9 dicembre forconi: Ocse
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giovedì 7 marzo 2019

OCSE, AVANTI CON LA RECESSIONE: L’ORGANIZZAZIONE RIVEDE AL RIBASSO LE STIME DEL PIL, CHE NEL 2019 PERDERÀ LO 0,2%

FINORA LA PEGGIORE PREVISIONE ERA QUELLA DELL’UE, CHE COMUNQUE ERA POSITIVA (+0,2%), MENTRE IL GOVERNO HA BASATO LA MANOVRA SU UNA CRESCITA DELL'1% 

MOODYS, FITCH, UPB, FMI E ISTAT: ECCO TUTTE LE STIME AGGIORNATE

L'OCSE RIVEDE AL RIBASSO LA CRESCITA ITALIANA
giuseppe conte pil recessioneGIUSEPPE CONTE PIL RECESSIONE

L'Ocse rivede al ribasso la crescita italiana: secondo l'Interim Economic Outlook presentato ieri a Parigi, il Pil dell'Italia sarà di segno negativo, -0,2, nel 2019, per risalire allo 0,5 nel 2020, rispettivamente -1,1 punti e -0,4 punti rispetto alle previsioni del precedente Economic Outlook di novembre.

L'Ocse prevede un rallentamento della crescita anche per l'insieme dell'area euro. Il Pil nell'area euro sarà dell'1% nel 2019 (-0,8 punti rispetto a quanto previsto nel precedente Economic Outlook di novembre) e dell'1,2% nel 2020 (-0,4 punti). Il Pil mondiale dovrebbe invece attestarsi al 3,3% nel 2019 (-0,2 rispetto alle precedenti stime) e del 3,4% nel 2020 (-0,1). Le stime di crescita dell'Ocse sono state tagliate nella grande maggioranza delle economie del G20, in particolar modo, nell'area euro.

conferenza stampa su reddito di cittadinanza e quota 100 14CONFERENZA STAMPA SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100 14
"L'incertezza politica, le tensioni commerciali e un'ulteriore erosione della fiducia dei consumatori" sono tra le cause che contribuiscono al rallentamento della crescita al livello globale. Secondo l'Ocse, tra l'altro, le "restrizioni commerciali introdotte lo scorso anno sono un freno alla crescita, agli investimenti e agli standard di vita, in particolare per le famiglie a basso reddito". L'organismo internazionale lancia un forte appello ad "intensificare il dialogo multilaterale al fine di evitare nuove e dannose restrizioni commerciali". Mentre un'ulteriore "liberalizzazione"(la solita ricetta economica fallimentare dei Grandi Usurai!!!) potrebbero rappresentare un vantaggio per tutte le economie.
giuseppe conte recessioneGIUSEPPE CONTE RECESSIONE

Un uscita disordinata della Gran Bretagna dall'Unione europea, vale a dire il rischio di un 'no deal' con Londra, farebbe "sostanzialmente aumentare i costi per le economie europee". Secondo l'organismo, le "incertezze politiche" continuano a pesare, più in generale sull'Europa.

L’UE SI APPRESTA A TAGLIARE LE STIME DEL PIL ITALIANO NEL 2019 ALLO 0,2% 

L’ULTIMA PREVISIONE DI BRUXELLES SUL PRODOTTO INTERNO LORDO DI NOVEMBRE ERA ALL’1,2, PER IL GOVERNO INVECE CI SARÀ UNA CRESCITA DELL’1% – PERCHÉ QUESTA DIFFERENZA? IL DATO AGGIORNATO DA BRUXELLES TIENE IN CONSIDERAZIONE GLI EFFETTI DELLA MANOVRA…

GIUSEPPE CONTE E THERESA MAY GIOCANO A BILIARDOGIUSEPPE CONTE E THERESA MAY GIOCANO A BILIARDO

MENO PIL PER TUTTI 

DOPO L'UE ANCHE FMI E UPB RIVEDONO LE STIME SUL PIL 

SECONDO L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO NEL 2019 LA CRESCITA NON SUPERERÀ LO 0,4%, PER IL FONDO MONETARIO INVECE POTREBBE ARRIVARE ALLO 0,6


FITCH – L’AGENZIA DI RATING TAGLIA LE STIME SULLA CRESCITA DEL PIL DELL’ITALIA ALLO 0,3% E VEDE NERO PER TUTTA L’EUROZONA: PURE LA GERMANIA SCENDE ALL’1% 

IL REPORT/PROFEZIA: “SALVINI STA CERCANDO ALLEANZE MA RESTERÀ MINORANZA. LA PROSPETTIVA DI CRESCENTI FORZE EUROSCETTICHE POTREBBE AUMENTARE LE TENSIONI, DANNEGGIARE LA FIDUCIA E RIDURRE GLI INVESTIMENTI”


SALVINI DI MAIO CONTE BY SPINOZASALVINI DI MAIO CONTE BY SPINOZA
L’ENNESIMA PROFEZIA NEFASTA PER L’ECONOMIA ITALIANA DI MOODY’S: “LA CRESCITA RIMARRÀ ANEMICA NEL CORSO DEI PROSSIMI DUE ANNI. IL PIL CRESCERÀ DELLO 0,4% NEL 2019 E DELLO 0,8 NELL’ANNO SEGUENTE” 

L’AGENZIA DI RATING HA TROVATO ANCHE I COLPEVOLI: “LE DINAMICHE POLITICHE ED ECONOMICHE STANNO CREANDO RISCHI AL RIBASSO SIGNIFICATIVI”

luigi di maio giuseppe conte e la card per il reddito di cittadinanzaLUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE E LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA

PIL, L'ISTAT RIVEDE AL RIBASSO IL DATO DEL PIL 2018: +0,9 (INFERIORE ALLE PREVISIONI DEL GOVERNO), SALE IL DEBITO

lunedì 17 settembre 2018

L'Italia perde 5 posizioni in classifica attrattività business globale


Nonostante il punteggio generale più alto rispetto alla scorsa edizione (62,36 nel 2018 contro i 60,49 nel 2017), l'Italia ha perso 5 posizioni nell'International Business Compass 2018, la classifica globale degli indicatori economici, politico-normativi e socio-culturali stilata per la settima volta da Bdo, network globale di revisione contabile e consulenza alle imprese in collaborazione con HWWI (Hamburg Institute of International Economics), attestandosi al 40° posto assolut

Hanno fatto meglio dell'Italia, nell'ordine, Lituania (34°), Bahrain (36°), Lettonia (37°), Ungheria (38°) e Slovacchia (39°). Per quanto riguarda i singoli indicatori, migliorano le condizioni economiche (56,35 contro 52,25, dal 51° mal 45° posto nella relativa classifica), ma l'Italia perde 6 posizioni a livello socio-culturale nonostante un punteggio simile a quello dello scorso anno (59,43 contro 59,16, dal 33° al 39° posto nella relativa classifica).

Rimane invariata per l'Italia l'attrattività come luogo di produzione (25° posto) e come mercato finale (19°) all'interno dei Paesi Ocse. Rimane infine salda al comando della classifica della produttività l'Olanda, che gode della sua posizione centrale all'interno del continente europeo e delle favorevoli politiche finanziarie. Per quanto riguarda, invece, l'attrattività come mercato commerciale, è la Svizzera a balzare al comando.
Fonte: M.F.

domenica 27 maggio 2018

ATTENTI ALLA PATRIMONIALE/ La tassa telecomandata da Usa, Francia e Germania

Recentemente l’Ocse(al servizio degli usurai!) ha suggerito all’Italia di introdurre una tassa patrimoniale per ridurre la disuguaglianza. Un caso di attacco alla sovranità nazionale
Tutti i maggiori quotidiani italiani hanno dato spazio, a suo tempo, alle raccomandazioni di un corposo report pubblicato dall’Ocse. Titoli importanti sulla stampa italiana: “Ocse, patrimoniale è la strada per ridurre le disuguaglianza(ENNESIMA CAZZATA RACCONTATA DAGLI USURAI, IN REALTA' LA SOLUZIONE E' L'ESERCIZIO DELLA SOVRANITA' MONETARIA!)” e così via. La stampa francese non di sinistra, legge un report del tutto diverso: “pour l’Ocde, l’impôt sur la fortune n’est pas un outil efficace” (Le Figaro). The Guardian, giornale inglese laburista, la vede come Repubblica e altri giornali mainstream.
Ma cosa dice il report e su quale base dà consigli all’Italia? 
Domande giustificate dal fatto che con buona probabilità nessuno dei giornalisti in questione ha letto più di due o tre paginette delle 114 pubblicate. Noi ne abbiamo lette molte di più (ci vuole tempo, ahinoi) e bisogna riconoscere che il report è ricco di spunti interessanti, seppur non del tutto originali. La premessa del report descrive una realtà di crescente concentrazione della ricchezza, più ancora che del reddito disponibile, in praticamente tutti i paesi oggetto dello studio. L’Italia non è tra i paesi peggiori. Le tasse patrimoniali o successorie possono ridurre l’inequality, ma si riconosce che vi sono contraddizioni nei dati storici, distorsioni, costi amministrativi elevati e quindi le evidenze scientifiche non sono così univoche.
Con grande sorpresa per i lettori dei titoloni dei più importanti quotidiani, non ci sono raccomandazioni specifiche per l’Italia, ma è chiaro il messaggio generale di prendere in considerazione le tasse patrimoniale e successorie come uno degli strumenti chiave di lotta alla inequality. Per comprendere l’impatto di alcune ricerche economiche prodotte da organizzazioni sovranazionali, bisogna pensare che alcune di esse diventano poi la “base scientifica” per una pressione politica fortissima da parte dei paesi “leader” nei confronti di paesi politicamente più deboli, tra cui l’Italia. 
Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania sono in una posizione di notevole potere nelle organizzazioni economiche sovranazionali e hanno da sempre esercitato una notevole influenza sui trend di politica fiscale ed economica. Inutile dire quindi che presso la sede (a Parigi!) dell’Ocse, i veri problemi di disuguaglianza e disgregazione sociale che sempre più affliggono l’Italia non interessano a nessuno. L’importante, per Ocse, “Bruxelles” nelle sue varie forme, Onu, Banca Mondiale, ecc. è progressivamente eliminare la sovranità nazionale soprattutto nei paesi deboli, limitare la loro influenza internazionale, indebolire la coesione sociale e, in questo specifico dibattito, non lasciare a tali paesi nemmeno la libertà di come tassare i propri cittadini. 
Due appunti finali. 
1) La parte politica che oggi vede di buon occhio una tassa patrimoniale per ragioni di equità, l’anno scorso ha approvato una legge che permette a un ricco straniero che sposta la residenza in Italia di essere tassato con un forfait di 100mila euro su tutto il suo reddito estero e sulla sua ricchezza. In nome di che cosa? Della progressività ed equità fiscale? 
2) Ma il gettito delle tasse patrimoniali/successorie viene poi largamente redistribuito alle classi povere? Ne riparleremo.
Fonte: qui

lunedì 23 gennaio 2017

La deflazione programmata dell'Italia

L’Italia, ha certificato l’Istat, torna in deflazione per la prima volta dal 1959. Non è un incidente di percorso ma un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza. L’ISTAT ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959.

Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per cento rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva.
Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito  

«la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. 


«Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».
Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro. Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che  
«il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale».
Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale (riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht [1]. 

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, secondo la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. 

Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN:  
«Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».
Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. 

Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della BCE non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità. 

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. 

Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. 

Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. 

E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione? 








Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. 

Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.


Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa».

Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’INPS riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.











Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. 

Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

Note

[1] Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del PCI, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: 

«Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

[2] Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

[3] Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’OCSE riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL.

Fonte: eunews.it

domenica 15 maggio 2016

Perché un modello di «economia circolare» farebbe correre Pil (+7%) e reddito delle famiglie (+11%) europee

fotohome2C’era una volta (e c’è ancora) l’“economia lineare”, nata dalla Rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento. Un modello forgiato all’insegna del “prendere, fare e smaltire”.

Ma la storia insegna come l’economia lineare abbia creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale. Il consumo di massa, l’utilizzo di combustibili fossili, l’urbanizzazione e il trasporto globale hanno contributo a produrre pesanti effetti.
Per questo il futuro sarà invece dell’“economia circolare”: «Per sua natura, un’economia di recupero - come spiegano sull’Harvard Business Review i docenti universitari Mark Esposito, Terence Tse e Khaled Soufani - in cui non si tratta tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo».

Capitale naturale in via di esaurimento

Un’utopia? Macché, una necessità reale, spiegano gli autori del saggio, consapevoli del rapido esaurimento del capitale naturale esistente, o almeno di quello di facile reperibilità . Dagli anni Settanta del secolo scorso, l’incremento della produttività delle colture di cereali ha infatti subito una diminuzione del 66%, nonostante i progressi delle tecniche di fertilizzazione e di irrigazione. Lo sfruttamento minerario sta diventando più costoso: le percentuali medie dei metalli ricavati dalle estrazioni sotterranee sono in netto calo, sia in termini di concentrazione che di qualità. Allo stesso tempo, secondo l’Ocse, la classe media globale raddoppierà entro il 2030. «Queste cifre servono da monito sul fatto che non possiamo continuare a crescere come specie continuando a godere di un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modo di fare le cose», spiega Mark Esposito, docente di Strategia economica presso la Harvard University Extension e la Grenoble School of Management.
Per fortuna le attuali politiche messe in atto dalla Commissione Europea, in particolare dal vicepresidente Katainen, sembrano muoversi davvero a favore di una rivoluzione in termini di economia circolare, che sta anzi diventando uno dei punti cardini dell’agenda politica dell'Unione.

I benefici economici

In Europa un sistema circolare creato grazie a nuove tecnologie e nuovi materiali sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse, stima lo studio Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe, realizzato dal McKinsey Center for Business and Environment in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation e il Sun (Stiftungsfonds für Umweltökonomie und Nachhaltigkeit). Questo modello - che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate - genererebbe per le economie del Vecchio Continente un risparmio in termini di costi di produzione e utilizzo delle risorse di base pari a 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, che si tradurrebbe in una crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e in più alti livelli di occupazione. Con il reddito disponibile delle famiglie europee che potrebbe risultare superiore di ben l’11% rispetto al percorso di sviluppo attuale.

Le inefficienze attuali

L’economia europea di oggi si fonda infatti su un sistema di creazione di valore molto inefficiente e continua a operare secondo il modello lineare “estrazione, produzione, consumo, smaltimento”, spiega ancora lo studio uscito sull’Harvard Business Review.

Nel 2012, in Europa, sono state utilizzate in media 16 tonnellate di materiali per abitante: il 60% degli scarti è finito nelle discariche o negli inceneritori, mentre solo il 40% è stato riciclato o riutilizzato.

Un’auto in Europa resta parcheggiata in media il 92% del tempo, il 31% dei generi alimentari vengono sprecati lungo la catena del valore, e gli uffici vengono utilizzati dal 35% al 50% del tempo, anche durante le ore lavorative.
Complessivamente, questo sistema di produzione e utilizzo dei prodotti e delle risorse costa all’Europa 7.200 miliardi di euro l’anno per i tre ambiti analizzati dallo studio: 1.800 miliardi di euro sono i costi effettivi delle risorse, cui si sommano 3.400 miliardi per tutte le altre spese, legate ai tre ambiti menzionati sostenute dalle famiglie e dai Governi, e 2.000 miliardi che comprendono le esternalità (costi legati ad esempio al trasporto, all’inquinamento atmosferico e a quello acustico).

Il driver di cambiamento delle nuove tecnologie

Nel modello attuale di sviluppo, le nuove tecnologie e i modelli di business innovativi possono contribuire a migliorare la produttività delle risorse in Europa e a ridurre i costi totali annuali di 900 miliardi di euro entro il 2030. Nei prossimi decenni, la rivoluzione digitale e tecnologica, che ha già cambiato radicalmente il mondo della comunicazione e dell’informazione, potrebbe avere lo stesso impatto dirompente sui tre ambiti presi in esame (mobilità, alimentazione ed edilizia). Per fare qualche esempio, nel settore dei trasporti il costo medio per chilometro di un’auto potrebbe diminuire fino al 75% grazie al car sharing, ai veicoli elettrici e a guida autonoma, e all’utilizzo dei nuovi materiali. Nell’edilizia, la tecnologia applicata ai processi industriali potrebbe ridurre i costi di costruzione fino al 50%.
A beneficiarne saranno anche l’ambiente (lo studio stima una riduzione del 48% delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 rispetto ai livelli del 2012) e la competitività delle aziende. Oggi i materiali e componenti rappresentano tra il 40 e il 60% dei costi complessivi delle aziende manifatturiere in Europa e questo spesso si traduce in uno svantaggio competitivo in termini di efficienza.

I costi di transizione

L’economia circolare comporta tuttavia notevoli costi di transizione (tra cui, ad esempio, la spesa in ricerca e sviluppo, i finanziamenti per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi prodotti, nonché la spesa pubblica per la creazione di infrastrutture digitali), ma potrebbe creare un’opportunità di rinnovamento economico e industriale. Sebbene sia difficile stimare il costo complessivo di una trasformazione di così vasta portata, alcuni esempi a livello di singolo Paese possono aiutare a comprenderne la dimensione: il Governo britannico ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse costerebbe circa 14 miliardi di euro (vale a dire, a livello europeo, un investimento pari a 108 miliardi di euro), mentre il passaggio alle energie rinnovabili in Germania è costato 123 miliardi in incentivi economici dal 2000 al 2013.

Le resistenze al cambiamento

Uno dei principali motori del modello circolare è la condivisione: schemi di car sharing contribuiscono a ridurre la produzione di rifiuti, dato che un minor numero di persone hanno bisogno di acquistare autovetture e che gli stessi veicoli già circolanti vengono utilizzati da più persone. Per non parlare del car pooling, in grande ascesa anche in Italia . Eppure, la proposta come sappiamo ha incontrato enormi resistenze. «È quindi necessario che alle aziende esistenti vengano offerte nuove prospettive su come prosperare nell’ambito dell’economia circolare - concludono i tre studiosi - e su quali siano le opportunità di mercato “circolari” di cui beneficiare a breve termine».
Fonte: qui