun paese analizzato. Le proiezioni di crescita da qui al 2050 non si sono mostrate clementi con l’Italia.
Il nostro paese infatti perderà diverse posizioni nel ranking delle economie più forti del mondo e sarà scalzato da altri stati che mostreranno di avere un’economia molto più forte rispetto a quella dell’Italia. Tutto questo perché lo Stivale sarà penalizzato da fattori come l’invecchiamento della popolazione e la bassa produttività che andranno ad influire sulla crescita della economica.

Vediamo allora di seguito che cosa è emerso dallo studio Pwc sul mondo del 2050 e quali saranno le economie più e meno forti rispetto all’Italia.

Economie più forti del mondo nel 2050: dov’è l’Italia?

Come già accennato l’Italia perderà svariate posizioni nella classifica delle economie più forti del mondo nel 2050. Saranno esattamente 9 i gradini che l’Italia dovrà percorrere a ritroso passando dalla 12esima alla 21esima posizione. Secondo quanto riportato dallo studio, infatti, a parità di potere d’acquisto il Pil del Belpaese passerà dai 2.221 miliardi di dollari del 2015 ai 2.541 miliardi del 2050, dati questi, che comporteranno la retrocessione dell’Italia fino al 21° posto. L’economia del paese potrebbe anche venir superata dalla Turchia nel 2050.

Economie più forti del mondo, Italia al 21°. La forza dei mercati emergenti

Lo studio Pwc ha rivelato un altro dettaglio interessante. La classifica delle economie più forti del mondo nel 2050 si sposterà a tutto favore dei paesi emergenti, grazie ad una forte e rapida crescita della popolazione, ad un’elevata domanda interna e alla crescita della forza lavoro. In realtà tali economie emergenti non riusciranno a raggiungere il livello di reddito delle economie più avanzate.
I dati hanno parlato di come entro il 2050 l’economia globale registrerà un tasso medio di crescita del 2,5%, ma questo aumento sarà determinato più dalle economie emergenti che dalle altre, tra cui l’Italia.
Brasile, Cina, India, Indonesia, Messico, Russia e Turchia: le 7 più forti economie emergenti cresceranno ad un tasso medio del 3,5% annuo, mentre i paesi del G7, ossia Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti cresceranno dell’1,6% annuo. Ecco come cambierà la classifica delle economie più forti del mondo nel 2050. Insomma, entro il 2050 i paesi emergenti potrebbero rappresentare il 50% del Pil mondiale, mentre i G7 solo il 20%.
Secondo l’analisi Pwc 6 dei 7 paesi emergenti rappresenteranno le economie più forti del mondo nel 2050. Fra 30 anni la Cina sarà l’economia numero uno al mondo seguita dagli USA, ma anche l’India potrebbe raggiungere le prime posizioni nonostante ora il paese sia nel pieno di una crisi monetaria. Sempre nel 2050 tra le economie più forti del mondo ci saranno anche Vietnam, India e Bangladesh, mentre Indonesia e Messico faranno meglio di Germania, Francia, Regno Unito e Giappone. Anche l’economia della Nigeria entrerà in classifica e si assesterà al 14° posto. Ecco, insomma, come cambierà il panorama delle economie più forti del mondo nel 2050.


Fonte: qui

domenica 12 giugno 2016

Da dove arriverà il nuovo collasso dell’economia

a28e210f-4fe6-49c5-944c-2420c089916f_large

COLLASSO ECONOMICO - «C’è una supernova pronta a esplodere», ha avvertito Bill Gross, numero uno di Janus Capital. Si riferiva ai 10 trilioni di bond con tassi negativi. Ma in giro ci sono molte altre micce: il petrolio che non risalirà, Trump, la Brexit. Senza dimenticare, sullo sfondo, la Cina e i Paesi emergenti

adamburn_paradise_lost_revised_edition

Arriverà la Supernova?

Ci sarà un nuovo 2008?

Una nuova era di fallimenti a catena è più dietro l’angolo di quanto non pensiamo?

La sfera di cristallo non è ancora in commercio, ma il nervosismo si sta impossessando dei mercati. I sondaggi favorevoi ala Brexit hanno affondato le borse europee, venerdì 10 giugno, e i rendimenti ai minimi storici del Bund decennale tedesco (arrivati allo 0,01%) fanno temere nuove bolle, come hanno avvertito venerdì, in Germania, il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble e il governatore della Bundesbank, Jens Wiedmann. Che di rischi all’orizzonte ci sia abbondanza è facile capirlo. Sono di origine finanziaria, ma oggi in larga parte anche politica. Vediamoli, in ordine di pericolosità.

Petrolio

Se ne parla meno di qualche mese fa, perché i livelli sono risaliti da 30 a 50 dollari al barile. Ma l’Opec tra aprile e giugno non ha trovato un accordo sulla riduzione della produzione e l’aumento sembra più derivare dagli incendi in Alberta (Canada) e da vari scioperi che hanno interessato il settore. Stimare il prossimo andamento dei prezzi è diventato un esercizio quanto mai aleatorio, come ha sottolineato anche un recentissimo paper di McKinsey. Ci, in ogni caso, molte ragioni per pensare che il prezzo del petrolio non risalga nei prossimi cinque anni. Come ha sottolineato un “guru” dell’energia come Leonardo Maugeri, professore di Harvard, a parte le crisi politiche tra Arabia e Iran, tutto lascia pensare che non ci sarà una risalita.
Questo è un problema innanzitutto per i produttori indipendenti di shale oil, che hanno costi di produzione elevati. I loro debiti, tuttavia, non stanno aumentando, perché le banche hanno tagliato di un terzo le loro linee di credito. Continuano invece a crescere i debiti delle grandi compagnie. Il meccanismo è spiegato daun’analisi pubblicata dall’economista Giorgio Arfaras sul sito del Centro Einaudi. Le società hanno in questo momento un “clash flow” insufficiente. Se possono tagliare investimenti futuri (come l’esplorazione nell’Artico), non possono tagliare investimenti correnti, come quelli per le manutenzioni. Non solo: hanno la necessità di distribuire comunque i dividendi, perché tra i loro azionisti figurano tipicamente fondi pensione o Stati. Con quali conseguenze? Non di tipo sistemico, spiega Arfaras, soprattutto per i produttori indipendenti. «Gli effetti ci sarebbero sulle obbligazioni delle azioni collegate alle aziende, ma non sulle banche». Uno scenario quindi diverso dalla crisi dei mutui subprime del 2008.
E allora perché mettere il petrolio al primo posto tra i rischi mondiali? La risposta va cercata in Russia, Iran e Venezuela. Tutti posti dove, con tutte le limitazioni del caso, si tengono delle elezioni. E, quindi, un sistema sociale va tenuto in piedi. Bene. In Russia questo sistema sociale ha bisogno di un petrolio a 80 dollari al barile. Se il tappo salta, le conseguenze sono imprevedibili. Dei rischi di tensioni geopolitiche legati all’instabilità sociale dell’Iran è appena il caso di parlare. Sarebbero maggiori di quelli che ha di fronte l’Arabia Saudita. Anche il suo sistema sociale è messo in crisi, ma Riad ha abbastanza riserve da poter resistere qualche anno. Il suo piano di sviluppo, i cui primi punti sono stati appena presentati, può poggiarsi sulla privatizzazione di una parte dell’Aramco, il più grande fondo sovrano al mondo.

Trump

I sondaggi non lasciano tranquilli. Uno scandalo in grande stile che coinvolgesse Hillary Clinton potrebbe mettere Donald Trump nelle condizioni di vincere la gara della presidenza. I sondaggi cambiano e andranno visti quelli effettuati con la nomination in manno alla Clinton. Tuttavia il rischio c’è. C’è quello di una guerra commerciale con la Cina e, in misura minore, con la Russia. «Si tornerebbe a un clima da Guerra Fredda», dice a Linkiesta l’economista dell’Università di Bologna Paolo Manasse. Ma soprattutto c’è il rischio di un’esplosione del debito pubblico, se fossero attuate le riforme fiscali promesse, a partire dalla “flat tax” e dai tagli alle tasse per 10mila miliardi di dollari. «Il Congresso probabilmente lo impallinerebbe, ma se realizzasse le sue promesse, Trump incrementerebbe il debito del 38% rispetto a uno scenario base», aggiunge Giorgio Arfaras. La conseguenza? Una debolezza dell’economia Usa che si riverberebbe sul resto del mondo.
Un economista di parte ma autorevole come Larry Summers (già segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton e rettore di Harvard) è andato già durissimo. «I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr) - ha scritto in un articolo del Financial Times ripreso dal Sole 24 Ore -. Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi. Le ripercussioni si farebbero sentire ben oltre i confini degli Stati Uniti». Non solo. «Non c’è bisogno dell’approvazione del Congresso per revocare un trattato commerciale - continuato Summers -. Se Trump facesse anche solo la metà di quello che ha promesso, scatenerebbe senza alcun dubbio la peggiore guerra commerciale dai tempi della Grande Depressione». Problemi che sarebbero aumentati dalle tensioni geopolitiche e dalla discesa della fiducia delle imprese.
«I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr). Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi»
Larry Summers

Banche e assicurazioni europee

I tassi a zero della Bce danno respiro agli Stati, e in particolare a Stati come l’Italia che sono molto indebitati. Tuttavia stanno creando sempre più problemi alle banche, assicurazioni e fondi pensione. La sfilza di risultati negativi in tutta Europa è stata ricordata, tra gli altri, dal presidente del fondo Atlante Alessandro Penati, al Festival dell’economia di Trento. Le banche in difficoltà sono un campanello d’allarme da non sottostimare. Per quelle italiane la difficoltà a fare utili significa, in primo luogo, l’impossibilità di togliersi di dosso il macigno di incagli e sofferenze, anche per l’impossibilità di una bad bank di sistema e il limitato effetto delle Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze), le mini-bad bank locali dove il prezzo di garanzia deve essere a valori di mercato.
C‘è anche un altro risvolto dei tassi bassi: il basso costo del debito (con l’Euribor negativo) spinge gli operatori di private equity a tornare a usare in modo aggressivo l’effetto leva. Il risultato: acquisti di aziende a costi stratosferici per lo più a debito. Come faceva Lehman Brothers. A mettere in guardia dai rischi di tassi troppo bassi è stato tra gli altri il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau. E poi c’è l’arci-nemico di Draghi, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che al G7 di Sendai di fine maggio è stato chiarissimo. «Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti».
E se economisti e politici non fossero sufficienti, meglio dare retta a chi i soldi li muove, e tanti. Come Larry Fink, Ceo di BlackRock. O Bill Gross, ex numero uno e co-fondatore di Pimco, che ha lasciato da un anno e mezzo per Janus Capital Group. «I rendimenti globali sono al loro punto più basso in 500 anni di storia. 10 trilioni di dollari (10mila miliardi, ndr) di bond con tassi negativi. Questa è una supernova che un giorno esploderà», ha scritto Gross in un commento su Twitter che ha messo in agitazione il mondo della finanza globale.
 


«Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti»
Wolfgang Schäuble

Brexit

Quali sarebbero gli effetti di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea? Lo si scoprirà dopo il 23 giugno, se dovessero vincere i favorevoli alla Brexit. Le conseguenze sarebbero negative innanzitutto per la Gran Bretagna: una serie di studi, da quelli del Tesoro a quelli degli industriali, hanno ipotizzato discese del Pil, aumento del debito pubblico e conseguenti tagli sociali. L’Ocse ha quantificato in una diminuzione della crescita del 3% entro il 2020 e del 6% entro il 2030. Ma per il resto d’Europa che cambierebbe? «Se la seconda economia del continente entra in recessione, l’impatto non può che farsi sentire anche sugli altri Paesi», prevede Manasse. Di certo nel breve periodo si spalancherebbero le porte ai ribassisti. «Sarebbe un’ottima scusa per imbastire politiche al ribasso in Europa» da parte degli investitori, prevede Arfaras. L’azione di acquisto di bond da parte della Bce, attraverso il Quantitative Easing, dovrebbe porre al riparo i titoli di Stato e non fare impennare, in Italia, lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Tuttavia le conseguenze si farebbero sentire fortemente sui mercati azionari. Dove, se guardiamo a Piazza Affari, i primi mesi dell’anno sono già stati funesti, soprattutto per il fragile e cruciale settore bancario.
E nel lungo periodo? Tutto dipenderà dalle conseguenze politiche sugli altri Paesi. La Brexit potrebbe rinvigorire i partiti anti-europeisti, in Francia e nei Paesi dell’Est. Qualcuno dei quali potrebbe essere tentato di seguire la via inglese.

Cina

«China, China, China». L’ossessione di Donald Trump è stata tra lo scorso luglio e lo scorso gennaio lo spauracchio delle economie mondiali, a causa delle brusche discese della Borsa di Shanghai dopo anni di crescita elevatissima. Ma in seguito abbiamo capito che le banche cinesi, almeno per ora, vedono una partecipazione molto ridotta da parte di investitori occidentali. L‘effetto sistemico non c’è stato.
La situazione cinese resta comunque di difficile lettura: da una parte ci sono i segnali positivi di una transizione in atto senza troppi scossoni da un’economia basata su investimenti pubblici ed export a una di servizi e consumi, accompagnata da una rinnovata spinta agli investimenti esteri. Dall‘altra tornano in maniera carsica le preoccupazioni su due spine cinesi: la situazione delle “shadow bank” e il rischio di una bolla immobiliare. «La verità è che non sappiamo molto della vera situazione delle banche cinesi. Sospettiamo che sia un pasticcio e che abbiano problemi di riscossione dei debiti» spiega Arfaras. «La Cina diventerà importante se, saltando il suo sistema finanziario, le aziende si trovassero costrette ad abbassare i prezzi per vendere i beni all’estero. Questo creerebbe un problema di deflazione generale nel mondo».

Paesi emergenti

In genere ce ne preoccupiamo solo per i riflessi sull’export italiano. Ma che rischi comporta il rallentamento dei Paesi emergenti, a partire da Brasile e Russia, colpiti dal calo dei prezzi delle materie prime? Il vero problema è il loro indebitamento e in particolare la loro esposizione in dollari. Per questo una politica di rialzo dei tassi da parte della Fed (la banca centrale statunitense), con il probabile aumento del valore del dollaro, aggraverebbe la situazione degli emergenti e metterebbe il mondo di fronte a un rischio sistemico. Questo, però, è noto da tempo e l’estrema prudenza e gradualità nell’aumento dei tassi da parte di Janet Yellen ha lo scopo di evitare passaggi traumatici.
Fonte: qui