9 dicembre forconi: Jobs act
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giovedì 30 agosto 2018

PIÙ DI UN MILIONE E MEZZO DI PERSONE IN ITALIA LAVORA SENZA VERSARE CONTRIBUTI

IL LAVORO NERO COSTA ALLO STATO 20 MILIARDI E 600 MILIONI DI EURO. IL 64% DELLE AZIENDE È IRREGOLARE 

IL SOMMERSO E' IN FORTE AUMENTO DOPO LA DEPENALIZZAZIONE AVVENUTA COL JOBS ACT

Giulia Cimpanelli per www.corriere.it

Il 64 per cento delle aziende controllate dall’Ispettorato del lavoro nel 2017, 103.498 su 160.347, presentava irregolarità, da forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale (come il mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta), a lavoro parzialmente «sommerso» (per esempio, rapporti in part-time che, invece, risultano a tempo pieno) fino a lavoro completamente in «nero».

Il lavoro nero
Sono oltre un milione e mezzo le persone senza contributi e che non risultano al fisco anche se lavorano regolarmente ogni giorno in aziende italiane, almeno in una su tre di quelle controllate dall’Ispettorato del lavoro nel 2017.
LAVORO NEROLAVORO NERO

Un piccolo esercito che resta nascosto e che però ogni anno fa perdere allo Stato, in gettito mancato, tra redditi non dichiarati e contributi non pagati, circa 20 miliardi e 600 milioni di euro.

A rivelarlo è la Fondazione studi dei consulenti del lavoro, che ha rielaborato i dati del primo anno di attività dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

RENZI JOBS ACT 3RENZI IL PALLONARO
«Il sommerso — dice il presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro Rosario De Luca — è in forte aumento soprattutto dopo la depenalizzazione, avvenuta col Jobs act, del reato di intermediazione fraudolenta di manodopera».

I risultati
VOUCHER BUONO LAVOROVOUCHER BUONO LAVORO

Nel 2017, però, l’Ispettorato ha raggiunto alcuni obiettivi, applicando le nuove, più pesanti sanzioni in materia di caporalato nel settore agricolo: «Si registrano — dicono — il deferimento di 94 persone all’Autorità Giudiziaria, delle quali 31 in stato di arresto, e l’individuazione di 387 lavoratori vittime di sfruttamento.

Il 2018 presenta, poi, dei dati relativi ancor più incoraggianti: nel primo semestre dell’anno in corso si rileva il deferimento di 60 persone all’Autorità Giudiziaria, delle quali una in stato di arresto e 47 in stato di libertà, e l’individuazione di 396 lavoratori coinvolti, mentre sono stati adottati nove provvedimenti di sequestro».

Fonte: qui

lunedì 4 giugno 2018

Pensioni, Di Maio: "Quota 100 per superare la Fornero. Via spesometro"

Il neo ministro di Sviluppo economico e Lavoro snocciola i prossimi obiettivi. "Jobs Act da rivedere". 

E promette: "Sarò un servitore dello Stato". 

Salvini: "Per i clandestini è finita la pacchia". 




Selfie per Luigi Di Maio alla parata per la Festa della Repubblica (Lapresse)

Selfie per Luigi Di Maio alla parata per la Festa della Repubblica (Lapresse)

2 giugno, bagno di folla per Conte. Applausi a Mattarella

lunedì 16 aprile 2018

MACRON SENZA AVVERTIRE IL PARLAMENTO NÉ L’ONU NÉ L’EUROPA HA DATO L'ORDINE DI ATTACCARE LA SIRIA

TANTO PER DISTOGLIERE L’ATTENZIONE DAGLI SCIOPERI CHE STANNO METTENDO IN GINOCCHIO LA FRANCIA 

NON SOLO: LA DECISIONE È MATURATA DOPO UN INCONTRO DEFINITO STRATEGICO A PARIGI CON IL PRINCIPE SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN, DINASTIA SUNNITA STORICAMENTE NEMICA DELLA SIRIA E DELL'IRAN

Giorgio Gandola per La Verità

macron napoleoneMACRON NAPOLEONE
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l' ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell' Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l' ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria.

Poiché non gli sembrava vero di poter vivere ‘L' ora più buia’ che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.

MACRON BIN SALMANMACRON BIN SALMAN
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche(balla!); la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un' Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita.

Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s' era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l' Italia scottata dall' affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. 

Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.

IL PUPAZZO CON IL VOLTO DI MACRON IMPICCATO A NANTESIL PUPAZZO CON IL VOLTO DI MACRON IMPICCATO A NANTESattacco siria - aereo ingleseATTACCO SIRIA - AEREO INGLESE
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un' adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l' attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell' Iran.

MACRON BIN SALMANMACRON BIN SALMAN
Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un' immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.

La prova d' amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l' elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria.
MACRON TRA I SOLDATIMACRON TRA I SOLDATI

«Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. 

E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d' immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.

La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese.

MACRON TRA I SOLDATIMACRON TRA I SOLDATI
Così l' ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l' Onu o il Parlamento (e su questo l' opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.

attacco in siriaATTACCO IN SIRIA
La strategia non è nuova, l' aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l' Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l' Italia in un' avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini.

Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais.

Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove(mai esibite!) che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
macron attacca putin a versaillesMACRON ATTACCA PUTIN A VERSAILLES

In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell' impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all' unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l' Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica».
brigitte macronBRIGITTE MACRON

Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d' allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.

Fonte: qui

venerdì 22 settembre 2017

UN FLOP CHIAMATO JOBS ACT – MENO DEL 3% DEI NUOVI ASSUNTI E’ A TEMPO INDETERMINATO

LA BCE BACCHETTA L’ITALIA PERCHE' PERFINO LA GRECIA HA FATTO MEGLIO SULL’OCCUPAZIONE 
E ORA LE IMPRESE NON ASSUMONO IN ATTESA DEGLI SGRAVI FISCALI PROMESSI PER IL 2018 
MORALE DELLA FAVOLA: LA RIFORMA DEL LAVORO DI RENZI E' STATA UN BUCO NELL'ACQUA
Valentina Conte per la Repubblica

DisoccupatiDISOCCUPATI
La disoccupazione in Italia scende, ma il calo «non è significativo », dice la Banca centrale europea. Mentre su poco più di un milione di nuovi contratti firmati tra gennaio e luglio appena 27 mila sono a tempo indeterminato. Il 2,5% del totale, certifica l' Inps. Dati che piombano sui tavoli del governo nei giorni in cui si decidono i nuovi e annunciatissimi sgravi per le assunzioni dei giovani da inserire in manovra. Un' attesa che forse, assieme all' incertezza sul futuro dell' economia, spinge le imprese a preferire il lavoro non stabile, in vista del bonus 2018. E, orfane dei voucher, a rispolverare un antico interesse per i contratti a chiamata (+125%) e in somministrazione (+20%).

RENZI JOBS ACT 3RENZI JOBS ACT 3
Un' Italia con tre milioni di disoccupati, dunque. 

E con la tendenza alla precarizzazione. 

Tanto basta per finire, assieme alla Slovenia, nella lista nera della Bce. Perché non soddisfa nessuno dei tre parametri presi ad esame da Francoforte, si legge nel Bollettino economico diffuso ieri. 

Non ha ridotto di almeno tre punti il tasso dei senza lavoro, nel triennio successivo al picco della crisi. Non l' ha smussato neanche di un quarto. E non è neppure in grado di garantire un livello inferiore a quel picco per cinque anni. Tutto vero, se consideriamo il 12,7% di disoccupazione segnato nel 2014, sceso solo all' 11,7% nel 2016, anziché al 9,7% prescritto come obiettivo minimo. Spagna, Cipro, Portogallo, Slovacchia ce l' hanno fatta. 

Persino la Grecia, in almeno un obiettivo su tre. 

L' Italia no. Di qui la bacchettata di Francoforte.

VOUCHER JOBS ACT1VOUCHER JOBS ACT1
D' altro canto, le previsioni di crescita non sono tutte rose e fiori. Il Pil dell' Eurozona - dice la Bce - avanzerà del 2,2% quest' anno, un po' meglio delle attese. Ma poi scenderà all' 1,8% nel 2018 e all' 1,7% nel 2019. «La ripresa è più vigorosa, mostra segni di tenuta, ma esistono rischi al ribasso», scrivono gli esperti della massima autorità monetaria d' Europa, guidata da Mario Draghi. Tra i rischi, «fattori internazionali e mercati valutari».

SIMBOLO EURO FRANCOFORTE BCESIMBOLO EURO FRANCOFORTE BCE
Ecco perché nonostante l' apporto di donne e migranti spinga in modo significativo Pil e occupazione nei paesi dell' euro, il resto sembra scricchiolare. A partire dall' inflazione che non ne vuol sapere di alzarsi al livello obiettivo del 2% (sarà 1,5% quest' anno e 1,2% il prossimo). Ecco perché Draghi è prudente sul Quantitative easing, l' operazione straordinaria di acquisto di titoli che per ora continua, «nuove decisioni saranno prese in autunno ».

Uno scenario assai incerto, dunque. Che d' altro canto si riflette nel comportamento delle aziende di casa nostra. L' offerta di lavoro aumenta, non c' è dubbio: tra i primi sette mesi del 2017 e lo stesso periodo del 2016 il numero dei contratti aperti, calcola l' Inps - al netto di quelli chiusi - si è impennato del 30%, da 825 mila a un milione e 73 mila. Tanti. Ma per il 97% si tratta di contratti a termine.
CATENA DI MONTAGGIO3CATENA DI MONTAGGIO3

Questo è il punto. Una formula che piace ovunque, ma soprattutto al Nord Est (+35). In Emilia Romagna (+38%). Tra gli under 24 (+40%). Nel settore del commercio, alloggio, ristorazione (+45%). E con buste paga alleggerite (-2,5%). L' apprendistato ritrova nuovo slancio. Così i contratti più precari, come lavoro intermittente e somministrato, tornati in auge dopo l' abolizione dei voucher.

L' effetto annuncio del governo di sgravi nuovi di zecca gioca un suo ruolo. Le aziende attendono di capire l' entità del prossimo bonus (50% dei contributi azzerati per under 29 o 32). Nel frattempo assumono con prudenza. Offrono contratti con paghe medio-basse, a termine. O si affidano alle agenzie del lavoro (job on call). Devono anche capire se la ripresa è strutturale o no. Se l' export tirerà ancora, se la domanda interna non tornerà a inabissarsi.

Fonte: qui

lunedì 23 gennaio 2017

La deflazione programmata dell'Italia

L’Italia, ha certificato l’Istat, torna in deflazione per la prima volta dal 1959. Non è un incidente di percorso ma un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza. L’ISTAT ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959.

Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per cento rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva.
Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito  

«la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. 


«Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».
Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro. Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che  
«il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale».
Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale (riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht [1]. 

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, secondo la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. 

Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN:  
«Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».
Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. 

Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della BCE non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità. 

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. 

Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. 

Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. 

E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione? 








Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. 

Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.


Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa».

Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’INPS riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.











Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. 

Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

Note

[1] Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del PCI, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: 

«Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

[2] Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

[3] Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’OCSE riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL.

Fonte: eunews.it