9 dicembre forconi: privatizzazioni
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martedì 9 aprile 2019

MACRON: “PRIVATIZZO QUIA ABSURDUM”

Se volete vedere un ritorno al Medio Evo, guardate  le privatizzazioni di Macron:  vuol dare in concessione ai privati non solo le autostrade (l’ha già fatto) ma le  strade secondarie  di tutta la Francia.  Lo ha scoperto France Inter, rivelando parti dell’accordo segreto  sulla cessione delle autostrade   – segreto !  – firmato nel 2015 tra lo Stato  e i concessionari.   Nella pratica, firmato da Emmanuel Macron e Segolène Royal, allora rispettivamente ministri dell’Economia e  dell’Ecologia (sic) sotto  la  presidenza Hollande.  E’ il documento –  che ora il Consiglio di Stato sta ordinando al governo di rivelare  –  in cui  i due ministri autorizzavano i concessionari ad aumentare annualmente i pedaggi fino al 2023, in cambio di un congelamento delle tariffe in quel 2015: perché quell’anno c’erano le elezioni, e il partito di Hollande  temeva di perdere  – come infatti è accaduto, tanto che i burattinai (Attali, Rotschild?) hanno dovuto inventare il “movimento nuovo” di Macron per restare al potere.

Privatizzare le strade nazionali.  Come ai tempi di Colbert

Il che la dice  già lunga sulle collusioni fra socialisti privatizzatori e i grandi privati, il cosiddetto  “mercato”.  Ma questo non è  tutto. Nel documento, si ricava che  le grandi società  per azioni che attualmente gestiscono le autostrade, hanno proposto anche la privatizzazione delle strade nazionali, 10 mila chilometri.  Una nota dell’ASFA (Association des Sociétés Francaises d’Autoroutes) dichiara: “Questo modello virtuoso[la privatizzazione delle autostrade] potrebbe essere esteso al  complesso della rete viaria nazionale […]  per continuare a sviluppare e modernizzare le infrastrutture stradali  necessarie alla mobilità sostenibile e allo sviluppo  economico del paese, contribuendo in modo positivo al rilancio economico  […]  Il trasferimento di tutta o parte la rete stradale è di natura tale da provocare un  benefico shock del bilancio pubblico,  alleviano la spese della Stato e rendendo perenne  la  capacità di manutenzione della rete”.

Qui si vede  esposto con comica evidenza  l’argomento a favore delle  privatizzazioni: lo Stato non ha i soldi per  la manutenzione, dunque i privati, generosamente, si accollano la spesa, così il debito pubblico liberato da questo peso, diminuirà. “Ogni volta che lo Stato  deciderà di adeguare la sua rete di strade nazionali e trasformarle in autostrade in concessione, le società risponderanno: presente!”, ha dichiarato, la mano sul cuore, Harnaud Hary, presidente dell’ASFA, in un  empito patriottico.
Ponte a pedaggio  – il bello  del privato
Naturalmente, tanto generoso patriottismo si compenserà mettendo a pedaggio le migliori (più redditizie) strade nazionali; non tutte s’intende, perché ce n’è che non rendono. Quelle saranno lasciate a carico dello Stato. Questo sì che sarebbe il ritorno al Medio Evo:  come già aveva notato il ministro del Re Sole  Jean Baptiste Colbert nel 1664,  le manifatture erano aggravate dal dazi che  ogni città e provincia (indebitatissime) levava sulle merci in transito; pedaggi da pagare su ogni ponte, su ogni canale, su ogni strada per quanto deplorevolmente tenuti;  il dazio di Valence, tuonava Colbert, estrae fino al  5% su ogni merce proveniente dal Meridione;  su ogni passaggio di merci da una provincia l’altra gravano fino a venti balzelli.  Va detto  che nemmeno lui, Colbert, riuscì ridurre i dazi interni ad uno solo; bisognò aspettare la Rivoluzione.

Uno  dei dazi sulla strada che portava a Parigi le aringhe pescate in Normandia.
Che  questo speciale ritorno al Medio Evo sia nei progetti del  governo e partito progressista, lo ha confermato Alain Vidalies, che è stato segretario ai Trasporti sotto il governo Valls. “Vedevo già arrivare  sulla mia scrivanie rapporti dell’alta amministrazione che  mi spiegavano  che il bilancio dello Stato non aveva più i mezzi per la manutenzione della rete stradale nazionale,  mi si domandava di  rifare con le strade nazionali quel che si era fatto per le autostrade”.

Gli aeroporti rendono profitti allo Stato: perché li vende?

Macron  sta  recuperando il tempo perduto   – la Francia,  “statalista” per tradizione  è rimasta un po’  indietro nella privatizzazioni, e sono queste le “riforme”  che l’Unione Europea (ed  Attali) gli chiedono di fare:  e lui esegue con un dogmatismo ideologico  che appare fuori tempo massimo, mentre nel paese l’ideologia  (pseudo) liberista è contestata nella sua razionalità stessa.  Per esempio,   vuole  privatizzare  gli Aeroporti di Parigi (ADP)  l’ente statale che gestisce quasi tutti gli aeroporti di Francia: ma perché,  gli  ha domandato la giornalista Coralie Delaume, visto che gli aeroporti  non solo non sono in perdita, ma  fanno profitti – 130 milioni  – che retrocedono allo Stato?  Stessa  obiezione vale per le due  altre  entità che  Macron vuole privatizzare:  l’ente giochi (Francaise des Jeux)  che allo Stato dà 100 milioni,  e  Engie, il gigante dell’energia  (elettricità e gas), che ne dà 500. Le  vendiamo per dis-indebitare lo Stato, e  per creare un fondo per l’innovazione; contiamo di ricavare  15 miliardi, di cui 5 andranno ad  alleviare il debito pubblico  e 10  per il fondo innovazione: ben investiti, renderanno 250 milioni l’anno…. Il periodico Alternatives Economiqueribatte: 5 miliardi per alleviare un debito pubblico di 2300 miliardi, non è  assurdamente  insignificante? E i  250 milioni che sperate di ricavare investendo 10 miliari…a che scopo vendere  per questa speranza di introito  tre aziende partecipate che vi rendono 700-700 milioni?
(Raccolta di firme contro la cessione degli aeroporti)
L’argomento che lo Stato si alleggerisce da un costo, è perfettamente fallace.   Anche le autostrade del resto, opere pubbliche da tempo ammortizzate, “rendono”,  fanno profitti.  Anzi ci si è accorti che i governi precedenti hanno cominciato a   privatizzarle proprio quando, pagati  gli storici debiti  per la loro  costruzione,  “milioni se non miliardi di dividendi cominciavano ad entrare nelle casse  dello Stato ”, ha spiegato Gilles de Robien, un ex ministro dei trasporti.
Dare in gestione a privati monopoli naturali  (come sono aeroporti ed autostrade)  non ha giustificazione  nemmeno, ovviamente,  nella convenienza di introdurre “la concorrenza  del mercato” che  farebbe, secondo la dogmatica liberista,  diminuire i prezzi  a vantaggio dei consumatori. Forse che un aereo può scegliere fra più aeroporti  in quale gli conviene atterrare? O un automobilista scegliere fra due autostrade in concorrenza?
Anche in Francia infatti, le autostrade rendono ai privati somme scandalose, come da noi ai Benetton. Il gruppo Vinci per esempio realizza con le concessioni il 13,9  per cento  del suo fatturato e il 58,8% dei risultati operativi: ossia le concessioni   rappresentano per il  gruppo (immobiliare) una redditività  9,4 volte superiore a  quelle dei contratti di costruzione classici.
E’ interessante constatare che anche in Francia  il contratto di  concessione autostrade è stato tenuto segreto. Come dovreste ricordare,   anche in Italia quello con cui il governo (D’Alema) cedette a Benetton le autostrade, che Benetton nemmeno acquistò pagando coi soldi suoi  freschi,  ma indebitandosi e subito dopo accollando il debito suo alle Autostrade SpA, come ben spiegato qui:

anche questo contratto, è  stato coperto da Segreto di Stato. Perché, domandavo allora?  Non si può trovare altra spiegazione a  un segreto non-militare,   se non  l’occulta partecipazione ai grassissimi utili (leggi tangenti)?  Qualche procura vuole interessarsene?
Non s’è interessata , in Italia. Vedremo se  i francesi avranno maggior fortuna. Fra le clausole segrete rivelate  là, ce n’è una in cui lo Stato francese si obbliga ad  accordare alle società concessionarie una compensazione, in caso sia varata una nuova tassa  sulle autostrade: compensazione che può tradursi o in un rincaro dei pedaggi, o in un prolungamento delle concessioni.  Ora un militante ecologista che è stato parlamentare, tale Raymond Avrillier, vuole  adire al Consiglio di Stato per fare annullare questo protocollo.  Vedremo come finirà.
Fatto sta che in Francia, almeno, ci sono media importanti e  giornalisti che (contrariamente a quel che avvenne in Italia) si stanno opponendo.   Dimostrando  dati alla mano che le scuse per le privatizzazioni di grandi monopoli pubblici  – efficienza  del gestore privato, concorrenza, alleviamento dei costi pubblici o del debito pubblico, convenienza per i consumatori  – sono falsità  pure e semplici.

Significa regalare rendite lucrose

Privatizzare i servizi pubblici equivale ad accordare  una rendita  lucrosissima a qualcuno, a svantaggio dell’interesse generale, perché la collettività di perde”, dice l’economista gaullista Laurent Herblay.  “Solo una fede religiosa nel “privato”   spiega questa  ostinazione”.
Poiché i dettami di questa  fede religiosa vengono imposti dovunque in Europa,  come necessità  del “mercato”, viene financo il dubbio: e se tutto il sistema  che si chiama “mercato” e “ordoliberismo”, o “Unione Europea”  non avesse altro scopo, alla fine, che consentire ai capitalisti di accaparrasi rendite grasse e sicure,  saccheggiando  le infrastrutture pubbliche costruite nel secolo precedente,  a spese dei cittadini e consumatori, con tanti saluti al loro presunto “appetito  per il rischio” ?  Sembra quasi che i capitalisti non vedano l’ora di deporre i loro “animal spirits”,  la loro sete di “competizione”  nella darwiniana jungla dei mercati liberti e globali,   per trasformarsi in posati rentiers.  Possibile?
Può  contribuire a rispondere alla domanda un’altra domanda: come mai Italia e Francia, oggi così indebitati coi “mercati”, in passato hanno avuto i notevoli fondi necessari per farsi autostrade e reti elettriche e aeroporti? Dove trovavano il denaro? La riposta: lo produceva la banca centrale, comprando i Buoni del Tesoro  eventualmente invenduti.  E’ col denaro creato dal nulla per gli investimenti e il pieno impiego che Italia e Francia hanno avuto i mezzi per  farsi le enormi infrastrutture, come del resto tutti i paesi europei hanno finanziato la ricostruzione del dopoguerra.  Poi è stato decretato  il divorzio fra Tesoro e Banca centrale: noi nel 1981, la Francia un po’ prima.
Il denaro è diventato scarso.  S’è dovuto chiederlo ai mercati. Il debito pubblico  è aumentato . Le privatizzazioni   dei ricchi patrimoni  pubblici sono diventate “necessarie”: ferrovie, aziende elettriche, autostrade…. Che sia tutto architettato per regalare delle rendite ad alcuni amici?    Se questo capitalismo terminale abbia lo scopo ultimo di creare   la casta pseudo-aristocratica di  parassiti  che staccano cedole, come quell’aristocrazia dell’Ancien Régime viveva di emolumenti   e  donazioni regie  a Versailles?

Bruxelles  esige: privatizzate anche le dighe

Frattanto, Bruxelles esige  ancora uno sforzo: la privatizzazione di 150 dighe idroelettriche.  Bruxelles trova che  EDF (Electricité de France), azienda pubblica,   soffre di “eccesso di posizione dominante”, in quanto detiene   sia le centrali nucleari  sia l’idroelettrico. Siccome non ha (per  ora) il coraggio di esigere la vendita a privati delle centrali atomiche, vuole, ordina e comanda  che privatizzi i 150 sbarramenti idroelettrici più importanti, e ceda a privati i ruibinetti della modulazione della fornitura elettrica durante i picchi di consume o penuria idrica.  Qualcosa di analogo alla privatizzazione en indipendenza  della Banca Centrale,   che ha tolto agli Stati  il potere di  modulazione dei flussi monetari  secondo le esigenze dell’occupazione e delle necessità infrastrutturali.  Il mix idroelettrico-nucleare in mano a d un’azienda pubblica ha un senso strategico ed anche economico:  l’elettricità da nucleare è cara (46 euro a  MwH), ed è compensata dall’idroelettrica  a buon prezzo (20-30 euro a MWh).  La privatizzazione  di questa ricorda, per la sua assurdità, l’ordine di Bruxelles di privatizzare le ferrovie  di tutt’Europa  separando la proprietà dei binari da quella dei treni: un assurdo economicamente insostenibile, ma  giustificato dalla fede dogmatica nel “mercato”.
Orbene, Macron – nonostante alle corde il suo progetto  “europeista  franco-tedesco”, alle prese con l’insurrezione del Gilets Gialli, e  lui stesso descritto come sul punto di schiattare  psicoogicamente (burn-out) farà  le privatizzazioni  delle dighe: le prime 150 (le più grandi, òche produvcono una potenza totale pari a tre reattori nucleari) per il 2022.  Entro il 2050  l’intero parco di   2300 dighe idroelettriche.
La prima cosa che faranno i privati sarà quella che hanno fatto con le autostrade: aumentare la bolletta come hanno aumentato i pedaggi. E allora altro che Gilet Gialli.
“Privatizo quia absurdum” – è proprio fede.

mercoledì 19 dicembre 2018

ECCO COME CAMBIA LA MANOVRA DOPO I DIKTAT DI BRUXELLES



QUOTA 100 “LIGHT” (DAL 2019 E FINO AL 2021 SARÀ POSSIBILE ANDARE IN PENSIONE CON 62 ANNI DI ETÀ E 38 DI CONTRIBUTI), TAGLI ALLE PENSIONI D’ORO, DISMISSIONI DEGLI IMMOBILI PUBBLICI E POCHI SOLDI PER LE IMPRESE: RIDIMENSIONATO IL REDDITO DI CITTADINANZA, MISURA SIMBOLO DEL M5s

Gian Maria De Francesco per “il Giornale”

conte salvini di maioCONTE SALVINI DI MAIO
L' accordo con l' Europa è stato annunciato in via informale dal ministero dell' Economia. Palazzo Chigi va con i piedi di piombo. Il dato di fatto è che la legge di Bilancio nella sua ultima formulazione ancora non esiste perché ancora oggetto delle ultime trattative tra Roma e Bruxelles. Si può, tuttavia, provare a redigere un elenco sommario dei contenuti anche alla luce di alcune proposte di modifica presentate ieri in Senato.

QUOTA 100 
Dal 2019 e fino al 2021 sarà possibile andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi. Le finestre, però, sono mobili (3 mesi per i dipendenti del settore privato; 6 per quelli pubblici e 2 in più per gli insegnanti).

La platea interessata è di circa 800mila persone nel triennio delle quali 350mila almeno l' anno prossimo. Lo stanziamento è di 4,7 miliardi e comprende anche il rinnovo per un anno di Ape sociale opzione donna. Le regole della legge Fornero (67 anni di età con 20 di contributi o 42 anni e 10 mesi) restano in vigore. La penalizzazione per chi si ritira prima e il divieto di cumulo con redditi da lavoro dipendente per 5 anni dovrebbero funzionare da dissuasori consentendo un risparmio ulteriore rispetto a uno stanziamento già ridotto di 2 miliardi.

luigi di maio giuseppe conte matteo salvini giovanni triaLUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI GIOVANNI TRIA
IL TAGLIO DELLE PENSIONI D' ORO 

Il taglio delle pensioni più ricche, le cosiddette d' oro, scatterà da 100mila euro lordi e non da 90mila. La riduzione per gli assegni tra i 100mila e i 130mila, il primo dei cinque scaglioni messi a punto, sarà del 15%. La misura sarà inserita in manovra con un emendamento dei relatori o del governo. La durata è prevista in 5 anni, due in più rispetto ai tre nei quali sperava la Lega. Rispetto all' emendamento presentato dal M5s alla legge di Bilancio, è attesa una rimodulazione del taglio: sarà del 25% per gli assegni tra i 100 e i 200mila euro; del 30% fino a 350 mila; del 35% tra 350mila e 500mila; del 40% per assegni sopra il mezzo milione.

IL REDDITO DI CITTADINANZA 
È la misura di bandiera dei Cinque stelle ma è stata ridimensionata. I 780 euro mensili saranno erogati in base all' Isee (previste decurtazioni se si è possessori della prima casa) a una platea potenziale di 5 milioni di persone. Lo stanziamento 2019 è di 6,1 miliardi calcolato sulla base della partenza ad aprile e su un 10% di adesioni in meno. Un altro miliardo andrà ai centri per l' impiego, ma dei 7,1 miliardi complessivi due proverranno dallo stanziamento per il Rei (reddito di inclusione). Le stesse risorse serviranno anche per le pensioni di cittadinanza, cioè per alzare le minime a 780 euro. Il Fondo per l' erogazione del sussidio è «in comune» con quello di quota 100. Le risorse verranno reperite anche tramite il taglio delle pensioni d' oro.
CONTE DI MAIO SALVINICONTE DI MAIO SALVINI

MENO TASSE ALLE IMPRESE 

Il ddl Bilancio prevede dal 2019 un' aliquota unica al 15% per partite Iva e piccole imprese con redditi fino a 65mila euro. La misura è cifrata solo 330 milioni. Dall' anno successivo si dovrebbe introdurre una seconda aliquota del 20% per i redditi fra 65 e 100mila. Deducibili da Ires e Irap l' Imu pagata sui capannoni fino al 40%. Ieri i relatori hanno presentato un emendamento che taglia di 410 milioni per il 2019 le tariffe Inail. La stessa proposta di modifica fissa la riduzione dei premi e contributi per l' assicurazione contro gli infortuni sul lavoro a 525 milioni per il 2020 e 600 per il 2021.

I DEBITI DELLA PA 

La Cassa depositi e prestiti scende in campo, per aiutare le pubbliche amministrazioni a rispettare i tempi di pagamento per le prestazioni effettuate dei privati. La misura è prevista da un emendamento al ddl bilancio, presentato dal governo in commissione Bilancio al Senato. Con la proposta di modifica, si legge nella relazione illustrativa, si introduce la possibilità, per le istituzioni, gli intermediari finanziarie, la Cassa depositi e prestiti di «concedere anticipazione a Regioni (anche per conto dei rispettivi enti del servizio sanitario nazionale) ed enti locali, (compresi gli enti in dissesto)».
SALVINI DI MAIO CONTESALVINI DI MAIO CONTE

Con le risorse messe a disposizione potranno essere saldati i debiti certi, liquidi ed esigibili maturati fino al 31 dicembre 2018 nei confronti dei propri fornitori di beni e servizi. I Comuni che sono andati in dissesto finanziario nel secondo semestre 2016 possono chiedere al Viminale un anticipo di somme per i pagamenti in sofferenza fino a un massimo di 20 milioni di euro (o 300 euro per abitante). Le somme anticipate sono da restituire in tre anni.

DISMISSIONI IMMOBILIARI 
Una delle carte che il governo ha giocato con Bruxelles per ottenere l' ok sul fatidico 2,04% è quello delle dismissioni degli immobili pubblici che dovrebbero fruttare almeno un paio di miliardi (aggiungendosi a oltre un miliardo di spending review aggiuntiva). Il complesso delle privatizzazioni dovrebbe portare, nelle idee del Tesoro, circa l' 1% del Pil, ossia 18 miliardi. Per rendere più appetibile agli investitori il mattone di Stato «sono ammissibili anche le destinazioni d' uso e gli interventi edilizi consentiti per le zone territoriali omogenee all' interno delle quali ricadono tali immobili».
DI MAIO CONTE SALVINIDI MAIO CONTE SALVINI

MILLEPROROGHE 
Inserito in manovra anche il milleproroghe di fine anno. Riscadenzati il via al nuovo regime delle intercettazioni e i termini per le assunzioni nelle forze dell' ordine. Nella pa sarà possibile continuare a stipulare contratti co.co.co.

Fonte: qui

sabato 15 settembre 2018

Pubblico o privato?

Le cose ripetute troppe volte vengono a noia e, forse, è per questo che dopo trentanni di “evviva il privato” il refranin ora è “evviva il pubblico” i 5S sono per “pubblicare” tutto e scacciare il privato in recinti ben controllati. Se poi si chiede con che soldi, la risposta è sempre la stessa: la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero i buoni postali degli italiani e qui cominciano i brividi. 

Già perchè se le cose dovessero non andare bene, sarebbe un bagno di sangue al cui confronto le 4 banche “salvate” da Renzi  sembrerebbe una puntura di zanzara. Rivogliamo tutto indietro, e faremo meglio. 

Forse. Sicuramente, almeno in alcuni casi (Telecom) sarebbe difficile far peggio, ma in altri, ancora statali (Alitalia), sarebbe vero il contrario. 

È vero che le vendite dei beni dello stato sono stati la fortuna di pochi e la fregatura di molti (chi ha comprato azioni di Telecom ed Enel lo sa bene), ma anche tutti questi meravigliosi futuri super manager dove sono? 

Questo è il punto. Prima di avventurarsi in ri-acquisti, il governo farebbe bene a far vedere quello che sa fare con i pezzi (non piccoli) di industria di stato che ancora abbiamo. 

Vediamoli all’opera i nuovi e saremo “consolati” negli investimenti futuri. 

Si dice che vogliono ricomprare le ditte strategiche, come Gentiloni che si accorse che Telecom era stategica quando Bollorè andò all’attacco di Mediaset. Che è anche lei diventata strategica, anche se non è dello stato. 

Lo sarebbero per la verità le antenne, ma di questo anche i nuovi (che in campagna elettorale ne hanno parlato tanto) per ora tacciono, come, d’altra parte su canone sulla bolletta elettrica o sulle accise sul carburante. 

Vedremo, certo la cricca “incrostata” nel pubblico è dura da “grattare via” e il tempo per farlo bisogna lasciarglielo. Magari se si vedesse qualcosina, magari sulle banche, anche quelle di paese, sarebbe una bella cosa. Ma la filosofia pare sia quella di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e quindi i fatti vengono alla luce a cose fatte. 

Sarà, ma io sono malfidente, visto come sono andate le cose negli ultimi decenni e vista anche la nuova alleanza di governo in cui gli statalisti puri (5S) stanno con i privatisti ad oltranza (Lega)
Hanno un capitolato di intesa, ma senza priorità, per cui ognuno tira l’acqua al suo mulino. Per cui migranti e reddito di cittadinanza sono i refrain più gettonati. Sembra quasi che la campagna elettorale sia cominciata appena si è installato il governo e quindi più che di pubblico e privato si parli di mentalità statalista e di mentalità liberista (fateci guadagnare in pace e non rompete i coglioni con leggi e controlli). Se così fosse presto pioverà a catinelle e come sempre a rimetterci saranno quelli che hanno risparmiato per il futuro. Che non sarà il loro, ma quello degli altri.

Fonte: qui

lunedì 3 settembre 2018

BENETTON – NON SOLO MAGLIONI, AUTOSTRADE E AEROPORTI: NEL 1998 LA FAMIGLIA SI PRESE DALL'IRI (OVVIAMENTE A SALDO) ANCHE LA TENUTA DI MACCARESE, LA PIU' GRANDE FATTORIA D'ITALIA, CHE CONFINA CON L'AEROPORTO DI FIUMICINO.


DEI 1.300 ETTARI PREVISTI PER IL RADDOPPIO DELLO SCALO (PORTATO AVANTI DAL GOVERNO LETTA), MILLE SONO DI PROPRIETÀ DEI BENETTON..
Carlo Cambi per “la Verità”

Avete mai visto una mucca che vola? 

No? 

Ebbene, nelle privatizzazioni all' italiana può capitare anche che le vacche decollino o atterrino. 

Dove? 

Ma a Fiumicino. 

E nell' interesse di chi? 

La riposta è facile: dei Benetton, che hanno usato le dismissioni dell' Iri come un supermercato in quella felice (per loro) stagione che va dal 1998 al 2008, i dieci anni che hanno sconvolto lo Stato imprenditore. A rileggere alcune cronache del tempo i signori di Montebelluna passano anche da salvatori della patria.
maccarese 3MACCARESE 

Partiamo da una privatizzazione che dal punto di vista della massa di quattrini è minore, ma che ebbe allora un valore simbolico altissimo e che oggi serve a comprendere come le «svendite» siano state una spoliazione del patrimonio pubblico per redistribuire quella ricchezza (costruita solo con le tasse degli italiani) a vantaggio di alcuni ristrettissimi circoli, escludendo qualsiasi possibile concorrenza.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON
Non solo: in qualche caso potrebbe accadere che lo Stato sia costretto a ricomprare, sotto altra forma e consentendo enormi guadagni a chi acquistò con le privatizzazioni, ciò che aveva venduto.

Tutto si svolge lungo il litorale romano da via della Magliana a Fiumicino, passando per Torre in Pietra. Lungo la costa si estende una delle aziende agricole più importanti d' Europa: è la Maccarese. Ha una storia gloriosa e tormentatissima.

maccarese 14MACCARESE
Di fatto un' eredità di Benito Mussolini, che la fa diventare l' emblema delle bonifiche e la mette in collo all' Iri di Alberto Beneduce. Maccarese con la Repubblica diventa il luogo di spartizione del potere tra sindacati, centrali agricole e partiti. Arriva ad avere fino a 900 dipendenti e perde montagne di quattrini. Nel 1982 si tenta una prima vendita, nel 1986 si decide di chiuderla, ma succede il finimondo e l' Iri continua a sovvenzionarla anche se ha un passivo di 3 miliardi di lire l' anno.
maccarese 20MACCARESE

Ha però una funzione: con frutteti, vigneti, oliveti, una novantina di case coloniche, greggi di pecore, vacche, maiali e laboratori di trasformazione è l' emblema dell' azienda agricola mediterranea, estesa su 3.300 ettari dove i boschi e le pinete che arrivano fino alla spiaggia sono un paradiso in terra.

Un' azienda che se ben condotta potrebbe fruttare. Basterebbe gestirla come la confinante tenuta del castello di Torre in Pietra che appartenne al fondatore e direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (oggi è degli eredi). Ma Maccarese era una sorta di albergo a ore del potere: tutti se avevano da sistemare un parente o volevano fare una vacanza finivano lì.

Una gara su misura
fratelli benettonFRATELLI BENETTON
Per cercare di vendere la megafattoria l' Iri la passa a Iritecna e quando si apre la stagione dei saldi di Stato Maccarese è tra i primi oggetti a essere «banditi». Logico che a comprarsela fosse un gruppo agricolo. Invece no perché l' offerta della cooperativa Ortosole, costituita da operatori agricoli della zona, viene giudicata non congrua.
Ricorderà il presidente della Ortosole, Beniamino Tiozzo: «Noi avevamo presentato un piano che salvava tutte le colture e prevedeva di occupare da 500 a 700 persone. Non ci risposero neppure. Sapemmo solo dopo qualche tempo che l' avevano data ai Benetton».
Attenzione perché i tempi sono importanti. L' offerta di Edizione srl, la finanziaria di famiglia, arriva sul tavolo di Iritecna il 30 luglio del 1998.
maccarese 22MACCARESE

Giusto un anno dopo l' apertura della gara per un' altra privatizzazione: quella di Aeroporti di Roma. Maccarese ha un vantaggio: confina con le piste del Leonardo da Vinci. 

E chi, grazie alla privatizzazione, si sta comprando Aeroporti di Roma? 

Ma Gemina, che è controllata con il 30% di azioni dalla Edizioni srl di famiglia Benetton. Che nel gennaio del 1999 si porta a casa frutteti, vacche, borgo agricolo e 3.300 ettari per 93 miliardi di lire (47 milioni di euro).

gian maria gros pietroGIAN MARIA GROS PIETRO
Tutti pensano che i Benetton abbiano comprato per speculare sul litorale romano, loro giurano che sono anche imprenditori agricoli (in Sudamerica hanno enormi greggi per produrre lana) e si impegnano a non frazionare la proprietà e a mantenere le coltivazioni.

A garantire per loro ci pensa il presidente dell' Iri, Gian Maria Gros Pietro (amicone di famiglia), che presenterà l' affare come una sorta di manna dal cielo e per far vedere che fanno sul serio i trevigiani nominano amministratore Carlo Benetton (scomparso di recente), il più piccolo del poker dei fratelli, che si è sempre occupato di campi.

La fine di Malpensa
IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVAIL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA




I Benetton guardano lungo, molto lungo. Un anno dopo l' acquisizione di Maccarese si conclude anche la privatizzazione di Aeroporti di Roma: il 57% del capitale viene ceduto dall' Iri per 2.600 miliardi di lire (1,2 miliardi di euro) al consorzio Leonardo di cui è magna pars Gemina, dove chi conta è Edizione srl dei Benetton.

Mentre Maccarese con Carlo Benetton perde il 90% di occupazione, tutti i frutteti e si concentra solo sulla zootecnia diventando la stalla più grande d' Europa, ma riuscendo a guadagnare fino a mezzo milione di euro all' anno, anche perché a lavorarci dentro c' è tanta manodopera immigrata, che certo non ha stipendi da top management, Aeroporti di Roma è compiutamente privatizzata.
maccarese 23MACCARESE

Passano alcuni anni e si cerca di privatizzare Alitalia, che si divide tra Fiumicino e Malpensa. L' hub lombardo per i Benetton è una seccatura. Nasce Cai, che ha come maggiore azionista Intesa San Paolo, ma nel capitale sociale ha anche Atlantia dei Benetton (con l' 8%) e come presidente quel Roberto Colaninno, che già aveva fatto fortuna con la privatizzazione di Telecom e che aveva mandato il rampollo Matteo a scaldare i banchi della Camera in quota Pd.

Parte la privatizzazione-salvataggio di Alitalia, che si conclude il 12 dicembre 2008: con poco più di un miliardo Cai si compra tutta Alitalia e tutta Air One. Immediatamente Alitalia volta le spalle a Malpensa e concentra circa l' 80% di attività su Fiumicino.

Nel frattempo Atlantia si fonde con Gemina e acquisisce il 97% del capitale di Aeroporti di Roma. Comincia da lì il raid di Atlantia sugli aeroporti: si compra Bologna, Venezia, Ciampino.

mario montiMARIO MONTI
La prima svolta è a fine 2012. Presidente del Consiglio è Mario Monti, già dimissionario. In zona Cesarini, alla vigilia di Natale, dà il via libera all' aumento delle tariffe aeroportuali (da 16 a 26,50 euro a passeggero) e al piano di raddoppio del Leonardo da Vinci. Lo Stato vara un investimento infrastrutturale da 12 miliardi di euro, che è il vero obiettivo dei Benetton.

fiumicinoFIUMICINO






Intanto l' aumento della tariffa, che Atlantia ha chiesto a gran voce comprando pagine di giornale e minacciando tagli occupazionali, garantisce ai gestori di Aeroporti di Roma un introito supplementare di 360 milioni di euro all' anno.
simonetta giordani sottosegretarioSIMONETTA GIORDANI SOTTOSEGRETARIO

Passano pochi mesi e c' è un' altra svolta positiva per i Benetton. Presidente del Consiglio è il loro amico Enrico Letta, che va in visita negli Emirati e si porta dietro Simonetta Giordani (ex pierre di Atlantia, diventata sottosegretario alla cultura) e molti manager tra cui quelli di Cai che riescono a rivendere Alitalia a Ethiad. Che poi la scaricherà di nuovo sul contribuente italiano. Ora il quadro è compiuto.

Perché il raddoppio di Fiumicino, che si sviluppa su 1.300 ettari, prevede che 1.000 siano espropriati proprio a Maccarese. Cioè lo Stato pagherebbe ai Benetton circa 200 milioni di euro (20 euro al metro quadrato), più il lucro cessante, per allargare un aeroporto che è in concessione ai Benetton fino al 2042, sul quale Atlantia ha macinato e macinerà milioni e milioni di euro di profitti per ricomprare un terzo di quanto i Benetton acquistarono dallo Stato a 47 milioni di euro.



Espropri fiumicinoESPROPRI FIUMICINO

Sia detto chiaro: il progetto ancora non è partito e forse la strage di Genova complica un po' le cose, ma il disegno cominciato con le vacche del 1998, rafforzato dalla gestione di Alitalia che ha emarginato Malpensa, nel 2018 potrebbe finire con un terminal in più.

Perché questo è il senso delle privatizzazioni gestite tutte da uomini del Pd o vicini al Pd. E cioè che uno si compra a prezzo di saldo dei beni di Stato, li sfrutta per molti anni e poi trova un modo per rivenderli al pubblico incassando dieci volte tanto. Ma per farlo bisogna essere molto bravi, oppure chiamarsi Benetton.

Fonte: qui

mercoledì 22 agosto 2018

Prodi, Draghi & C: chi ha regalato l’Italia, autostrade incluse

Partiamo dall’inizio. Perché una società strategica per gli italiani, con un fatturato annuo di oltre 6 miliardi di euro e introiti certi – che sono aumentati vertiginosamente negli anni com’era prevedibile – è stata ceduta a imprenditori privati? Facciamo un passo indietro: è il 1992; il cartello finanziario internazionale mette gli occhi e le mani sul nostro paese con la complicità e la sudditanza di una nuova classe politica imposta dal cartello stesso. Il suo compito è quello di cedere le banche e i gioielli di Stato italiani ai potentati finanziari internazionali anche attraverso il filtro di imprenditori nostrani. E’ l’anno della riunione sul Britannia, quando il Gotha della finanza internazionale attracca a Civitavecchia con lo yacht della Corona inglese. Sono venuti a ridisegnare il capitalismo in Italia a danno degli italiani, a fare incetta delle nostre migliori aziende e ad arruolare quelli che saranno i loro fedeli servitori al governo del paese, a cui garantiranno incarichi di prestigio: il maggior beneficiario sarà Mario Draghi ma tra i più benemeriti sono Prodi, Andreatta, Ciampi, Amato, D’Alema. I primi tre erano già entrati a pieno titolo nel Club Bilderberg, nella Commissione Trilaterale e in altre organizzazioni del capitalismo speculativo angloamericano, che aveva deciso di attaccare e conquistare il nostro paese con l’appoggio di banche d’affari come la Goldman Sachs, che favorirà gli incredibili scatti di carriera dei suoi ex dipendenti: Prodi e Draghi prima, Mario Monti dopo.
E’ l’anno in cui in soli 7 giorni cambiano il sistema monetario italiano, che viene sottratto dal controllo del governo e messo nelle mani della finanza speculativa. Per farlo vengono privatizzati gli istituti di credito e gli enti pubblici, compresi quelliGian Maria Gros-Pietroazionisti della Banca d’Italia; è l’anno in cui viene impedito al ministero del Tesoro di concordare con la Banca d’Italia il tasso ufficiale di sconto (costo del denaro alla sua emissione), che viene quindi ceduto a privati. E’ l’anno della firma del Trattato di Maastricht e l’adesione ai vincoli europei. In pratica è l’anno in cui un manipolo di uomini palesemente al servizio del cartello finanziario internazionale ha ceduto ogni nostra sovranità. Bisognava passare alle aziende di Stato: l’attacco speculativo di Soros che aveva deprezzato la lira di quasi il 30% permetteva l’acquisto dei nostri gioielli di Stato a prezzi di saldo, e così arrivarono gli avvoltoi. La maggior parte delle nostre aziende statali strategiche passò in mano straniera o comunque fu privatizzata. Ma la cosa più eclatante fu che l’Iri (istituto di ricostruzione industriale) che nella pancia alla fine degli anni ’80 aveva circa 1.000 società, fiore all’occhiello del nostro paese, fu smembrato e svenduto, sotto la presidenza di Prodi (dal 1982 al 1989 e durante un periodo tra il 1993 ed il 1994), poi premiato dal cartello che favorì la sua ascesa alla presidenza del Consiglio in Italia e poi alla Commissione Europea.
A sostituirlo come presidente del Consiglio in Italia e a continuare il suo lavoro di smembramento delle aziende di Stato ci penserà Massimo D’Alema, che nel 1999 favorirà la cessione, tra le altre, di Autostrade per l’Italia e Autogrill alla famiglia Benetton, che di fatto hanno, così, assunto il monopolio assoluto nel settore del pedaggio e della ristorazione autostradale. Un’operazione che farà perdere allo Stato italiano miliardi di fatturato ogni anno. Le carte ci dicono che in quegli anni il presidente dell’Iri era tale Gian Maria Gros-Pietro. Lo conoscevate? Io credo di no. Invece il cartello finanziario speculativo lo conosceva bene, e nel 2001 lo convocò alla riunione del Bilderberg in Svezia, indovinate insieme a chi? Insieme a Mario Draghi e ad un certo Mario Monti. Entrambi saranno ampiamente ripagati dal cartello stesso, che in futuro riuscì a piazzare Draghi Prodi e Ciampialla Banca d’Italia e poi alla Bce, e Mario Monti dalla Goldman Sachs alla Commissione Europea e poi a capo del governo (non eletto) in Italia. E che cosa ne è stato di Gian Maria Gros Pietro? Qui viene il bello. E arriviamo al tema di questo post.
Gian Maria Gros-Pietro, che già nel fatidico 1992 era presidente della commissione per le strategie industriali nelle privatizzazioni del ministero dell’industria, nel 1994 diviene membro della commissione per le privatizzazioni – istituita indovinate da chi? Da Mario Draghi. Ora capite come lavora il cartello finanziario-speculativo per mettere tentacoli ovunque e per far sì che ci sia sempre un proprio esponente nei ruoli-chiave. Ma non finisce qui. Come abbiamo visto, nel 1997 Gros-Pietro è presidente dell’Iri mentre viene organizzata la cessione a prezzi di saldo di Autostrade per l’Italia, che avverrà nel 1999 col passaggio al Gruppo Atlantia Spa, controllato da Edizione srl, la holding di famiglia dei Benetton. Gros-Pietro firma la cessione, la famiglia Benetton gli strizza l’occhio. Cosa voleva dire metaforicamente quella strizzatina d’occhio? Ora immaginate l’inimmaginabile. Cosa accade nel 2002? Gian Maria Gros-Pietro, dopo aver gestito la privatizzazione dell’Eni, andrà a presiedere per quasi 10 anni indovinate che cosa?… proprio la Atlantia Spa, la società alla quale solo tre anni prima, come dipendente pubblico, aveva svenduto la gestione dei servizi autostradali italiani. Le jeux sont fait.
A questo punto proviamo a leggere i termini del contratto di concessione della rete autostradale. Mi dispiace, cari amici. Non si può. Sono stati coperti da segreto di Stato, manco si trattasse di una riservatissima operazione militare. Ma com’è stato svolto in questi anni il servizio di manutenzione ordinaria da parte dei concessionari di Autostrade per l’Italia? La macabra risposta è descritta nei tragici eventi di Genova, e non solo. Leggendo quanto emerge dalla relazione annuale (2017) sull’attività del settore autostradale in concessione pubblicata sul sito del ministero dei trasporti, si evince una crescita esponenziale del fatturato (quasi 7 miliardi) e dei pedaggi. In calo solo gli investimenti (calati addirittura del 20%) e la spesa per manutenzioni in controtendenza, rispetto alla logica che dovrebbe prevedere un aumento dei costi della manutenzione Monti e Draghicontestualmente all’aumento del traffico. Ma la sicurezza degli automobilisti è stata messa in secondo piano rispetto alla massimizzazione dei profitti, già di per sé abnormi.
E com’è andata invece con gli interventi straordinari ad opera dei ministeri preposti? Non c’erano soldi da destinare ad interventi straordinari, seppur richiesti dagli esperti, a causa dei vincoli di bilancio da rispettare e imposti dal pareggio di bilancio. Quali vincoli? Quelli europei. E da chi sono stati imposti questi vincoli? dal Trattato di Maastricht del 1992, da quello di Lisbona del 2007 e dal pareggio di bilancio in Costituzione del 2011. E chi li ha voluti? Indovinate? 

Nell’ordine: Romano Prodi, Massimo D’Alema e Mario Monti, con l’appoggio esterno di Mario Draghi. 

Ma non erano quelli che insieme partecipavano alle organizzazioni del cartello finanziario speculativo che voleva far crollare il nostro paese? 

Esattamente.

Il cerchio si chiude. 

Solidarietà alle vittime di Genova, per il crollo del ponte autostradale. 

Solidarietà agli italiani per il crollo annunciato e pianificato del loro paese.

Altro che decrescita felice.
(“Giornalista d’inchiesta svela importanti retroscena su Autostrade per l’Italia”, dal blog di Marco Della Luna del 18 agosto 2018. Parte del testo è tratta dal libro-inchiesta “La Matrix Europea”, di Francesco Amodeo. Avvocato e saggista, Della Luna attribuisce il testo della ricostruzione giornalistica a Maurizio Blondet, per anni inviato di “Oggi”, “Il Giornale” e “Avvenire”).

La piovra finanziaria

Marco Cedolin

Già nel 2008, quando pubblicai "Grandi Opere", dal quale è tratto questo breve passaggio, risultavano più che mai chiari gli intrecci fra gli interessi della famiglia Benetton, il mondo bancario, gli organismi dello Stato, la comunicazione mainstream ed i grandi poteri finanziari. In 10 anni sono forse cambiati i nomi dei fondi d’investimento ed è aumentata la quantità delle partecipazioni, ma la sostanza purtroppo è rimasta inalterata.
Smantellare piovre di questo genere non è certo una cosa facile, ma se non si agisce in questo senso è praticamente impossibile sperare di andare da qualsiasi parte....  
“La famiglia Benetton, attraverso la finanziaria “Sintonia”, controlla il pacchetto di maggioranza di “Autostrade s.p.a.”33, che è al primo posto fra i costruttori e gestori di autostrade a pedaggio in Europa, ma al tempo stesso “Autostrade s.p.a.” è fra gli azionisti di riferimento di IGLI – insieme ai gruppi “Gavio”, “Techint” e “Efibanca” – con una quota di partecipazione del 20%. IGLI, con quasi il 30% delle azioni, è l’azionista di maggioranza di “Impregilo”, che risulta fra i principali soggetti impegnati nella costruzione del TAV. 
Sempre  attraverso la finanziaria di famiglia “Sintonia”, Benetton è fra gli azionisti – insieme alla famiglia Romiti e al fondo Clessidra – di “Gemina Holding”, che controlla “Aeroporti di Roma s.p.a. e, ancora per mezzo di “Sintonia”, partecipa con il 24% alla “Sagat s.p.a.”, società che gestisce gli aeroporti di Torino e di Firenze. Benetton, inoltre, attraverso l’altra finanziaria di famiglia “Edizioni Holding”, partecipa con il 32,71% a “Eurostazioni s.p.a.” insieme ai gruppi “Pirelli” e “Caltagirone”.

“Eurostazioni” con il 40%, insieme alle Ferrovie dello Stato con il 60%, gestisce “Grandi Stazioni s.p.a.”, che si occupa della gestione e della riqualificazione delle 16 maggiori stazioni ferroviarie italiane e di 3 importanti scali ferroviari della Repubblica Ceca. Sempre per mezzo di “Edizioni Holding”, Benetton possiede anche quote del capitale del gruppo editoriale multimediale RCS.

Il caso della famiglia Benetton ci aiuta a comprendere come il sistema delle scatole cinesi consenta a interessi apparentemente inconciliabili fra loro di convivere serenamente all’interno del bengodi legato alle grandi opere, senza badare alle contraddizioni. “Benetton” è un gruppo nato nel settore dell’abbigliamento, oggi risulta fra i principali gestori di autostrade, ma partecipa attivamente anche alla costruzione del TAV, che – nelle intenzioni di chi ne è promotore – dovrebbe contribuire a ridurre il traffico autostradale; contemporaneamente, gestisce scali aeroportuali a fianco dei Fondi di gestione del risparmio e grandi stazioni ferroviarie in collaborazione con le Ferrovie, che dovrebbero essere il principale “concorrente” della sua attività in ambito autostradale proprio insieme alle linee aeree; inoltre vanta partecipazioni azionarie in uno dei principali gruppi editoriali e multimediali italiani, RCS, il cui “atteggiamento” mediatico non potrà che essere di favore nei confronti delle grandi infrastrutture autostradali, ferroviarie e aeroportuali.

~ Economia delle grandi opere ~
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33. Dati ufficiali tratti dal sito del “Gruppo Benetton”.
Fonte: qui