9 dicembre forconi: Enrico Letta
Visualizzazione post con etichetta Enrico Letta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enrico Letta. Mostra tutti i post

lunedì 3 settembre 2018

BENETTON – NON SOLO MAGLIONI, AUTOSTRADE E AEROPORTI: NEL 1998 LA FAMIGLIA SI PRESE DALL'IRI (OVVIAMENTE A SALDO) ANCHE LA TENUTA DI MACCARESE, LA PIU' GRANDE FATTORIA D'ITALIA, CHE CONFINA CON L'AEROPORTO DI FIUMICINO.


DEI 1.300 ETTARI PREVISTI PER IL RADDOPPIO DELLO SCALO (PORTATO AVANTI DAL GOVERNO LETTA), MILLE SONO DI PROPRIETÀ DEI BENETTON..
Carlo Cambi per “la Verità”

Avete mai visto una mucca che vola? 

No? 

Ebbene, nelle privatizzazioni all' italiana può capitare anche che le vacche decollino o atterrino. 

Dove? 

Ma a Fiumicino. 

E nell' interesse di chi? 

La riposta è facile: dei Benetton, che hanno usato le dismissioni dell' Iri come un supermercato in quella felice (per loro) stagione che va dal 1998 al 2008, i dieci anni che hanno sconvolto lo Stato imprenditore. A rileggere alcune cronache del tempo i signori di Montebelluna passano anche da salvatori della patria.
maccarese 3MACCARESE 

Partiamo da una privatizzazione che dal punto di vista della massa di quattrini è minore, ma che ebbe allora un valore simbolico altissimo e che oggi serve a comprendere come le «svendite» siano state una spoliazione del patrimonio pubblico per redistribuire quella ricchezza (costruita solo con le tasse degli italiani) a vantaggio di alcuni ristrettissimi circoli, escludendo qualsiasi possibile concorrenza.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON
Non solo: in qualche caso potrebbe accadere che lo Stato sia costretto a ricomprare, sotto altra forma e consentendo enormi guadagni a chi acquistò con le privatizzazioni, ciò che aveva venduto.

Tutto si svolge lungo il litorale romano da via della Magliana a Fiumicino, passando per Torre in Pietra. Lungo la costa si estende una delle aziende agricole più importanti d' Europa: è la Maccarese. Ha una storia gloriosa e tormentatissima.

maccarese 14MACCARESE
Di fatto un' eredità di Benito Mussolini, che la fa diventare l' emblema delle bonifiche e la mette in collo all' Iri di Alberto Beneduce. Maccarese con la Repubblica diventa il luogo di spartizione del potere tra sindacati, centrali agricole e partiti. Arriva ad avere fino a 900 dipendenti e perde montagne di quattrini. Nel 1982 si tenta una prima vendita, nel 1986 si decide di chiuderla, ma succede il finimondo e l' Iri continua a sovvenzionarla anche se ha un passivo di 3 miliardi di lire l' anno.
maccarese 20MACCARESE

Ha però una funzione: con frutteti, vigneti, oliveti, una novantina di case coloniche, greggi di pecore, vacche, maiali e laboratori di trasformazione è l' emblema dell' azienda agricola mediterranea, estesa su 3.300 ettari dove i boschi e le pinete che arrivano fino alla spiaggia sono un paradiso in terra.

Un' azienda che se ben condotta potrebbe fruttare. Basterebbe gestirla come la confinante tenuta del castello di Torre in Pietra che appartenne al fondatore e direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (oggi è degli eredi). Ma Maccarese era una sorta di albergo a ore del potere: tutti se avevano da sistemare un parente o volevano fare una vacanza finivano lì.

Una gara su misura
fratelli benettonFRATELLI BENETTON
Per cercare di vendere la megafattoria l' Iri la passa a Iritecna e quando si apre la stagione dei saldi di Stato Maccarese è tra i primi oggetti a essere «banditi». Logico che a comprarsela fosse un gruppo agricolo. Invece no perché l' offerta della cooperativa Ortosole, costituita da operatori agricoli della zona, viene giudicata non congrua.
Ricorderà il presidente della Ortosole, Beniamino Tiozzo: «Noi avevamo presentato un piano che salvava tutte le colture e prevedeva di occupare da 500 a 700 persone. Non ci risposero neppure. Sapemmo solo dopo qualche tempo che l' avevano data ai Benetton».
Attenzione perché i tempi sono importanti. L' offerta di Edizione srl, la finanziaria di famiglia, arriva sul tavolo di Iritecna il 30 luglio del 1998.
maccarese 22MACCARESE

Giusto un anno dopo l' apertura della gara per un' altra privatizzazione: quella di Aeroporti di Roma. Maccarese ha un vantaggio: confina con le piste del Leonardo da Vinci. 

E chi, grazie alla privatizzazione, si sta comprando Aeroporti di Roma? 

Ma Gemina, che è controllata con il 30% di azioni dalla Edizioni srl di famiglia Benetton. Che nel gennaio del 1999 si porta a casa frutteti, vacche, borgo agricolo e 3.300 ettari per 93 miliardi di lire (47 milioni di euro).

gian maria gros pietroGIAN MARIA GROS PIETRO
Tutti pensano che i Benetton abbiano comprato per speculare sul litorale romano, loro giurano che sono anche imprenditori agricoli (in Sudamerica hanno enormi greggi per produrre lana) e si impegnano a non frazionare la proprietà e a mantenere le coltivazioni.

A garantire per loro ci pensa il presidente dell' Iri, Gian Maria Gros Pietro (amicone di famiglia), che presenterà l' affare come una sorta di manna dal cielo e per far vedere che fanno sul serio i trevigiani nominano amministratore Carlo Benetton (scomparso di recente), il più piccolo del poker dei fratelli, che si è sempre occupato di campi.

La fine di Malpensa
IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVAIL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA




I Benetton guardano lungo, molto lungo. Un anno dopo l' acquisizione di Maccarese si conclude anche la privatizzazione di Aeroporti di Roma: il 57% del capitale viene ceduto dall' Iri per 2.600 miliardi di lire (1,2 miliardi di euro) al consorzio Leonardo di cui è magna pars Gemina, dove chi conta è Edizione srl dei Benetton.

Mentre Maccarese con Carlo Benetton perde il 90% di occupazione, tutti i frutteti e si concentra solo sulla zootecnia diventando la stalla più grande d' Europa, ma riuscendo a guadagnare fino a mezzo milione di euro all' anno, anche perché a lavorarci dentro c' è tanta manodopera immigrata, che certo non ha stipendi da top management, Aeroporti di Roma è compiutamente privatizzata.
maccarese 23MACCARESE

Passano alcuni anni e si cerca di privatizzare Alitalia, che si divide tra Fiumicino e Malpensa. L' hub lombardo per i Benetton è una seccatura. Nasce Cai, che ha come maggiore azionista Intesa San Paolo, ma nel capitale sociale ha anche Atlantia dei Benetton (con l' 8%) e come presidente quel Roberto Colaninno, che già aveva fatto fortuna con la privatizzazione di Telecom e che aveva mandato il rampollo Matteo a scaldare i banchi della Camera in quota Pd.

Parte la privatizzazione-salvataggio di Alitalia, che si conclude il 12 dicembre 2008: con poco più di un miliardo Cai si compra tutta Alitalia e tutta Air One. Immediatamente Alitalia volta le spalle a Malpensa e concentra circa l' 80% di attività su Fiumicino.

Nel frattempo Atlantia si fonde con Gemina e acquisisce il 97% del capitale di Aeroporti di Roma. Comincia da lì il raid di Atlantia sugli aeroporti: si compra Bologna, Venezia, Ciampino.

mario montiMARIO MONTI
La prima svolta è a fine 2012. Presidente del Consiglio è Mario Monti, già dimissionario. In zona Cesarini, alla vigilia di Natale, dà il via libera all' aumento delle tariffe aeroportuali (da 16 a 26,50 euro a passeggero) e al piano di raddoppio del Leonardo da Vinci. Lo Stato vara un investimento infrastrutturale da 12 miliardi di euro, che è il vero obiettivo dei Benetton.

fiumicinoFIUMICINO






Intanto l' aumento della tariffa, che Atlantia ha chiesto a gran voce comprando pagine di giornale e minacciando tagli occupazionali, garantisce ai gestori di Aeroporti di Roma un introito supplementare di 360 milioni di euro all' anno.
simonetta giordani sottosegretarioSIMONETTA GIORDANI SOTTOSEGRETARIO

Passano pochi mesi e c' è un' altra svolta positiva per i Benetton. Presidente del Consiglio è il loro amico Enrico Letta, che va in visita negli Emirati e si porta dietro Simonetta Giordani (ex pierre di Atlantia, diventata sottosegretario alla cultura) e molti manager tra cui quelli di Cai che riescono a rivendere Alitalia a Ethiad. Che poi la scaricherà di nuovo sul contribuente italiano. Ora il quadro è compiuto.

Perché il raddoppio di Fiumicino, che si sviluppa su 1.300 ettari, prevede che 1.000 siano espropriati proprio a Maccarese. Cioè lo Stato pagherebbe ai Benetton circa 200 milioni di euro (20 euro al metro quadrato), più il lucro cessante, per allargare un aeroporto che è in concessione ai Benetton fino al 2042, sul quale Atlantia ha macinato e macinerà milioni e milioni di euro di profitti per ricomprare un terzo di quanto i Benetton acquistarono dallo Stato a 47 milioni di euro.



Espropri fiumicinoESPROPRI FIUMICINO

Sia detto chiaro: il progetto ancora non è partito e forse la strage di Genova complica un po' le cose, ma il disegno cominciato con le vacche del 1998, rafforzato dalla gestione di Alitalia che ha emarginato Malpensa, nel 2018 potrebbe finire con un terminal in più.

Perché questo è il senso delle privatizzazioni gestite tutte da uomini del Pd o vicini al Pd. E cioè che uno si compra a prezzo di saldo dei beni di Stato, li sfrutta per molti anni e poi trova un modo per rivenderli al pubblico incassando dieci volte tanto. Ma per farlo bisogna essere molto bravi, oppure chiamarsi Benetton.

Fonte: qui

sabato 7 luglio 2018

ECCO IL "PIANO B" PER L'ITALIA DI MACRON

BELPIETRO: IL PRESIDENTE FRANCESE(EX ROTHSCHILD), SCONFITTO AL TAVOLO UE, PUNTA SULL’EX PREMIER ENRICO LETTA PER FAR RISORGERE IL PD E RIBALTARE L’ALLEANZA PENTALEGHISTA 

NEL PD MOLTI, PUR DI LIBERARSI DI RENZI, LO AIUTEREBBERO…

Maurizio Belpietro per la Verità
EMMANUEL MACRONEMMANUEL MACRON
Come diceva il vecchio Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca. Per questo vi racconto alcune indiscrezioni raccolte nei giorni scorsi e che riguardano il Pd e un suo futuro alla francese.

Tutti si domandano che cosa pensino di fare i capi corrente per rianimare il morente partito della sinistra. Ieri ha provato a interrogarsi sul punto anche Paolo Mieli, che dalle pagine del Corriere della Sera ha tratteggiato le mosse dei compagni in vista delle europee del prossimo anno. In realtà non esiste alcun piano strategico, ma tante manovre messe a punto dai capi bastone del Nazareno nella speranza di resistere all' ondata turboleghista che li sta travolgendo. Il disegno più avanzato è riconducibile al solito Matteo Renzi il quale, nonostante le batoste, non si dà per vinto e sogna un ritorno in grande spolvero. L'ex presidente del Consiglio non si candida a ricostruire il Pd, ma a fondare il partito anti populista italiano, ovvero un movimento che si contrapponga alla Lega di Salvini.

Pur usando un nome diverso, il senatore semplice di Scandicci ha in testa il partito della Nazione, ovvero un qualche cosa che vada oltre il Pd e riesca a inglobare Forza Italia. Con declinazioni leggermente diverse rispetto a quello di qualche anno fa, il piano è lo stesso vagheggiato ai tempi del patto del Nazareno: indurre Silvio Berlusconi a un' intesa e poi papparsi ciò che resta degli azzurri, mettendosi al centro della scena politica. Ovviamente il fronte a cui contrapporsi è il governo gialloblù e per raggiungere l' obiettivo Renzi è pronto a cercare alleati anche fuori dall' Italia.

enrico lettaENRICO LETTA
Non so se si tratti di una sua illusione, al momento non confortata da riscontri, o se ci siano stati incontri e incoraggiamenti, ma l' ex segretario mira a farsi sponsorizzare dal presidente francese. Per Renzi, Emmanuel Macron non è solo l' uomo che dalla sera alla mattina si è fatto un partito su misura per scalare l' Eliseo in barba ai vecchi schieramenti gollisti e socialisti (e dunque un esempio da imitare), ma è soprattutto l' arcinemico di Salvini e dunque da lui l' ex premier spera di trovare una sponda che lo aiuti a risalire sulla barca da cui gli italiani lo hanno cacciato il 4 dicembre di due anni fa, con il referendum costituzionale.

conte macronCONTE MACRON
Tuttavia, ciò che Renzi non sa è che anche altri dentro il Pd si stanno muovendo e pure loro guardano a Parigi, nella convinzione che la riscossa non parta né da Firenze né da Bologna (già, perché ultimamente è segnalato un Romano Prodi in grande agitazione per ripiantare l' Ulivo), ma dalla capitale francese. L' uomo che dovrebbe far risorgere il Pd e segare l' albero su cui è seduta l' alleanza pentaleghista si chiama Enrico Letta, il quale da giorni sfoglia la margherita per decidere se scendere in pista o godersi i molteplici incarichi conquistati sulle rive della Senna.

letta gentiloniLETTA GENTILONI
L' ex presidente del Consiglio, da quando è stato disarcionato e ha dovuto cedere la campanella a Renzi, è riparato in Francia, dove siede sulla poltrona di direttore dell' École des affaires internationales oltre a ricoprire l' incarico di presidente dell' Istituto Jacques Delors, un think tank fondato 20 anni fa dall' ex presidente europeo. Il nipotissimo (soprannome dovuto al fatto che il padre Giorgio è fratello del braccio destro di Silvio Berlusconi) a Parigi è di casa e ha rapporti eccellenti con la nomenklatura francese, tanto eccellenti che oltre a essere stato insignito della Legion d' onore, la più alta onorificenza concessa dalla République, è stato nominato nel Comité d' action publique 2022, una commissione governativa voluta dall' Eliseo per riformare lo stato e la pubblica amministrazione di Francia. 
Per non dire poi dell' incarico di consigliere di amministrazione di Amundi, la società di Crédit Agricole e Sociéte Générale per la gestione del risparmio (recentemente si è mangiata il ramo risparmi di Unicredit).

GIUSEPPE CONTE - MASSIMO MORALE DELLA CASINA VALADIER - EMMANUEL MACRONGIUSEPPE CONTE - MASSIMO MORALE DELLA CASINA VALADIER - EMMANUEL MACRON
Insomma, se c' è un politico che a Parigi piace, questo è Letta, che zitto zitto negli anni ha coltivato con scrupolo le sue relazioni, in particolare quelle francesi.

letta gentiloni renziLETTA GENTILONI RENZI











Dunque, altro che Renzi: è proprio sul nipotissimo che Macron ha puntato le sue fiche. Alla roulette della politica italiana il presidente francese conta di vincere la posta più grossa, ossia far cadere il governo Conte e soprattutto Salvini, per poi sostituirli con un esecutivo guidato da un più affidabile Letta.

giuseppe conte emmanuel macronGIUSEPPE CONTE EMMANUEL MACRON
Che, se fosse stato a Palazzo Chigi, certo mai avrebbe replicato colpo su colpo all' Eliseo come ha fatto il ministro dell' Interno nei giorni caldi della chiusura dei porti alle Ong. Né avrebbe costretto il toy boy di Brigitte a digerire il boccone amaro della Aquarius dirottata a Marsiglia e, quel che conta, dei profughi della Lifeline trasferiti in blocco da Malta a Parigi. No, certo: Letta sarebbe stato molto più accomodante di Salvini. È per questo che a Monsieur le président piace l' idea di un ritorno a Roma del Cincinnato pisano. Riuscirà a convincerlo?

Dicono che in molti siano all' opera per fargli dire di sì, ma le pressioni più importanti siano proprio quelle di Macron, che così potrebbe fare il gallo in Europa. Vedremo.

Fonte: qui

domenica 4 dicembre 2016

Becchi: ai poteri forti serve un nuovo governo. Il motivo? Terrificante

Tutto cominciò cinque anni fa alla Leopolda quando sul palcoscenico della stazione ferroviaria di Firenze si affacciava quello che all’epoca era considerato poco più di un giovanotto rampante e piuttosto arrogante, uno di quelli con la parlata svelta ma che non si preoccupa troppo di quello che dice. Matteo Renzi esordiva così nella politica italiana, parlando della necessità di una rottamazione della vecchia classe dirigente del Pd, incapace di interpretare al meglio i cambiamenti del futuro e ormai troppo legata ad un passato fatto di effigi e simboli che non appartengono più alla sinistra moderna. Dentro il Pd, non fu accolto bene.

D’Alema, Marini e Bersani non hanno mai visto con favore l’avvento di questo giovane spregiudicato e arrampicatore, ma hanno ingoiato il rospo della sua ascesa perché così era stato deciso dai piani alti dell’Europa e di Washington. Quando Renzi venne scelto come sostituto di Enrico Letta, l’intera stampa italiana e internazionale si schierò tutta come un sol uomo a favore dell’ex sindaco di Firenze. La presenza del rottamatore nei media era bulimica, e invadeva tutti gli spazi delle principali reti nazionali a ogni ora del giorno. Confindustria e De Benedetti ne decantavano le lodi, vedevano nella sua figura l’uomo che avrebbe una volta per tutte infranto quei tabù che tutti i governi precedenti non avevano osato sfidare. È stato così per la riforma dell’articolo 18, un passaggio storico che ha inferto un duro colpo al già provato edificio dello Stato sociale e ha concesso un potere ancora maggiore al grande capitale dell’industria italiana.


Nessuno era riuscito in questo, né i vecchi ex compagni di una volta come D’Alema avrebbero potuto riuscirci. Il motivo è apparentemente intuitivo quanto semplice: per approvare delle riforme del genere occorreva costruire un logos di novità, di immagine giovane e fresca di cui la classe dirigente del Pd era del tutto priva. I media hanno contribuito e alimentato quel logos falso e artificiale per permettere di descrivere le riforme renziane come un enorme passo in avanti per la società italiana, quando esse rappresentano un salto all’indietro di 60 anni, azzerando decenni di conquiste e lotte sindacali.

Da qui la fiducia in bianco al rottamatore da tutti gli ambienti che contano: dalla finanza anglosassone per mezzo del Financial Times, dalla cancelliera Angela Merkel che vedeva in Renzi una garanzia che l’Italia non violasse il teorema dell’austerità e rimanesse ben salda all’euro, fino alle istituzioni europee sicure che il Belpaese nelle mani del governo Renzi non fosse più una minaccia per la stabilità dell’Ue. Ora l’idillio sembra essere finito. La Commissione Europea solamente pochi mesi fa ha descritto Renzi come un personaggio «inaffidabile», l’ingegner De Benedetti si schiera per il No al referendum e il Financial Times condanna la riforma costituzionale definendola come «un ponte verso il nulla».

Dunque il potere attrattivo dell’uomo nuovo sembra esaurito, gli ambienti un tempo di casa lo considerano ora un ospite indesiderato al quale va mostrata l’uscita per fare spazio ad altri invitati più graditi. Se dunque gli sponsor di Renzi gli voltano le spalle, e preferiscono schierarsi apertamente per il No al referendum, appare evidente che l’intenzione è quella di provocare un cambio nella politica italiana. Sebbene le riforme costituzionali siano state pensate principalmente per dare ancora più potere alle istituzioni europee e abrogare il titolo V (ultimo ostacolo per le privatizzazioni delle municipalizzate ancora in mano agli enti locali) i poteri esteri e italiani preferiscono adesso votare No per favorire così una probabile crisi di governo i cui esiti porteranno a tutto tranne che a elezioni anticipate. Negli anni passati il Quirinale ha sempre rimandato l’opzione delle urne, viste come fonte di instabilità dai mercati. e ha preferito sempre cercare una soluzione per mantenere in vita la legislatura. Da Monti in poi, è stato impedito ai cittadini italiani di potersi esprimere nel nome di logiche sovranazionali che chiedevano la prosecuzione delle legislature, così da mantenere inalterato lo status quo e guadagnare terreno sullo smantellamento dello Stato sociale italiano.

Ora però per continuare su quel cammino è necessario un altro cambio perché il tempo di Renzi è finito. E il referendum pare quasi diventato lo strumento migliore per dare il benservito a Renzi. In caso di un’eventuale sconfitta al referendum farà di tutto per restare al suo posto ma non ci riuscirà. È molto più probabile l’entrata in scena di un governo tecnico o di larghe intese: in entrambi i casi sarebbero approvate altre «riforme» che il premier precedente governo non aveva la forza di approvare. Il cammino degli ultimi 5 anni è stato così, si designa un premier dall’esterno e si giustifica la sua ascesa con la situazione interna di emergenza indotta. Una volta che lo scopo è stato raggiunto e occorre passare alla fase successiva, gli si dà il benservito e si passa al nuovo personaggio da sostenere, che può essere anche un vecchio riciclato. Monti, Letta e Renzi sono saliti al potere con questo schema. Chi verrà dopo di loro dovrà portare a termine il lavoro iniziato da questi.

Svendere completamente gli asset più importanti dello Stato e aggredire il risparmio degli italiani.

Fonte: qui