9 dicembre forconi: mondo multipolare
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domenica 3 febbraio 2019

LA GUERRA COMMERCIALE ALLA CINA È IL FRUTTO DI UN CAPRICCIO DI DONALD TRUMP?

NEMMENO PER NIENTE. SIAMO A UNA SVOLTA CRUCIALE DELLA STORIA E DEI RAPPORTI CON PECHINO, CHE AVEVA ANNUNCIATO: ''20 ANNI DI SVILUPPO PACIFICO E SENZA BISOGNO DI GUERRA'', CHE SCADONO L'ANNO PROSSIMO. 
AUSTRALIA, NUOVA ZELANDA, CANADA, MA ANCHE GIAPPONE, COREA DEL SUD E INDIA SI STANNO ALLINEANDO CON GLI USA PER NON ESSERE TRAVOLTI.
Marco Valerio Lo Prete per www.publicpolicy.it

KISSINGER E MAOKISSINGER E MAO
Dal 13 al 24 novembre 2006, ogni giorno in prima serata, la televisione di Stato cinese mandò in onda un documentario in dodici puntate intitolato “Da Guo Jue Qi”, cioè “L’ascesa delle grandi potenze”. Così, a centinaia di milioni di telespettatori, furono raccontate la nascita degli imperi coloniali portoghese e olandese, la rivoluzione industriale della Gran Bretagna, le intemperanze della potenza teutonica, le mutevoli vicende della Russia zarista e poi sovietica, la fondazione e quindi la Grande crisi degli Stati Uniti. Secondo l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, questo documentario senza precedenti fu il tentativo di popolarizzare una riflessione avviata ufficialmente qualche tempo prima sul “periodo di opportunità strategica” del Paese, com’era stato ribattezzato in alcune analisi avallate dal Partito comunista cinese.
JIANG ZEMIN E KISSINGERJIANG ZEMIN E KISSINGER

Un periodo che sarebbe coinciso, stando alle autorità di Pechino, con i primi vent’anni del XXI secolo. Tra il 2000 e il 2020, sulla base di questa previsione, la Cina contemporanea avrebbe potuto svilupparsi economicamente e militarmente senza rimanere nel frattempo coinvolta in nessun conflitto armato di rilievo. A patto di evitare gli errori delle grandi potenze che l’avevano preceduta, appunto. Nel 2019, secondo questa analisi del Partito comunista cinese, la ventennale ascesa “tranquilla” dell’ex Impero celeste dovrebbe essere ormai quasi terminata. Una lettura non superficiale delle attuali relazioni sino-americane, e quindi sino-occidentali, potrebbe forse partire da qui: cosa succede quando il “periodo di opportunità strategica” della Cina sta per finire?

trump xiTRUMP XI
Succede, per fare un esempio tratto dalla cronaca di queste ore, che George Soros, finanziere e filantropo statunitense di origini ungheresi, intervenga al World Economic Forum di Davos per parlare dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla democrazia e apostrofi così il presidente cinese: “Xi Jinping è il più pericoloso avversario delle società aperte”L’aggressiva dichiarazione di Soros, noto antipatizzante di Donald Trump in servizio permanente effettivo, dovrebbe finalmente convincere alcuni commentatori e analisti europei a leggere cum grano salis gli attuali rapporti tra Washington e Pechino, senza derubricare due anni di attriti tra l’attuale Amministrazione Usa e la controparte cinese come fossero frutto del capriccio di un presidente sopra le righe.

Una prospettiva non esclusivamente Washington-centrica sulle relazioni sino americane, d’altronde, avrebbe già potuto sfatare un pregiudizio così superficiale. Si prenda quanto accaduto in questo inizio d’anno in Australia, democrazia collocata alla più estrema periferia geografica dell’anglosfera e dirimpettaia della Cina.

YANG HENGJUNYANG HENGJUN
Da una parte il premier australiano, il liberal- conservatore Scott Morrison, ha appena compiuto un’inedita missione diplomatica in alcune isole del Pacifico dispiegando, per quanto possibile, il soft power di Canberra: a Vanuatu, dove un premier australiano in visita ufficiale non si vedeva dal 1990, promettendo infrastrutture e aperture commerciali; alle Fiji, Paese che l’anno scorso dopo molteplici rimostranze australiane abbandonò l’idea di ospitare una base militare cinese, puntando su infrastrutture e immigrazione regolare. Allo stesso tempo un’altra missione governativa in Cina, quella del ministro australiano della Difesa Christopher Pyne, è stata funestata da una crisi diplomatica scoppiata all’improvviso. 

Yang Hengjun, ex burocrate del Partito comunista cinese con una seconda vita da scrittore di thriller naturalizzato australiano, è stato infatti arrestato dalle autorità di Pechino – con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza nazionale – a ridosso della visita dell’esponente dell’Esecutivo di Canberra.

scott john morrison 1SCOTT JOHN MORRISON 1
Un imprevisto che si è verificato subito dopo le proteste ufficiali dell’Australia per la detenzione in Cina di due cittadini canadesi(le gati a George Soros), l’imprenditore Michael Spavor e l’ex diplomatico Michael Kovrig, anch’essi accusati di cospirare contro la sicurezza statale e il cui fermo è stato interpretato da più parti come una ritorsione per l’arresto in Canada della dirigente di Huawei, Meng Wanzhou. Tre episodi, in meno di una decina di giorni, che confermano come la capacità statunitense di interagire con la Cina, e magari di influenzare le sue scelte, non possa essere pienamente compresa senza tener conto dell’effetto “moltiplicatore” svolto in questo ambito dagli alleati di Washington.

michael kovrigMICHAEL KOVRIG
Vero, l’Amministrazione Trump non sembra tenere in gran conto le classiche organizzazioni multilaterali: sul fronte asiatico, per esempio, Washington ha abbandonato l’accordo di libero scambio TPP che “circondava” la Cina e ha contribuito finora a depotenziare l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) che secondo alcuni costituirebbe lo strumento principe per arginare le scorrettezze commerciali made in China.

Eppure perfino analisti molto critici dell’attuale Amministrazione – come quelli della Brookings Institution – riconoscono che, nel caso del confronto a distanza con Pechino, una qualche forma di collaborazione multilaterale Trump l’abbia di tanto in tanto ottenuta. Il caso più evidente si è verificato alla fine del 2018, quando i Paesi del gruppo Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito che collaborano con l’“occhio” a stelle e strisce – si sono formalmente associati alla condanna pubblica degli Stati Uniti contro il cyber-spionaggio attuato dalla Cina. Il nuovo attivismo australiano nell’area del Pacifico, di cui si è detto sopra, è un altro esempio di questo gioco di squadra.

michael spavor con kim jong unMICHAEL SPAVOR CON KIM JONG UN
L’Amministrazione Trump, per fronteggiare Pechino, non disdegna dunque quello che potremmo definire un multilateralismo empirico e selettivo. Al di là della definizione di tale approccio, è importante sottolineare perché la costituzione di un simile fronte che ha come obiettivo il contenimento cinese possa realizzarsi proprio in questo momento storico e grazie alla collaborazione dei Paesi democratici più geograficamente ed economicamente prossimi alla Cina – cioè Australia, Nuova Zelanda, Canada, ma anche Giappone, Corea del Sud e India. Sono infatti questi Paesi, all’avvicinarsi del 2020 che convenzionalmente coincide con la fine dell’ascesa pacifica cinese, a testare o a temere per primi quel che verrà dopo il cosiddetto “periodo di opportunità strategica”.

TRUMP XI JINPINGTRUMP XI JINPING
Un Paese come l’Australia, “canarino” democratico nella “miniera” del capitalismo autoritario cinese, già oggi subisce in maniera massiccia le interferenze di Pechino nella propria vita democratica, per esempio. Sempre l’Australia è il primo Paese a vedere dispiegarsi fuori dai propri confini una forza militare che, come si legge in un recente rapporto della Defence Intelligence Agency sull’esercito di Pechino, è ormai in grado di gestire un conflitto regionale e allo stesso tempo di raggiungere obiettivi militari nemici in tutto il mondo (pur senza potere ancora schierare forze convenzionali ovunque). Assumendo questa prospettiva meno Washington-centrica, i tweet di Trump sulla Cina assumono un significato e un peso diversi.

Non a caso un atteggiamento retorico e diplomatico più incisivo nei confronti della leadership cinese da parte dell’Amministrazione americana riscuote diffuso apprezzamento negli apparati diplomatici e di sicurezza di Paesi – come l’Australia e il Giappone – legittimamente più ansiosi di capire l’evolversi della parabola cinese. “La grande domanda è se, di fronte a una forma di resistenza concertata a livello internazionale, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche dei suoi numerosi alleati, Xi modificherà le sue convinzioni o le sue posizioni su qualche tema”, ha scritto Richard McGregor, del think tank australiano Lowy Institute, individuando così la ratio del nuovo “multilateralismo empirico” a trazione statunitense.

trump e xi jinping alla citta proibita piazza tien an menTRUMP E XI JINPING ALLA CITTA PROIBITA PIAZZA TIEN AN MEN
La scommessa che certi attori nell’area asiatica sembrano voler giocare adesso rispetto alla Cina assomiglia a quella di un genitore nei confronti di un figlio adolescente molto irrequieto. Il padre e la madre alzano e induriscono i toni nella speranza di modificare gli atteggiamenti più pericolosi dell’adolescente, prima che il giovane cresca e poi sia troppo tardi per indurlo a cambiare.

Se il “periodo di opportunità strategica” di Pechino che volge oramai al termine assomiglia all’adolescenza della potenza cinese contemporanea, allora per Canberra, Tokyo o Ottawa appare tutt’altro che avventato fare sponda con gli Stati Uniti di Trump su questo dossier. Nessun diplomatico o militare – australiano, canadese o giapponese – userà mai una simile metafora pedagogica in pubblico, ovviamente, ma delimitare oggi il perimetro dei comportamenti cinesi ritenuti accettabili sullo scacchiere internazionale potrebbe essere l’unica via per evitare problemi maggiori domani. 

@marcovaleriolp

Fonte: qui

domenica 27 gennaio 2019

Russia, Cina, India e Iran: il quadrante magico che sta cambiando il mondo

Con la fine del momento unipolare, che ha visto Washington dominare le relazioni internazionali, i paesi eurasiatici più ricchi e potenti stanno iniziando a organizzarsi in strutture e accordi di alleanze che mirano a facilitare il commercio, lo sviluppo e la cooperazione.
All'apice del momento unipolare statunitense, Bill Clinton guidava un paese in piena ripresa economica e gli strateghi del Pentagono stavano elaborando piani per modellare il mondo a loro immagine e somiglianza. L'obiettivo non dichiarato era il cambio di regime in tutti i paesi con sistemi politici non approvati, che consentirebbero la proliferazione della "democrazia" fatta dagli Stati Uniti ai quattro angoli della terra. Paesi chiaramente eurasiatici come la Russia, l'India, la Cina e l'Iran erano in cima alla lista delle cose da fare, come lo erano i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.
L'attentato e la distruzione della Jugoslavia sono stati l'ultimo passo nell'assalto alla Federazione Russa in seguito allo scioglimento del Patto di Varsavia. Eltsin rappresentava il mezzo attraverso il quale l'alta finanza occidentale decise di succhiare tutta la ricchezza della Russia, privatizzando le società e saccheggiando risorse strategiche.
La Cina, d'altra parte, ha visto una rinascita a seguito del trasferimento delle aziende manifatturiere americane ed europee nel paese per approfittare della manodopera a basso costo offerta. L'India, storicamente vicina all'URSS, e l'Iran, storicamente avverso a Washington, stavano lottando per trovare un nuovo equilibrio in un mondo dominato da Washington.
Teheran era chiaramente in aperto conflitto con gli Stati Uniti a causa della rivoluzione islamica del 1979 che liberò il paese dalla sottomissione occidentale sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi . L'India ha capito la nuova realtà, gettando le basi per una stretta collaborazione con Washington. In precedenza, l'uso del jihadismo in Afghanistan, attraverso il coordinamento tra Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, aveva seriamente indebolito le relazioni tra India e Stati Uniti, ricordando che New Delhi era un importante alleato di Mosca durante la Guerra Fredda.
Dopo la caduta del muro di Berlino e l'inizio dell'era unipolare, India, Russia, Cina e Iran hanno iniziato il loro percorso di rinascita storica, pur partendo da posizioni molto diverse e seguendo percorsi diversi. L'India capì che Washington aveva un enorme potere economico e militare a sua disposizione. Nonostante i primi abbracci tra Clinton e il primo ministro indiano Atal Bihari Vajpayee, i rapporti tra Nuova Delhi e Washington raggiunsero livelli inaspettati durante l'era Bush. Una serie di fattori ha contribuito a saldare il legame. C'era, in primo luogo, la realtà della grande crescita economica dell'India. In secondo luogo, l'India ha offerto l'opportunità di controbilanciare e contenere la Cina, un classico scenario geopolitico.
Durante questo delicato periodo unipolare, ci furono due eventi molto significativi per Russia e Cina che rappresentarono l'inizio della fine per i piani di Washington di dominare il pianeta. Prima di tutto, Putin divenne presidente della Federazione Russa il 31 dicembre 1999. In secondo luogo, Pechino fu accettata dall'Organizzazione mondiale del commercio (OMC). L'attuale potenza economica cinese ha preso il volo grazie alle società industriali occidentali che hanno trasferito la loro produzione in Cina per vedere triplicare i loro dividendi e costi più che dimezzare. Era un modello vincente per il capitalista e un perdente per il lavoratore delle fabbriche occidentali, come avremmo visto 20 anni dopo. Il pensiero strategico del neoeletto Putin era geopoliticamente visionario e aveva alla base un completo rinnovamento della dottrina militare russa.
Inizialmente, la Cina e la Russia hanno cercato di seguire il percorso indiano di cooperazione e sviluppo con Washington. Mosca ha tentato un franco dialogo con Washington e la NATO, ma la decisione da parte degli Stati Uniti nel 2002 di ritirarsi dal Trattato sui missili anti-balistici (Trattato ABM) ha segnato l'inizio della fine del sogno occidentale di integrare la Federazione Russa nella NATO. Per Pechino, la strada era più in discesa, grazie a un circolo vizioso in cui l'Occidente si è trasferito in Cina per aumentare i profitti, che sono stati poi investiti nel mercato azionario statunitense, moltiplicando i guadagni più volte. Sembrava che gli americani avessero preso qualcosa finché, 20 anni dopo, l'intera classe media e lavoratrice si ritrovò ridotta alla miseria.
In questo periodo successivo all'11 settembre 2001, l'attenzione di Washington si è spostata rapidamente dall'affrontare i poteri rivali alla cosiddetta "lotta" contro il terrorismo. Era un espediente modo di occupare paesi strategicamente importanti in regioni strategicamente importanti del pianeta. In Eurasia, le forze statunitensi si sono stabilite in Afghanistan con il pretesto di combattere al-Qaeda e ai talebani. In Medio Oriente, occupano l'Iraq per la seconda volta e ne hanno fatto una base operativa da cui destabilizzare il resto della regione nei decenni successivi.
Mentre India e Cina perseguivano principalmente la crescita pacifica come mezzo per potenziare economicamente la regione asiatica, la Russia e l'Iran capirono presto che l'attenzione di Washington sarebbe caduta su di loro. Mosca era ancora considerata il nemico mortale dai guerrieri neoconservatori della Guerra Fredda, mentre la rivoluzione islamica del 1979 non era né dimenticata né perdonata. Nel decennio successivo all'11 settembre, sono state poste le basi per la creazione di un ordine multipolare, generando nel processo l'enorme caos di transizione che stiamo vivendo attualmente.
L'India e la Cina hanno continuato il loro percorso per diventare giganti dell'economia, anche se c'è una rivalità latente ma costante, mentre Iran e Russia hanno continuato il loro percorso di ringiovanimento militare al fine di garantire un deterrente sufficiente a scoraggiare gli attacchi rispettivamente da parte di Israele o Stati Uniti .
Il punto di rottura di questo delicato equilibrio geopolitico è venuto nella forma della "primavera araba" del 2011. Mentre l'India e la Cina hanno continuato la loro crescita economica, e la Russia e l'Iran sono diventati poteri regionali difficili da spingere, gli Stati Uniti hanno continuato a furia unipolare, bombardamento della Somalia, dell'Afghanistan e dell'Iraq dopo aver bombardato la Jugoslavia, mentre il Pentagono stava escogitando operazioni di impronta leggera in Medio Oriente con l'aiuto di sauditi, israeliani, britannici e francesi, che aiutavano e armavano i jihadisti locali per devastare. Prima la Tunisia, poi l'Egitto e infine la Libia. Più morti, più bombe, più caos. I segnali di allarme erano evidenti a tutte le potenze regionali, dalla Cina e dalla Russia all'India e all'Iran. Anche se le sinergie non erano ancora a posto, era chiaro a tutti cosa doveva essere fatto.
Lentamente, e non senza problemi, questi quattro paesi hanno avviato una cooperazione militare, economica, politica e diplomatica che, quasi un decennio dopo, ha permesso la fine del momento unipolare statunitense e la creazione di una realtà multipolare con diversi centri di potere.
La prima conferma di questa nuova fase nelle relazioni internazionali, favorita dai legami storici, è stata la cooperazione sempre più poliedrica tra India e Russia. Un altro fattore è stato la Cina e la Russia che sono state attratte dal Medio Oriente e dal Nord Africa a seguito delle azioni dell'amministrazione Obama in Medio Oriente con le sue primavere arabe, i bombardamenti della Libia e la destabilizzazione della Siria. Temevano che il caos prolungato nella regione avrebbe avuto un effetto negativo sulle proprie economie e sulla stabilità sociale.
L'ultima goccia è stata il colpo di stato in Ucraina, così come l'escalation di provocazioni nel Mar Cinese Meridionale in seguito al lancio da parte degli Stati Uniti del suo cosiddetto "Pivot to Asia". La Russia e la Cina furono così costrette in una situazione che nessuno dei due aveva pensato impossibile per i precedenti 40 anni: l'unione delle mani per cambiare l'ordine mondiale rimuovendo Washington dalla sua superpotenza. Inizialmente ci furono degli incredibili accordi economici che lasciarono i progettisti occidentali abbandonati. Poi sono arrivate le sinergie militari e infine quelle diplomatiche, espresse dal voto coordinato nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Dal 2014 in poi, la Russia e la Cina hanno firmato importanti accordi che hanno gettato le basi per un duopolio eurasiatico di vecchia data.
L'eredità di Obama non si è fermata, con oltre 100.000 jihadisti scatenati nel paese, finanziati dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Ciò ha portato Mosca a intervenire in Siria per proteggere i suoi confini e per ovviare all'eventuale avanzata dei jihadisti sul Caucaso, storicamente il ventre molle della Russia. Questa mossa è stata salutata dal Pentagono come un nuovo "Vietnam" per la Russia. Ma questi calcoli erano completamente sbagliati, e Mosca, oltre a salvare la Siria e frustrare i piani di Washington e dei suoi confederati, rafforzò notevolmente i suoi rapporti con l'Iran (non sempre un rapporto semplice, specialmente durante il periodo sovietico), elevandolo all'alto livello di cooperazione regionale.
L'eredità di Obama è stata quella di creare inavvertitamente un triangolo strategico che coinvolgesse Iran, Cina e Russia e il loro sviluppo di progetti e programmi di alto livello per la regione e oltre. Rappresenta un disastro per la politica estera degli Stati Uniti e l'indiscutibile fine del sogno unipolare.
Saltando in avanti di qualche anno, troviamo Trump nel posto di guida degli Stati Uniti, ripetendo un solo mantra: America First. Dal punto di vista indiano, ciò ha ulteriormente aggravato i rapporti tra i due paesi, con sanzioni e doveri posti sull'India per quella che fu una decisione occidentale in primo luogo per spostare la produzione in India a bassi salari allo scopo di ingrassare ulteriormente gli stipendi degli amministratori delegati di società euro-americane.
L'India di Modi è costretta ad aumentare significativamente i suoi legami con l'Iran per garantire la sua autonomia strategica in termini di approvvigionamento energetico, senza dimenticare la vicinanza geografica dei due paesi. In questo contesto, la vittoria della Russia e dell'Iran contro il terrorismo in Medio Oriente pacifica la regione e stabilizza la Siria, l'Egitto, l'Iraq e la Libia, consentendo così lo sviluppo di nuovi progetti come il mega investimento di Silk Road 2.0 su cui Pechino ha un'importanza considerevole.
Potremmo continuare su questa linea, spiegando come persino la Cina e l'India hanno superato la loro sfiducia storica, ben consapevoli che dividere e dominare avvantaggia solo quelli che si trovano dall'altra parte dell'oceano, certamente non due paesi che stanno vivendo una grande crescita economica con un comune confine che si estende per migliaia di chilometri. Gli incontri tra Modi e Xi Jinping, così come quelli tra Putin e Xi Jinping o Putin con Modi, mostrano come l'intenzione di questi tre leader è quella di garantire un futuro pacifico e prospero per i loro cittadini, e questo non può essere separato da un più forte unione con un abbandono di dispute e differenze.
Le sinergie negli ultimi anni si sono spostate dalle arene militari e diplomatiche a quella economica, soprattutto grazie a Donald Trump e alla sua politica aggressiva di brandire il dollaro come un club con cui attaccare gli avversari politici. Un ultimo passo che questi paesi devono prendere è quello della depronizzazione, che svolge un ruolo importante nel modo in cui gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un'influenza economica. Anche se il dollaro USA dovesse rimanere centrale per diversi anni, il processo di depenalizzazione è irreversibile.
In questo momento l'Iran svolge un ruolo vitale nel modo in cui paesi come l'India, la Russia e la Cina sono in grado di rispondere asimmetricamente agli Stati Uniti. La Russia usa il potere militare in Siria, la Cina cerca l'integrazione economica nella Via della seta 2.0 e l'India scavalca il dollaro vendendo petrolio in cambio di merci o altra valuta.
India, Cina e Russia usano il Medio Oriente come trampolino di lancio per promuovere l'integrazione energetica, economica e militare, spingendo fuori i piani dei neocon nella regione, inviando indirettamente un segnale a Israele e all'Arabia Saudita. D'altra parte, i conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan sono occasioni per la pace, portando avanti l'integrazione di dozzine di paesi incorporandoli in un grande progetto che include l'Eurasia, il Medio Oriente e il Nord Africa invece degli Stati Uniti e dei suoi stati proxy.
Presto ci sarà un punto di rottura, non tanto militarmente (come la dottrina MAD nucleare è ancora valida), ma piuttosto economica. Naturalmente la scintilla verrà dal cambiare la denominazione in cui viene venduto il petrolio, vale a dire il dollaro USA. Questo processo richiederà ancora tempo, ma è una condizione indispensabile affinché l'Iran diventi un egemone regionale. La Cina si scontra sempre più con Washington; La Russia è sempre più influente nell'OPEC; e l'India potrebbe finalmente decidere di abbracciare la rivoluzione eurasiatica formando un'impenetrabile piazza strategica contro Washington, che sposterà l'equilibrio del potere globale verso l'Oriente dopo oltre 500 anni di dominio da parte dell'Occidente.
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Tradotto automaticamente con Google
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Federico Pieraccini è uno scrittore freelance indipendente specializzato in affari internazionali, conflitti, politica e strategie. È un frequente collaboratore di Global Research.
L'immagine in primo piano è di SCF

venerdì 28 dicembre 2018

RUSSIA E CINA STANNO PREPARANDO UNA RISPOSTA MULTIPOLARE ALL’OCCIDENTE

Le fonti di Mosca riferiscono che il capo della Federazione Russa, Vladimir Putin, sarà l’ospite chiave del “One Belt, One Way Forum”, che si terrà in Cina nell’aprile 2019. Sergey Sanakoev, capo del Centro di analisi russo-cinese, afferma che non c’è nulla di sorprendente in questo fatto – dopo tutto, tre delle cinque rotte terrestri di questo grandioso progetto attraversano anche il territorio russo.
Oltre a Putin, i membri di circa quattro dozzine di paesi prenderanno parte al forum, ma il leader russo, secondo l’ambasciatore russo nella Repubblica popolare cinese Andrei Denisov, sarà sicuramente l’ospite principale dell’evento.
Dopo che Putin ha visitato la Russia in aprile, il leader dell’Impero Celeste, Xi Jinping, farà una visita di ritorno – il presidente cinese visiterà il Forum economico di San Pietroburgo, che si terrà nel giugno 2019.
“È necessario comprendere che nell’ambito del progetto” One Belt and One Road “non sono solo in discussione le rotte di trasporto, ma anche alcune questioni relative ai trasporti, ai legami culturali tra la gente russa e quella cinese ” , – come cita l’ agenzia di affari federale Sanakoyev” Economia oggi “.
In definitiva, l’obiettivo regionale della Russia è quello di collegare le province settentrionali della Cina con l’Eurasia attraverso la Transiberiana e la Ferrovia orientale cinese – con Chita, nell’est russo, Khabarovsk in Russia e la Cina totalmente interconnesse.
E in tutto questo progetto, Mosca punta a massimizzare il ritorno sulle sue principali risorse dell’Estremo Oriente russo; agricoltura, risorse idriche, minerali, legname, petrolio e gas. La costruzione di impianti di gas naturale liquefatto (GNL) a Yamal avvantaggierà notevolmente non solo la Cina, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.

L’orientamento verso l’Asia della Russia non deve meravigliare più di tanto. Gli esperti dell’Estremo Oriente russo sono molto consapevoli dell ‘”eurocentrismo di una parte considerevole delle élite russe”. Sanno che quasi l’intero ambiente economico, demografico e ideologico in Russia è stato strettamente intrecciato con l’Europa per tre secoli. Riconoscono che la Russia ha preso in prestito l’alta cultura europea e il suo sistema di organizzazione militare. Ma ora, sostengono, è il momento, come un grande potere eurasiatico, di trarre profitto da “una fusione originale e autosufficiente di molte civiltà”; La Russia non solo come un punto di scambio o di connettività, ma come un “ponte di civiltà”.
Quello che caratterizza la attuale leadership di Mosca è la sua straordinaria ambizione; posizionare la Russia come un crocevia geoeconomico e geopolitico chiave che collega i sistemi economici dell’Eurasia settentrionale, Asia centrale e sud-occidentale.

Lavorando su un progetto comune, la Russia e la Cina stanno creando nuove forme dell’ordine mondiale globale, alternative a quelle che l’Occidente collettivo sta cercando di imporre. Negli Stati Uniti, stanno lottando per un mondo unipolare, mentre Mosca e Pechino si stanno sforzando di creare una comunità geopolitica multipolare in cui non ci saranno pericolosi centri dominanti di potere.
di Sergei Leonov
Fonte: qui

sabato 15 settembre 2018

Neue Zürcher Zeitung: il mondo ha sfidato il dominio del dollaro

Sempre più paesi stanno cercando di abbandonare il dollaro o almeno di indebolire la loro dipendenza dalla valuta statunitense, scrive Neu Zürcher Zeitung. Questa tendenza è causata dalla politica protezionistica della Casa Bianca e dai costanti conflitti commerciali tra USA e altri stati dichiara l'analista Ronald-Peter Stöferle.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, il dollaro gode di uno status speciale, scrive Neu Zürcher Zeitung. Il commercio di petrolio e di altre materie prime viene effettuato solo in valuta americana. Senza i cosiddetti petrodollari, con i quali gli estrattori di oro nero acquistano titoli di prestito del governo degli Stati Uniti, gli americani non avrebbero potuto accumulare una tale montagna di debiti senza affrontare una stretta finanziaria, spiega Ronald-Peter Stöferle, un analista della società d'investimento Incrementum.
Ma ora molti paesi stanno iniziando ad abbandonare il dollaro, continua la pubblicazione. In prima linea ci sono la Russia e la Cina. E persino la creazione dell'euro può essere interpretata come un passo in una direzione simile, crede l'analista. La "de-dollarizzazione" è un processo lento, che evidenzia "la trasformazione del mondo monetario da uno americano-centrico ad uno multipolare".
L'elezione del presidente di  Donald Trump potrebbe avere un grande impatto su questo processo, afferma Stöferle. Portando avanti la politica sotto lo slogan "l'America prima", il capo della Casa Bianca non ha paura di essere coinvolto in conflitti commerciali. Ma misure più protezionistiche vengono adottate dagli americani, più si riduce il fatturato di dollari. Non bisogna dimenticare l'aumento del tasso di interesse della Federal Reserve Bank, ricorda l'analista. I paesi con grandi debiti in dollari affrontano gravi difficoltà. Il fatto che Trump usi la sua valuta come uno strumento di potere, contribuisce al suo rifiuto in altre parti del mondo.
Sempre più Stati stanno sfidando il dominio del dollaro, continua la pubblicazione. La Russia e la Cina stanno cercando di commerciare in rubli e yuan, e non in dollari. Il capo del Cremlino, Vladimir Putin, nel 2014, ha sottolineato che il petrolio e il gas dovrebbero essere venduti con la valuta russa, minando così il monopolio della valuta statunitense. Inoltre, Mosca vende titoli di credito del governo degli Stati Uniti e in cambio ci compra oro, afferma Stöferle.
Anche la Cina ha concluso un gran numero di contratti per la fornitura di petrolio con pagamento in yuan. Inoltre, Pechino quest'anno ha iniziato a scambiare i futures sul petrolio nella sua valuta. Un segno importante che viene dalla Cina che mostra la sua volontà di creare un "sistema multipolare di valute di riserva" è l'apparizione dello Shanghai Gold Exchange, sottolinea l'analista. Inoltre, Pechino ha convenuto che il finanziamento di alcuni dei principali progetti infrastrutturali concordati nel recente Forum della cooperazione Cina-Africa sarà attuato in yuan.
Il dollaro sta gradualmente perdendo lo status della valuta mondiale, e questo può portare a conseguenze su larga scala negli Stati Uniti, predice Stöferle. Di conseguenza, la domanda di dollari, così come i titoli di prestito del governo degli Stati Uniti, potrebbe diminuire significativamente. Questo, a sua volta, porterà ad un aumento dell'inflazione e ad un aumento dei tassi di interesse. Se la Cina compra la maggior parte del suo petrolio in yuan, perderà interesse per le obbligazioni statunitensi. Processi simili possono verificarsi in Medio Oriente, avverte l'analista.
Fonte: qui

mercoledì 20 dicembre 2017

CON UN IRRAGIONEVOLE RITARDO TRUMP SCOPRE CHE I NUOVI PADRONI DEL MONDO SONO CINA E RUSSIA E LE SPESE MILITARI USA SALGONO A 700 MILIARDI DI DOLLARI ALL’ANNO


1 - CREMLINO, STRATEGIA SICUREZZA USA HA NATURA IMPERIALE

(ANSA) - Il nuovo documento di strategia per la sicurezza nazionale illustrato ieri da Donald Trump ha "natura imperiale" e dimostra la "mancata voglia" degli Stati Uniti di "rifiutare un mondo unipolare", ma il desiderio di cooperare con la Russia è qualcosa di positivo: lo ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, commentando il documento in cui Russia e Cina sono definiti dei concorrenti insidiosi degli Usa.

2 - TRUMP E IL RITORNO DELLE POTENZE "CINA E RUSSIA SONO NOSTRE RIVALI"
Paolo Mastrolilli per “la Stampa”


donald trump xi jinping
DONALD TRUMP XI JINPING
«Siamo entrati in una nuova era di competizione». Questa è la frase chiave per capire la strategia della sicurezza nazionale americana, che il presidente Trump ha presentato ieri. Naturalmente ci sono tutti gli elementi già noti del suo programma, dal rafforzamento della difesa al rilancio dell' economia, dalla lotta al terrorismo alle politiche restrittive dell' immigrazione.

La vera novità, però, sta nelle parole usate dalle autrici del documento, quando domenica sera lo hanno anticipato ai giornalisti: «La competizione tra le grandi potenze è tornata, dopo essere stata a lungo liquidata come un fenomeno del secolo passato. In particolare con due potenze revisioniste», cioè Russia e Cina, definite «competitrici strategiche» che vogliono rimettere in discussione l' intero ordine geopolitico globale.
trump putinTRUMP PUTIN

Il problema ora sarà trovare una strategia coerente per contenerle, che non sia in contraddizione con la volontà dimostrata da Trump di dialogare con Mosca e Pechino, e la necessità vista dai suoi consiglieri di contrastare le loro mire. Come anticipato, la nuova «National Security Strategy», 67 pagine che il presidente ha definito «realismo basato sui principi», si fonda su quattro pilastri. Il primo è «Proteggere la patria, il popolo americano e il nostro modello di vita».

In questo capitolo rientrano le spese militari portate a 700 miliardi di dollari all' anno; le pressioni sugli alleati Nato affinché alzino le loro spese per la difesa al 2% del Pil; la linea dura con la Corea «che dovremo affrontare, non abbiamo scelta»; la lotta al terrorismo; le politiche sull' immigrazione, a partire da muro lungo il confine col Messico e il bando dei musulmani. Il secondo è «Promuovere la prosperità americana», perché «la nostra forza internazionale si costruisce a casa».

donald trump xi jinpingDONALD TRUMP XI JINPING
Quindi i tagli alle tasse, la spinta per la crescita, lo stesso ritiro dall' accordo di Parigi sul clima, che secondo Trump penalizzava l'economia Usa. Il riscaldamento globale, infatti, è uscito dalle minacce alla sicurezza nazionale. Questo significa difendere con più forza gli interessi commerciali americani, in particolare dagli abusi cinesi, che vanno dal protezionismo al furto della proprietà intellettuale.

putin trumpPUTIN TRUMP
Il terzo pilastro è «Preservare la pace con la forza», e quindi potenziare le difese, da quelle militari a quelle cibernetiche, perché la debolezza invita l'aggressione e la guerra. Il quarto è «Avanzare l'influenza americana», ossia la versione del soft power nell' era dell' America First. Trump ha detto che gli Usa non vogliono imporre i loro valori, come faceva il suo predecessore Bush quando tentava di esportare la democrazia, e per questo le sue posizioni non piacciono ai neocon repubblicani.

Però ha anche aggiunto che sono i migliori possibili, perché «il governo del popolo che abbiamo creato è un bene prezioso», e quindi non si vergognerà di difenderli. Il presidente ha concluso dicendo che «l' America è già tornata forte, e tutti ne vedono i segnali. Il risveglio è in corso, basato su patriottismo, prosperità ed orgoglio».

TRUMP XI JINPINGTRUMP XI JINPING
Il vero elemento di novità sta dunque nel ritorno della competizione fra potenze, in particolare con quelle «revisioniste» che vogliono sgretolare la supremazia americana. È una minaccia che riguarda l' aggressività economica cinese, ma non solo. Pechino sfida Washington anche sul piano militare, scientifico e geopolitico, ad esempio con le isole costruite nel mare che considera suo.

Discorso simile per la Russia, che dall' Ucraina alla Siria sta cercando di resuscitare l' impero sovietico, usando le risorse energetiche come fonte di finanziamento e ricatto. Non a caso Nadia Schadlow, autrice del documento, all' università si era specializzata proprio nello studio dell' Urss.

Da questa competizione tra potenze derivano le minacce, ma anche le opportunità per il futuro, un po' come ai tempi della Guerra Fredda. Infatti Trump mette enfasi sulla necessità di rilanciare l'arsenale nucleare. Se gli Usa vinceranno questa sfida di lungo termine, a cascata ne discenderanno stabilità e prosperità globali. Il problema è che il presidente finora ha dimostrato una disponibilità verso Russia e Cina, a partire dalla negazione degli attacchi lanciati da Mosca per influenzare le elezioni del 2016, che rende complicata l' individuazione di una strategia concreta e coerente, capace di tenere aperto il dialogo, e nel contempo vincere la sfida con le potenze revisioniste.

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giovedì 30 novembre 2017

I BRICS verso un nuovo sistema di commercio dell'oro

La Banca centrale russa ha già firmato un memorandum con i suoi partner cinesi per stabilire un sistema bilaterale di scambi d'oro, dato che Mosca spera di avviare il summenzionato sistema entro il 2018


Il mondo si trova in una fase di grandi cambiamenti. Dove quelli che vengono ancora definiti in maniera fuorviante come paesi ‘emergenti’ lavorano per emanciparsi sempre più da quegli strumenti  ed organismi creati dalle potenze occidentali per i propri interessi. 

In questo senso è da leggere la possibilità che i cosiddetti paesi BRICS istituiscano un sistema globale di scambi per l’oro attraverso una nuova istituzione e contatti bilaterali. 

Il vicepresidente della Banca Centrale della Russia, Sergey Shvetsov, sostiene che il tradizionale sistema di commercio dell’oro sta perdendo forza, visto che attualmente sono in fase emergente nuovi importanti punti di acquisto e vendita di questo metallo prezioso. Invece i mercati tradizionali sono concentrati a Londra, la capitale britannica, e in alcune città svizzere, mentre i nuovi punti emergenti si trovano principalmente in India, Cina e Sudafrica. 

La Banca centrale russa ha già firmato un memorandum con i suoi partner cinesi per stabilire un sistema bilaterale di scambi d'oro, dato che Mosca spera di avviare il summenzionato sistema entro il 2018.

I BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - rappresentano il 20% del prodotto interno lordo (PIL) in tutto il mondo.

Nel 2015, i paesi del blocco hanno deciso di fondare la nuova banca di sviluppo dei BRICS come alternativa alla Banca mondiale (WB) e al Fondo Monetario Internazionale (FMI).

I BRICS sono emersi un decennio fa, come un'associazione di grandi economie in rapida crescita per rappresentare meglio i paesi in via di sviluppo e sfidare l'ordine mondiale, dominato dall'Occidente, e che ha prevalso dalla fine della seconda guerra mondiale.


I paesi membri di questo organismo respingono gli interventi militari unilaterali e le sanzioni economiche in violazione del diritto internazionale che minano la sovranità di altre nazioni del mondo da parte delle potenze egemoniche.

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