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domenica 20 maggio 2018

Il petrolio sfiora quota $80: adesso è troppo caro, frenerà i consumi

Il prezzo del petrolio minaccia quota $80 suscitando le perplessità dell’Aie. Per gli esperti il greggio è ora troppo caro.

Il petrolio sfiora quota $80: adesso è troppo caro, frenerà i consumi
Il prezzo del petrolio si è minacciosamente riavvicinato alla soglia degli $80, il tutto in concomitanza con la pubblicazione dell’ultimo interessante report dell’Aie.
Gli esperti hanno fatto notare come da giugno dello scorso anno ad oggi la quotazione del greggio abbia guadagnato più di 75 punti percentualie sia ora giunta su livelli giudicati eccessivamente elevati per continuare a sostenere la domanda.
Per dirla in altre parole, secondo l’Aie il prezzo del petrolio è ormai troppo caro e l’aumento della quotazione (sia quella del Brent che quella del Wti) avrà un impatto non indifferente sui consumi che finiranno, inevitabilmente, per contrarsi.

(Il prezzo del petrolio Wti da giugno 2017 ad oggi)

Cosa sostiene il petrolio oggi

Diversi elementi stanno continuando supportare il buon andamento del greggio. Tra questi come non annoverare le tensioni internazionali che, qualche giorno fa, hanno imposto a Donald Trump di stracciare lo storico accordo nucleare con l’Iran mettendo così in pericolo le esportazioni dalla Repubblica islamica.
Non meno evidente sull’andamento del prezzo del petrolio è stato poi l’apporto del Venezuela, ancora nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti che ha imposto un taglio della produzione ai minimi storici (si ricordi che il Paese di Nicolas Maduro siede sulle più grandi riserve petrolifere al mondo e ha sempre fatto del greggio la sua più grande fonte di sostentamento, almeno fino allo scoppio della crisi).
“Monitoreremo da vicino gli sviluppi e se necessario siamo pronti ad agire per assicurare che i mercati rimangano ben riforniti”, ha commentato l’Aie con riferimento all’ipotesi di ricorrere alle scorte di emergenza in caso di estrema carenza dell’offerta.

Occhio all’eccessiva riduzione dell’offerta

Quel che emerge dal report dell’Aie è la preoccupazione degli esperti nei confronti del futuro andamento dell’offerta. Negli ultimi anni il mercato ha assistito inerme ad un eccesso di greggio che ha spinto sempre più in basso il prezzo del petrolio. Da qui gli innumerevoli sforzi dei Paesi produttori che, soprattutto con lo storico accordo OPEC di Vienna, hanno tentato di riequilibrare la situazione.
I tagli alla produzione hanno avuto l’effetto sperato e il surplus di petrolio sul mercato si è ridotto finché, però, la situazione non ha iniziato quasi a capovolgersi. L’Aie crede che i maggiori rischi riguardino oggi proprio l’offerta che, a causa di situazioni calde come quelle in Iran e Venezuela, potrebbe continuare a scemare.

Adesso il petrolio è troppo caro?

Uno squilibrio del mercato a favore della domanda avrebbe un effetto ancor più evidente sul prezzo del petrolio che potrebbe continuare ad aumentare (qualcuno ha addirittura previsto il prossimo raggiungimento di quota $100, anche se la soglia più probabile al momento appare quota $80).
“Sarebbe straordinario se un balzo tanto grande non influenzasse la crescita della domanda, soprattutto dopo che, negli ultimi anni, diversi Paesi emergenti hanno ridimensionato o eliminato del tutto i sussidi rivolti ai consumatori finali”.
Eppure, secondo l’Aie, un prezzo del petrolio troppo elevato andrà inevitabilmente ad intaccare i consumi e, di conseguenza, la domanda.
Questo, ricordano gli esperti, potrebbe non bastare a frenare la corsa del greggio che continuerà ad essere sostenuto dal persistente calo della domanda.
Al momento della scrittura la quotazione del Brent e quella del Wti stanno risentendo particolarmente degli ultimi dati sulle scorte di greggio USA, scese ancora una volta di 1,4 milioni di barili su quota 432,34 milioni di barili, nella settimana terminata l’11 maggio,
Il prezzo del petrolio texano sta scambiando in rialzo dello 0,39% su quota $71,77, mentre quello del Mare del Nord sta avanzando di un più modesto 0,20% su quota $79.45. 
Fonte: qui

giovedì 30 novembre 2017

La classe media cinese è sempre più ricca, e se non lo capiamo in fretta saranno guai

Le aziende occidentali in genere non capiscono che il mercato cinese in pochi anni sopravanzerà quello occidentale. Investono, poco, male. Atteggiamento miope. Eppure basterebbe più attenzione per aprirsi prospettive nuove, e ghiotte


In Europa, parlando dell’economia Cinese, si sottolinea sempre la necessità di un forte aumento dei consumi, che oggi pesano meno di Export e investimenti (rispetto ovviamente alle altre economie sviluppate). Si dice spesso che questa sarà la sfida del secondo mandato del Presidente Xi Jinping.
È sicuramente vero che il peso dei consumi privati sul PIL Cinese è inferiore rispetto all’Occidente (37,1 % in Cina nel 2015 rispetto al 55,4 % in Europa o ancora il 68,1 % negli Stati Uniti). Ed è anche vero che il processo di ribilanciamento è piuttosto lento: negli ultimi 5 anni si è passati dal 35,9% del 2010 al 37,1 % del 2015.
Ma bisogna mettere le cose nel proprio contesto. L’economia Cinese negli ultimi anni è cresciuta a ritmi vertiginosi. Guardando i Consumi delle famiglie in valori assoluti e non relativi, ci accorgiamo che se nel 2005 i Consumi delle famiglie dell’area Euro erano 6,7 volte più grandi rispetto a quelli cinesi (vedi Figura 1), oggi il moltiplicatore si è ridotto a 1,6. Se guardiamo a 4 o 5 anni in avanti, la Cina ci avrà superato anche in questo.

I dati mostrano una vera esplosione dei Consumi. Il “problema” è che gli investimenti sono cresciuti altrettanto … magari avessimo simili problemi in Europa.
In realtà nell’arco dell’ultimo decennio la classe media cinese, il vero motore dei consumi, è diventata una realtà, le stime più recenti sono di circa 350 milioni di persone, ed ha già incominciato a spendere in cibo, vestiti, cosmetica, entertainment, viaggi, … Il consumatore sta inoltre evolvendo molto rapidamente, e qui il tempo dei cambiamenti non si misura in decenni, spesso i cambiamenti sono tangibili da un anno all’altro.
Dieci anni fa il mercato era polarizzato con da una parte il super Lusso per pochi e prodotti a bassissimo prezzo (e qualità) per il resto della popolazione dall’altra. Oggi, nel mezzo sono cresciuti segmenti di mercato molto importanti (e profittevoli).

Riuscire ad catturare una parte di questi segmenti può voler dire volumi enormi. Bisogna però essere consci di dover affrontare una concorrenza molto agguerritada parte dei players locali che si stanno adeguando alle nuove richieste del mercato. La sfida però non è impossibile come dimostrano numerosi casi di aziende straniere, L’Oréal, Zara o Ferrero solo per citarne alcuni.
Riscontriamo però che le aziende straniere che affrontano il mercato cinese soffrono sovente due grandi deficit: di conoscenza e di comunicazione. In termini di conoscenza, le aziende trattano il mercato Cinese come un mercato marginale e non investono abbastanza nell’analizzare il mercato con i suoi numerosi segmenti ed il consumatore Cinese con i suoi peculiari comportamenti d’acquisto. Per quanto riguarda la comunicazione, i budget allocati sono quasi sempre legati al fatturato e non riflettono un vero investimento che mira allo sviluppo. Sempre in termini di comunicazione poi, non viene capito (ed utilizzato correttamente) il canale digitale, oggi fondamentale per raggiungere i segmenti più interessanti della popolazione cinese.
Per riassumere, Affrontare questo mercato è fondamentale ma complesso. Va fatto con attenzione e non lesinando nella fase di pianificazione.
In generale l’atteggiamento delle aziende straniere denota di una certa sufficienza o forse pigrizia. La verità è che la Cina è lontana, diversa e difficile ma non affrontarla oggi equivale a un vero e proprio suicidio strategico.
*Battaglia Advisory Services - Shanghai
Fonte: qui

La Politica può cambiare le cose?


Nel loro grande e ultimo aggiornamento - I nuovi limiti dello sviluppo, 2004; - del loro primo lavoro D. e D. Meadows e Jorgen Randers affermano: "l'umanità può rispondere in tre modi ai segnali che indicano come l'uso delle risorse e l'emissione di inquinanti siano cresciuti oltre i limiti sostenibili. Un modo è non riconoscere, occultare o confondere i segnali"; "un secondo modo di rispondere è alleviare le pressioni derivanti dai limiti ricorrendo ad artifici tecnici o economici"; "il terzo modo è volgersi alle cause sottostanti, fare un passo indietro e riconoscere che il sistema socioeconomico umano, così com'è organizzato oggi, non è governabile, ha superato i limiti e va verso il collasso; dopo di che, cercare di cambiare la struttura del sistema" (pag.282-284). 
  
Ora, poichè secondo gli autori "tutto quello che possiamo fare è intervenire sui flussi produttivi da cui dipendono le attività umane riportandoli a livelli sostenibili attraverso scelte, tecnologia e organizzazioni umane..." (pag.35), cosa può voler dire cambiare la struttura se è l'"economia-politica" la struttura del sistema?

Fra le scelte necessarie che l'umanità dovrebbe compiere vi è, come noto, una autoriduzione della popolazione: si dovrà raggiungere una stabilità fra natalità e mortalità, poichè la popolazione è uno dei due "motori della crescita esponenziale nella società umana" (insieme al "capitale produttivo"; pag.50) e tende a crescere a tassi iperesponenziali.

Se cambiare la struttura significa regolare il sistema economico, bisognerà fare i conti con "l'anello di crescita del capitale" il quale ha fatto si che "l'industria crescesse maggiormente della popolazione" generando crisi da sovraproduzione e bassa domanda. Inoltre, bisognerà fare i conti col fatto che "le forme attuali di crescita perpetuano la povertà e ampliano il divario fra ricchi e poveri" (pag.66).
La questione che si pone perciò è: è possibile modificare il sistema economico evitando che vi siano accumulazioni di capitale (monopoli) e disuguaglianze?

Vi sono "fattori che regolano la crescita e che possono contenere il sistema entro confini accettabili" (pag.54)? Si tratta appunto di capire se vi siano feeback negativi (nel senso utilizzato in LTG 2004) entro un'economia monetaria, in grado di riequilibrarla e se questa possa assumere una forma diversa dal capitalismo neoliberista attuale. Poichè "sono all'opera due strutture generali [...] che per ragioni sistemiche danno al privilegiato potere e risorse per accrescere il loro privilegio" e che "tendono ad essere endemici in ogni società se questa non introduce coscientemente strutture di compensazione per contrastare le disuguaglianze" (pag.69).

Quali potrebbero essere queste strutture di compensazione? Si tratta di interventi politici come "imposte progressive sul reddito", ecc. Ma siamo sicuri che questo cambierebbe la struttura del sistema? Chiediamo dunque: è possibile cambiare il sistema economico mantenendo inalterata quella "struttura politica" che gli fa da sfondo? Qual è questa struttura? La questione è assai spinosa perché pone il problema di "chi e come" può cambiare una struttura.

La nostra cultura risponde all'unanimità che solamente tramite mutamenti di carattere politico è possibile cambiare le strutture della nostra società. Ma se fosse persino la Politica una struttura, o meglio, un sistema? In che senso?

La cosa non dovrebbe stupire se si risale all'accezione con cui si denominava nel XVIII secolo: Economia politica classica. Ebbene si: l'economia è una forma di politica e non è disgiungibile da essa (dopo Torleb Veblen, fra i più recenti Jean Baudrillard è quello che l'ha mostrato meglio), perciò l'idea che l'economia sia qualcosa di regolabile dalla politica è un'idea ingenua ma assai difficile da rigettare, poichè la dimensione politica è il fondamento della nostra cultura (in particolare mantenere la divisione fra la sfera privata degli elettori e quella pubblica dei decisori) e di ciò che ci vantiamo di chiamare democrazia. 

Si tratta di dimostrare che la creazione della ricchezza non può aver luogo senza un correlativo aumento della popolazione. Un'affermazione certamente scandalosa. Vi sono condizioni alla base che sono:

1- un continuo aumento dei flussi estrattivi: energia a basso costo e materie prime
2- un aumento costante della produzione industriale 
3- aumento costante della domanda di beni e servizi e dunque dei consumi

Ora, la popolazione deve crescere per alimentare i consumi o può aumentare il PIL procapite mantenendo stabile la popolazione? 

Qui infatti, come dicono in LTG "la bassa crescita della popolazione comporta un maggiore PIL procapite" invece, al contrario, nei paesi poveri l'"aumento di popolazione genera più povertà e ancora aumento di popolazione" (pag.66).

 
 [fonte: "Ambiente, Risorse, Sviluppo Sostenibile; di Selenia Arigliano]

A livello globale non esistono "diverse" economie bensì una medesima economia globalizzata. Ora, non è un caso che la Cina sia entrata nel WTO sin dal 2001 e che da allora sia diventata l'autentico motore della crescita mondiale, infatti è più o meno da allora che le economie occidentali hanno incominciato a rallentare. E la Cina non è esattamente un paese piccolo.

Dall'altra parte se non fosse per l'India non vi sarebbe un'adeguato "output" a consumare una fetta della produzione mondiale. Questi due paesi sono quelli che dobbiamo ringraziare quando elogiamo la crescita (e quando deridiamo il "made in China"; i governi mondiali hanno ben pensato di chiudere un'occhio nei confronti della odiosa ideologia comunista, trattandosi di affari..). Qui sotto, in azzurro "the rest of the world" comprende Cina e India, mentre notiamo come i paesi OCSE in blu scuro e tutti gli altri colori tendano al declino in termini di consumi energetici:

Risultati immagini per tverberg global consumption
[fonte: Gail Tverberg, Our Finite World]

Se consideriamo che la popolazione dei paesi sviluppati cresce ad una media dello 0,4% è evidente che ci pensa il resto del mondo a compensare questa situazione (Asia in media 0,9% e paesi poveri oltre 2% annuo). E' per questo che gli investitori occidentali si rivolgono ai mercati emergenti, poichè là trovano quella spinta alla crescita della popolazione e del capitale produttivo che si è ormai esaurita in Occidente. Quando toccheranno anche loro i "limiti dello sviluppo"? A quel punto vedremo anche là diminuire i tassi di crescita della popolazione.


Conclusione


Non sembra verosimile che la sfera politica possa generare feedback negativi tali da cambiare o equilibrare la struttura del sistema invertendo la tendenza al BAU delle nostre società. Ragion per cui attendersi dei cambiamenti su larga scala (come la COP21) dai politici non ha alcun senso poiché la "classe politica" mantiene tutti gli interessi nel perpetuare questo sistema e mostrerà sempre resistenze al cambiamento.

Se la Politica è un sistema, accoppiato all'economia, vediamo che andare a modificarne la struttura sembrerebbe qualcosa di una misura tale da non essere nemmeno compresa. Come cambiare la politica senza una rivoluzione politica a sua volta? Tale è la nostra forma mentis. 

And so, what's next?

Fonte: qui

giovedì 15 settembre 2016

Ricchezza e povertà: consumi pro-capite

Cresce la popolazione mondiale e crescono anche i consumi di combustibili fossili.


Ci domandiamo: 


a livello pro-capite, si sta diventando sempre più ricchi (aumento dei consumi pro-capite), oppure no?


Se poniamo gli indici a 100 (nel 2002) di: PIL, consumi energetici e popolazione; possiamo vedere se c’è una relazione tra queste grandezze.

Dal grafico possiamo trarre alcune considerazioni:

1. La popolazione mondiale cresce sempre (anche se nel mondo ci sono delle guerre);
2. I consumi crescono più della popolazione, questo dovrebbe farci pensare che consumiamo di più pro-capite;
3. Il PIL sembra avere lo stesso andamento crescente dei consumi, ma con variazioni molto più accentuate sia in positivo che in negativo.


Analizzando solo le variazioni annuali di PIL e consumi energetici, vediamo che, come già intuito, il PIL amplifica le variazioni dei consumi, sia in positivo che in negativo. 


Questo vuol dire che: per esserci un aumento del PIL, ci deve essere un aumento dei consumi energetici.


Adesso andiamo a guardare come sono andati i consumi pro-capite:

Dal grafico si vede che:

• I consumi di petrolio hanno raggiunto il picco nel 1978 a 5,19 bep/y e poi sono scesi mentendosi intorno i 4,3 bep/y;

• i consumi di tutti i combustibili fossili, non hanno raggiunto ancora un picco (la piccola discesa del 2015 è dovuta al fatto che il mondo nel 2015 è stato in recessione (vedi PIL)).

• I consumi energetici totali, anche loro non hanno raggiunto il picco.

Il fatto che il petrolio abbia raggiunto il picco pro-capite, lo possiamo spiegare tramite il seguente grafico:


Nel 1978 il petrolio copriva il 51,5% dei consumi di combustibili fossili; da allora, vista l’eccessiva dipendenza da tale fonte e i problemi dovuti all’eccessivo prezzo, ha fatto si, che si utilizzassero sempre più le altre due fonti fossili (gas e carbone), facendo si che, nel 2015 la quota coperta dal petrolio scendesse al 38,5%.

Il totale pro-capite è aumentato, mentre la quota fornita dal petrolio è diminuita facendo si, che scendesse sotto il picco del 1978.



Il minore uso di petrolio (a livello pro-capite), ha fatto si che: le riserve di petrolio pro-capite salissero a 32 bep, mentre le riserve totali di combustibili fossili, si sono ridotti da 127 a 110 bep.


Questo vuol dire che le riserve pro-capite stanno diminuendo, cioè la popolazione cresce e consuma più velocemente delle scoperte di nuovi giacimenti di combustibili fossili.



CONFRONTO TRA: CONSUMI, POPOLAZIONE E PIL (PPA)


Calcolando la media mondiale dei consumi di energia primaria totale, otteniamo 1,80 tep/y pro-capite (cioé 1,8 tonnellate di petrolio equivalente ogni anno per ogni persona).


Se prendiamo questo valore e lo raddoppiamo o lo dimezziamo 4 volte, otteniamo 4 fasce di consumi superiori alla media (dalla media in su), e 4 fasce di consumi inferiori.



ANALISI DELLE FASCE


Analizzando le fasce, si può vedere:


• La fascia 4, è composta dal resto dei Paesi sviluppati europei (compresa l'Italia) e da un grandissimo Paese come la Cina; incide per il 31,2% della popolazione e per il 42% dei consumi mondiali; quindi popolazione e consumi sono quasi allineati;


• La fascia 3, dove c’è un grande Paese sviluppato come gli USA, e i più ricchi Paesi d’occidente, incidono per circa il 10% della popolazione e del 31,5% dei consumi;


• Le prime due fasce sono occupate dai ricchi Paesi Arabi o da piccole isole. La loro incidenza complessiva è del 7,85% dei consumi e meno dell’1,5% della popolazionemondiale.


Come si vede nella tabella riassuntiva, la popolazione mondiale che vive sotto la media pro-capite è di 4,2 Miliardi di persone, il 57,37% della popolazione.


Se volessimo sconfiggere la povertà nel mondo, alzando i consumi della popolazione che sta sotto la media mondiale, dovremmo aumentare i consumi del:


• +122 %: per portarli al livello Italiano (2,5 tep);
• +69 %: per portarli al livello Cinese (2,2 tep);
• +29 %: per portarli al livello Iracheno (1,1 tep);
• +6 %: per portarli a livello Indiano (0,5 tep).



Se anche i Paesi ricchi cedessero la parte eccedente della media dei consumi mondiali, ai Paesi più poveri, potrebbero cedere solo il 33% delle risorse energetiche. Portando i Paesi poveri a un livello intermedio tra Iraq e Cina, non sufficiente a far raggiungere la media mondiale. 


Una più equa distribuzione della ricchezza NON è sufficiente a portare i Paesi poveri del mondo, a livelli medi mondiali.


EQUA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE?


Sfatiamo uno dei miti che sostiene che:


"il 20% della popolazione mondiale, la più ricca, sta consumando l'80% delle risorse del mondo"; cioé che 1/5 della popolazione mondiale consuma per 4 volte di più, non è vero.


La Cina unendosi ai Paesi sviluppati (ha il PPA: PIL corretto in base al potere d'acquisto, più alto del mondo), cambia i rapporti nei consumi mondiali, portando al 42% la popolazione mondiale che consuma l'81% delle risorse mondiali; quindi il rapporto scende dal quadruplo ipotizzato a meno del doppio.


Se vogliamo vedere anche cosa è successo nel passato abbiamo:


Si vede una tendenza a una più equa distribuzione delle risorse.


Addirittura, nel prossimo grafico vediamo che i Paesi sviluppati dell'OECD hanno pure perso il primato nei consumi.

Questo vuol dire che i Paesi che prima non erano sviluppati (Non OECD), stanno già consumando più risorse dei Paesi sviluppati (OECD) di una volta.



PIL e Consumi


Considerazioni sul PIL e Consumi sono difficili da fare, in quanto, buona parte del PIL dei ricchi va in beni importati, i quali aumentano i consumi nei Paesi di produzione e non in quelli di fruizione dei beni. La globalizzazione rende tutti interdipendenti.



CRESCITA DEMOGRAFICA E CONSUMI


Quale sarebbe l’andamento dei consumi pro-capite negli anni a venire, in base all’aumento di popolazione prevista e in base alle scoperte e ai consumi di combustibili fossili?


L’andamento, della curva demografica, dovrebbe essere il seguente (in base ai parametri più comuni usati):


(Gli studiosi hanno capito che: la crescita demografica ci sarà finché ci saranno risorse a disposizione; e difatti la curva demografica inizia a scendere quando le risorse iniziano a diminuire).


Ripropongo il grafico con le previsioni più ottimistiche, quelle riguardanti tutti i combustibili fossili con:
investimenti massimi (investimenti = 5) e Scoperte = 20%.



Legenda:
- Passato lordo: Energia lorda estratta
- Futuro lordo: Energia lorda da estrarre
- Futuro netto: Energia netta utilizzabile (Lorda - costi)
- Futuro costi: Costi energetici di estrazione



Come si può vedere, i costi energetici di estrazione tendono a salire quanto più ci avviciniamo all'esaurimento del combustibili fossili (ritorni decrescenti).


La situazione pro-capite sarà la seguente:


Da questo grafico si evince che, nella migliore delle ipotesi ci sarà ancora qualche piccola frazione percentuale di crescita dagli 11,3 bep/y attuali ai 11,7 bep/y nel 2050, mentre la curva netta dell’energia, vediamo che sta già iniziando a scendere.


Se invece gli investimenti si riducono:
- perché si vuole che gli Stati non finanzino la loro estrazione;
- perché i privati non investono in settori in cui ci sono scarse prospettive di guadagno (leggi che disincentivino l'uso dei combustibili fossili); 



allora, pur considerando lo stesso degli investimenti medio/bassi (investimenti=2) che quindi minori scoperte di giacimenti (scoperte=5%), la situazione che avremo è la seguente:



Dal quale si evince che: immediatamente le risorse disponibili pro-capite diminuiscono; con conseguente crisi energetica e l'impossibilità di finanziare eventuali fonti alternative.



CONCLUSIONI


Con le dovute approssimazioni che una simulazione può fare, quello che si evince è che: 


1) crescita, dell’energia netta disponibile, non ce ne sarà più! Tutta la crescita netta dell’energia disponibile, verrà assorbita dalla crescita della popolazione;


2) il PIL Mondiale potrà anche crescere, ma il PIL pro-capite non crescerà più o non lo farà a livello apprezzabile. 


Il sintomo della decadenza si potrà incominciare a percepire, quando non ci saranno abbastanza risorse per la manutenzione (edifici, strade, ponti, ...).


Le nuove generazioni avranno un tenore di vita medio, uguale o inferiore a quello dei loro genitori; nel lungo periodo sicuramente più basso.


3) ci saranno molti disordini sociali (con ulteriore distruzione di beni immobili), che non faranno altro che aggravare la situazione di crisi, specialmente nelle città.



4) possibili guerre tra i Paesi che hanno ancora abbastanza risorse per loro e quelli che, o li stanno esaurendo, o ne sono totalmente dipendenti.


5) Quello che accadrà in futuro, dipende principalmente dalle scelte politiche che si prendono; e quest'ultime sono meno intuitive di quello che sembra. Scelte basate su buone intenzioni, non è detto che migliorino la situazione.

Fonte: qui

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Note: 
l'elenco completo delle fonti di dati non lo ricordo, perché integro i dati trovati dalle varie fonti, nella mia banca dati.
Eseguendo le analisi con la mia banca dati, poi non ricordo da dove essi siano stati presi.



Fonti che ricordo: 
- Fonte dati energetici: bp 
(http://www.bp.com/en/global/corporate/energy-economics/statistical-review-of-world-energy.html)



- Fonte PIL (PPP o PPA): World Bank - in Wikipedia 
https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_(PPP)