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lunedì 22 luglio 2019

Scarsità delle risorse: possibili shock sull'approvvigionamento di alcune risorse per cui l'umanità non è pronta a fronteggiare

Secondo alcune stime, l' umanità utilizza attualmente risorse il 50% più veloci di quelle che possono essere rigenerate , ma diversi importanti shock delle risorse sono stati sottostimati e potrebbero cambiare il modo in cui viviamo in modo irrevocabile .
La pressione sulle risorse petrolifere e di metalli è nota da tempo, ma i problemi di approvvigionamento meno noti per altri materiali chiave che sono passati in gran parte inosservati al di fuori del settore estrattivo potrebbero portare a impennate dei prezzi, massicci cambiamenti tecnologici e persino conflitti globali nel prossimi decenni. 
Qui RT.com dà uno sguardo al prossimo futuro degli shock di fornitura di risorse "nascosti".

Elio

Foto del file: © Pixabay / Hilke Fromm
Mentre l'elio dell'elemento è incredibilmente abbondante nell'universo (secondo solo all'idrogeno) non è abbondante qui sulla Terra, quindi non possiamo semplicemente aumentare la produzione quando le persone si rendono conto che siamo quasi esauriti. 
Non ci sono anche sostituti comparabili dell'elio, un elemento che consente all'umanità di mantenere le temperature vicino allo zero assoluto (-273,15 C, -459,67 F) e che è essenziale per la ricerca scientifica, industriale e medica.
Scansioni MRI, ricerca sui superconduttori, wafer di silicio per elettronica di consumo, fibre ottiche, missili guidati e persino Large Hadron Collider hanno bisogno di elio. In breve; abbiamo bisogno dell'elio e ancora pochi, se non nessuno, sono stati fatti passi per evitare una carenza globale di elio. 
L'elio si forma attraverso il decadimento di materiali radioattivi come l'uranio e il torio e spesso si trova nei giacimenti di gas naturale, ma separarlo dal gas naturale è proibitivo in molti casi. Di conseguenza, il costo dell'elio è aumentato del 250 percento negli ultimi anni. 
È così importante che è presente nell'elenco  degli elementi critici per la sicurezza nazionale del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti  .

Sabbia

Foto del file: © Pixabay / annca
La sabbia è il componente principale del calcestruzzo, dell'asfalto e del vetro, nonché di altri materiali da costruzione, mentre è anche parte integrante del silicio utilizzato nell'industria elettronica. Grazie alla rivoluzione della fratturazione, l'industria del petrolio e del gas ha anche aumentato la domanda di sabbia. 
È la seconda risorsa più utilizzata sul pianeta dietro l'acqua. 
Secondo le stime dell'ONU, i due terzi della popolazione mondiale vivranno nelle città entro il 2050, il che richiederà un massiccio aumento dei progetti di costruzione e infrastruttura, che richiedono enormi quantità di sabbia.
Inoltre, l'innalzamento del livello del mare in tutto il mondo richiederà ancora più sabbia dato che le barriere di cemento sono le più utili per allontanare le inondazioni costiere. Quando la sabbia viene estratta dai letti e dalle coste dei fiumi, tuttavia, esacerba ulteriormente le inondazioni, portando a un circolo vizioso. 
È importante notare che nel settore delle costruzioni viene utilizzato un tipo specifico di sabbia, sabbia che contiene un mix vario e irregolare di grani, in contrasto con i granelli di sabbia più fini, arrotondati e singoli presenti nei deserti del mondo come il Sahara.

Fosforo

Foto del file: © Pixabay / freejpg
Il fosfato di roccia, che si trova solo in una manciata di paesi, compresi gli Stati Uniti, la Cina e il Marocco, è un elemento vitale per i fertilizzanti e parte integrante della futura sicurezza alimentare dell'umanità. E sta finendo. 
Il Marocco controlla da solo tre quarti delle restanti riserve di fosfato nel mondo e il cosiddetto "picco di fosforo" dovrebbe verificarsi tra il 2035 e il 2075 in base a stime che utilizzano i livelli di consumo attuali e previsti. 
Al momento non esiste un sostituto noto del fosforo nella produzione alimentare. Non può essere prodotto o sintetizzato in un laboratorioUn improvviso picco di prezzo dell'8,5% nel fosfato nel 2008 ha portato a rivolte contadine e suicidi in paesi di tutto il mondo.
Tuttavia, la buona notizia è che il fosforo può essere ricatturato dopo l'uso e ricircolato numerose volte (entro limiti ragionevoli) una volta impiegate tecniche efficaci per rimuoverlo dai rifiuti umani e animali e dai residui di cibo e colture.
Fonte: qui

giovedì 7 giugno 2018

Fabbriche, porti e yuan: l’amichevole conquista cinese dell’Africa

Il secolo cinese trova nell’Africa il laboratorio ideale per sperimentare insieme la sua visione globale e le sue tentazioni egemoniche, replicando con ciò i comportamenti che il ricco Occidente esercita laggiù da secoli. L’Africa, con la sua immensità ricca di risorse e uomini, rimane terra di conquista pure se nella forma assai più presentabile del soft power del quale i cinesi ormai sono diventati esperti manovratori. E’ noto da anni lo sforzo economico e finanziario che la Cina ha dedicato all’Africa, e finalmente, dopo quasi un decennio di politiche di investimenti esteri, il quadro comincia a diventare chiaro. La Cina molto silenziosamente ma con grande efficacia, sta conducendo una campagna “amichevole” di conquista dell’Africa.
L’ultima notizia, che aggiunge un dettaglio importante alla nostra rappresentazione, è arrivata a fine maggio dalla capitale dello Zimbawe, dove i rappresentanti delle banche centrali e del governo di 14 paesi africani si sono riuniti per discutere della possibilità di utilizzare lo yuan nelle riserve ufficiali. Il forum, ospitato nel seno del MENFI (Macroeconomic and Financial Management Institute of Eastern and Southern Africa) aveva come tema l’evoluzione dei trend nella gestione della riserve sovrane ed era di particolare interesse nel momento in cui molte nazione africane, che detengono riserve per lo più denominate in dollari, si trovano a dover gestire al tempo stesso debiti crescenti denominati in yuan, cumulati grazie alla “generosità” degli investitori cinesi. Per questi paesi avrebbe perfettamente senso iniziare a usare valuta cinese nelle riserve per ripagare direttamente i prestiti di Pechino, anche considerando la circostanza che la valuta cinese denomina molti scambi commerciali fra Africa e Cina.
Se a ciò si aggiunge che lo yuan è stato inserito ormai da anni all’interno del basket degli diritti speciali di prelievo (SDR), ossia l’unità di conto gestita dal Fmi, l’idea dei banchieri centrali africani è perfettamente coerente nei confronti di un mondo che sta cambiando tanto profondamente quanto velocemente e che ormai parla sempre più la lingua dei mandarini. Per la cronaca, il MENFI è un istituto al quale partecipano 14 paesi africani, e in particolare Angola, Botswana, Burundi, Kenya, Lesotho, Malawi, Mozambico, Namibia, Rwanda, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Tutti paesi che, chi più chi meno, hanno stretto legami profondissimi con la Cina grazie a una politica molto pervasiva di prestiti portati avanti dai cinesi.
Il caso dell’Angola è forse il più rappresentativo. Qualche tempo fa un giornale angolano titolò sul fatto che ogni abitante del paese avesse un debito di 745 dollari con la Cina. L’Angola ha una lunga consuetudine con i prestiti cinesi, che dura da oltre trent’anni. Si calcola che da allora nel paese siano arrivati ameno 60 miliardi di dollari. L’Angola peraltro è il secondo produttore di petrolio in Africa, un grande esportatore di greggio verso la Cina e potrebbe persino essere uno dei primi paesi a vendere il proprio prodotto direttamente in yuan, approfittando del lancio, il 26 marzo scorso, del primo future in valuta cinese. Ciò specie considerando che sempre l’Angola ha firmato, nell’agosto 2015, un accordo con la Cina per consentire l’uso reciproco delle due valute nei loro scambi commerciali.
Più di recente, a marzo scorso la Nigeria ha firmato un accordo per scambiare valuta con la Cina per un ammontare da 2,4 miliardi di dollari, replicando quanto aveva fatto nel 2016 il Sudafrica, che aveva lanciato una piattaforma di scambio iniziale tra yuan e rand, per facilitare gli scambi tra le due valute. In precedenza, il Ghana, la Nigeria, le Mauritius e lo Zimbabwe avevano accettato lo yuan per i pagamenti e le riserve, e la banca centrale nigeriana avrebbe già più del 10% delle sue riserve estere in valuta cinese.
Anche il Kenya annovera la Cina fra i suoi grandi creditori esteri. Alcune fonti stimano che che circa il 55% del suo debito estero estero sia nei confronti di Pechino. E in situazioni analoga si trovano anche altri grandi paesi africani come l’Uganda, il Mozambico e la Tanzania. Tutti questi paesi hanno trovato nella capienza finanziaria cinese una fonte straordinaria che certo non è rimasta senza contropartita. In alcuni casi in cambio dei prestiti sono state fatte concessioni, ad esempio concessioni minerarie in Congo per lo sfruttamento di rame e cobalto. Altre volte i cinesi hanno assunto la proprietà delle infrastrutture che hanno contributo a costruire, ossia porti e ferrovie. Altre volte i cinesi hanno ottenuto di poter delocalizzare in Africa le loro fabbriche replicando laggiù quello che l’Occidente ha fatto in Cina. Tutto ciò ha consentito a Pechino non solo di poter fare leva su un’economia debole ma ricca di risorse, ma anche di costruire avamposti commerciali lungo un continente altamente strategico per le rotte marittime che la Cina deve percorrere per portare le sue merci in Occidente.
Per avere un’idea dell’ordine di grandezza economico con il quale è stata portata avanti la politica cinese, perfettamente coerente con la logica del colonialismo 2.0 che caratterizza il nostro tempo, è molto istruttivo leggere una ricerca pubblicata dal  Russian International Affairs Council (RIAC) secondo la quale il totale delle risorse investite dai cinesi in Africa aveva raggiunto la cifra di 220 miliardi di dollari alla fine del 2014, fra investimenti diretti e di portafoglio.
Nel 2017, sempre secondo la nostra ricerca, la Cina era diventata il massimo prestatore ai paesi africani con un ammontare di prestiti che sfiorava i 100 miliardi, e di conseguenza un grande partner per mezzo continente, dal Marocco, al Chad fino al Camerun. Gli investimenti cinesi hanno trasformato l’Africa in una grande fabbrica cinese che secondo alcuni osservatori, nel 2017, ha prodotto per la “madrepatria” 11 mila camion, 300 mila condizionatori, 540 mila frigoriferi, 390 mila televisioni e 1,6 milioni di tonnellate di cemento. E questi risultati sono il frutto degli appena 3,2 miliardi di investimenti del China-Africa Development Fund. Al tempo stesso la Cina negli ultimi dieci anni ha contribuito alla costruzione di oltre 100 zone industriali in Africa, il 40% delle quali sono divenute operative, alla costruzione di 5.756 km di ferrovie, 4.335 km di autostrade, nove porti (fra i quali spicca quello di Gibuti), 14 aeroporti, 34 centrali elettriche e circa 1.000 piccole centrale idroelettriche. E questo ci consente anche di capire perché l’Africa sia entrata pienamente nella visione della Belt and road initiave cinese sin dall’inizio.
E’ sicuramente vero, come scrivono i media cinesi, che “la cooperazione fra Cina e Africa è fra due fratelli”. Vero almeno quanto il fatto che esiste Babbo Natale. 
Fonte: qui

giovedì 30 novembre 2017

La Politica può cambiare le cose?


Nel loro grande e ultimo aggiornamento - I nuovi limiti dello sviluppo, 2004; - del loro primo lavoro D. e D. Meadows e Jorgen Randers affermano: "l'umanità può rispondere in tre modi ai segnali che indicano come l'uso delle risorse e l'emissione di inquinanti siano cresciuti oltre i limiti sostenibili. Un modo è non riconoscere, occultare o confondere i segnali"; "un secondo modo di rispondere è alleviare le pressioni derivanti dai limiti ricorrendo ad artifici tecnici o economici"; "il terzo modo è volgersi alle cause sottostanti, fare un passo indietro e riconoscere che il sistema socioeconomico umano, così com'è organizzato oggi, non è governabile, ha superato i limiti e va verso il collasso; dopo di che, cercare di cambiare la struttura del sistema" (pag.282-284). 
  
Ora, poichè secondo gli autori "tutto quello che possiamo fare è intervenire sui flussi produttivi da cui dipendono le attività umane riportandoli a livelli sostenibili attraverso scelte, tecnologia e organizzazioni umane..." (pag.35), cosa può voler dire cambiare la struttura se è l'"economia-politica" la struttura del sistema?

Fra le scelte necessarie che l'umanità dovrebbe compiere vi è, come noto, una autoriduzione della popolazione: si dovrà raggiungere una stabilità fra natalità e mortalità, poichè la popolazione è uno dei due "motori della crescita esponenziale nella società umana" (insieme al "capitale produttivo"; pag.50) e tende a crescere a tassi iperesponenziali.

Se cambiare la struttura significa regolare il sistema economico, bisognerà fare i conti con "l'anello di crescita del capitale" il quale ha fatto si che "l'industria crescesse maggiormente della popolazione" generando crisi da sovraproduzione e bassa domanda. Inoltre, bisognerà fare i conti col fatto che "le forme attuali di crescita perpetuano la povertà e ampliano il divario fra ricchi e poveri" (pag.66).
La questione che si pone perciò è: è possibile modificare il sistema economico evitando che vi siano accumulazioni di capitale (monopoli) e disuguaglianze?

Vi sono "fattori che regolano la crescita e che possono contenere il sistema entro confini accettabili" (pag.54)? Si tratta appunto di capire se vi siano feeback negativi (nel senso utilizzato in LTG 2004) entro un'economia monetaria, in grado di riequilibrarla e se questa possa assumere una forma diversa dal capitalismo neoliberista attuale. Poichè "sono all'opera due strutture generali [...] che per ragioni sistemiche danno al privilegiato potere e risorse per accrescere il loro privilegio" e che "tendono ad essere endemici in ogni società se questa non introduce coscientemente strutture di compensazione per contrastare le disuguaglianze" (pag.69).

Quali potrebbero essere queste strutture di compensazione? Si tratta di interventi politici come "imposte progressive sul reddito", ecc. Ma siamo sicuri che questo cambierebbe la struttura del sistema? Chiediamo dunque: è possibile cambiare il sistema economico mantenendo inalterata quella "struttura politica" che gli fa da sfondo? Qual è questa struttura? La questione è assai spinosa perché pone il problema di "chi e come" può cambiare una struttura.

La nostra cultura risponde all'unanimità che solamente tramite mutamenti di carattere politico è possibile cambiare le strutture della nostra società. Ma se fosse persino la Politica una struttura, o meglio, un sistema? In che senso?

La cosa non dovrebbe stupire se si risale all'accezione con cui si denominava nel XVIII secolo: Economia politica classica. Ebbene si: l'economia è una forma di politica e non è disgiungibile da essa (dopo Torleb Veblen, fra i più recenti Jean Baudrillard è quello che l'ha mostrato meglio), perciò l'idea che l'economia sia qualcosa di regolabile dalla politica è un'idea ingenua ma assai difficile da rigettare, poichè la dimensione politica è il fondamento della nostra cultura (in particolare mantenere la divisione fra la sfera privata degli elettori e quella pubblica dei decisori) e di ciò che ci vantiamo di chiamare democrazia. 

Si tratta di dimostrare che la creazione della ricchezza non può aver luogo senza un correlativo aumento della popolazione. Un'affermazione certamente scandalosa. Vi sono condizioni alla base che sono:

1- un continuo aumento dei flussi estrattivi: energia a basso costo e materie prime
2- un aumento costante della produzione industriale 
3- aumento costante della domanda di beni e servizi e dunque dei consumi

Ora, la popolazione deve crescere per alimentare i consumi o può aumentare il PIL procapite mantenendo stabile la popolazione? 

Qui infatti, come dicono in LTG "la bassa crescita della popolazione comporta un maggiore PIL procapite" invece, al contrario, nei paesi poveri l'"aumento di popolazione genera più povertà e ancora aumento di popolazione" (pag.66).

 
 [fonte: "Ambiente, Risorse, Sviluppo Sostenibile; di Selenia Arigliano]

A livello globale non esistono "diverse" economie bensì una medesima economia globalizzata. Ora, non è un caso che la Cina sia entrata nel WTO sin dal 2001 e che da allora sia diventata l'autentico motore della crescita mondiale, infatti è più o meno da allora che le economie occidentali hanno incominciato a rallentare. E la Cina non è esattamente un paese piccolo.

Dall'altra parte se non fosse per l'India non vi sarebbe un'adeguato "output" a consumare una fetta della produzione mondiale. Questi due paesi sono quelli che dobbiamo ringraziare quando elogiamo la crescita (e quando deridiamo il "made in China"; i governi mondiali hanno ben pensato di chiudere un'occhio nei confronti della odiosa ideologia comunista, trattandosi di affari..). Qui sotto, in azzurro "the rest of the world" comprende Cina e India, mentre notiamo come i paesi OCSE in blu scuro e tutti gli altri colori tendano al declino in termini di consumi energetici:

Risultati immagini per tverberg global consumption
[fonte: Gail Tverberg, Our Finite World]

Se consideriamo che la popolazione dei paesi sviluppati cresce ad una media dello 0,4% è evidente che ci pensa il resto del mondo a compensare questa situazione (Asia in media 0,9% e paesi poveri oltre 2% annuo). E' per questo che gli investitori occidentali si rivolgono ai mercati emergenti, poichè là trovano quella spinta alla crescita della popolazione e del capitale produttivo che si è ormai esaurita in Occidente. Quando toccheranno anche loro i "limiti dello sviluppo"? A quel punto vedremo anche là diminuire i tassi di crescita della popolazione.


Conclusione


Non sembra verosimile che la sfera politica possa generare feedback negativi tali da cambiare o equilibrare la struttura del sistema invertendo la tendenza al BAU delle nostre società. Ragion per cui attendersi dei cambiamenti su larga scala (come la COP21) dai politici non ha alcun senso poiché la "classe politica" mantiene tutti gli interessi nel perpetuare questo sistema e mostrerà sempre resistenze al cambiamento.

Se la Politica è un sistema, accoppiato all'economia, vediamo che andare a modificarne la struttura sembrerebbe qualcosa di una misura tale da non essere nemmeno compresa. Come cambiare la politica senza una rivoluzione politica a sua volta? Tale è la nostra forma mentis. 

And so, what's next?

Fonte: qui

domenica 15 maggio 2016

Perché un modello di «economia circolare» farebbe correre Pil (+7%) e reddito delle famiglie (+11%) europee

fotohome2C’era una volta (e c’è ancora) l’“economia lineare”, nata dalla Rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento. Un modello forgiato all’insegna del “prendere, fare e smaltire”.

Ma la storia insegna come l’economia lineare abbia creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale. Il consumo di massa, l’utilizzo di combustibili fossili, l’urbanizzazione e il trasporto globale hanno contributo a produrre pesanti effetti.
Per questo il futuro sarà invece dell’“economia circolare”: «Per sua natura, un’economia di recupero - come spiegano sull’Harvard Business Review i docenti universitari Mark Esposito, Terence Tse e Khaled Soufani - in cui non si tratta tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo».

Capitale naturale in via di esaurimento

Un’utopia? Macché, una necessità reale, spiegano gli autori del saggio, consapevoli del rapido esaurimento del capitale naturale esistente, o almeno di quello di facile reperibilità . Dagli anni Settanta del secolo scorso, l’incremento della produttività delle colture di cereali ha infatti subito una diminuzione del 66%, nonostante i progressi delle tecniche di fertilizzazione e di irrigazione. Lo sfruttamento minerario sta diventando più costoso: le percentuali medie dei metalli ricavati dalle estrazioni sotterranee sono in netto calo, sia in termini di concentrazione che di qualità. Allo stesso tempo, secondo l’Ocse, la classe media globale raddoppierà entro il 2030. «Queste cifre servono da monito sul fatto che non possiamo continuare a crescere come specie continuando a godere di un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modo di fare le cose», spiega Mark Esposito, docente di Strategia economica presso la Harvard University Extension e la Grenoble School of Management.
Per fortuna le attuali politiche messe in atto dalla Commissione Europea, in particolare dal vicepresidente Katainen, sembrano muoversi davvero a favore di una rivoluzione in termini di economia circolare, che sta anzi diventando uno dei punti cardini dell’agenda politica dell'Unione.

I benefici economici

In Europa un sistema circolare creato grazie a nuove tecnologie e nuovi materiali sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse, stima lo studio Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe, realizzato dal McKinsey Center for Business and Environment in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation e il Sun (Stiftungsfonds für Umweltökonomie und Nachhaltigkeit). Questo modello - che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate - genererebbe per le economie del Vecchio Continente un risparmio in termini di costi di produzione e utilizzo delle risorse di base pari a 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, che si tradurrebbe in una crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e in più alti livelli di occupazione. Con il reddito disponibile delle famiglie europee che potrebbe risultare superiore di ben l’11% rispetto al percorso di sviluppo attuale.

Le inefficienze attuali

L’economia europea di oggi si fonda infatti su un sistema di creazione di valore molto inefficiente e continua a operare secondo il modello lineare “estrazione, produzione, consumo, smaltimento”, spiega ancora lo studio uscito sull’Harvard Business Review.

Nel 2012, in Europa, sono state utilizzate in media 16 tonnellate di materiali per abitante: il 60% degli scarti è finito nelle discariche o negli inceneritori, mentre solo il 40% è stato riciclato o riutilizzato.

Un’auto in Europa resta parcheggiata in media il 92% del tempo, il 31% dei generi alimentari vengono sprecati lungo la catena del valore, e gli uffici vengono utilizzati dal 35% al 50% del tempo, anche durante le ore lavorative.
Complessivamente, questo sistema di produzione e utilizzo dei prodotti e delle risorse costa all’Europa 7.200 miliardi di euro l’anno per i tre ambiti analizzati dallo studio: 1.800 miliardi di euro sono i costi effettivi delle risorse, cui si sommano 3.400 miliardi per tutte le altre spese, legate ai tre ambiti menzionati sostenute dalle famiglie e dai Governi, e 2.000 miliardi che comprendono le esternalità (costi legati ad esempio al trasporto, all’inquinamento atmosferico e a quello acustico).

Il driver di cambiamento delle nuove tecnologie

Nel modello attuale di sviluppo, le nuove tecnologie e i modelli di business innovativi possono contribuire a migliorare la produttività delle risorse in Europa e a ridurre i costi totali annuali di 900 miliardi di euro entro il 2030. Nei prossimi decenni, la rivoluzione digitale e tecnologica, che ha già cambiato radicalmente il mondo della comunicazione e dell’informazione, potrebbe avere lo stesso impatto dirompente sui tre ambiti presi in esame (mobilità, alimentazione ed edilizia). Per fare qualche esempio, nel settore dei trasporti il costo medio per chilometro di un’auto potrebbe diminuire fino al 75% grazie al car sharing, ai veicoli elettrici e a guida autonoma, e all’utilizzo dei nuovi materiali. Nell’edilizia, la tecnologia applicata ai processi industriali potrebbe ridurre i costi di costruzione fino al 50%.
A beneficiarne saranno anche l’ambiente (lo studio stima una riduzione del 48% delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 rispetto ai livelli del 2012) e la competitività delle aziende. Oggi i materiali e componenti rappresentano tra il 40 e il 60% dei costi complessivi delle aziende manifatturiere in Europa e questo spesso si traduce in uno svantaggio competitivo in termini di efficienza.

I costi di transizione

L’economia circolare comporta tuttavia notevoli costi di transizione (tra cui, ad esempio, la spesa in ricerca e sviluppo, i finanziamenti per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi prodotti, nonché la spesa pubblica per la creazione di infrastrutture digitali), ma potrebbe creare un’opportunità di rinnovamento economico e industriale. Sebbene sia difficile stimare il costo complessivo di una trasformazione di così vasta portata, alcuni esempi a livello di singolo Paese possono aiutare a comprenderne la dimensione: il Governo britannico ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse costerebbe circa 14 miliardi di euro (vale a dire, a livello europeo, un investimento pari a 108 miliardi di euro), mentre il passaggio alle energie rinnovabili in Germania è costato 123 miliardi in incentivi economici dal 2000 al 2013.

Le resistenze al cambiamento

Uno dei principali motori del modello circolare è la condivisione: schemi di car sharing contribuiscono a ridurre la produzione di rifiuti, dato che un minor numero di persone hanno bisogno di acquistare autovetture e che gli stessi veicoli già circolanti vengono utilizzati da più persone. Per non parlare del car pooling, in grande ascesa anche in Italia . Eppure, la proposta come sappiamo ha incontrato enormi resistenze. «È quindi necessario che alle aziende esistenti vengano offerte nuove prospettive su come prosperare nell’ambito dell’economia circolare - concludono i tre studiosi - e su quali siano le opportunità di mercato “circolari” di cui beneficiare a breve termine».
Fonte: qui