9 dicembre forconi: stime
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sabato 8 giugno 2019

GERMANIA, LA PRODUZIONE INDUSTRIALE VA PEGGIO DEL PREVISTO: AD APRILE -1,9. ANCHE IL PIL RALLENTA: PER IL 2019 PREVISTO LO 0,6

IL CALO DELL'ATTIVITÀ PRODUTTIVA COMPLESSIVA SECONDO GLI ANALISTI DOVEVA ESSERE DI -0,5% 

SU BASE MENSILE, LE ESPORTAZIONI SONO SCESE DEL 3,7 PER CENTO E LE IMPORTAZIONI DELL’1,3

angela merkelANGELA MERKEL
  
La Germania si risveglia raggelata dai dati sulla produzione industriale di aprile. Il calo è più ampio di quanto previsto dagli analisti: -1,9 per cento rispetto a marzo, mentre sull’anno la diminuzione è dell’1,8%. Gli esperti prevedevano un calo congiunturale pari a -0,5 per cento.

Le notizie non sono buone nemmeno sul Pil perché le stime di crescita sono state tagliate dalla Bundesbank allo 0,6 per cento nel 2019 contro l’1,6 indicato in precedenti previsioni. Nel 2020 le cose, secondo la banca centrale tedesca, andrebbero meglio con una crescita dell’1,2 ma sempre con un tasso inferiore da quanto stimato in precedenza (1,6). Il taglio delle stime sul Pil della Bundesbank seguono quelle del governo tedesco che ad aprile aveva rivisto le stime di crescita allo 0,5 per cento quest’anno indicando però un aumento del Pil dell’1,5 per cento nel 2020.
angela merkel in costumeANGELA MERKEL IN COSTUME


Quanto al cosiddetto avanzo commerciale, questione annosa per Berlino anche rispetto alle regole dell’Ue, la Germania ha registrato in aprile un avanzo commerciale di 17 miliardi di euro, in calo rispetto ai 20 di marzo (i dati in questo caso sono quelli pubblicati dall’Ufficio federale di statistica). Su base mensile, le esportazioni sono scese del 3,7 per cento e le importazioni dell’1,3.
ANGELA MERKEL GIOCA CON PHON E PALLINAANGELA MERKEL GIOCA CON PHON E PALLINA












GERMANIA
Michelangelo Colombo per www.startmag.it

CHE COSA HA DECISO LA BUNDESBANK La banca centrale tedesca ha tagliato le stime di crescita della Germania portandole allo 0,6% nel 2019 rispetto all’1,6% precedentemente indicato e all’1,2% nel 2020 (sempre 1,6% in precedenza).
 
LA REVISIONE DELLE STIME ANCHE DEL GOVERNO Secondo la Bundesbank l’inflazione nel Paese sarà dell’1,4% quest’anno e dell’1,5% il prossimo. Il taglio delle stime sul Pil della Bundesbank seguono quelle del governo tedesco che ad aprile aveva rivisto le stime di crescita allo 0,5% quest’anno indicando però un aumento del pil dell’1,5% nel 2020.
 
COME CALA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE Non sono finite qui le pessime notizie per Berlino. La produzione industriale tedesca è scesa dell’1,9% su mese ad aprile, dopo due mesi di segno positivo, secondo i dati destagionalizzati.
 
IL CALO TENDENZIALE Si tratta di un calo ben più significativo di quanto previsto (-0,5)%. Su base tendenziale il calo è stato dell’1,8%. La produzione manifatturiera è scesa del 2,5% congiunturale. Dopo due mesi di aumenti della produzione, i segnali sul fronte economico non sono positivi. Gli ordini registrano un piccolo rialzo ad aprile, dopo un aumento ben piu’ significativo il mese prima, indice che il rallentamento persiste.
mattarella merkelMATTARELLA MERKEL
 
LO STATO DELL’INDUSTRIA MANIFATTURIERA
L’industria manifatturiera mostra un calo diffuso a tutti le attività: beni capitali -3,3%, semilavorati -2,1%, beni di consumo -0,8% ed energia -1,1%. La debolezza dell’industria, motore dell’economia tedesca ed europea, ha provocato il taglio drastico delle previsioni di crescita da parte della Bundesbank e di altre organizzazioni internazionali.
 
merkelMERKEL
LA BILANCIA COMMERCIALE Oggi sono stati diffusi anche i dati sulla bilancia commerciale nello stesso mese che vede un surplus in calo: le sportazioni sono state pari a 109,7 miliardi ad aprile e l’import a 91,7 miliardi. L’Europa ha assorbito 63,8 miliardi di merci tedesche, cioè il 3,5% in meno di un anno prima, mentre l’export verso paesi terzi e’ aumentato del 4% su anno a 45,8 miliardi. Quindi anche su questo fronte la Germania continua a soffrire sotto il peso delle tensioni commerciali mondiali.

Fonte: qui

giovedì 7 marzo 2019

OCSE, AVANTI CON LA RECESSIONE: L’ORGANIZZAZIONE RIVEDE AL RIBASSO LE STIME DEL PIL, CHE NEL 2019 PERDERÀ LO 0,2%

FINORA LA PEGGIORE PREVISIONE ERA QUELLA DELL’UE, CHE COMUNQUE ERA POSITIVA (+0,2%), MENTRE IL GOVERNO HA BASATO LA MANOVRA SU UNA CRESCITA DELL'1% 

MOODYS, FITCH, UPB, FMI E ISTAT: ECCO TUTTE LE STIME AGGIORNATE

L'OCSE RIVEDE AL RIBASSO LA CRESCITA ITALIANA
giuseppe conte pil recessioneGIUSEPPE CONTE PIL RECESSIONE

L'Ocse rivede al ribasso la crescita italiana: secondo l'Interim Economic Outlook presentato ieri a Parigi, il Pil dell'Italia sarà di segno negativo, -0,2, nel 2019, per risalire allo 0,5 nel 2020, rispettivamente -1,1 punti e -0,4 punti rispetto alle previsioni del precedente Economic Outlook di novembre.

L'Ocse prevede un rallentamento della crescita anche per l'insieme dell'area euro. Il Pil nell'area euro sarà dell'1% nel 2019 (-0,8 punti rispetto a quanto previsto nel precedente Economic Outlook di novembre) e dell'1,2% nel 2020 (-0,4 punti). Il Pil mondiale dovrebbe invece attestarsi al 3,3% nel 2019 (-0,2 rispetto alle precedenti stime) e del 3,4% nel 2020 (-0,1). Le stime di crescita dell'Ocse sono state tagliate nella grande maggioranza delle economie del G20, in particolar modo, nell'area euro.

conferenza stampa su reddito di cittadinanza e quota 100 14CONFERENZA STAMPA SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100 14
"L'incertezza politica, le tensioni commerciali e un'ulteriore erosione della fiducia dei consumatori" sono tra le cause che contribuiscono al rallentamento della crescita al livello globale. Secondo l'Ocse, tra l'altro, le "restrizioni commerciali introdotte lo scorso anno sono un freno alla crescita, agli investimenti e agli standard di vita, in particolare per le famiglie a basso reddito". L'organismo internazionale lancia un forte appello ad "intensificare il dialogo multilaterale al fine di evitare nuove e dannose restrizioni commerciali". Mentre un'ulteriore "liberalizzazione"(la solita ricetta economica fallimentare dei Grandi Usurai!!!) potrebbero rappresentare un vantaggio per tutte le economie.
giuseppe conte recessioneGIUSEPPE CONTE RECESSIONE

Un uscita disordinata della Gran Bretagna dall'Unione europea, vale a dire il rischio di un 'no deal' con Londra, farebbe "sostanzialmente aumentare i costi per le economie europee". Secondo l'organismo, le "incertezze politiche" continuano a pesare, più in generale sull'Europa.

L’UE SI APPRESTA A TAGLIARE LE STIME DEL PIL ITALIANO NEL 2019 ALLO 0,2% 

L’ULTIMA PREVISIONE DI BRUXELLES SUL PRODOTTO INTERNO LORDO DI NOVEMBRE ERA ALL’1,2, PER IL GOVERNO INVECE CI SARÀ UNA CRESCITA DELL’1% – PERCHÉ QUESTA DIFFERENZA? IL DATO AGGIORNATO DA BRUXELLES TIENE IN CONSIDERAZIONE GLI EFFETTI DELLA MANOVRA…

GIUSEPPE CONTE E THERESA MAY GIOCANO A BILIARDOGIUSEPPE CONTE E THERESA MAY GIOCANO A BILIARDO

MENO PIL PER TUTTI 

DOPO L'UE ANCHE FMI E UPB RIVEDONO LE STIME SUL PIL 

SECONDO L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO NEL 2019 LA CRESCITA NON SUPERERÀ LO 0,4%, PER IL FONDO MONETARIO INVECE POTREBBE ARRIVARE ALLO 0,6


FITCH – L’AGENZIA DI RATING TAGLIA LE STIME SULLA CRESCITA DEL PIL DELL’ITALIA ALLO 0,3% E VEDE NERO PER TUTTA L’EUROZONA: PURE LA GERMANIA SCENDE ALL’1% 

IL REPORT/PROFEZIA: “SALVINI STA CERCANDO ALLEANZE MA RESTERÀ MINORANZA. LA PROSPETTIVA DI CRESCENTI FORZE EUROSCETTICHE POTREBBE AUMENTARE LE TENSIONI, DANNEGGIARE LA FIDUCIA E RIDURRE GLI INVESTIMENTI”


SALVINI DI MAIO CONTE BY SPINOZASALVINI DI MAIO CONTE BY SPINOZA
L’ENNESIMA PROFEZIA NEFASTA PER L’ECONOMIA ITALIANA DI MOODY’S: “LA CRESCITA RIMARRÀ ANEMICA NEL CORSO DEI PROSSIMI DUE ANNI. IL PIL CRESCERÀ DELLO 0,4% NEL 2019 E DELLO 0,8 NELL’ANNO SEGUENTE” 

L’AGENZIA DI RATING HA TROVATO ANCHE I COLPEVOLI: “LE DINAMICHE POLITICHE ED ECONOMICHE STANNO CREANDO RISCHI AL RIBASSO SIGNIFICATIVI”

luigi di maio giuseppe conte e la card per il reddito di cittadinanzaLUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE E LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA

PIL, L'ISTAT RIVEDE AL RIBASSO IL DATO DEL PIL 2018: +0,9 (INFERIORE ALLE PREVISIONI DEL GOVERNO), SALE IL DEBITO

giovedì 7 febbraio 2019

L'Fmi: crescita sotto l'1% per i prossimi 5 anni

Una crescita sotto l'1% per i prossimi cinque anni. A tratteggiare il quadro poco confortante è il Fondo Monetario Internazionale nel suo rapporto 2018 Article IV sull'economia italiana. Se per quest'anno e il 2020, come già comunicato, le previsioni vedono una crescita del Pil italiano rispettivamente dello 0,6% e 0,9%, per il 2021 la stima è dello 0,7%, mentre per il 2022 e 2023 del +0,6%.
La crescita in Italia "è rallentata, il rischio di una recessione è aumentato". "Gli stimoli fiscali programmati potrebbero far aumentare temporaneamente la crescita", ma "i crescenti costi di funding per le banche", dovuti all'innalzamento dello spread, e il rischio sovrano "minano una ulteriore crescita". I rischi, ammonisce l'Fmi, sono "significativi" e al ribasso. "E la misura in cui i rischi si materializzeranno dipende in gran parte dalle politiche italiane".
Secondo l'istituzione di Washington, guidata da Christine Lagarde, la riforma fiscale del governo gialloverde non è altro che una serie di cambiamenti che "si sommano a tutta una serie di numerose marginali modifiche al sistema fiscale italiano, esacerbandone l'incertezza", mentre servirebbe "una riforma fiscale complessiva per allargare la base imponibile(insomma sempre la stessa ricetta economica fallimentare: aumentare le tasse!), promuovere un sistema efficiente e assicurare l'equità". La riforma, raccomanda l'Fmi, "dovrebbe mirare a ridurre il livello di evasione dell'Iva, razionalizzare il capitolo delle tax expenditure e delle imposte patrimoniali attraverso un moderna imposta sulla prima casa (sulla base di un adeguamento dei valori catastali)". I condoni fiscali "dovrebbero essere evitati(tanto i Grandi Usurai le tasse le eludono!)".
Con l'elevato livello del debito che potrebbe rimane agli attuali livelli per i prossimi tre anni, l'Fmi si dice "preoccupato" che le politiche del governo "possano lasciare l'Italia vulnerabile nei confronti di una nuova perdita di fiducia dei mercati, anche in assenza di ulteriori shock".
Inoltre, scrivono, "il debito potrebbe aumentare prima del previsto e più velocemente se dovessero materializzarsi nuove difficoltà". L'Italia allora, avverte l'Fmi, "potrebbe essere costretta a una importante stretta fiscale spingendo una debole economia in recessione".
Fonte: qui

P.S. liquidare immediatamente le quote italiane ai fondi dell' Fmi, Efsf ed Esm, così la finiamo di dare ossigeno alla Grande Usura internazionale dei popoli.

venerdì 4 gennaio 2019

LA TEMPESTA STA ARRIVANDO


LA MANOVRA È STATA APPROVATA MA L’ECOFIN DEVE RATIFICARE LA RINUNCIA ALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE CONTRO L’ITALIA E L’UE TIENE D’OCCHIO ATTENTAMENTE I CONTI ITALIANI 
A FINE MESE ARRIVANO LE STIME SUL PIL, CHE POTREBBERO SANCIRE LA RECESSIONE. SENZA CONSIDERARE LA GUERRA COMMERCIALE USA-CINA E LE CRISI BANCARIE: TUTTI I GUAI CHE IL 2019 PORTERÀ AL GOVERNO
Antonio Signorini per “il Giornale”

conte abbraccia di maio dopo l'approvazione della manovra alla cameraCONTE ABBRACCIA DI MAIO DOPO L'APPROVAZIONE DELLA MANOVRA ALLA CAMERA
Difficile immaginare un momento meno favorevole a un governo votato alle politiche espansive più che al rigore nei conti. Che il 2019 sarebbe stato un anno complicato lo si sapeva da mesi. Ne era cosciente anche la maggioranza M5S-Lega. Ma i primi giorni dell' anno nuovo fanno pensare che le cosa possano mettersi peggio del previsto e che all' esecutivo non resti che alzare le paratie in vista di una tempesta perfetta fatta di mercati finanziari in crisi, crescita mondiale al palo, guerre commerciali planetarie.

TRIA E MOSCOVICITRIA E MOSCOVICI




Il tutto mentre l' Europa sembra volersi ritirare in se stessa, con i paesi forti impegnati a evitare il contagio più che a prevenire la crisi. Sul fronte domestico la prima tappa è stata superata; legge di Bilancio è stata approvata e il via libera della Commissione sulle grandi cifre è stato assicurato dalla trattativa condotta dal ministro dell' Economia Giovanni Tria e dal premier Giuseppe Conte con la benedizione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma i conti con Bruxelles non sono chiusi.
DONALD TRUMP XI JINPINGDONALD TRUMP XI JINPING

L' Ecofin del 22 gennaio dovrebbe ratificare l' intesa e la rinuncia alla procedura di infrazione contro l' Italia. Ma il testo della manovra licenziato dal Parlamento non è ancora stato esaminato dalle istituzioni europee. Il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici nei giorni scorsi ha sottolineato come il via libera non riguardi il dettaglio delle misure. Quelle devono essere ancora giudicate.

Il governo ha intenzione di confermare la riforma delle pensioni con quota 100 e il reddito di cittadinanza. Il costo delle due misure nel 2019 è stato ridotto, ma dal 2020 con le due riforme a regime tornerà a circa 8 miliardi per ogni riforma all' anno. Troppo per finanziare misure che Bruxelles non gradisce affatto.

Alla fine del mese dovrebbero arrivare altre notizie potenzialmente pericolose. Le stime sulla crescita del Pil nell' ultimo trimestre del 2018. Se dovessero confermare un segno meno come nel terzo trimestre, l' Italia sarà tecnicamente in recessione. Due tempeste domestiche legate a quanto sta succedendo oltre confine.

CARIGECARIGE
I principali fattori di rischio saranno gli effetti della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e l' aumento dei tassi d' interesse negli Stati Uniti annunciato dalla Fed che rischia di far scoppiare una nuova bolla finanziaria come quella del 2008 oltre che a un generale rallentamento della crescita", spiega Emanuele Cangrati, senior Analyst di BPPrimne.
mario draghiMARIO DRAGHI


Scenario che riguarda da vicino l' Italia, Paese manifatturiero che cresce soprattutto grazie alle esportazioni e non può che risentire delle crisi dei suoi partner commerciali. Gli analisti mesi fa davano la possibilità di una recessione negli Usa nel 2019 al 50%. Rischi che crescono con la prospettiva di nuovi aumenti dei tassi negli Stati Uniti, con il rischio di insolvenze dei mutui a tasso variabile. Il nostro principale partner commerciale, la Germania, non è messo meglio, con un indice Pmi di Markit sugli ordinativi che si avvicina a quota 50, l' annuncio di una recessione.

Dall' economia reale alla finanza pubblica, nel 2019 il Tesoro dovrà collocare una cifra vicina ai 260 miliardi in titoli di stato. Il debito pubblico italiano resta fortemente dipendente dal clima dei mercati internazionali e dai rapporti con l' Europa. Il governo spera che le istituzioni europee dopo le elezioni di maggio siano meno ostili all' Italia. Possibile. Ma potrebbe anche prevalere la linea di chi vuole isolare l' Italia e lasciare che se la cavi da sola. Anche a fronteggiare le crisi delle banche, altro tassello di un anno che si annuncia complicatissimo come dimostra la vicenda Carige..

Fonte: qui

martedì 13 novembre 2018

SE L’ANNO PROSSIMO TUTTI I LAVORATORI CON QUOTA 100 (62 ANNI E 38 ANNI DI CONTRIBUTI) USCISSERO DAL LAVORO, LA SPESA PREVIDENZIALE AUMENTEREBBE DI 13 MILIARDI DI EURO


MA IL SILURO ARRIVA PER CHI ANTICIPA DI 6 ANNI LA PENSIONE: ASSEGNO PIU’ BASSO DEL 34% RISPETTO A QUELLO CHE AVREBBE AVUTO NEL 2025

Andrea Ducci per il “Corriere della Sera”

LE LACRIME DI ELSA FORNEROLE LACRIME DI ELSA FORNERO
La crudezza dei dati colpisce nel caso si avverassero un paio di circostanze. Se l'anno prossimo tutti i lavoratori destinatari della riforma delle pensioni, che introduce la quota 100 (62 anni di età e 38 anni di contributi), decidessero di utilizzare questa formula per uscire anticipatamente dal mondo del lavoro, si avrebbe un aumento della spesa pensionistica lorda di 13 miliardi di euro.

L'altra circostanza che potrebbe avverarsi è riassumibile nella scelta di un lavoratore che, grazie a quota 100, decida nel 2019 di anticipare, rispetto ai requisiti previsti dalla riforma Fornero, il suo ritiro di ben 6 anni. In quel caso otterrebbe un assegno pensionistico più basso del 34% rispetto a quello che avrebbe avuto nel 2025 con l' uscita con l' età di vecchiaia (ossia 67 anni).

MATTEO SALVINI LEGGE FORNEROMATTEO SALVINI LEGGE FORNERO
I due dati: 13 miliardi di aumento di spesa per pagare le pensioni e un assegno pensionistico ridotto di oltre il 30% rappresentano in termini di costi gli effetti estremi della riforma previdenziale annunciata dal governo.

A esercitarsi sul calcolo sono stati i tecnici dell' Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l'organismo che svolge le analisi e le verifiche sulle previsioni del governo in materia di conti pubblici. Tanto che Giuseppe Pisauro, presidente dell'Upb, durante l' audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla manovra economica, riserva un dettagliato passaggio alla revisione del sistema previdenziale del governo giallo-verde. Nell' analisi dei tecnici parlamentari sono contenuti molti dati utili per farsi un' idea di quali effetti avrà l' introduzione di «quota 100».
 
Una tabella in particolare (vedere in pagina) riassume le simulazioni dell' anticipo del pensionamento: l' uscita anzitempo può tradursi in una riduzione dell' assegno che va dal 5% fino, come detto, a oltre il 30%. La stima è che l' anno prossimo i lavoratori con il doppio requisito 62 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva saranno 437 mila. Una larga parte, circa il 90%, di questi potenziali pensionandi detiene, del resto, quei requisiti già con lo scadere del 2018. Così che ogni dieci nuove pensioni liquidate nel 2019 ce ne saranno sette riconducibili alla spinta generata dall' introduzione di quota 100.

Gli uomini farebbero la parte del leone con il 68% del totale di pensionamenti anticipati, poiché rispetto alle donne dispongono di «una maggiore maturità pensionistica». Il documento illustrato da Pisauro indica che circa la metà (52%) dei potenziali pensionandi grazie a quota 100 sarebbe destinataria di un assegno determinato con il criterio retributivo.

tito boeriTITO BOERI
Alle commissioni Bilancio è inoltre segnalato che «la potenziale platea è costituita per il 43% da dipendenti privati e per il 36% da dipendenti pubblici». L' Upb fornisce anche il dato sull' uscita anticipata rispetto all' attuale normativa: in media nel 2019 i beneficiari di quota 100 potrebbero andare in pensione 2 anni e mezzo prima del previsto. L'analisi dei tecnici del Parlamento non fa mistero che l' effettivo numero di coloro che aderirà alla formula 100 scaturisce da «molteplici fattori».

Dipende cioè, per esempio, dalla presenza di altri redditi personali o da altri stipendi percepiti nell' ambito familiare, piuttosto che dalle condizioni di salute e dalla soddisfazione di continuare a lavorare. Difficile stabilire, insomma, quanti effettivamente utilizzeranno la possibilità di uscire in anticipo. Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, finora ha ripetuto che la misura riguarderà il 60-70% dei potenziali destinatari, quindi anche il costo da sostenere sarà inferiore di circa il 30% a quanto stimato.

pensionati cantieriPENSIONATI CANTIERI
Di fronte alle previsioni su quanto potrebbe costare un'uscita anticipata dal mondo del lavoro Durigon non contesta le cifre. La preoccupazione dell' esecutivo è piuttosto specificare che la riduzione dell' assegno non è una sforbiciata, bensì la conseguenza dell' avere versato qualche anno in meno di contributi.

«Chi andrà in pensione con quota 100 non subirà nessun taglio. Non ci sarà nessuna penalizzazione sulla rata pensionistica. La nostra proposta - precisa Durigon - non toglierà nulla a chi andrà in pensione anticipatamente. È chiaro che chi uscirà con quota 100 avrà una rata basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati».

Fonte: qui

domenica 15 luglio 2018

LE STIME DI CRESCITA DELL'ECONOMIA ITALIANA SONO PEGGIORI DEL PREVISTO, LE PIÙ BASSE DI TUTTA EUROPA

E SE IL MINISTRO TRIA SPERA DI NON DOVER AGGIUSTARE I CONTI PUBBLICI SECONDO LE REGOLE UE, LA CORTE DEI CONTI EUROPEA RANDELLA LA COMMISSIONE, CHE IN QUESTI ANNI SI È MOSTRATA TROPPO GENEROSA NEI CONFRONTI DELL'ITALIA

Marco Bresolin per “la Stampa”

GIOVANNI TRIAGIOVANNI TRIA
Le stime di crescita dell' economia italiana sono peggiori del previsto, le più basse di tutta Europa. Ma il ministro dell' Economia, Giovanni Tria, cerca di vedere il lato positivo, spiegando che un quadro negativo può essere un' ottima giustificazione per evitare di aggiustare i conti pubblici secondo le regole Ue. Proposta respinta subito al mittente nello spazio di una mezza giornata dal commissario Pierre Moscovici: «Gli aggiustamenti strutturali sono indipendenti dalla crescita».
junckerJUNCKER





Oggi i due avranno un faccia a faccia per cercare di sciogliere i nodi, ma Tria non intende arretrare di un millimetro. Secondo le stime fatte dalla Commissione europea, nel 2018 l'Italia rischia uno sforamento pari allo 0,3% del Pil. Per rimettere i conti a posto potrebbe dunque essere necessaria una manovra correttiva da 5,2 miliardi di euro, ma dal governo arriva un secco no. «Confido che non sarà affatto necessaria», dice il premier Conte, assicurando però che «non siamo una banda di scapestrati».

Più netto il titolare di via XX Settembre: «Nel 2018 nulla cambia». Con il rischio che, nella prossima primavera, la Commissione europea si trovi costretta a certificare il non rispetto degli obiettivi. E ad aprire una procedura.

PIERRE MOSCOVICIPIERRE MOSCOVICI
Ma il ragionamento di Tria poggia proprio su quello che al momento sembra il fattore di maggior vulnerabilità dell' Italia: la lenta crescita. Ieri le previsioni estive della Commissione hanno rivisto al ribasso i dati del nostro Pil, che quest'anno dovrebbe segnare soltanto un +1,3% (anziché l' 1,5% stimato in primavera) per rallentare ulteriormente all' 1,1% nel 2019.

Tria usa questa maglia nera come uno scudo, sostenendo che in una fase di scarsa crescita non è possibile chiedere uno sforzo strutturale eccessivo a un Paese. «In un momento di rallentamento dell' economia - ha detto ieri arrivando alla riunione dell' Eurogruppo - non si possono fare aggiustamenti troppo forti che rischiano di essere pro-ciclici».

DOMBROVSKISDOMBROVSKIS
Per il 2019 l'Ue ha richiesto all'Italia di migliorare il deficit strutturale (quello calcolato al netto del ciclo economico e delle misure una tantum) dello 0,6%. Il che vorrebbe dire una manovra da circa 10,5 miliardi di euro.

Tria ieri ha incontrato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e ha assicurato che «sicuramente non ci sarà un peggioramento strutturale». Ma poi, parlando con i giornalisti, ha detto che l' Italia resterà «almeno stabile». Il che potrebbe voler dire nessuna riduzione del saldo strutturale, con una conseguente deviazione significativa dagli obiettivi fissati dai vincoli del Patto di Stabilità.

Per Bruxelles, però, il ragionamento non regge. E lo stop di Moscovici arriva proprio nel giorno in cui la Corte dei Conti Ue lancia un avvertimento alla Commissione, che in questi anni si è mostrata troppo generosa nei confronti dell' Italia. La critica punta il dito sull' uso «eccessivo dei suoi poteri discrezionali che l' ha portata a concedere troppa flessibilità» ai Paesi ad alto debito(ancora con queste minchiate ... andatevi a fare i conti sugli interessi sul debito pubblico pagati dall'Italia negli ultimi 30 anni). Una strategia che «determina ritardi di diversi anni nel conseguimento dell' obiettivo» del pareggio di bilancio in termini strutturali.

13 Luglio 2018

Fonte: qui

Disastro crescita: l’Italia è sempre più ultima in Europa, ma non frega niente a nessuno

Le previsioni economiche per il 2018 e per il 2019 indicano che non solo saremo (al solito) ultimi per crescita del Pil, ma che la distanza dagli altri continuerà ad ampliarsi: eppure in Italia si parla tutto fuorché di questo. Benvenuti in un Paese che muore di inconsapevolezza

Ultimi. Anzi, più che ultimi, con un distacco dalla penultima che aumenta di anno in anno. Ultimi quando tutti crescono e ultimi quando tutti decrescono. Sono i dati del quadro previsionale della Commissione Europea e certificano, nonostante i dati positivi degli ultimi anni, che la nostra economia viaggia davvero a un ritmo diverso da tutte le altre, come se fossimo una macchina col motore in avaria, o con una ruota in meno.


I dati, dicevamo, raccontano che nel 2018 chiuderemo con una crescita dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Peggio di noi nessuno. Sotto il 2% - parliamo delle previsioni 2019 - solo il Belgio e la Francia, comunque un buon mezzo punto avanti. Gli altri PIGS che viaggiano dal 2% del Portogallo al 4,1% dell’Irlanda, passando per il 2,4% della Spagna e il 2,3% della Grecia.


Colpa dell’Euro? Difficile, visto che quelli che ce l'hanno esattamente come noi, crescono molto più di noi. Dell’austerità? Nemmeno, visto che chi l’ha “subita” - non solo i Paesi mediterranei, ma anche quelli del nord come Germania e Finlandia che se la sono auto-imposta, viaggiano molto meglio di noi. Del mercantilismo tedesco e del suo surplus commerciale? Difficile sostenerlo, visto che i tedeschi crescono sotto la media europea, e che se c’è una cosa che cresce alla grande è proprio il nostro export.


L’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria - l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti - pur di non mettere in discussione alcunché


No, cari. I dati raccontano proprio questo: che non c’è mezzo alibi a disposizione, a questo giro. Se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. È perché abbiamo un debito pubblico stellare(dovuto principalmente agli astronomici interessi pagati per 30 anni sul debito stesso), ad esempio, checché ne dicano i piazzisti del modello giapponese, quelli secondo cui dovremmo indebitarci come se non ci fosse un domani. Un debito che non ci consente di fare nessuna politica espansiva efficace, senza pagarne gli effetti. È perché abbiamo speso un sacco di soldi per caricarci sulle spalle fardelli insostenibili. O perché non siamo attraenti per gli investitori, esteri e italiani, a causa dell’incertezza del diritto, di tasse troppo alte, di una burocrazia settecentesca, della criminalità organizzata. O ancora, perché siamo ostili all’innovazione, al punto da spingere i giovani ad andarsene, dopo averli formati, purché non si azzardino a toccare nulla, a non cambiare nulla.


Anche, è a causa di scelte politiche sbagliate. Lo possiamo dire o no, che questi dati certifichino il fallimento di tutte le politiche per la crescita degli ultimi sette anni almeno, dalla fine della crisi dello spread a oggi? Che pur con tutte le migliori intenzioni gli ottanta euro non hanno rilanciato i consumi, il jobs act non ha rilanciato gli investimenti privati e l’occupazione, e industria 4.0 non ha fatto crescere produttività e salari, non abbastanza, perlomeno, per accorciare le distanze col resto del continente, che invece si sono ampliate? Se non abbiamo l’onestà di ammetterlo, come potremo provare anche solo a ragionare di strumenti e strade nuove?


Di fronte, non abbiamo niente di divertente, peraltro. Il 35% degli investitori interpellati da un sondaggio Bank of America e Merrill Lynch - più di uno su tre - hanno dichiarato che nell’ultimo mese avrebbero deciso di ridurre la loro esposizione in Italia. Peggio di noi, solo il Regno Unito, a causa della Brexit, giusto a ricordarci come finiremmo nel caso di uscita dall’Euro, altro spauracchio che evidentemente agita i sonni di chi vuole mettere del grano in Italia.


La cosa più buffa di tutte, però, è di tutto questo in Italia non si parla più. Del resto, non conviene a nessuno. Non a chi ci ha governato sinora, piazzista di retoriche sul Paese ripartito che non si sono rivelate tali. Non a chi governa, che di tutto si sta occupando fuorché di crescita e che anzi, per mano del suo ministro allo sviluppo economico, licenzia decreti dignità in cui si dice candidamente che farà diminuire i posti di lavoro - robetta: 8000 in dieci anni, ma non si era comunque mai visto - e che decide di ridiscutere un accordo firmato di rilancio e bonifica dell’Ilva di Taranto, uno dei più grandi investimenti esteri in Italia degli ultimi anni, in una terra maledetta e senza alternative.


Segnatevelo: l’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria - l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti - pur di non mettere in discussione alcunché. Del resto, tra trent’anni, in Italia non ci vivranno né gli anziani, né i giovani. Perché occuparsene, no?


Fonte: qui