9 dicembre forconi: pubblico
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sabato 15 settembre 2018

Pubblico o privato?

Le cose ripetute troppe volte vengono a noia e, forse, è per questo che dopo trentanni di “evviva il privato” il refranin ora è “evviva il pubblico” i 5S sono per “pubblicare” tutto e scacciare il privato in recinti ben controllati. Se poi si chiede con che soldi, la risposta è sempre la stessa: la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero i buoni postali degli italiani e qui cominciano i brividi. 

Già perchè se le cose dovessero non andare bene, sarebbe un bagno di sangue al cui confronto le 4 banche “salvate” da Renzi  sembrerebbe una puntura di zanzara. Rivogliamo tutto indietro, e faremo meglio. 

Forse. Sicuramente, almeno in alcuni casi (Telecom) sarebbe difficile far peggio, ma in altri, ancora statali (Alitalia), sarebbe vero il contrario. 

È vero che le vendite dei beni dello stato sono stati la fortuna di pochi e la fregatura di molti (chi ha comprato azioni di Telecom ed Enel lo sa bene), ma anche tutti questi meravigliosi futuri super manager dove sono? 

Questo è il punto. Prima di avventurarsi in ri-acquisti, il governo farebbe bene a far vedere quello che sa fare con i pezzi (non piccoli) di industria di stato che ancora abbiamo. 

Vediamoli all’opera i nuovi e saremo “consolati” negli investimenti futuri. 

Si dice che vogliono ricomprare le ditte strategiche, come Gentiloni che si accorse che Telecom era stategica quando Bollorè andò all’attacco di Mediaset. Che è anche lei diventata strategica, anche se non è dello stato. 

Lo sarebbero per la verità le antenne, ma di questo anche i nuovi (che in campagna elettorale ne hanno parlato tanto) per ora tacciono, come, d’altra parte su canone sulla bolletta elettrica o sulle accise sul carburante. 

Vedremo, certo la cricca “incrostata” nel pubblico è dura da “grattare via” e il tempo per farlo bisogna lasciarglielo. Magari se si vedesse qualcosina, magari sulle banche, anche quelle di paese, sarebbe una bella cosa. Ma la filosofia pare sia quella di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e quindi i fatti vengono alla luce a cose fatte. 

Sarà, ma io sono malfidente, visto come sono andate le cose negli ultimi decenni e vista anche la nuova alleanza di governo in cui gli statalisti puri (5S) stanno con i privatisti ad oltranza (Lega)
Hanno un capitolato di intesa, ma senza priorità, per cui ognuno tira l’acqua al suo mulino. Per cui migranti e reddito di cittadinanza sono i refrain più gettonati. Sembra quasi che la campagna elettorale sia cominciata appena si è installato il governo e quindi più che di pubblico e privato si parli di mentalità statalista e di mentalità liberista (fateci guadagnare in pace e non rompete i coglioni con leggi e controlli). Se così fosse presto pioverà a catinelle e come sempre a rimetterci saranno quelli che hanno risparmiato per il futuro. Che non sarà il loro, ma quello degli altri.

Fonte: qui

martedì 10 aprile 2018

Sanità e liste d’attesa: “La tempestività ormai è un servizio a pagamento”

Per una colonscopia, nel pubblico si aspetta in media più di 96 giorni; nel privato ne bastano sei. I dati dell’Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei sistemi sanitari regionali: così il privato fa concorrenza al pubblico, e il Ssn arretra.

Una visita medica nella sanità pubblica? Bisogna aspettare 65 giorni, più di due mesi. 

E se ci si rivolge al privato? Basta una settimana. I dati arrivano dall’“Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei sistemi sanitari regionali”, condotto da Crea (Consorzio per la ricerca economica applicata) e commissionato da Fp Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni. Tra lunghi tempi di attesa e peso eccessivo del ticket, i cittadini si stanno abituando ormai a considerare il privato e l’intramoenia come scelte alternative al Sistema sanitario nazionale. Con la sanità pubblica che, tra tagli e scarso personale, è ormai “in ritirata”.

Anche perché la forbice aumenta se si considerano i singoli esami. Per una colonscopia, nel pubblico chiedono di attendere in media più di 96 giorni; nel privato ne bastano sei. Tre mesi di differenza. Per una radiografia articolare la distanza è di 23 giorni contro i 4 del privato. Alcuni aspettano, altri pagano. La tempestività, si legge nel report, «sembra una condizione garantita dal Sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è un “servizio a pagamento” nei casi restanti».

L’indagine è stata effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% delle popolazione nazionale, su quattro regioni: Lombardia, Veneto, Lazio e Campania. Sono state prese in considerazione 11 prestazioni mediche, ma senza indicazioni di urgenza. 

E quello che viene fuori è che la situazione, nel pubblico, non fa che peggiorare di anno in anno

Si passa da 61 giorni per la visita oculistica nel 2014 a 88 nel 2017; da 36 per la visita ortopedica nel 2014 a 56 nel 2017; e da 69 nel 2014 per la colonscopia a 96 nel 2017.
La tempestività sembra una condizione garantita dal Sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è un “servizio a pagamento” nei casi restanti

L’unica alternativa è il privato: le strutture convenzionate, o i servizi a pagamento, intramoenia compreso (cioè effettuato dai medici in ospedale al di fuori dell’orario di lavoro). Per una visita ortopedica, ad esempio, nel privato a pagamento e in intramoenia bastano in media 6 giorni, mentre nel privato accreditato si sale a 27. Sempre meno dei 56 del pubblico.

L’indagine ha analizzato anche i costi per le visite mediche. «La spesa dei cittadini per prestazioni in intramoenia e a pagamento risultano abbastanza consistenti», si legge, «ma in tanti casi non molto distanti dal costo del ticket pagato nelle strutture pubbliche e private accreditate».

Un aspetto interessante che lo studio fa notare è come i costi del privato talvolta siano persino inferiori a quelli dell’intramoenia. Per una visita oculistica in sanità privata, nel 2017 si sono spesi circa 97 euro a fronte dei 98 euro dell’intramoenia. Lo stesso vale per la visita ortopedica, che nel privato ha un costo di circa 103 euro contro i 106 euro dell’intramoenia. In Lombardia, per una coronografia in intramoenia, si possono spendere anche 490 euro. «La sanità privata ha trovato un suo specifico posizionamento derivante dalle inefficienze del pubblico», spiegano dalla Fp Cgil. È la concorrenza, bellezza, e a rimetterci sono i cittadini.

Le poco sostanziali differenze di prezzo e le lunghe liste di attesa hanno incentivato lo sviluppo di un’offerta privata di servizi spesso concorrenziale con quella pubblica, per costo e tempi di risposta.

La situazione poi, è chiaro, varia da regione a regione. Tra le quattro regioni analizzate (Lombardia, Veneto, Lazio e Campania), cambiano i tempi di attesa, ma anche l’organizzazione della sanità pubblica. Con il privato che avanza soprattutto al Sud, dove le carenze del pubblico sono maggiori. A fronte di una media di 11,8 unità di personale del Ssn per 1.000 residenti a livello nazionale, si va dagli 8,6 della Campania ai 16,6 della Valle d’Aosta. La Campania è la Regione delle quattro rilevate in cui la “copertura” da parte di personale di strutture pubbliche o equiparate è minore, mentre è in testa per la quota di privato, con 1,06 posti letto ogni mille residenti. Dalla parte opposta, il Veneto, con 13,6 addetti pubblici e solo 0,26 posti letto privati.

«La sanità privata fa riferimento all’offerta pubblica per calibrare la propria e rendersi competitiva, puntando sul rapporto qualità/prezzo e dunque accorciando notevolmente, con prezzi di poco superiori al ticket, i tempi di attesa».

Fonte: qui

domenica 8 ottobre 2017

Italia: un Paese da G7, uno Stato da terzo mondo

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum certifica lo stato terrificante del nostro apparato pubblico, la vera zavorra di un sistema economico che potrebbe volare, se non fosse per le tasse, la giustizia, la burocrazia (e pure il suo sistema finanziario)


Appunti per la prossima campagna elettorale, per la prossima legislatura, per i prossimi cinque, dieci, cento anni: la riforma radicale dello Stato italiano, di quel pachiderma pubblico che governa la nostra economia e i nostri rapporti sociali è la cosa più importante da fare, forse l’unica che conta. Non bastasse l’esperienza diretta con la burocrazia, con la giustizia, con il fisco, potete rafforzare le vostre convinzioni leggendo i numeri del Global Competitiveness Report 2017-2018 del World Economic Forum, pubblicato qualche giorno fa.
Per i meno avvezzi: si tratta di un rapporto che mette in fila 137 Paesi del mondo sulla base di 12 macro categorie, dalle istituzioni alle infrastrutture, dalle efficienza del mercato ai dati macroeconomici, sino al sistema finanziario, a quello educativo, all’ecosistema dell’innovazione. 

Risultato finale? Siamo 43esimi su 137, una posizione avanti rispetto allo scorso anno, sei avanti rispetto al 2015, una indietro rispetto al Portogallo, l’ultimo Paese dell’Europa occidentale ad averci superato. Per gli ottimisti, un segnale di ripresa. Per i pessimisti, la prova maestra che stiamo arretrando rispetto al resto del Vecchio Continente.

Fate voi. Indipendentemente da come vanno gli altri, a noi interessa capire perché andiamo così noi. Perché una delle prime dieci economie del mondo ha un indice di competitività inferiore a quello di Cile, Thailandia, Polonia e Azerbaijan. Ci limitiamo agli highlight: siamo 134esimi (su 137, non dimenticatelo: in classifica ci sono pure mamma Africa e tutto il cosiddetto Terzo Mondo) come fardello della regolazione governativa e come efficienza della cornice legale nelle dispute civili. Ancora: 126esimi come trasparenza nel policymaking e nell’efficienza nella spesa pubblica. Il tutto, ci costa una tassazione che è la 126esima più salata del mondo (anche se stiamo migliorando un po’, pare), la quale a sua volta è la terzultima sul pianeta (135esima, se vi piace leggerla dritta) per quanto disincentiva gli investimenti. E ovviamente un debito pubblico in rapporto al Pil superato (in negativo) solo da quattro Paesi.

Al cocktail, se volete, possiamo aggiungere un sistema finanziario che complessivamente si posiziona al 126esimo posto, soprattutto per una disponibilità di venture capital che vede al 127esimo posto, per un accesso al credito che si piazza al 120esimo e una solidità bancaria - quelle banche che “erano le più solide di tutte” nel 2008: come cambiano le cose - che ci posiziona al 116esimo posto. E un mercato del lavoro che è leggermente migliorato, ma che nonostante il Jobs Act è ancora uno dei meno efficienti del pianeta (116esimo).

E dire che abbiamo un sistema d’imprese sofisticato e con un livello di specializzazione altissimo, che abbiamo distretti sviluppati (ottavi al mondo) e catene del valore lunghe e solide (undicesimi). Non bastasse, abbiamo pure il dodicesimo Pil pro-capite al mondo e pure il dodicesimo mercato interno. Perle ai porci, fino a quando ci porteremo dietro zavorre come quelle attuali, fino a quando non capiremo che un pezzo alla volta, il brutto Stato che ci rallenta e ostacola, va smontato pezzo per pezzo e ricostruito ex novo. Non un lavoro semplice, né breve. Ma abbiamo la terza aspettativa di vita al mondo. Possiamo aspettare, purché cominciate.

Fonte: qui