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domenica 24 novembre 2019

LA GABANELLI SPULCIA IL BUSINESS DEGLI INTERVENTI INUTILI ALLA SCHIENA: IN POCHI ANNI GLI IMBULLONAMENTI DELLE VERTEBRE SONO PASSATI AUMENTATI DEL 107%, MA SOLO NELLE STRUTTURE PRIVATE. COME MAI?


DOPO LA DENUNCIA DI “DATAROOM” NEL FEBBRAIO 2018, I RIMBORSI SONO STATI TAGLIATI, MA SOLO IN LOMBARDIA…

MILENA GABANELLI E IL BUSINESS DEL MAL DI SCHIENA


Milena Gabanelli e Simona Ravizza per www.corriere.it

milena gabanelli e il business del mal di schienaMILENA GABANELLI E IL BUSINESS DEL MAL DI SCHIENA
Improvvisamente i mal di schiena erano diventati tutti da imbullonare! Dataroom ha mostrato i numeri a febbraio 2018, gli ultimi dati disponibili si riferivano al 2016: in pochi anni gli interventi chirurgici in cui le vertebre del tratto lombare venivano inchiodate con viti e placche erano aumentati del 107% nelle strutture private convenzionate e solo del 4% negli ospedali pubblici.

il taglio dei rimborsi per gli interventi alla schienaIL TAGLIO DEI RIMBORSI PER GLI INTERVENTI ALLA SCHIENA
Si chiama artrodesi, ovvero l’intervento estremo quando falliscono le altre cure: fisioterapia, infiltrazioni, radiofrequenza, ozonoterapia e procedure mini-invasive. Invece risultava eseguita in grandi numeri nelle strutture degli imprenditori della Sanità privata. L’incremento, avvenuto a partire dal 2009, coincideva con l’entrata in vigore delle nuove tariffe di rimborso: fino a 19.700 euro per ogni intervento. Così in pochi anni nel privato si era passati da 7.870 interventi a 16.289, mentre nel pubblico il trend era rimasto costante (da 12.105 a 12.619).

L’artrodesi continua a crescere: il record lombardo
milena gabanelli e il business del mal di schiena 1MILENA GABANELLI E IL BUSINESS DEL MAL DI SCHIENA mal di schienaMAL DI SCHIENA
Com’è andata a finire? Oggi abbiamo i dati del ministero della Salute sulle 33.460 artrodesi del 2018, in due anni si continua a crescere: più 21% nel privato, contro il 9% del pubblico. La Lombardia è la regione dove le schiene si «inchiodano» di più: 7.363. I pazienti arrivano anche da altre regioni, ma su 100 interventi, 68 sono eseguiti nelle strutture convenzionate, e negli ultimi due anni sono cresciute del 12% (da 4.501 a 5.035). Dai report regionali emergono casi eclatanti come la Gavazzeni di Bergamo, struttura accreditata del gruppo Humanitas di Gianfelice Rocca, che è passata da 2 a 398 interventi tra il 2012 e il 2017.

Come sono cambiate le regole
numero di interventi mal di schienaNUMERO DI INTERVENTI MAL DI SCHIENAinterventi alla schiena 1INTERVENTI ALLA SCHIENA 
Oggi, dopo un’approfondita analisi dei dati da parte della direzione generale dell’assessorato alla Sanità, la decisione è stata quella di tagliare i rimborsi. Per la prima volta in Italia, di fatto, la Lombardia riconosce il principio che la convenienza delle tariffe può spingere a eseguire artrodesi anche quando non strettamente necessarie. Di qui il provvedimento contenuto nelle «Regole di Sistema 2019»: dal 1° agosto 2019 per le patologie della colonna come discopatie, sindromi dolorose lombari, processi degenerativi artrosici — insomma tutti i casi in cui il paziente può beneficiare di altri tipi di trattamenti meno invasivi (terapia farmacologica, fisioterapia, altra chirurgia) — le tariffe di rimborso sono equiparate a quelle delle procedure meno invasive: da un minimo di 3.200 euro ad un massimo di 7.600 (e non più tra i 4.700 ed i 19.700). Restano ovviamente immutati i rimborsi per l’artrodesi in caso di tumori o gravi patologie per cui si ritiene appropriato l’intervento. Il risultato atteso: minori costi per il servizio sanitario e minor rischio per i pazienti di venir sottoposti ad interventi invasivi quando non necessari e pure in giovane età (decine le testimonianze arrivate a Dataroom in questi mesi).
interventi alla schienaINTERVENTI ALLA SCHIENAmal di schienaMAL DI SCHIENA












Gli errori: interventi semplici pagati di più
Ed è probabile che caleranno anche gli errori di codificazione, ovvero interventi più semplici classificati, e incassati, come artrodesi. A Milano, su 1.301 cartelle cliniche controllate nel 2018, il 34% dei rimborsi chiesti per artrodesi non ha trovato conferma nelle schede di dimissioni ospedaliere, ragion per cui l’azienda sanitaria (Ats) ha bloccato rimborsi per oltre 2,5 milioni e mezzo. Il taglio delle tariffe è stato considerato inevitabile, dai vertici dell’assessorato alla Sanità, ma mal digerito dalla sede lombarda della Società italiana di chirurgia vertebrale guidata da Roberto Bassani, chirurgo presso l’istituto ortopedico Galeazzi di proprietà della famiglia Rotelli: «L’abbattimento dei rimborsi al quale ha fatto ricorso la Regione Lombardia, se da un lato vuole colpire in maniera condivisibile casi di inappropriatezza, dall’altro ha portato alla sottovalutazione di alcuni costi che diventano insostenibili per le strutture ospedaliere, anche per quelle altamente specializzate. Proponiamo una revisione dei criteri generali di selezione».
bambini e mal di schiena 5BAMBINI E MAL DI SCHIENA 5

Cosa succede nel resto d’Italia
mal di schienaMAL DI SCHIENA
Nel frattempo nel resto d’Italia il business del mal di schiena continua: se già nel 2016 nelle strutture private si eseguivano 56 artrodesi su 100 interventi, oggi la percentuale è salita al 59% (mentre normalmente il sistema privato accreditato copre solo il 25-30% dell’attività chirurgica). Nel Lazio su 3.145 artrodesi, 2.230 sono nel privato (71%), in Toscana 2.456 su 3.642 (67,4%), in Emilia Romagna 2.354 su 4.075 (58%), in Abruzzo 419 su 566 artrodesi (74%). Indipendentemente dalla provenienza dei pazienti, le Regioni dove vengono fatte più artrodesi ogni 100 mila abitanti sono le stesse in cui le strutture private ne fanno di più. Il primario di Neurochirurgia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Claudio Bernucci, l’estate scorsa ha denunciato in un post su Linkedln: «Davvero i pazienti hanno bisogno così spesso di artrodesi?. Se qualcuno ha la risposta, per favore ci dia delle fonti. Altrimenti, gran parte di questi approcci sono soltanto overtreatment (trattamenti eccessivi), non necessari e pericolosi per i pazienti, giustificati soltanto da rimborsi più onerosi».

Fonte: qui

venerdì 15 novembre 2019

LA CORTE DEI CONTI INDAGA ALCUNI DIRIGENTI DELL’AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO: SABOTAVANO UN MEDICINALE MENO CARO, PER ALCUNE PATOLOGIE DELL’OCCHIO, FAVORENDO QUELLO PIÙ COSTOSO E CRENDO COSI’ UN DANNO DA 200 MILIONI AL SISTEMA SANITARIO


SI TRATTA DI DUE FARMACI SVILUPPATI DALLA STESSA AZIENDA, LA GENENTECH… 

L’ACCORDO ILLECITO DEL 2014 TRA ROCHE E NOVARTIS CHE PORTO’ ALLA MULTA DA 180 MILIONI…

AIFA AGENZIA DEL FARMACOAIFA AGENZIA DEL FARMACO
Maddalena Guiotto per “la Verità”

La Corte dei conti sta indagando dei dirigenti dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che avrebbero causato un danno di 200 milioni di euro al Sistema sanitario a causa di «ingiustificate limitazioni imposte all' utilizzo» del farmaco meno caro per la cura di alcune patologie dell' occhio.

avastinAVASTIN
La guardia di finanza, come si legge in una nota, ha raggiunto con «un invito a dedurre» dirigenti pro tempore dell' Aifa e «componenti pro tempore della Commissione consultiva tecnico scientifica della medesima agenzia» perché avrebbero limitato la prescrivibilità di Bevacizumab (nome commerciale Avastin), più economico, per curare alcune malattie oculari, in particolare la degenerazione maculare senile, a vantaggio del più costoso Ranibizumab (Lucentis).

È l'ennesima puntata nel caso dei due farmaci sviluppati dalla stessa azienda (Genentech) al centro di una vicenda che va avanti ormai da tempo e che ha visto anche una maxisanzione dell' Antitrust italiana nel 2014 e una pronuncia della Corte di giustizia dell'Unione europea un anno fa.

m5s contro lucentisM5S CONTRO LUCENTIS
Secondo gli accertamenti fatti dal nucleo di polizia economico finanziaria di Roma, i farmaci Avastin (antitumorale) e Lucentis ( indicato nella degenerazione maculare legata all' età) hanno la stessa equivalenza terapeutica, in termini di efficacia e sicurezza, come dimostrato da una serie di studi comparativi (Lucentis è una parte della molecola di Avastin).

Il problema è che il primo, dice la nota, non è stato inserito tra i prodotti rimborsabili dal Ssn fino al 2014 e sono state imposte una serie di «ingiustificate limitazioni» al suo utilizzo almeno fino al 2017, causando un aggravio di spesa per lo Stato. Al totale di 200 milioni, dice la Gdf, si è arrivati calcolando la differenza di prezzo tra i farmaci (circa 600 - 730 euro per singola dose), in relazione al numero di trattamenti che sono stati effettuati con il Lucentis anziché con l' Avastin.
avastinAVASTIN

Ora i dirigenti dell' Aifa e i componenti della Commissione tecnico scientifica dell' Agenzia hanno 60 giorni per fornire la loro versione alla Corte dei Conti. Sulle responsabilità delle aziende produttrici dei due farmaci (Roche e Novartis) si è già espressa, nel 2014, l'Autorità garante per la concorrenza e il mercato comminando una sanzione di oltre 180 milioni per aver creato una sorta di cartello.

lucentis 2LUCENTIS 
«I due gruppi» scriveva l'Autority nel 2014, «si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione dell' uso di un farmaco molto economico, Avastin, nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio di un prodotto molto più costoso, Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti. Per il Ssn l'intesa ha comportato un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l'anno».

IL GRUPPO FARMACEUTICO SVIZZERO ROCHEIL GRUPPO FARMACEUTICO SVIZZERO ROCHE
Ci sono infatti dei rapporti economici particolari tra i gruppi Roche e Novartis. La prima, che commercializza l'antitumorale Avastin, avrebbe infatti « interesse ad aumentare le vendite di Lucentis», secondo l'Autority, «perché attraverso la sua controllata Genentech - che ha sviluppato entrambi i farmaci - ottiene su di esse rilevanti royalties da Novartis. Quest' ultima, dal canto suo, oltre a guadagnare dall' incremento delle vendite di Lucentis, detiene una rilevante partecipazione in Roche, superiore al 30%». La sanzione dell' Antitrust è stata confermata a luglio da una sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso delle due aziende condannandole anche al pagamento delle spese. 

Fonte: qui
NovartisNOVARTIS

sabato 7 settembre 2019

RICETTOPOLI IN CALABRIA: UN MEDICO DI BASE PRESCRIVEVA UN FARMACO PER MALATI TERMINALI AI TOSSICI: SOSPESO


L’ACCUSA È DI TRUFFA AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE PER CIRCA 180MILA EURO: 7.000 CONFEZIONI DI ‘OXYCONTIN’, UN MEDICINALE IN USO PER LA TERAPIA DEL DOLORE, SONO FINITE A UN GIRO DI SPACCIATORI (9 DI LORO SONO FINITI AI DOMICILIARI)

Carlo Macrì per corriere.it

oxycontinOXYCONTIN
Una truffa al Servizio sanitario nazionale per circa 180 mila euro per prescrizioni mediche di «Oxycontin», un farmaco solitamente in uso per la terapia del dolore utilizzato, invece, dagli spacciatori come sostanza stupefacente. Un medico di base sospeso dal servizio indagato per redazione illegale delle prescrizioni e tre farmacisti compiacenti interdetti indagati con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato.

Nove spacciatori sono finiti ai domiciliari, di cui sei con il braccialetto elettronico. L’inchiesta condotta dalla procura della Repubblica di Cosenza ha messo in evidenza uno spaccato che il procuratore capo Mario Spagnuolo ha definito « inquietante» visto che si è scoperto un traffico di «droga di Stato».

ricetteRICETTE
Il meccanismo delle prescrizioni sanitarie avviato dal medico di base con 800 mutuati, sarebbe iniziato -come accertato dai carabinieri del comando provinciale di Cosenza e dai Nas -, dal 2016, ma i riscontri investigativi farebbero pensare che esisteva già da molto tempo prima. Il dottor Francesco Galli - hanno verificato i carabinieri – negli ultimi 4 anni ha prescritto circa 7.000 ricette di «Oxycontin» a spacciatori, tra l’altro esentati dal ticket, che provvedevano a presentare in un’unica farmacia di Luzzi(Cs) di proprietà della dottoressa Angela Pugliano e dai figli Giuseppe e Pasquale Carnovale. Il farmaco è generalmente somministrato a malati oncologici terminali: ne bastano tre capsule al giorno. Ogni scatola costa al Servizio sanitario 80 euro e contiene 28 pillole. In più occasioni ne venivano prescritti due scatole al giorno. Nella ricetta veniva indicato anche il dosaggio, 20 milligrammi, che gli spacciatori modificavano facendo risultare da 80.
oxycontinOXYCONTIN

I tossicodipendenti assumevano solo parte delle pasticche, mentre la restante la rivendevano ad altri tossici al mercato nero. Il dottor Francesco Galli era ben consapevole del danno materiale ed economico delle sue prescrizioni. «Tu non hai titolo a prendere questo farmaco. Ma ti rendi conto che sono anni che fate ‘ste cose…? Anni…». L’inchiesta è stata avviata dopo una segnalazione che l’Asp di Cosenza ha inviato in procura relativa al numero spropositato di prescrizioni di «Oxycontin». 

Da quel momento l’inchiesta affidata al sostituto procuratore Margherita Saccà avvalendosi di intercettazioni telefoniche e ambientali e di video ha evidenziato il vasto traffico della sostanza terapeutica che anzichè servire ad allietare il dolore dei malati cronici, ha favorito in città il proliferare dell’assunzione sotto forma di oppiaceo, allargando la platea dei tossicodipendenti. L’uso degli oppiacei, naturalmente destinate alla terapia del dolore, nel mondo delle tossicodipendenze è ben noto negli Stati Uniti d’America come dimostrano le ultime rilevazioni secondo le quali, il mix eroina più “Fentanyl”, è la quinta causa di morte nello Stato americano. Fonte: qui

lunedì 17 giugno 2019

ITALIA, IN MEDIA PER OGNI FAMIGLIA SONO STATI SPESI 1.437 EURO IN CONSULTI MEDICI (+7,2% RISPETTO AL 2014)

CON I TEMPI DI ATTESA BIBLICI PER VISITE E ACCERTAMENTI, UN ITALIANO SU TRE SI RIVOLGE AL PRIVATO: NEL 2018 SPESI 37 MILIARDI 

Paolo Russo per “la Stampa”

I tempi di attesa per visite e accertamenti restano biblici e 19,6 milioni di italiani attingono sempre più al portafoglio per imboccare la scorciatoia che porta al privato. Nelle cui casse ogni famiglia lo scorso anno in media ha versato 1.437 euro, che moltiplicato per il numero degli assistiti d' Italia fanno 37,3 miliardi di euro di spesa sanitaria privata, in crescita del 7,2% rispetto al 2014. Somme che lievitano del 50% quando i conti si fanno in tasca ai malati cronici e che triplica addirittura per i non autosufficienti.
sistema sanitario nazionaleSISTEMA SANITARIO NAZIONALE

«Soldi spesi in larghissima parte proprio per non sottoporsi al calvario delle liste di attesa, visto che quasi sempre si è trattato di prestazioni ritenute necessarie dal medico», spiega Francesco Maietta che ha curato il rapporto del Censis su sanità pubblica, privata ed integrata, presentato al "Welfare day 2019" organizzato da Rbm Assicurazione salute. Affermazioni supportate dai numeri, perché chi si è rivolto direttamente al privato nel 92,5% dei casi aveva in tasca una prescrizione per la visita oncologica, percentuale che è superiore all' 88% per la chirurgia vascolare e gli accertamenti diagnostici, mentre è dell' 82,4% per le prime visite cardiologiche con Ecg.

L' indagine del Censis, condotta questa volta su una vasta platea di 10mila assistiti, racconta che quasi un cittadino su tre quando si è sentito dire che le liste di attesa erano chiuse o di ripassare tra qualche mese ha deciso di bussare al privato. Del resto lunghe o bloccate le liste di attesa sembrano continuare ad essere invalicabili. In media 128 giorni per ottenere una visita endocrinologica, 65 per una oncologica, 58 per il neurologo, 57 giorni per il gastroenterologo e 56 per farsi ricevere da un oculista.

sistema sanitario nazionaleSISTEMA SANITARIO NAZIONALE
E non va meglio per gli accertamenti diagnostici, dove si aspetta in media 97 giorni per una mammografia, 75 per la colonscopia, 71 per una densitometria ossea e 49 giorni per effettuare una gastroscopia. Questo quando si riesce a farla la prenotazione.
Perché com' è capitato non a un assistito qualunque ma al ministro della salute Giulia Grillo, si può passare anche una mattinata intera al telefono senza che il Cup risponda. Del resto sono stati oltre 16.500 i cittadini che hanno segnalato disservizi sui tempi di prenotazione al numero verde "1500" del Dicastero.

Una via di uscita in realtà ci sarebbe e la offre la legge che consente di recarsi direttamente e gratuitamente (salvo ticket) dal privato convenzionato quando non vengono rispettati i tempi massimi stabiliti dal Piano nazionale o da quelli regionali per le liste d' attesa. «Peccato che molti cittadini ignorino questa possibilità e che le Asl facciano melina ritardando le autorizzazioni», denuncia il segretario nazionale del Tribunale dei diritti del malato, Antonio Gaudioso.

asl azienda sanitaria localeASL AZIENDA SANITARIA LOCALE
Di fronte a questo stato di fatto non c' è poi da meravigliarsi se molti decidono di non perdere nemmeno tempo al telefono in attesa di una risposta del Cup e vanno diretti verso il privato. Opzione scelta dal 44% degli italiani per almeno una prestazione sanitaria. Nel 38% dei casi da chi ha un reddito basso, nel 50,7% da chi può spendere privatamente senza mettere a rischio la tenuta dei bilanci familiari. Segno che alla fine le liste d' attesa diventano anche un fattore di discriminazione sociale.

E neanche a dire che dietro questa corsa al privato si nasconda qualche pregiudizio sul servizio pubblico, perché la maggioranza degli assistiti "surfa" tra i due rami della nostra sanità. Il 62% di chi ha effettuato una prestazione nel privato, ha infatti usufruito di almeno una visita nel pubblico. Anche in questo caso una libertà di scelta appannaggio più dei redditi alti che di quelli bassi.

SANITA
SANITA'
Dinanzi a questo quadro non ci si deve poi stupire che aumentino gli assistiti ai quali non vengono garantiti i livelli essenziali di assistenza. I dati illustrati dall' ad di Rbm, Marco Vecchietti, dicono che se nel 2006 erano solo un milione e 300mila gli italiani fuori dal perimetro dei Lea, oggi sono lievitati a 8,7 milioni. «Bisogna raddoppiare il diritto alla salute degli italiani garantendo a tutti la possibilità di aderire alla sanità integrativa», propone Vecchietti portando acqua al suo mulino. Che altri vorrebbero si versasse nella sanità pubblica da troppi anni in cura dimagrante. Fonte: qui

domenica 14 aprile 2019

Sanità, l’apertura del M5S ai fondi privati per me è un tradimento politico


Nel mio precedente post che denunciava l’apertura del M5S alle mutue (fondi sanitari privati), molti sono stati i commenti: alcuni di questi chiedevano maggiori spiegazioni. Precisiamo che la proposta del M5S – che per me vale come un vero e proprio tradimento politico – è contenuta nell’articolo 5 della bozza di patto per la salute che la ministra Giulia Grillo ha sottoposto alle regioni per giungere a un’intesa. Non si capisce bene se è una proposta personale della Grillo o una proposta del M5S, qualcuno ci spiegherà. L’articolo 5 dice sostanzialmente che:
1. i fondi integrativi (mutue) sono complementari al Ssn, cioè sono parte di esso avendo lo stesso scopo di garantire la tutela della salute. Quindi si tratta di istituire quella che in gergo si chiama “seconda gamba”, dando attuazione alla proposta dell’ultimo governo Berlusconi di sostituire il sistema pubblico universalistico e solidale con un sistema multipilastro (un po’ di pubblico, un bel po’ di mutue, e anche da un bel po’ di assicurazioni private);

2. si deve rivedere la normativa attualmente in vigore per incrementare, attraverso maggiori incentivi fiscali, le prestazioni integrative facendole diventare sostitutive. Cioè lo Stato, oltre a finanziare il sistema pubblico, deve finanziare le mutue private;
3. si permette ai fondi di utilizzare anche le strutture pubbliche.
Queste le cose principali. La ragione politica di questo inaccettabile ribaltone, si legge testualmente nell’articolo 5, riguarda la “sostenibilità del sistema e l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse pubbliche”. Prima di commentare l’articolo 5 (in questo post mi limiterei a ciò) vorrei ricordare due cose:
1. l’attuale sanità pubblica, invidiata da tutto il mondo, è nata dal fallimento del precedente sistema mutualistico e in particolare per risolvere i due grandi problemi che accompagnano da sempre questo tipo privato di tutela: l’insostenibilità finanziaria che causò il default delle mutue (sono sistemi che tendono a costare sempre di più e in ragione di ciò a dare sempre di meno); l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria (lo scopo per questi sistemi è il profitto, non la soddisfazione dei bisogni: per fare profitto essi non garantiscono mai il giusto riconoscimento delle reali necessità di cura del malato);

2. la legge di riforma del 1978 con la quale abbiamo istituito il Ssn – e quindi superato le vecchie mutue, con l’articolo 46 – prevedeva comunque la libertà per chiunque di farsi una mutua volontaria, ma vietava la possibilità per le mutue di avere finanziamenti sia privati che pubblici (con un Ssn non ha senso finanziare con degli incentivi forme di tutela privata concorrenti con il pubblico).
Ciò detto torniamo all’articolo 5:
1. i fondi integrativi, se si limitassero a passare quello che lo Stato non passa (per esempio odontoiatria, oculistica ecc.), potrebbero essere perfino un’estensione dell’universalismo, ma il problema è che essi puntano deliberatamente a scalzare lo Stato per privatizzare il mercato della salute, cioè nei fatti sono fondi sostitutivi, che vogliono marginalizzare il ruolo del pubblico o almeno tagliargli l’erba sotto i piedi. Ammettere questi fondi, che ora con un eufemismo si chiamano “complementari”, significa fare cittadini di serie A (con due tutele: quella di diritto e quella per reddito) e cittadini di serie B (con un’unica tutela pubblica marginale e definanziata). I fondi in sostanza significano ingiustizie e diseguaglianze. E pessima medicina;
2. non è vero che i fondi – come è scritto nell’articolo 5 – perseguono scopi di salute pubblica, perché la tutela della salute per questi sistemi è strumentale al conseguimento del profitto. Con i fondi, in parte i soldi dei premi e degli incentivi vanno ad assicurare le prestazioni agli iscritti, in parte vanno all’intermediazione finanziaria: cioè a presidenti, consigli di amministrazione, apparati, prebende varie. Cioè, a un vasto sistema parassitario di cui fanno parte purtroppo anche il sindacato e vari co-gestori;
3. permettere ai fondi di usare i servizi pubblici significa fare delle convenzioni, che è un altro modo per fare cittadini di serie A (quelli che pagano) e cittadini di serie B (quelli che sono assistiti per diritto). Se penso allo stato dei nostri ospedali mi vengono i brividi. L’ospedale convenzionato darà la precedenza ai fondi e i poveracci dovranno mettersi in fila. Penso alla propaganda della ministra Grillo sulle liste di attesa.
Mi fermo qui, saranno i lettori a farsi un’opinione. Conto comunque di tornare sull’argomento per informarvi sulle altre gravi ricadute della proposta Grillo. Ribadisco ciò di cui sono convinto:
1. non è vietato fare le mutue ma chi le vuole se le deve pagare;
2. se ho dei soldi da spendere per la salute io preferisco spenderli per garantire i diritti delle persone, non per garantire la speculazione e il parassitismo;
3. i problemi di sostenibilità sono risolvibili in tanti modi diversi senza per questo dover sfasciare nulla, cioè la privatizzazione come soluzione è una follia: esaspera i problemi di sostenibilità, accresce nel tempo il costo dei premi e nel tempo dà sempre di meno;
4. gli incentivi già oggi riconosciuti a tutte le forme di mutua ammontano a una cifra pazzesca – che però nessuno ha calcolato con esattezza – che paghiamo con le nostre tasse. Io propongo di togliere gli incentivi al privato e con i soldi che recuperiamo di riformare il nostro sistema pubblico, per renderlo maggiormente adeguato alle nostre esigenze;
5. l’ultima considerazione è tutta politica. Se il M5S approverà le proposte della ministra Grillo, allora dovremmo ammettere che questo movimento ci ha truffati, intendendo distruggere la sanità pubblica e quindi l’articolo 32 della Costituzione, andando oltre il neoliberismo di Berlusconi e del Pd.
10 Aprile 2019


Docente all'Università Tor Vergata di Roma, esperto di politiche sanitarie

Il Fatto Quotidiano

martedì 10 aprile 2018

Sanità e liste d’attesa: “La tempestività ormai è un servizio a pagamento”

Per una colonscopia, nel pubblico si aspetta in media più di 96 giorni; nel privato ne bastano sei. I dati dell’Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei sistemi sanitari regionali: così il privato fa concorrenza al pubblico, e il Ssn arretra.

Una visita medica nella sanità pubblica? Bisogna aspettare 65 giorni, più di due mesi. 

E se ci si rivolge al privato? Basta una settimana. I dati arrivano dall’“Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei sistemi sanitari regionali”, condotto da Crea (Consorzio per la ricerca economica applicata) e commissionato da Fp Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni. Tra lunghi tempi di attesa e peso eccessivo del ticket, i cittadini si stanno abituando ormai a considerare il privato e l’intramoenia come scelte alternative al Sistema sanitario nazionale. Con la sanità pubblica che, tra tagli e scarso personale, è ormai “in ritirata”.

Anche perché la forbice aumenta se si considerano i singoli esami. Per una colonscopia, nel pubblico chiedono di attendere in media più di 96 giorni; nel privato ne bastano sei. Tre mesi di differenza. Per una radiografia articolare la distanza è di 23 giorni contro i 4 del privato. Alcuni aspettano, altri pagano. La tempestività, si legge nel report, «sembra una condizione garantita dal Sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è un “servizio a pagamento” nei casi restanti».

L’indagine è stata effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% delle popolazione nazionale, su quattro regioni: Lombardia, Veneto, Lazio e Campania. Sono state prese in considerazione 11 prestazioni mediche, ma senza indicazioni di urgenza. 

E quello che viene fuori è che la situazione, nel pubblico, non fa che peggiorare di anno in anno. 

Si passa da 61 giorni per la visita oculistica nel 2014 a 88 nel 2017; da 36 per la visita ortopedica nel 2014 a 56 nel 2017; e da 69 nel 2014 per la colonscopia a 96 nel 2017.
La tempestività sembra una condizione garantita dal Sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è un “servizio a pagamento” nei casi restanti

L’unica alternativa è il privato: le strutture convenzionate, o i servizi a pagamento, intramoenia compreso (cioè effettuato dai medici in ospedale al di fuori dell’orario di lavoro). Per una visita ortopedica, ad esempio, nel privato a pagamento e in intramoenia bastano in media 6 giorni, mentre nel privato accreditato si sale a 27. Sempre meno dei 56 del pubblico.

L’indagine ha analizzato anche i costi per le visite mediche. «La spesa dei cittadini per prestazioni in intramoenia e a pagamento risultano abbastanza consistenti», si legge, «ma in tanti casi non molto distanti dal costo del ticket pagato nelle strutture pubbliche e private accreditate».

Un aspetto interessante che lo studio fa notare è come i costi del privato talvolta siano persino inferiori a quelli dell’intramoenia. Per una visita oculistica in sanità privata, nel 2017 si sono spesi circa 97 euro a fronte dei 98 euro dell’intramoenia. Lo stesso vale per la visita ortopedica, che nel privato ha un costo di circa 103 euro contro i 106 euro dell’intramoenia. In Lombardia, per una coronografia in intramoenia, si possono spendere anche 490 euro. «La sanità privata ha trovato un suo specifico posizionamento derivante dalle inefficienze del pubblico», spiegano dalla Fp Cgil. È la concorrenza, bellezza, e a rimetterci sono i cittadini.

Le poco sostanziali differenze di prezzo e le lunghe liste di attesa hanno incentivato lo sviluppo di un’offerta privata di servizi spesso concorrenziale con quella pubblica, per costo e tempi di risposta.

La situazione poi, è chiaro, varia da regione a regione. Tra le quattro regioni analizzate (Lombardia, Veneto, Lazio e Campania), cambiano i tempi di attesa, ma anche l’organizzazione della sanità pubblica. Con il privato che avanza soprattutto al Sud, dove le carenze del pubblico sono maggiori. A fronte di una media di 11,8 unità di personale del Ssn per 1.000 residenti a livello nazionale, si va dagli 8,6 della Campania ai 16,6 della Valle d’Aosta. La Campania è la Regione delle quattro rilevate in cui la “copertura” da parte di personale di strutture pubbliche o equiparate è minore, mentre è in testa per la quota di privato, con 1,06 posti letto ogni mille residenti. Dalla parte opposta, il Veneto, con 13,6 addetti pubblici e solo 0,26 posti letto privati.

«La sanità privata fa riferimento all’offerta pubblica per calibrare la propria e rendersi competitiva, puntando sul rapporto qualità/prezzo e dunque accorciando notevolmente, con prezzi di poco superiori al ticket, i tempi di attesa».

Fonte: qui

sabato 21 maggio 2016

La denuncia di Gino Strada: “Dieci milioni di italiani non possono curarsi perché non possono permetterselo”

zzz62Gino Strada: “La Sanità deve essere gratuita e per tutti. Costa troppo? E allora tagliamo i profitti” !!

Il fondatore di Emergency in un post su Facebook interviene nel dibattito sul taglio ai costi del sistema sanitario: “Dieci milioni di italiani non possono permettersi un’assistenza adeguata, servono ospedali e non aziende”
“Dieci milioni di italiani non possono curarsi come dovrebbero perché non possono permetterselo”. Parte da questo dato l’analisi che Gino Strada ha affidato ad un post pubblicato sul suo profilo Facebook nei giorni in cui impazza il dibattito sull’opportunità dei maxi tagli alla sanità annunciati per dare respiro ai conti dello Stato: “Quanto deve costare la ‪sanità‬?” si chiede il fondatore di Emergency: “A mio avviso, l’unica risposta intelligente (e carica di giustizia) è: quanto serve, quanto serve per curare al meglio le persone che ne hanno bisogno. Tutte. Idealmente, non un euro in più, né un euro in meno”.
Poi continua: “La spesa sanitaria italiana è di poco superiore ai 100 miliardi di euro annui. Troppi? Pochi? Chissà. La spesa sanitaria è però il costo per lo Stato, o meglio per la collettività, del ‘sistema sanitario’, non è quanto viene speso per curare le persone. C’è molto di più in quei 100 miliardi l’anno. Certamente ci sono un uso poco razionale delle risorse e la dannosa ‘medicina difensiva’ a dilapidare danaro pubblico“. A pesare sulla spesa sanitaria, sottolinea Strada, è proprio il profitto: “C’è però una cosa nella sanità che costa più di tutto il resto e che viene ostinatamente censurata: il profitto. In tutte le sue forme, nelle strutture pubbliche come in quelle private ‘convenzionate’, che ormai da noi funzionano esattamente nello stesso modo. Aziende, non più ospedali. Il profitto stimato nel settore della sanità si aggira attorno ai 25 miliardi di euro annui. E se si iniziasse a tagliare da lì? Con i soldi risparmiati – conclude Strada – dando vita ad ospedali non-profit, cioè a strutture che abbiano come obiettivo le migliori cure possibili per tutti e non il pareggio di bilancio, si potrebbe ricostruire una vera sanità pubblica, cioè un servizio totalmente gratuito, di alta qualità… e molto meno costoso”.
28/07/2015
Fonte: ilfattoquotidiano.it